Oscar De Summa

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Oscar de Summa

Ciao Oscar, sono felice del nostro incontro. Come tutti coloro che sono interceduti in questi dialoghi, ti do il benvenuto, iniziando con un sincero ringraziamento e naturalmente, con la domanda – o le domande – di rito.

Oscar De Summa, oltre ad essere: scrittore, poeta, drammaturgo, attore regista .. chi è realmente? Da dove proviene? Qual è la sua storia più intima?

Forse la mia storia più intima è meglio se la mettiamo da parte. Non credo sia il caso di approfondirla…

Sicuramente non provengo direttamente dal teatro. Anzi è una cosa della quale fino ai vent’anni non mi sono mai neanche lontanamente accostato. Sono un chimico. Ho studiamo chimica per il diploma, poi per altri 2 anni di università. Volevo diventare uno scienziato.

Tra le tue produzioni ci sono molti lavori che prendono spunto – se non sbaglio – dalle opere e dai personaggi di Shakespeare, come: “Jago”, “un Otello altro”, “Amleto a pranzo e a cena”, “Riccardo III”.

Qual è il tuo rapporto con i classici? Perché hai deciso di intraprendere progetti di questo tipo, per raccontare quello che essi racchiudono – in una visione più contemporanea – o per raccontare anche altro? E cosa, nello specifico?

Che dire, i classici si chiamano classici proprio perché riescono a contenere tutto, e soprattutto sono al di fuori del tempo lineare e cronologico. Riescono a parlare a tutte le ere e le generazioni, indipendentemente dall’estrazione sociale, culturale. Prendiamo per esempio proprio Shakespeare. Innanzitutto la sua scrittura è stata tramandata solo attraverso i copioni di scena, e già questo la dice lunga sul significato di quelle parole. Poi è un tipo di scrittura la sua che è costituita da molti, moltissimi strati di significato. Si possono comprendere i vari strati in base alle proprie esperienze personali, alla propria cultura, alla propria consapevolezza. E la cosa che stupisce di più però è che sembra che Shakespeare abbia vissuto tutte le esperienze che racconta. Era un genio. Facciamo un esempio pratico. Io chiedo a qualcuno com’è essere innamorati. Questo qualcuno mi risponde che ci si sente degli stupidi, che si ha la testa fra le nuvole, le farfalle nello stomaco, si è come dei bambini imbecilli ed altre cose di questo tipo. Allora io penso: ma allora è una brutta cosa, almeno così sembra dalla descrizione. Ma se ti sei innamorato almeno una volta nella vita sai che non è così. Nel caso di Shakespeare, sembra che lui abbia provato tutto, abbia vissuto tutte le esperienze. Conosce cose che uno può conoscere solo se ha fatto esperienza diretta. Particolari intimi, intrinseci. Man mano che la mia vita procede e che faccio esperienza della vita mi rendo conto che lui parla di cose concrete, vissute. Naturalmente è impossibile che abbia vissuto tutte le vite che racconta. È un genio.

Gli spettacoli, appena elencati, non sono le tue uniche opere, anzi. Altre denotano una ricerca più profonda ed attenta, necessaria. Il tuo recente “stasera sono in vena” – vincitore del premio Cassino Off – e lo spettacolo storico “diario di provincia”.

Quali sono le similitudini tra i due spettacoli e quali le differenze?

Probabilmente questi due spettacoli sono uno lo specchio dell’altro. Ho cominciato con diario di provincia nel desiderio di raccontare e di recuperare il legame con le mie radici, in un momento in cui l’attenzione per il teatro stava scemando per colpa della macchina che tutto ingoia. Sembrava di dover recitare solo per i colleghi, che non esistesse un vero pubblico esterno ai colleghi. Allora mi sono posto la questione della forma e della fruizione deducendo che per arrivare ad un pubblico extra colleghi dovevo cambiare forma, renderla più fruibile. Magari anche comica, anche se solo in parte. Una narrazione divertente, mi sono detto. E così mi sono messo a lavorare sulla cosa che conoscevo di più e cioè la mia vita. C’era qualcosa che ci siamo persi, una certa innocenza, passando dall’adolescenza alla maturità mi chiedevo come avevamo fatto a perdere quella ricchezza che rendeva unici i giorni. E allora mi sono messo a scrivere e ho debuttato. Man mano che andava avanti nelle repliche mi sono accorto che avevo individuato non solo dei caratteri provinciali e personali, ma delle vere e proprie figure archetipi, presenti in ogni paese d’Italia, in ogni quartiere. Ma non solo, ovunque andavo ognuno si riconosceva in queste storie, e questo mi raccontava che in realtà, diversamente da quanto possa millantare la nostra nazione, essa è un accostamento indiscriminato tra comuni con storie diverse e vicine al tempo stesso. Piccoli comuni con una loro mitologia, che soffrono quasi tutti di un senso di inferiorità rispetto gli altri. Ma mentre per diario di provincia il racconto, a parte il finale, e tutto in leggerezza, per stasera sono in vena invece mi sono permesso di andare più in profondità, raccontando anche la parte più buia, il “ the dark side…”, quella più nascosta. Con grande stupore anche in questo caso, di chi vive o ha vissuto in un paese o in un quartiere e ci si riconosce. Riconosce le storie, i dilemmi, la mancanza di possibilità, i muri, i the wall.

Posso individuare che, magari, in diario di provincia, che ha ormai più di 10 anni, ho avuto una certa riluttanza, forse un pudore, di andare in quella parte mia e della nostra società che fa e faceva vergogna. Argomento lungo questo della vergogna imposta e usata dal potere che non mi sembra il caso di affrontare qui.

Parlando dell’ultimo spettacolo, qual è il tuo rapporto con la droga? Che ruolo pensi abbia nella società? Cosa rappresenta? E cosa si dovrebbe fare – sempre che si debba fare qualcosa – per debellare il problema?

Il mio rapporto con la droga è stato sempre molto stretto, fino a circa i vent’anni. E la relazione con questo mondo e la cosa appunto che racconto nello spettacolo. Della droga ci siamo sempre occupati poco e male. Un mio desiderio di conoscere e conoscermi meglio attraverso questa caduta ha fatto sì che iniziassi uno studio serio sull’uso, nel tempo e nello spazio, delle sostanze stupefacenti, sempre usate in virtù di una relazione con mondi altri, mitici, simbolici, rivelanti, ad alterazioni dello stato psichico, cambiamenti della percezione della realtà, che ora possiamo dire con certezza che non è una sola. L’uomo si droga fin dalla notte dei tempi. Abbiamo testimonianze di uso di droghe, soprattutto in ambito religioso, fin dalla Grecia del quinto secolo a.C., e ancor prima, fin dalle tribù sciamaniche. Lo stato alterato della coscienza racconta della possibilità di vivere altri mondi. Ma mentre prima questa relazione è stata sempre gestita in modo diretto e condiviso dalla società, negli anni della civiltà, questa relazione, è stata semplicemente negata e rinchiusa in ambito pregiudiziale. Ma se nelle antiche società esistevano riti che prevedevano l’uso comune, o quantomeno pubblico di una sostanza stupefacente forse non era un caso. Da quando è stata vietata, la droga, è scoppiata letteralmente nel suo uso in ogni strato sociale. Quindi, come dire, di per sé la droga non è un problema. L’interpretazione dell’uso della droga, la finalità dell’uso della droga, il pregiudizio che può essere connesso con essa, questo sì è un problema che crea a cascata tragedie, che crea morte.

Ma il problema non si ferma qui, perché possiamo distinguere nella nostra società un tipo di droga ammessa, legale, peggio ancora statale, e un tipo di droga extra statale, illegale. Ma la cultura dominante è che, a qualunque tipo di disagio, corrisponde un tipo di pillola. Il problema dunque resta culturale. La nostra società incapace di prendersi in carico il rapporto con il disagio umano, con il senso di inadeguatezza, con la morte, sostituisce la propria presenza, il rito, con una qualche forma di droga.

Come vivi la Puglia? Cosa manca alla Puglia?

Letteralmente non vivo la Puglia, e non so esattamente cosa manca alla Puglia. In questo momento va molto di moda ma ciò non si cancella, è che negli anni è stata derubata, depredata, distrutta, raggirata, usata, per fini altri, con la connivenza degli stessi pugliesi. In questo momento il rischio che possa essere spremuta fino all’osso e poi di nuovo abbandonata, è molto alto. So solamente che per avere un’apertura verso il mondo, io, a diciott’anni, sono partito e come me molte altre persone. Alcuni di loro sono anche ritornati, hanno fatto delle buone cose in Puglia, Questo lo posso riconoscere. Ma ho sempre paura delle mode che distruggono.

Come lavori tecnicamente alla scrittura di un testo? Come inizi a scrivere e, come lavori su concetti e parole, che poi faranno parte della drammaturgia?

All’inizio apro semplicemente un campo di indagine, delle cartelle all’interno del quale metto cose che mi interessano, anche se sono scollegate tra di loro, metto cose che mi interessano soprattutto da un punto di vista emotivo o evolutivo. In genere c’è qualcosa che mi va di scoprire, o di sviluppare. Quasi sempre un aspetto di me che voglio conoscere meglio, o che voglio cambiare. In genere parto da questo punto. Poi seguo le sensazioni. Non ho un modo preciso. Certi giorni scrivo, certi giorni provo, certi giorni guardo dei materiali che mi sembra possano dirmi qualcosa e cerco di inserirli dentro il lavoro. Sicuramente studio molto, moltissimo. È’ una cosa che mi piace fare. Anzi a volte, il teatro, è il mezzo con il quale poter studiare certe cose che mi interessano.

E che ruolo dai all’ironia?

È tutto un paradosso. Anzi un misto tra il paradosso e il mistero. Quindi se non avessimo l’ironia come una delle poche cose che ci può salvare saremmo messi male. Io la utilizzo moltissimo, tantissimo, anche in sala prove, quando mi prendo troppo sul serio, cerco di abbassare i toni, o la liricità enfatica e teatrosa con un po’ di sana e santa ironia. A volte ci riesco ed a volte no. Ma ce l’ho sempre molto ben presente.

Qual è il tuo rapporto con la politica? E quanto ed in che modo, le dinamiche politiche, hanno influenzato e modificato il mondo del teatro?

Beh il teatro per me è uno strumento politico. Non può essere di una forma ben definita e uguale per sempre. Per esempio io vengo dal teatro di ricerca. Ma quando mi sono accorto che questa ricerca aveva pochissima influenza sulla realtà, sulla realtà circostante, ho iniziato a cambiare la forma con cui mi esprimevo. Senza però perdere di vista la profondità alla quale volevo viaggiare. Sicuramente è una questione anche di vocazione. Il teatro di ricerca mi piace ancora, lo seguo molto, ma non quando è esclusivamente autoreferenziale. Nel mio percorso ho iniziato a pensare che, prendendo a prestito i meccanismi shakespeariani, se uno si apre in leggerezza all’inizio di uno spettacolo, può entrare in condivisione, col senso di inadeguatezza intrinseco all’umano, verso la fine dello spettacolo. Lungi da me l’idea di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Molto presente invece l’idea che possiamo farci da specchio e in questo modo trovare una via per condividere questa realtà. Da questo punto di vista il teatro è sempre politico. Nel momento in cui due corpi, uno che rappresenta e uno che sostiene, entrano in relazione, la questione è politica. Infatti non credo sia un caso che negli ultimi 20 anni il potere ha cercato sempre di distruggere il teatro, e ancor di più la forma del teatro, spingendo o favorendo certi estetismi o/e certe commercialità.

Oggi – forse come sempre – il settore culturale, ha subito un attacco economico da parte delle istituzione e della sua classe dirigente, creando – più o meno volontariamente – un sistema che classifica in giocatori (o squadre) di serie A e in giocatori (o squadre) di serie B: i vari teatri, le varie compagnie, le varie organizzazioni, le varie produzioni, i vari festival. Naturalmente, tra tutti questi, ci sono anche gli inclassificabili, cioè, coloro che secondo una commissione di giudizio – quasi del tutto clientelare e fintamente imprenditoriale – non entreranno mai a far parte di questo entourage. E naturalmente, ci sono anche coloro, che non né saranno mai interessati e/o non né faranno mai richiesta.

Ma non è soltanto questo il problema. Il problema, come già affrontato nelle interviste con: Annet Hennemam, Marco Dotti, Carlo Cerciello, Alessandro Garzella o Roberto Scappin, è anche la questione del come – sempre che sia possibile – si debba strutturare un eventuale commissione di giudizio e quanto i finanziamenti e le dinamiche partitiche debbano influenzare il lavoro e le scelte di un “artista”. Ma, soprattutto, l’artista – in quanto tale – può far parte di un gioco di corruzione e di compromesso, se è veramente artista? E l’accettazione di questo sistema, non è, un atto distruttivo di ogni senso nobile dell’arte? E cosa, deve modificarsi in questo sistema? E chi deve muovere per primo i propri passi, in favore di un cambiamento? E quanto il soggetto che fino ad oggi, ha usufruito di questi privilegi economici, è complice di questa cancrena?

Parto da quest’ultima affermazione per dire, per affermare anch’io che il “soggetto” fino ad oggi ha usufruito dei privilegi economici ed è complice di questa cancrena. Da questo punto di vista non c’entra l’ambito prettamente teatrale. La questione del trovare una strada alternativa per ottenere soldi, è inserita in ogni aspetto della nostra società, forse per cultura. Siamo una nazione abbastanza giovane che continua a avere l’idea di uno Stato-dominazione, di uno Stato-padrone, con una quasi totale assenza di senso civico. Quindi “mi occupo poco delle cose comuni se non nei termini delle possibilità di sfruttamento”. Il teatro in tutto questo si colloca a margine. Continua a mettere in avanti una certa purezza, un desiderio di libertà, ma sottobanco, come in tutti gli altri lavori, continua a contrattare. E questo rende il mondo del teatro ancora più ipocrita rispetto agli altri mondi. Sembra quasi che la parola soldi non possa essere nominata, che quando uno fa un progetto artistico non debba e non voglia tener presente del ritorno economico del progetto. Ma poi in separata sede è proprio quello che si fa. Un’ipocrisia di fondo che ha mandato all’aria l’intero sistema ed ora, ormai da qualche tempo, si parla esclusivamente di soldi e molto poco della reale relazione attore-spettatore (ormai quasi totalmente assente se non in certi ambiti teatrali).

Come risolvere la questione davvero non riesco nemmeno di immaginarlo, come non riesco a immaginare in che modo si possa giudicare l’arte, o chi possa farlo. Certo che la mancanza totale di un senso di categoria, con tutto ciò che comporta nella difesa di diritti e doveri, fa si che non vi sia un fronte comune di riflessione. Continuo a sperare che si crei un’idea del teatro innanzitutto come lavoro. Un lavoro come tutti gli altri, che ha regole precise.

La questione di questo acquitrino fangoso, non finisce, né qui, né in altre sedi. Però prosegue e passa di testa in testa, fino, a coinvolgere tutti gli attori.

Quanto i cattivi rapporti – in certi casi inesistenti – tra artisti, teatranti e addetti ai lavori, hanno influenzato il buon andamento del teatro all’interno della nostra società? E qual è il suo attuale rapporto con essa?

Credo di aver dato indicazioni nella risposta precedente di quanto questi cattivi rapporti abbiano influenzato il teatro. Aggiungo che abbiamo perso il fuoco della situazione. Il punto di riferimento, un obiettivo finale, che è il pubblico. Il teatro è un servizio. Una risposta dinamica ai problemi dell’uomo e della società in cui vive, una riflessione comune, un atto demiurgico e sciamanico, che serve ad abbassare la tensione dell’intera società relativa a tutto ciò che di tragico può succedere all’uomo. Ma questo l’attore non lo fa per se, l’operatore non lo fa per se, il teatrante non deve farlo per se. È funzione.

Quali sono oggi – per conoscenza diretta – i festival o i teatri o le associazioni o le fondazioni che mettono in atto le “Buone Pratiche del Teatro”? E quali, le differenze, da quelle di stampo tradizionale o comunque non innovativo? Ma soprattutto, quale significato dai al termine innovazione?

Non voglio rispondere a questa domanda perché non sono capace.

Qual è per te un atto rivoluzionario e che significato ha assunto oggi il termine rivoluzione?

In questo momento, come dicevo prima, la rivoluzione è semplicemente quell’incontro disarmato, senza protezioni, tra attore spettatore. Non c’è niente di più rivoluzionario di questa resa, di questo incontro. Se fossimo capaci come teatranti a metterci in quella condizione, addirittura gandhiana, di abbassamento delle difese, succederebbero grandi cose. Questa è la rivoluzione umana interiore possibile.

Oggi, grazie alla disgregazione di ogni filosofia, di ogni credo e di ogni virtù, sembra che avere dei processi sopra le spalle, sia diventato un pregio – ed in certi casi – una formazione professionale da sfoggiare con orgoglio nel proprio curriculum vitae. Naturalmente chi è soggetto a queste dinamiche, di anni di carcere se n’è fatti ben pochi, anzi, all’onor del vero, dopo che si è smantellato la giurisdizione italiana molti dei processi più importanti sono andati in prescrizione. Ma non è di legge che voglio parlare, ma di carcere. Quanto, questo, secondo la tua visione, mantiene le promesse fatte, e cioè quelle di rieducazione e quanto invece, si appoggia quasi esclusivamente a quelle di repressione?

È facile constatare che davvero non c’è nessuna forma di rieducazione all’interno del carcere. Non è implicito in nessuno degli atti formali o sostanziali. Pochi e sporadici matti che hanno deciso di lavorare con questa tipologia di esseri umani hanno dato grandi risultati, proprio rimanendo in quel desiderio di rendere condiviso quel senso di inadeguatezza che appartiene a tutti gli esseri umani. Secondo me tutte le questioni partono da lì, da questa incapacità di gestire questo malessere implicito. Non credo che sia una vera e propria formula per risolvere il problema, ma la condivisione, sapere che questo è di tutti, può portare verso nuovi inesplorati orizzonti.

Cosa pensi del processo fisico, ma soprattutto mediatico, intorno alla questione No Tav ed Erri De Luca? E perché, in Italia, un personaggio famoso o comunque un intellettuale e scrittore stimato, smuove più pubblico che oltre venti anni di lotte portate avanti dai cittadini della val Susa? Cosa fa rischiare – a livello etico, morale e sociale – questa divisione netta tra le due entità? E quanto è in risalto la questione censura e quanto, la questione e l’accusa verso le istituzioni, di: scempio ambientale, corruzione, infiltrazioni mafiose e spreco economico delle grandi opere pubbliche?

Ogni volta che reputiamo vero quello che ci suggerisce la televisione, i tentacoli della televisione, che ormai arrivano fino alla rete, naturalmente siamo perdenti. Per capire cosa succede ai no-Tav bisognerebbe avere un rapporto diretto con i no-Tav. Non credo ci sia altra forma per salvarsi da una manipolazione costante verso un sistema di dominazione e depressione.

L’anno scorso ho conosciuto a Castiglioncello alcuni no-Tav che sono venuti al festival invitati al premio Straniero. Ascoltandoli ho potuto constatare come, ha detto uno di loro, che stiamo facendo la stessa guerra. Si tratta di togliersi dal fuoco, da quell’essere o vittima o carnefice, credendo che non ci siano ulteriori posizioni all’interno di questo scenario.

La cosa che mi aveva più di tutto scioccato parlando con loro era che quasi tutti ringraziavano la Tav perché questa lotta comune aveva fatto sì che una comunità completamente isolata, dispersa, in nessun modo in relazione tra di loro, assorbita dalla noia della vita, ha fatto sì che si riscoprisse comunità viva capace di organizzare gestire e dirigere la propria vita e la vita dell’intera comunità stessa. Ci sono fior fiori di professionisti che studiano le deformazioni compiute intorno alla Val di Susa e lo spiegano a tutti. Questa è una comunità. Il teatro dovrebbe esserlo. Per definizione. Non è facile saltarci fuori, non è facile individuare qual è la cosa migliore da fare, ma non possiamo esimerci dal provarci.

Cosa ne pensi dell’utilizzo che se ne fa oggi dell’articolo 285 del codice penale, e cioè, di quella legge che punisce con pene fino a quindici anni di carcere per devastazione e saccheggio – utilizzate nell’ultimo ventennio e forse più – per indebolire e punire tutti i movimenti politici che partono da iniziative popolari?

Ogni tempo ha il suo strumento di potere. È’ proprio quello che racconto dentro stasera sono in vena. La tesi venuta fuori dopo qualche anno di studio è che improvvisamente sul mercato sono arrivate tonnellate di eroina che hanno annientato totalmente almeno due generazioni di ragazzi. Questo tipo di droga arrivava subito dopo gli anni 70, cioè gli anni della partecipazione giovanile. Non credo sia un caso. Anzi per definizione non lo è. Si tratta ancora una volta della consapevolezza. Crearsi e creare consapevolezza permette di cambiare le cose. Ma il problema però non è solo dell’Italia, il problema è mondiale in questo momento. L’epoca della globalizzazione ha fatto sì che i potenti della terra, con molti più strumenti di noi, abbiano una capacità di confronto e scambio di informazioni mai avuta prima, che permette di adottare e scambiare a vicenda tutte le tecniche che possono smagnetizzare il cervello, ma soprattutto il cuore.

Se dovessi elencare tre cose che ti rappresentano oggi – tra le quali una musica o una canzona – cosa elencheresti?

Il viaggio. Zaino in spalla e camminare. In quella condizione mi sembra che il corpo, la mente e cuore ritrovino un’unità, un ritmo naturale ed organico. Camminare è un’azione dell’uomo.

E se ti chiedessi di fare la stessa cosa per lo stato attuale della nostra nazione, cosa mi diresti?

Povera patria / Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame che non sa cos’è il pudore, / si credono potenti e gli va bene / quello che fanno e tutto gli appartiene / Non cambierà / Non cambierà / forse cambierà…

È una canzone di Franco Battiato.

Ringraziandoti ancora per il tuo intervento, ti saluto sinceramente con una serie di domande a cui non cerco risposte, ma solo intime riflessioni: << Come può l’immagine di un soldato ferito, essere più agghiacciante di migliaia di bambini tumefatti, storpi, lacerati, stuprati, uccisi? Come può l’immagine di un soldato ferito essere più agghiacciante di milioni di profughi costretti a fuggire dalle loro terre per vivere: nei campi profughi, nella diaspora, nella perdita totale delle loro identità e delle loro famiglie? Come può l’immagine di un soldato ferito essere più agghiacciante di tutti quei corpi stesi a terra, capovolti e resi illeggibili, galleggianti nei nostri mari come boe che segnano un confine per quegli osservatori che credono di non essere coinvolti? Come non può passarci dalla mente, il pensiero che tutto questo un giorno possa accadere anche a noi .. nella totale normalità .. nell’indifferenza degli altri .. nell’abitudine più brutale e meschina? Come non può essere raccapricciante l’idea che non esista una vera e propria pace, ma solo un mercato delle morti e della guerra, che rende tutto il mondo, un paese di disonesti e di assassini? Come possiamo regalare tutto questo a quelli che verranno dopo di noi? Come non possiamo avere piĕtas di fronte ai milioni di sguardi che piano piano si perdono tra le nostre comodità? Come possiamo tutto questo essere chiamato: civiltà, futuro, evoluzione? Come possiamo? >>

http://www.oscardesumma.it

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