RICCARDO LESTINI

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Riccardo Lestini

Ciao Riccardo, dopo anni che ci conosciamo è un immenso piacere incontrarti nuovamente in questo modo e per questa occasione. Così, come succede con tutti gli “sfortunati interlocutori” vorrei conoscere – per quanto possibile – la tua storia, le tue origini, chi sei nella tua intimità?

Prima di tutto, vista la foto che hai scelto (poi magari un giorno mi spiegherai perché proprio questa), vorrei chiarire una cosa: non sono né sono mai stato Sindaco, Assessore, Consigliere di qualche comune… ho solo avuto il piacere di fare da officiante al matrimonio di due miei carissimi amici. Ecco, questo tanto per dire che nella mia intimità faccio cose abbastanza bizzarre, tipo cacciare via il Sindaco di turno e mettermi a celebrare nozze…

Scherzi a parte… la mia storia, le mie origini… una domanda immensa, e come al solito le domande immense necessitano di risposte piccole. Io vengo dalla provincia, dalla remota provincia umbra per l’esattezza. Sono nato tra una collina e un piccolo paese ai piedi del lago Trasimeno, in una famiglia che originariamente era contadina, poi è stata operaia e infine piccolo borghese… insomma la storia di tantissime famiglie italiane del ‘900. La mia infanzia è passata in gran parte in questa collina, tra tantissimi silenzi e rarissime parole… poi invece la mia adolescenza e prima giovinezza è trascorsa in paese. Per lo più nei quartieri operai, la stazione, le case popolari, i piazzali di cemento dove giocare a pallone, i bar, il biliardino, il flipper, le carte… insomma vengo da quella brutalità disperata e spietata, eppure umana e vera come poche cose al mondo, della provincia più dimenticata. Poi a diciott’anni, finito il liceo, ho deciso di andare via, ma non perché non amassi quei posti, quei luoghi, anzi… solo che come è possibile trattenere un diciottenne? Per di più un diciottenne che ha dentro le smanie della scrittura, del teatro… dovevo andarmene, e quei luoghi avevo bisogno di tenermeli dentro e rimpiangerli in eterno.

Ho scelto, in maniera assolutamente istintiva e senza alcun ragionamento, Firenze, che è poi la città dove tuttora vivo e credo che oggi come oggi sia l’unico posto in cui io voglia vivere. Quindi io ovviamente mi sento a tutti gli effetti un fiorentino, visto che qui ho passato più della metà della mia vita, ma allo stesso tempo il quarantenne che sono è la somma della collina, del paese, e appunto di Firenze. E credo che sia un miscuglio che emerge in maniera abbastanza chiara nelle cose che scrivo e nelle cose che faccio.

La mia intimità invece… questa è una domanda pericolosa. Nel senso che di solito, quando uno scrittore risponde dicendo qualcosa di appena meno stravagante dello scrivere con penna e calamaio e con un teschio di gatto sulla scrivania, finisce per deludere. Perciò io devo deludere di brutto: la mia intimità è assolutamente ordinaria, addirittura abitudinaria. Ho il mio amatissimo quartiere, le mie abitudini casalinghe, faccio interminabili passeggiate per la città, amo la mia compagna Teresa…

Riccardo Lestini oltre ad essere attore, è anche un drammaturgo, uno scrittore, un regista, un insegnante. Qual è il rapporto tra queste quattro cose – sempre che ci sia – e cosa ha significato e significa per te, il teatro? Come sei approdato all’arte scenica?

Il rapporto è molto stretto… talmente stretto che spesso si sovrappongono e si confondono. Sono i quattro modi in cui, naturalmente e quotidianamente, esprimo e comunico me stesso agli altri. Come parlare quattro lingue: dici le stesse cose, ma in maniera diversa. Lo stesso è per la scrittura, la regia, l’insegnamento, la recitazione…

Al teatro, come alla gran parte delle cose della mia vita, sono approdato attraverso la scrittura. All’origine di tutto, di tutte le passioni della mia vita, c’è la scrittura.

Posso dirti il giorno in cui sono salito per la prima volta sul palco, il giorno della mia prima regia, il mio primo giorno a scuola da insegnante… ma il giorno, il momento in cui ho iniziato a scrivere, no. Come se ci fosse stato da sempre… la fascinazione del teatro è arrivata a scuola, alle superiori… un professore indimenticabile mi spinse a provare, a fare questa esperienza. E capire come si può scrivere con la voce e con il corpo, come si possono creare quadri in movimento e come tutto questo entra in una relazione fisica e spirituale al tempo stesso con chi guarda, fu molto più che una folgorazione.

Una delle più grandi avventure che mi sia mai capitato di vivere.

Con il tuo sasso” è lo storico spettacolo di inchiesta sui fatti del g8 nella Genova del 2001, che per un lungo tempo, ti ha visto protagonista e punto di ancoraggio tra la politica dei movimenti ed il teatro di denuncia. Tralasciando, che sarebbe ancora necessario portarlo in tutta la penisola ed in tutti i luoghi – non solo per le atrocità dei fatti e le dinamiche che racconti e forse neanche per cercar giustizia – ma soprattutto, per lasciare ancora una traccia – anche se traumatica – del percorso della politica governativa ed internazionale che utilizza qualsiasi tortura e qualsiasi mezzo, per abbattere ogni ostacolo ad i propri scopi di apparente civiltà. Ma non è sicuramente attraverso una domanda che ne troveremo conferma.

Cosa ti ha spinto a scrivere di questo? E cosa abbiamo raggiunto dopo 15 anni di processi e condanne e soprattutto, assoluzioni, depistaggi? Quali sono i suoi strascichi ed i suoi gravosi lasciti, sui movimenti popolari italiani e non solo? E come hai operato nella drammaturgia?

C’era, e c’è tuttora, una vergognosa “vulgata” diffusa ad arte, che racconta alla gente come Genova sia essenzialmente la storia di un manipolo di facinorosi che, per motivi abbastanza imprecisati, decide di mettere a ferro e fuoco la città per due giorni, mentre le forze dell’ordine lottano eroicamente per ristabilire l’ordine civile finendo, loro malgrado, per uccidere uno dei facinorosi di cui sopra.

Ecco, “Con il tuo sasso” nasce prima di tutto questo per raccontare la verità, per amore di verità, per svelare le menzogne di questa vulgata costruita ad arte. Per raccontare che Genova è stata la più clamorosa, vergognosa e brutale sospensione dello stato di diritto della storia repubblicana, la più sconsiderata esibizione della violenza. E che niente sarebbe stato più come prima, che questa sospensione dello stato di diritto era essenzialmente una sorta di agghiacciante “prova generale” per un mondo più autoritario, con gli spazi democratici e liberi progressivamente sempre più ristretti e sempre più svuotati del loro significato.

Prima di tutto, io ero lì, a Genova, tutta la settimana. Non di tutti, ma di diversi fatti che racconto in “Con il tuo sasso” sono stato testimone diretto. Eppure, da subito (lo spettacolo debuttò nel 2003), non ho mai voluto raccontare la mia storia, la mia esperienza di singolo militante, quello che mi è capitato in quei giorni e via dicendo. Non certo per pudore, né per riservatezza. Ho semplicemente pensato che Genova fosse una storia collettiva e, come tale, andasse raccontata. Per questo, nella scrittura – ma anche nella regia e nella recitazione – ho fatto un’operazione molto “chirurgica”, molto impersonale, una sorta di grado zero del teatro dove ogni artificio spariva per lasciare spazio alla sola voce e al solo corpo dell’attore, ai fatti, ai documenti, alla narrazione nuda e pura.

Non è stato facile. Specie nei primi anni, le cose cambiavano quasi quotidianamente: nuove prove, nuove testimonianze, nuove indagini, nuove sentenze. La drammaturgia andava rimodellata continuamente sull’attualità… non esiste un testo che possa dirsi ufficiale di questo monologo… c’è un libro pubblicato, è vero, ma quella è semplicemente la versione più avanzata e recente al momento della stampa, cioè nel 2008. Poi il monologo è cambiato ancora, si è ulteriormente aggiornato e arricchito…

Cosa abbiamo raggiunto dopo 15 anni? Be’, se parliamo di specifico dei processi e di tutto ciò che è direttamente alle dinamiche di piazza di quei giorni, qualcosa abbiamo raggiunto. Se non proprio in termini di giustizia, almeno in quelli di verità. La verità circa la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, ad esempio, è stata accertata in maniera definitiva dai processi.

Purtroppo sono molte di più le cose che non abbiamo ottenuto: non abbiamo ottenuto un processo su piazza Alimonda, non abbiamo ottenuto una legge decente sul reato di tortura… ma soprattutto, non abbiamo ottenuto che quella vulgata di cui parlavo prima venisse definitivamente smantellata nell’immaginario comune. Perché è così che è andata: anche laddove è stata riconosciuta ufficialmente la verità, non è stata ufficialmente disconosciuta la menzogna.

Io credo che di Genova se ne debba continuare a parlare. Guarda il mondo di oggi: controllo sul singolo sempre più asfissiante, leggi che limitano sempre più la libertà personale, i luoghi di incontro, di circolazione di idee smantellati, le piazze svuotate, i movimenti di dissenso che non esistono più… e tutto questo inizia con Genova, è l’anno zero di una nuova strategia della tensione, senza bombe e più efficace: la paura ti arriva direttamente a casa sotto forma di messaggi gentili, di apparente miglioramento della tua vita… Genova non è discorso di anni fa, è discorso attuale, che nella nostra attualità trova il suo compimento. Non lo faccio mai, ma “Con il tuo sasso” è storia a parte: sono due anni che non replico più il monologo, ma sono sempre disposto a farlo, perciò approfitto di questo spazio per dire che chiunque fosse interessato non esiti a chiamarmi… non ci sono da celebrare i 15 anni dai fatti, c’è da vedere dove è Genova nella nostra quotidianità…

Chi è il 1º Reggimento carabinieri paracadutisti “Tuscania”? E quale il suo curriculum?

Si tratta di una vera e propria eccellenza dell’Esercito Italiano, un corpo italiano sempre in prima linea nelle principali missioni all’estero. Si sono messi in luce soprattutto in Somalia, tra il 1992 e il 1994, frangente in cui i principali ufficiali, dopo le denunce rinvenute nei diari del maresciallo Loi, finiscono indagati per le torture e le violenze di vario genere inflitte alla popolazione somala, storia che si intreccia in maniera inquietante – e a tutt’oggi mai del tutto chiarita – con la morte della giornalista Ilaria Alpi. Li ritroviamo a Genova, responsabili dell’ordine pubblico in piazza Alimonda il 20 luglio del 2001… sono loro i protagonisti della farsa del sasso, cioè i fautori del tentativo di depistaggio per avvalorare la tesi che a uccidere Carlo Giuliani potesse essere stato un sasso, loro i protagonisti di tutte le misteriose incongruenze che si verificano in piazza in quei giorni… e poi vanno in Iraq, a esportare la democrazia.

Un curriculum esemplare, direi…

Probabilmente con le risposte precedenti – in un certo senso – mi hai già spiegato le tue motivazioni, ma vorrei sapere, cosa ti spinge a scrivere e come scegli il tema – o la vicenda o il concetto o il messaggio – da raccontare?

Scrivo di ciò mi turba, innamora, sconvolge e colpisce la mia sensibilità. Al punto da sentire di avere qualcosa da dire in proposito.

E’ difficile non invidiare le giovani realtà under35‬ del teatro ‎italiano‬. Diventa più difficile invidiarle dopo quell’età, quando saranno buttati nello sciacallaggio di: bandi, finanziamenti, produzioni, commissioni, circuitazioni, innovazioni, rinnovazioni, promozioni, fondazioni, amministrazioni, ministeri, direzioni artistiche, management, postille, contratti, contributi, figli, pensioni, assicurazioni, laboratori, seminari, seminanti e cardiopatici ansiosi.. sempre con la stessa definizione “giovani realtà del teatro italiano” e, con la “stessa” visibilità, gli “stessi” riconoscimenti, portando la pagnotta a casa con arte, possibilmente con una recensione di un critico “cazzuto”.

Ecco, forse la situazione in Italia del teatro – rispetto ad altre consorelle europee – non è delle più rosee, un po’ per colpa degli artisti un po’ per colpa delle amministrazioni e dei funzionari un po’ per colpa delle direzioni artistiche un po’ per colpa del sistema, che ancora oggi, vede il teatro e l’arte in genere come un bene di lusso e non come un bene di prima necessità.

Come vedi idealmente il futuro del teatro? E come lo vedi nelle realtà?

In tutta sincerità, io non sono affatto ottimista. Oggi il teatro, quello professionista o semi professionista almeno, lo vedo una piccola élite di presuntuosi incapaci di mettersi realmente in discussione (e come fa un artista a definirsi tale se non ha mai il coraggio di mettersi in discussione?), che conserva se stessa all’infinito, arroccata in feudi dove spettatori e attori sono le stesse persone e assolutamente intercambiabili.

Ma soprattutto, manca la cultura e mancano gli spazi. Un tempo – parlo di dieci, quindici anni fa, non di tre secoli – c’erano vari modi alternativi di far circolare uno spettacolo, c’erano molti spazi che, pur non essendo teatri in senso stretto, venivano adibiti a teatro, gruppi e associazioni organizzavano rassegne… c’era un terreno fertile, un humus che favoriva il confronto, e di conseguenza la crescita di un bel modo di fare teatro indipendente… oggi questi spazi non ci sono più, e se non ripartiamo dalla necessità degli spazi (cioè spazi fisici che poi creano spazi mentali), è difficile pensare che la situazione possa in qualche modo cambiare… e poi la cultura… se non passa e non vince l’idea che il teatro non è arte d’élite, ma di popolo, non andremo mai da nessuna parte…

Quali sono oggi i tuoi progetti di scrittura e di cosa trattano?

Tra qualche mese uscirà il mio prossimo libro. Un romanzo, con protagonista Firenze. Poi, sto ultimando il mio nuovo spettacolo, un altro monologo: 150 anni di Italia raccontati attraverso il punto di vista dei “burocrati grigi” delle stanze del potere…

Divertente quanto interessante, la tua versione dei celebri personaggi che si incazzano. Cosa ti ha spinto a intraprendere un’operazione tanto ironica quanto realmente seria?

Mi sconvolge la facilità e la disinvoltura con cui girano false attribuzioni, con cui a un personaggio famoso, storico, si attribuiscano frasi che non solo non ha mai detto, ma che proprio non c’entrano nulla con il pensiero di quello stesso personaggio. Fretta, superficialità, collezioni di frasari da utilizzare alla bisogno… un gioco della citazione, per di più sbagliata, che mi pare abbastanza indicativa dei tempi..

Oggi passi, molta parte del tuo tempo tra i banchi di scuola. Cosa è cambiato da quando eri tu a seguire le lezioni, ad oggi, dove sei tu ad insegnare? E quali sono gli insegnamenti – oltre la didattica – che doni ai tuoi studenti?

Ma io penso che tra me e loro ci sia la stessa differenza che c’era tra me e quelli che avevano vent’anni più di me allora… nel senso, io non vedo nessuna “crisi di valori” o “deriva nichilista” tra i giovani… è che il mondo corre via veloce, velocissimo, cambia alla velocità della luce… e con il cambiare del mondo, cambiano i valori, il loro sistema, la loro gerarchia… non è che i ragazzi di oggi non abbiano valori, ce li hanno, ma sono diversi dai nostri e spesso fatichiamo a capirli.

Io posso dire solo che amo alla follia questo mestiere… per il resto, quello che posso aver donato ai miei studenti, penso sia più corretto chiederlo direttamente a loro…

Che importanza dai all’istruzione? E quali i successi e quali i fallimenti, della “buona scuola”?

Per quanto mi riguarda, l’istruzione, il sistema scolastico, dovrebbe essere la base della società. Quindi gli do un’importanza incalcolabile.

Nella “Buona Scuola” di Renzi non vedo purtroppo successi, ma solo fallimenti. Avremmo bisogno di una scuola dal volto umano, che rimetta al centro lo studente… il Premier e i suoi Ministri invece hanno approntato un impianto che trasformerà – laddove non è già successo – l’Istruzione pubblica in azienda, dove ciò che conta non è la crescita umana del singolo, ma il risultato numerico… per non parlare poi dello svilimento della figura dell’insegnante..

Qual è oggi, a tuo avviso, la cultura dominante?

La superficialità. Una cultura usa e getta.

A cosa ci porterà?

A un mondo dove nessuno sarà più interessato all’altro, dove nessuno saprà più sentire il respiro del suo prossimo…

Cosa necessita, per sconfiggerla?

Un’istruzione dal volto umano, appunto. Educare alla bellezza, alla perdita di tempo, all’ascolto degli altri…

Tra comici, collusi e derelitti dei vecchi sistemi politici, oggi, stiamo assistendo ad una sorta di sconvolgimento dei nostri diritti, ma soprattutto della nostra carta costituzionale. Non ci erano bastati i Leone, gli Andreotti o i Gelli, oggi ne abbiamo altri – anche se meno potenti e raffinati – sono comunque e sempre, figli di quella cultura e di quella mentalità deviata che vogliono spostare il potere in mano alle lobby economiche.

Non possiamo certo aprire qua “il discorso” che necessiterebbe di uno spazio ed un tempo, molto più lungo e approfondito, però, mi piacerebbe tu mi facessi un ritratto – anche caricaturale o satirico – di questi soggetti, descrivendone le idiosincrasie e le aberrazioni, o semplicemente le caratteristiche evidenti. Naturalmente – se necessario – senza risparmiarne i nomi.

Il ritratto del perfetto nuovo politico? Giovane, con una dialettica “ggiovane”, anti intellettuale, non troppe competenze specifiche, sguardo poco intelligente, tendenzialmente senza qualità (il messaggio è: tutti ce la possono fare). In una parola: Matteo Renzi e Maria Elena Boschi… versione ingentilita di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che sono uguali, solo più ruspanti e aggressivi.

Come succede ed è successo spesso in Italia, invece di aiutare i vivi a cambiare questo mondo e le dinamiche di come al suo interno si vive e si concepisce la vita, si celebrano i morti. I morti sono morti – quindi eroi –, i vivi però potrebbero morire, proprio, perché scomodi. È successo con Pasolini, è successo con Impastato Falcone Borsellino, è successo con la Alpi con i testimoni di Ustica ; è successo – anche se in modo diverso – con Braibanti, ed è successo con molte altre persone. Se non morte di morte violenta, morte per asfissia culturale, per esclusione, per censura, per castrazione.

Perché si muore in questi casi? E quando tempo prima, si manifesta la morte?

Si muore perché si viene lasciati soli. Il potere non vuole il cambiamento… semmai, in determinati momenti, vuole “cambiare tutto affinché non cambi nulla”, ma un cambiamento vero non lo vuole. Allora isola, mette all’angolo, scaravento nel Parnaso dell’eroismo chi fa semplicemente il proprio dovere… consapevole del fatto che, in fondo in fondo, nemmeno la massa lo vuole, un vero cambiamento… e le eccellenze, sempre in fondo in fondo, le tiene in profonda antipatia…

La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi” (Pasolini)

Cosa dovremmo fare invece di celebrare?

Continuare il lavoro iniziato dalle persone che celebriamo.

Non ricordo dove ho letto questa frase, di cui ne cito una parte, probabilmente, sbagliandone volutamente un po’: << Se uno straniero viene a casa tua senza contatti, senza conoscenze, senza soldi e senza conoscere la lingua, e trova lavoro. Non è lui il problema, ma sei tu il problema. >>

Partendo da questa suggestione e sapendo che nella maggior parte dei casi parliamo di caporalato e sfruttamento, di nuove schiavitù e di prostituzione, vorrei mi descrivessi la tua esperienza in fatto di migrazione, sia nel senso umano sia in quello storico.

Io attualmente lavoro in una scuola multietnica, dove il numero di studenti stranieri è altissimo. Quindi è un ambiente dove vengono a coagularsi tutti gli strati sociali ed economici possibili dell’immigrazione, nonché la loro convivenza con gli italiani. E il nostro compito, di noi come scuola, è quello non tanto di integrare i nuovi arrivati, ma di armonizzare la convivenza tra etnie diverse. Cioè, appunto, creare nella scuola il microcosmo di una società multietnica.

Per quanto difficile, spesso veramente ai limiti del possibile (le difficoltà economiche, i rapporti che tendono a conservarsi in maniera conflittuale, l’abbandono scolastico, il razzismo… ), io penso sia questa la strada: lavorare, a partire dalla scuola, sulla multietnicità.

Perché il principio semplicistico del “chi viene deve adeguarsi”, può funzionare esclusivamente in ambito legislativo, ma non certo dal punto di vista etico e sociale.

Le culture devono incontrarsi, armonizzarsi, arricchirsi l’una con l’altra e conservarsi senza annullarsi.

Troppo complicato? I grandi risultati sono sempre complicati.

L’alternativa non è la semplicità, ma il semplicismo.

Proprio in questi giorni è “apparso” lo scandalo dovuto alla pubblicazione del Mein Kampf, edito dal quotidiano Il Giornale. Sono stati in molti a prenderne distanza, accusando l’editoriale di istigazione all’odio e soprattutto di appoggiarsi ad un operazione di marketing “illegale” e pericolosa. Io personalmente, riconoscendone le stesse obbiezioni, non ne sono molto convinto. Penso che sia necessario doverne studiare direttamente i contenuti – dichiaratamente aberranti –, e sfogliandolo – anzi leggendolo attentamente –, sono molte le risposte e le domande o le assonanze che trovo con molta politica nazionale ed internazionale dell’oggi. È un po’, come se portassimo nel dna un nazismo cronico che come un fardello incancellabile, si è ancorato a noi, fino a disumanizzarci.

Naturalmente lo stesso scandalo non è avvenuto, quando lo stesso quotidiano ha pubblicato la versione del Corano, commentata da Magdi Allan (islamico convertito al cattolicesimo e utilizzato molte volte, per fare una propaganda anti islamica, anzi, islamofobica).

Dove si trova il vero errore di queste pubblicazioni? E soprattutto quali sono i risvolti di un giornalismo – ma anche di una contestazione – di questo tipo?

Noi non dobbiamo censurare, tanto meno censurare un libro come il “Mein Kampf” che teorizza censura, cancellazione e oblio in ogni campo, in maniera assolutamente e tragicamente scientifica.

Noi abbiamo il dovere di conoscere il contenuto del “Mein Kampf” e abbiamo anche il dovere di farlo leggere, poiché stiamo parlando di una fonte primaria di un evento storico, il nazismo, l’ascesa di Hitler, la seconda guerra mondiale, che in genere come esseri umani, ma in particolare come italiani ci vede direttamente coinvolti.

Il problema non è la pubblicazione in sé, ma come viene fatta e ciò che c’è alla base. Alla base c’è ignoranza, c’è una società – la nostra – ignorante e che disprezza la storia, la vive con superficialità e pressappochismo, si accontenta dei riassunti e dei sentito dire… così, pubblicazioni di questo tipo, arrivano senza che la maggior parte di coloro che le recepiscono abbiano gli strumenti per collocarle… e non vengono fatte con un intento che sarebbe non tanto nobile, quanto sacrosanto e indispensabile, cioè fornire gli strumenti per leggere e comprendere la Storia, ma per creare il gossip della settimana, la polemica del giorno, la rissa da bar del momento.

E la contestazione in questo senso sbaglia, e diventa assurda e vuota quanto la stessa operazione commerciale della pubblicazione, perché: 1) di fatto finisce per chiedere la censura del libro, e quindi contesta proponendo un totalitarismo al rovescio; 2) non vede il problema a 360 gradi… cioè di pubblicazioni fatte e scelte ad hoc per indottrinare in maniera silenziosa o per rendere ignoranti in maniera eclatante. Il libro di Mogdi Allan passa sotto silenzio (formalmente un islamico convertito al cattolicesimo non scandalizza, di fatto “ha optato per la strada giusta”, è rientrato nel “mondo civile”), ed è un silenzio pericoloso, perché nel silenzio si educa alla violenza. Il Mein Kampf fa rumore (il nazismo fa sempre rumore, deve fare rumore, perché è passato senza che sia stato risolto), ed è un rumore pericoloso, perché sterile e quindi finisce anch’esso per educare alla violenza.

Quante tipologie di terrorismo conosci? E come si manifestano?

Direi che l’editoria, il sistema di selezione e di pubblicità editoriale, è un discreto e organizzato terrorismo mondiale.

Il sistema pubblicitario in genere, è un’organizzazione terroristica pericolosissima. Poi conosco i gruppi tradizionalmente classificati come terroristi. L’Isis ad esempio. Ecco, sono fenomeni che non solo non voglio minimizzare, ma mi fanno orrore e mi spaventano sinceramente. Però, allo stesso tempo, li vedo transitori e destinati alla sconfitta, per fortuna.

Il terrorismo della globalizzazione e delle multinazionali invece no, non lo vedo destinato a sparire.

Nella nostra società che molti definiscono tra le più aperte del pianeta, non si è persa la cattiva abitudine di classificare le differenze. In ogni tragedia o in ogni mancanza etica e morale, si parla sempre utilizzando la definizione “loro”. Ma loro chi? E qual è, la differenza tra questo ipotetico nemico del “loro” e questo ipotetico eroe del “noi”?

Loro sono i cattivi e noi siamo i buoni. I cattivi sono generalmente tutti quelli che non fanno cosa dicono di fare i buoni. I buoni sono quelli che accettano a prescindere di fare quel che gli dicono di fare i buoni che comandano.

Ecco, a mia figlia lo spiegherei così…

Utilizzo le parole di Bakunin per farti quest’ultima domanda, che in sintesi – forse – è più breve della citazione stessa: << [..] La rivoluzione per il momento è rientrata nel suo letto, ricadiamo nel periodo delle “evoluzioni”, ossia in quello delle rivoluzioni sotterranee, invisibili e spesso addirittura insensibili. [..] Povera umanità. E’ evidente che non potrà mai uscire da questa cloaca che con una immensa rivoluzione sociale. Ma come la farà, questa rivoluzione? Giammai la reazione internazionale europea è stata così formidabilmente armata contro ogni movimento popolare. Essa ha fatto della repressione una nuova scienza che viene matematicamente insegnata nelle scuole militari ai tenenti di tutti i paesi. E per attaccare questa fortezza inespugnabile che cosa abbiamo? Le masse disorganizzate. [..] >>.

Qual è il tuo senso di rivolta e quale, la tua rivolta quotidiana?

Il mio senso più alto di rivolta sta nel concepire la scrittura, la poesia e il teatro, come arti dell’insurrezione. La rivolta nel quotidiano è la più importante… ci si ribella anche facendo la spesa in un certo modo. Ed è quello che cerco di fare ogni giorno.

Ringraziandoti ancora per il tempo e la disponibilità, ti lascio con questo breve scritto ambientale: << La cacca fa schifo, la plastica no. La cacca “inquina” le terre (?) e soprattutto i marciapiedi; la plastica no (?). I padroni dei cani che fanno la cacca – probabilmente – sono gli stessi che usano la plastica e, quelli che si lamentano della cacca sui marciapiedi – solitamente – non si lamentano della plastica; naturalmente ci sono anche quelli che si lamentano di tutto e che non fanno la cacca e – soprattutto – non si fanno di plastica. Con la cacca non ci puoi raccogliere la plastica; ma con la plastica ci puoi raccogliere la cacca. Con la plastica ci puoi fare i cestini anche se la plastica non ci finisce quasi mai; anche per la cacca ci puoi fare i cestini, anche se non si trovano quasi mai. La cacca la puoi tirare in faccia a chi ti sta antipatico o addirittura riempire il parlamento o qualche banca o la casa di qualche imbroglione; con la plastica però puoi farci una mazza e poi, pensare di fare il resto. Con la cacca non ci puoi fare i vestiti, non ci puoi confezionare gli alimenti, non la puoi utilizzare come soprammobile, non ci puoi né andare su internet né fare una telefonata; con la plastica si. Sia la plastica che la cacca possono essere mangiati dagli animali – il mio cane lo fa – ma lui, a differenza di altri animali, non finisce nel mio piatto. Con la cacca ci puoi fare la stessa cosa che puoi fare con la plastica: l’arte. La cacca può stare dentro al cranio degli umani; la plastica no. E’ preferibile avere una discarica di plastica vicino casa che una piena di cacca, perché d’estate fermenta e fa molta puzza; la plastica no. In caso di calamità naturale o indotta, con la plastica ti ci puoi costruire un rifugio una barca un arma; con la cacca – invece – il massimo che puoi farci è quello di fartela addosso. La cacca non è meglio della plastica, ma la plastica non ha la stessa consistenza della cacca. La cacca scompare dopo qualche giorno assorbita dalla natura, la plastica persiste per decenni o secoli, ma tutta insieme, per millenni; la cacca no. Di plastica a questo mondo ce n’è tanta, ma anche la cacca non scherza. >>

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: