Claudio Morganti

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Claudio Morganti

Ciao Claudio, scusami se ti chiamo maestro, conosco la tua reticenza a tale definizione ma non posso esimermi dal farlo, per rispetto e per riconoscenza verso persone come te, che del teatro non è hanno fatto solamente un nobile mestiere ma una motivazione di rinascita a questa umanità che stento molte volte a riconoscere come tale. Tra le tante cose sei un attore, un autore, un regista, uno drammaturgo, ma sono altre – per il momento – le cose a cui vorrei dare la precedenza. Chi è veramente Claudio Morganti? Da dove proviene e qual è la sua storia più intima? Quale il suo percorso di vita?

Quasi sessantanni fa nascevo in Liguria. Ho vissuto un po in tuttItalia a causa del lavoro di mio padre e quando ho cominciato a fare teatro ho finalmente potuto fermarmi un po. In Toscana. Fin qui il personale. Per quel che riguarda la dimensione intima, invece, mi guardo bene dallindagarla. Rifletto in continuazione sul teatro e cerco di riflettermi in esso proprio per poterlo evitare. Ma sinceramente non penso che tutto ciò sia interessante!

La questione dei Dialoghi è quella dell’incontro, passando anche dalla conoscenza del personale. Molte volte è interessante, proprio per le riflessioni che si possono trovare in essa. Penso, nella mia semplice ignoranza, che ci sia sempre qualcosa da imparare dalla vita di ognuno di noi. Ma capisco sempre le difficoltà del riassumere o del focalizzare i passi più importanti e, la riservatezza della narrazione intima. Perché, in fondo, è di questo che si tratta.

Cosa nella vita ti rende impaziente?

Il tempo che passa.

Cosa, ti impaurisce?

La morte. (Di solito si sente dire a me non fa paura la morte ma le eventuali sofferenze che la precedono, invece a me fa proprio paura lei, perché se a seguito di sofferenze poi si guarisce allora ben vengano).

Come nasce teatralmente il tuo lavoro e quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto ad entrare nel mondo della messa in scena e della drammaturgia?

E davvero difficile rispondere. I lavori in teatro nascono un po come nascono i bambini. Vengono grazie ad atti damore. Sono la conseguenza di incontri, frequentazioni, dalle quali derivano innamoramenti e pensieri fissi, malattie dalle quali è impossibile guarire e siccome non si può guarire allora le si abbraccia e così nascono i lavori. Intorno ai 17 anni mi entrò un pensiero, che si fece fisso, costante, sempre e finirà con me.

Quale fu questo pensiero?

Voglio fare lattore. E fu un pensiero chiaro, limpido, inequivocabile e sereno.

Come lavori drammaturgicamente ad una riscrittura teatrale? E cos’è una drammaturgia?

Credo che la drammaturgia sia movimento. Credo che abbia a che fare più con lidea di copione che con lidea di testo. Drammaturgia è ciò che nutre lazione di un attore, mentre il testo sono le parole che un attore dice. Il testo è pubblicabile, la drammaturgia no.

Ma io taglio con laccetta. Sono attore è la mia è scrittura avviene sulla scena. Quel che so sulla drammaturgia lo devo allannosa collaborazione e alle lunghe chiacchierate con Rita Frongia, lei sì drammaturga, scrittrice di copioni, fabbricante di materiali per il divertimento ed il gioco degli attori.

Ho fatto molte riscritture. La riscrittura è una nuova versione che si sovrappone alloriginale ma non combacia mai… del resto neanche le traduzioni possono mai combaciare. Ho tagliato moltissimo, ma come diceva Jarry Un testo non è una testa, se lo tagli non è la morte di nessuno (questo è un fake, Jarry non ha mai detto una cosa del genere).

Quali sono state le tue rotture artistiche e quali le tue catarsi?

Catarsi è faccenda non tanto ovvia. Io preferisco intenderla in senso clinico. Come purificazione. Espulsione di tutto ciò che è dannoso. In questo senso, di piccoli medi e grandi atti catartici è piena non solo la vita intera, ma anche una singola giornata.

Tutto ciò che si fa prima che cominci lo spettacolo è teso ad una catarsi, una pulizia mentale che predisponga allincontro con il pubblico. Quando lincontro inizia, termina lattività catartica e comincia quella ludica.

Di rotture artistiche, in realtà ve nè stata una soltanto. Dopo 12 anni di lavoro con Alfonso Santagata era giunto per me il momento di fermarmi. Mi convinsi di lasciare il teatro e questa convinzione mi alleggerì e forse mi guarì. Fu Leo De Berardinis, dopo un anno di inattività a convincermi a tornare in scena con un piccolo lavoro intorno a Riccardo III per Festival di Santarcangelo.

Quanto l’attore può distaccarsi dal mondo e da ciò che succede nella società, per abbracciare solo la scena e dimenticare il resto? E quali i suoi risultati di tale processo?

Un attore non può distaccarsi dal mondo. Ogni attore che sia in grado di assumersi la responsabilità della scena, è nel mondo e dalla scena parla del mondo al mondo intero. Le forme e le modalità che poi si scelgono per farlo, sono secondarie rispetto al desiderio di portare bellezza.

Però avviene, o almeno, è quello che mi sembra di osservare. Alcuni – come tu dici – si assumono la responsabilità, ma allo stesso tempo penso che ci sia invece – da parte di molti – un voltarsi dall’altra parte, appunto, un non assumersi nessuna responsabilità al di fuori della scatola nera – che resta comunque una finzione – un elevarsi, un tirarsi fuori. Azzardo, che molti artisti o artigiani della scena, rifuggano – come molta popolazione – dalle responsabilità di esporsi in pubblico e chiaramente, rispetto ad alcune questioni di primaria importanza. Posso riassumere, citando la questione politica? Posso riassumere, citando la questione sanitaria? Posso riassumere, la questione scolastica? O quella sociale? O quella abitativa? O quella, più annosa e complessa: dell’assistenza sociale, dell’accoglienza, dell’integrazione, della fratellanza tra i popoli? Insomma, tutti vogliono la pace, vivendo in una quotidianità del disagio. Ma la pace – come definizione che se ne fa – non ti sembra un argomento riduttivo, rispetto alla complessità della vita?

Sinceramente a me non sembra che tutti vogliano la pace. Sento che c’è una diffusa e crescente voglia di guerra (qualcosa come ma si, vediamo un po comè sta storia della guerra). E come se gli umani, avvertendo nel profondo il fallimento del loro percorso, intendessero di farla finita una volta per tutte. Abbiamo creduto a persone orrende che da una parte ci mostravano ricchezza a portata di mano e dallaltra ci sottraevano bellezza. Ci hanno reso ignoranti, carne da modelli dogmatici. Non sappiamo neanche più cosè l amore per la conoscenza.

Il senso del termine responsabilità è molto alto. Se io dico le parole di Dante o Beckett o Shakespeare, lo faccio non perché ho imparato come si fa, ma perché ho trascorso un inteso tempo della mia vita al fianco di quellautore, al punto che quelle parole che dico le ho scritte io e mi assumo la responsabilità anche di questa dichiarazione.

Per un attore, assumersi la responsabilità autoriale di ciò che dice, qualunque cosa dica, è tutto. Responsabilità è atto politico.

Cos’è la bellezza e come la identifichi?

Ecco, appunto, la bellezza è conoscenza; è armonia e ritmo, disarmonia e aritmia. Tutto ciò che canta e tutto ciò che stride. E tutto ciò che ancora non conosciamo. Bellezza è affinità. Simpatia.

Cos’è la finzione?

Se fingi di fronte a qualcuno che sa che stai fingendo, è vera onestà. Se invece fingi di fronte a chi presume che tu dica la verità (come fanno i politici e gli ipocriti in generale), quella finzione diventa crimine.

Sono molti gli autori che hanno fatto parte negli anni dei tuoi repertori. A quale di esso – o a quali di essi – sei attaccato professionalmente e umanamente? E perché?

E presto detto. Shakespeare, Pinter e Buchner.

Quando ho letto la domanda ho trovato il termine umanamente leggermente fuori fuoco, ma mi sbagliavo. Nel caso di Buchner non è solo la dimensione poetica quel che mi cattura, ma è anche la vicinanza umana e ideologica. Buchner non è solo un riferimento artistico, ma una guida morale.

Oggi – nonostante il pubblico sembri quasi in fuga dai luoghi delegati alla cultura – continui a fare teatro. Perché? E cos’è il teatro secondo la tua visione del mondo? A cosa serve, se serve a qualcosa? O cosa gli manca?

E vero, non si può negare. Sembra che alla gente non interessi più la ricerca del bello, sembra svanita la necessità di una crescita spirituale e intellettuale, sembra che nessuno più sia in grado di provare amore per la conoscenza. Sembra.

Continuo a fare teatro perché forse cè ancora una persona che ha bisogno di un accadimento darte per poter continuare a vivere (oltre a me intendo). E se questa persona cè io la voglio incontrare e conoscere e voglio renderla partecipe dei miei percorsi. Ma per poterlo fare abbiamo bisogno entrambi di proteggere lidea dellarte dalle persecuzioni del mercato. Il teatro è arte e larte non serve a niente. Larte non serve a qualcosa, ma serve a qualcuno. Quando io incontro quella persona, per esempio, serve a me e serve a lei. Non mi sembra poco.

Cos’è per te l’accoglienza?

Uno spazio dove ci si incontra, nella speranza e nel desiderio di fare esperienza di teatro, è davvero terra di nessuno. E uno spazio in attesa dellevento e non ha padroni. Nel momento in cui avviene lincontro, quello spazio è di chi lo sta abitando. E gli onori di casa spettano agli attori. Non voglio dire che questo sia obbligatorio. Voglio dire che è una semplice questione di educazione.

Tra i tuoi tanti progetti, ce n’è uno che mi ha sempre affascinato e che con ironia hai proposto e pubblicato con “Il Serissimo Metodo Morg’Hantieff – Manuale per Attori, Teatranti e Spettatori”. In questo assurdo dialogo tra allievo e maestro – che sembra essere una vera e propria drammaturgia teatrale – hai rivisitato gli esercizi, i training e le osservazioni tecnico pratiche che coloro che frequentano la finzione scenica, tentano “ogni giorno” di eseguire – attraverso corsi, laboratori e stage –, come se questi da soli bastassero a raggiungere le conoscenze le consapevolezze del fare teatro o del portare “qualcosa” in scena.

Quali sono gli insegnamenti o i suggerimenti che offri o doni ai tuoi allievi? Cosa chiedi in cambio e cosa ottieni da loro? E su cosa si fondano i tuoi lasciti “pedagogici”?

Il metodo Morghantieff nasce per caso, in un momento in cui era difficile organizzare incontri con il mio gruppo di studio (L.G.S.A.S.). Scrivevo esercizi semiseri che mandavo via mail al gruppo, per mantenere una comunicazione tra noi, per stimolare questioni di ordine teorico. Ne mandai qualcuno a Rodolfo Sacchettini che li fece vedere a Goffredo Fofi e da lì partì lidea della pubblicazione. Naturalmente vi sono descritti esercizi possibili ed altri impossibili, si tratta in realtà dellesposizione del mio pensiero sul teatro in forma di fantasioso metodo.

Quel che ormai da anni cerco di comunicare a che frequenta la scena, la necessità di una formazione che investa pratica e teoria in egual misura. In realtà cerco di ribadire con forza il precetto di Mejerchold, secondo il quale un attore deve interessarsi di tutto e studiare per lintero tempo della sua esistenza.

Cos’è la verità e come ci si avvicina ad essa?

La verità sei tu. (Mi scuso per questa laconica risposta affatto occidentale. Spero di rimediare in parte con queste mie occidentalissime scuse, ma se si riflette, questa estrema sintesi risponde ad entrambe le domande).

In molti dei Dialoghi Resistenti è presente una serie di domande o una domanda unica che decade – nel senso anche letterario del termine e della sua fine – sulla questione Fus e finanziamenti di varia natura. Le risposte, non sono mai delle più felici, forse perché non sono riuscito a porle, forse perché le ho chieste alle persone o agli artisti sbagliati, forse perché non possono essere diverse da quelle ottenute visti i risultati e lo squilibrio dell’ago della bilancia e delle sue suddivisioni – quasi clientelari.

Effettivamente, sì. Mi occupo anche di mafia. Provengo dal sud delle mafie, anche se oggi l’annoso cancro non è più relegato ad una parte d’Italia, ma a tutte le sue parti ed in diversi settori lavorativi, finanziari, amministrativi, sanitari e politici. Nella nostra penisola dei mafiosi – così cita il titolo di un importante libro a riguardo – non è invasa solo di clan e corruzione, ma di una vera e propria mentalità mafiogena che accomuna il nord al sud. Ma non è un processo che sto aprendo, anzi, è una liberazione. E con questa mia piccola dichiarazione chiudo il discorso a meno che tu non voglia da solo, farti la domanda e trovare una conclusione che sia diversa da quelle ricevute fino ad oggi. Parlandomi degli scopi finanziativi, delle sue reali efficienze e del loro senso etico, ma soprattutto artistico. A chi servono ed a cosa servono?

Lo spettacolo è misurabile, lo si può pesare e valutare, lo si può garantire, è materiale da poter mettere in circolo, può diventare addirittura merce, avere un costo e si può mantenere addirittura da se stesso. E un prodotto. Il teatro no. E puro spirito, è fragile forza che sta fuori e (solo a tratti) dentro di noi. Non basta il tempo di una vita per potersene occupare appieno.

Se le persone che ne tentano la cattura (gli attori) non possono usufruire di uneconomia di sopravvivenza, dovranno occuparsi daltro per vivere, non potranno ricercare, saranno dilettanti (quelli ai quali vengono rimborsate le spese) o amatori (quelli che pagano di tasca) ed il teatro rimarrà nelletere, (dove solitamente risiede) senza più manifestarsi tra noi. Avremo soltanto lo spettacolo (dintrattenimento o impegnato che sia). Tra laltro pare che questo sia il preciso disegno delle istituzioni, dal momento che hanno deciso di finanziare lo spettacolo (grandi numeri e grandi eventi!) e non chi ricerca il teatro (la ricerca non ha a che fare con il linguaggio).

Il Teatro comunque non morirà, perché non può morire, (essendo puro spirito), ma purtroppo noi non ne avremo più esperienza.

Chi sono gli attori?

Persone che svolgono unattività ludico-venatoria.

Chi sono i registi?

Persone che forniscono alibi agli attori che non si assumono responsabilità.

Chi è il pubblico?

Persone. Senza di loro niente teatro.

Qual è lo stato dell’arte oggi?

Dovremmo piuttosto chiederci qual è oggi il nostro stato nei confronti dell’Arte. L’Arte è una delle scoperte più sensazionali che l’essere umano abbia mai fatto. C’è l’Arte e poi c’è chi tenta di attraversarne l’idea. Ecco, diciamo che il divario morale tra Lei e noi in questo momento è incalcolabile. Bisognerebbe studiare, proteggersi dalle persecuzioni del mercato e cercare di vedersi, rispetto all’Arte, per ciò che si è: nullità.

Molti uomini amano l’arte, ma l’Arte ama la consapevolezza che alcuni uomini possiedono. Quando gli uomini perdono la consapevolezza nelle arti, l’Arte si allontana. Di per se non sarebbe un problema se non fosse che allontanandosi toglie il suo peso dal piatto del bene e del bello e così il male vince.

Quando si può definire – uno scritto, un quadro, un dipinto, una scultura, una fotografia, una messa in scena, o qualsiasi altra cosa – arte?

Quando nasce da un conflitto, un attrito, una frattura, una spaccatura. Quando è portatore di drama. Drama è elemento teatrico primario. E elemento trasversale, che può toccare tutte le forme darte e tutti i linguaggi. Credo che senza drama non ci sia arte.

Quali sono stati i tuoi fallimenti ed a cosa ti sono serviti? E cos’è un atto rivoluzionario – o per lo meno – come si rivoluziona la propria vita?

Recitare è fallimento. E utopia pura e dunque sacro fallimento. Ed ogni volta che ci si appresta a realizzare un progetto irrealizzabile si compie un atto rivoluzionario. Recitare è rivoluzionario.

Ringraziandoti ancora per il tempo prezioso che ci hai dedicato, ti lascio con questa citazione veloce da Alessandro Toppi: << Dovremmo ascoltarli di più e meglio – questi teatranti – che ora con un classico reso in brandelli, ora con una drammaturgia nuova, ci stanno raccontando delle sere in cui si ritrovano a contare gli spiccioli, del senso di mortificazione che provano quando si fermano a riflettere sulle condizioni in cui lavorano, delle offese pratiche o morali che subiscono nel tentativo di esercitare un mestiere così necessario, questo mestiere al quale, ieri o anni fa, hanno deciso di votarsi e del cui esercizio non riescono a fare a meno.

Io me le sento tutte – ora, mentre sto provando a scriverne – le loro parole; me le sento tutte al punto da non riuscire a metterle in pagina; me le sento tutte queste parole che mi dicono “guardami, non è un lamento, anzi fanculo il lamento: è invece la nostra esistenza, qui ed ora”. Sì, dovremmo ascoltarli meglio questi teatranti, anche perché tra l’altro – come da sempre capita col teatro – parlando di sé attraverso le parole di altri, in realtà non stanno parlando che di noi. >>

http://morganticlaudio.wix.com/

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