Scenica Frammenti

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Scenica Frammenti

Eccoci nuovamente qua, dopo qualche mese di pausa e riflessioni – e tournée naturalmente – siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa, anzi, siamo riusciti a trovare il freno di questo enorme carrozzone – sbloccandolo finalmente – per continuare a viaggiare in questa inquietudine [reale non metafisica] fatta di teatro e di vita. E quale stimolo migliore poteva offrirci questa possibilità, se non la visione dell’opera teatrale [composto da due spettacoli] “Memorie” e “Atto Finale” di Scenica Frammenti al Teatro delle Arti di Lastra a Signa. Quale miglior occasione per riaccendere le luci di questa ribalta che non si sono mai spenta.

Questa volta abbiamo deciso di intercedere con gli autori, senza interpellarli, senza aprire un dialogo – nel senso canonico –, perché il dialogo tra noi e loro [e chi ci stava intorno] c’è già stato tra le tavole del palcoscenico ed i nostri organi in ascolto. Sì, sarà un soliloquio su quello che abbiamo visto e su quello che da oltre un secolo vaga per i borghi sperduti della nostra nazione. In scena. In questa scena riempita da una famiglia straordinaria che ha trovato il coraggio di narrarsi – perché di storie ne hanno moltissime – e che ha attraversato più di cento anni di Italia, di cultura, di crisi, di speranze, di guerre, di società, di rinnovamenti. Un sogno che si è infranto per rinasce, dietro ogni orpello, di fianco ad un fondale, sotto ad ogni luce, all’interno di ogni baule, dietro ad ogni velo, ad ogni specchio. Sì, in quei bauli dove tutto si nasconde e dove tutto esplode fuori, con i suoi personaggi, le sue fusioni, i suoi trasvestitismi, il cambio di voci di intonazioni di colori di parole di sensi. E siamo noi e sono loro e siamo tutti quanti in quegli sguardi di vita e di passione, o, in quegli squarci di miseria truccata da clown che ogni giorno ed in ogni ora si ingegna per non morire.. per non morire nuovamente della stessa morte di sempre. Ed è così che ad ogni applauso si succedono nuovi chilometri, un nuovo pubblico formato da nuove genti, da una platea che si svuota e si riempie come un bicchier di vino andato a male o come un bicchier di vino bevuto troppo in fretta. Però – in questo caso – di quello genuino, di quello che fa buon sangue, di quello che non mente. E sono proprio loro che si mostrano per quello che sono: degli attori in un teatro d’avanguardia, in un teatro storico, in un teatro totale.

E ci commuoviamo di fronte a questa donna Vincenza Barone [attrice] ultra ottantenne, che ci apre le porte di un mondo che i nostri occhi hanno vissuto solo attraverso le riminiscenze cinematografiche o televisive di grandi registi di grandi attori e comici di grandi intrattenitori del gusto e della semplicità. Una semplicità ingannata [citando lo spettacolo di Marta Cuscunà]. Una semplicità fatta di sacrifici e sudore, di pianti e di risate sconquassanti, assordati, di pancia, di cuore, di pelle. Una comicità che ride di sé stessa ricordando la parodia di un teatro che non era soltanto rappresentazione canto e recitazione [nel senso nobile del termine], ma interazione. Un interazione che non faceva parte di un progetto registico né di un intenzione di ricerca né tanto meno uno stile, o di uno stilema, ma che partiva unicamente dalla voce degli astanti, da quello stesso pubblico che non era fatto di abbonati o di addetti ai lavori ma di persone comuni, di lavoratori di contadini di ostetriche di parroci di anziani di bambini di una comunità che viveva nella totale povertà dei tempi e che orgogliosamente interveniva, in libertà, nella stessa libertà che si potrebbe trovare in una tavolata di amici e di parenti.

Ancora non avevano inventato l’impro teatrale, ne la stend up commedy, né i format da talent show, ma la forgia di un popolo in transizione era molto più frizzante e sincero di quello che oggi viene ripreso da telecamere e tecnologie, dall’odiens, dallo share, o per meglio dire dai calembour etici e artistici.

E ci inteneriamo di fronte a Loris Seghizzi [regista e attore], cresciuto anch’egli – come gli altri fratelli e sorelle – in quei bauli, tra quella polvere, tra quel fragore di scricchiolii e proteste, di esuberanze, di passi tracciati su legno e su carta, di cambi di scena e di corde da tirare, di un palco da costruire ogni volta – con bidoni e tavolacci – e da attori da inserire nel luogo giusto al momento giusto con il giusto tempo, per quel cappello finale fatto di salami di prosciutti di formaggi di farine e dei risparmi del popolo. Il popolo. Ma è tutto sotto controllo in quel vuoto di memoria che pervade noi tutti, in quella stessa memoria che però ci ha forgiato, così, come ha forgiato le nostre radici di commedianti e di girovaghi. Una memoria forte che si emoziona a ritroso si emoziona di se stessa, ripercorrendo la strada di un padre orfano e che ha abbandonato a sua volta, i suoi figli, la vita e quella di chi lo ha reso celebre nella crudeltà di una macchina da scrivere, dei suoi tasti, di quei cavi ad altezza cielo, di una testa da abbassare e di un braccio da alzare verso i nostalgici di una nostalgia prepotente. Il fascismo, il lassismo, il consumismo, il qualunquismo, l’iper-velocità del vuoto, di quel “noi” che troppe volte si è trasformato nell’io preponderante in questo individualismo da sciacalli. Un “io” ipocrita e corrotto, per certi versi, superficialmente inadeguato a quello che siamo o a quello che potremmo essere. << Perché Franco Seghizzi era un artista puro! >> così esclama disperata Vincenza [allo stesso tempo moglie, madre e interprete], nei confronti dei figli: << Vostro padre non accettava compromessi! >>. E forse ha avuto ragione, visto lo splendido dono che ha lasciato loro nella vita ed in questa memoria vivida, tangibile e che continua in quello che fanno e in quello che sono. Così come ha ragione Loris – “sbagliandosi” – quando dice che il cinema non avrà futuro, perché il teatro è l’unica forma d’arte totale dove gli esseri umani vivono realmente di fronte ad altri esseri umani che, si sono presi il tempo per osservare e per essere, lo stesso tempo che oggi fugge come qualcosa di inascoltato di snervato di troppo. E quando la catastrofe avverrà [perché prima o poi avverrà la rivolta di questa nostra terra, alla nostra inutile utilità] quale telecamera accederemo? Quale canale cambieremo? Con quale telecomando osserveremo la nostra passività? E quale radio ascolteremo? Con quale telefono ci cercheremo? E quale app scaricheremo?.. se non dalla nostra voce viva e in quella degli altri vivi.

Ma uno spettacolo non può finire così, nella nostalgia più assoluta. Non può essere solo un documentario o un trailer da proiettare un domani. Lo spettacolo deve continuare anche quando non si prendono gli applausi, uno spettacolo ma soprattutto i suoi abitanti – creature in bilico – devono sapersi rinnovare, devono crescere e conoscere le moltitudini del mondo, trovare una nuova via, dei nuovi sé, delle nuove forme dei tempi e di come si possa vivere in essi, rappresentandoli, schiacciandoli, indossandoli, rigurgitandoli, vivendoli. E allora? Dopo aver ricordato la storia ed il proprio passato, si rimboccano le maniche, perché non è la gloria a renderci eterni, così come poteva declamare Antonio De Curtis: << di voi artisti cosa rimane? >> Niente. Ecco cosa rimane o cosa rimarrà. Rimarranno dei copioni se non andranno persi o bruciati in un delirio dittatoriale, rimarrà qualche foto in un giornale d’epoca, rimarranno i ricordi di chi ha partecipato a qualche replica, rimarranno gli epitaffi sulle lapidi di coloro che non ci sono più. Ma non sempre o per lo meno, non adesso. A volte tutto questo sedimenta nel sangue dei figli d’arte che ignari ed in balia della vita, non sanno di aver scritto nel dna qualcosa di incancellabile. E allora, ritornano. Anzi, ritorna tutto come in un ciclo continuo senza né testa e né coda. E si susseguono le entrate “forzate” e volutamente sceniche, degli altri elementi, di Iris Barone di Adelio Walter Barone di Gabriella Olga Seghizzi che non deludono, ma anzi, portano avanti con lo stesso talento e lo stesso ritmo comico il lavoro fatto fino ad oggi. Anche loro con altrettanti ricordi, con le prese in giro di questa litania a volte ossessiva della madre che non ha visto altro nella vita che il proprio mestiere da artigiana della scena, con le proprie nevrosi, con le tracce di una vita vissuta oltre.

A tratti ci ricordano Shakespeare nella loro stessa spietatezza familiare, o Fellini nei suoi circhi allegorici, o Caravaggio nei sui neri accesi di luce. Ed iniziano le invettive ai propri genitori, perché non è semplice stare accanto ad un teatrante, tanto meno, esserne figli. Soprattutto se questi teatranti hanno dato la vita per il teatro, portandosi queste vesti – a volte scomode – nella propria quotidianità.. come una follia sempiterna ed incurabile, come un vuoto da riempire fino al colmo dei propri giorni. Qui, ora, sempre. E allora? Allora si fanno i conti come li farebbe ogni famiglia comune, si operano le menti così come farebbe ogni dottore, si cercano altre vie così come farebbe ogni scalatore, si costruiscono nuovi progetti così come farebbe ogni architetto, si studiano le vicende dell’umanità così come farebbe ogni storico, si assapora il mondo nella sua essenza così come farebbe ogni poeta. E si guarda al domani, allo stesso domani relegato in quei bauli, nei figli che verranno e che se vorranno [dopo esserci cresciuti all’interno], potranno decidere se continuare questo mestiere che mestiere non è, il teatro.. o volare altrove.

Certo, tutto questo è un po’ autobiografico perché noi partiremo con loro subito, per qualsiasi luogo e per qualsiasi meta di questo mondo piccolo ma infinito. Perché anche noi partiamo nei nostri viaggi, continuamente, ogni giorno, rivedendo quello che loro ci hanno mostrato, con i nostri figli [che non crescono nei bauli ma che allo stesso modo vivono le stesse cose] nelle nostre vite erranti [o erronee] che non sono fatte solamente di teatri di piazze e di suole consumate, ma di incontri. Di incontri speciali che ci fanno sentire fortunati in questo pianeta di sfortune e catastrofi. E allora? Come inserirli nelle domande che solitamente riportiamo in questi dialoghi: sulla società, sul teatro, sulla cultura, sulla politica, sull’essere umano.. se non riportando, la loro resistenza e la loro bellezza. Ieri come oggi, oggi come ieri.

http://www.scenicaframmenti.com/

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