Massimo Schiavoni

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Massimo Schiavoni

Ciao Massimo, sono felice che anche tu sia approdano a questo nostro folle gesto. Dandoti il benvenuto e ringraziandoti di questo, così, come succede sempre, ti lancio le prime domande di rito.

Qual è la storia di Massimo Schiavoni? Quali le sue origini? Quali i suoi ricordi di più intima formazione?

Intanto ti ringrazio per avermi incluso nel tuo gesto. Di solito le domande le pongo io, ma per questa volta farò un’eccezione, molto gradita, e cercherò di aprirmi.

La mia storia inizia da Polverigi, paesino delle colline marchigiane che gli addetti ai lavori conosceranno per il Festival, dove ho imparato a guardare, osservare, sperare anche. Da qui il passo verso l’arte in tutte le sue forme è breve: studi artistici e Accademia di Belle Arti per essere me stesso e sfogarmi, creare senza sapere quale fosse davvero la mia indole.

Poi la vita chiede il conto e mi sono specializzato nell’insegnamento scolastico con abilitazioni, master e specializzazioni universitarie: molti soldi spesi e precariato fino a 40 anni. Ricordo con affetto però gli anni dell’occupazione all’Istituto d’Arte di Ancona, i viaggi a Porto San Giorgio per le lezioni al Liceo Artistico, i lavori all’Accademia di Belle Arti, le Università ad Argenta e la Cà Foscari, i primi amori, le prime depressioni. Poi mi sono chiuso in me stesso e solo adesso capisco che alle persone bisogna dire ti voglio bene quando sono ancora in vita.

Diciamo che sono un artista in fondo, che però avendo un po’ capito gli andazzi italiani (soprattutto della provincia) ho voluto (e dovuto) planare dall’altra parte del palco, per capire, per valutare e spingere persone veramente meritevoli dove meritano.

Un altro ricordo è la balbuzie, condizione che mi ha tirato brutti scherzi, e ancora oggi non mi permette di essere me stesso: per fortuna c’è la scrittura.

Tu per primo, ti definisci “Arteologo del contemporaneo”. Perché? E cosa svela questa tua definizione?

Questa definizione è nata per caso, anzi una bella persona me l’ha affibbiata a Santarcangelo. È un’etichetta, un nome in codice, un sunto del mio essere e fare. Non mi piace essere messo nel brodo dei critici, dei giornalisti, dei docenti o insegnanti. Questa definizione mi appartiene, innalza i miei studi e le mie ricerche fino ad ora. Mi piace anche ricordare una frase che mi scrisse Wanda Moretti in una mia intervista definendomi come una persona che si occupa di arte a 360 gradi. E questo mi piace. Questo è quello che dovrebbe fare un “critico”, una persona esperta. Arteologo è tutto e niente, ma quando è tutto vale il doppio.

Penso che il nostro “lavoro” vada a scardinare gli angoli più lontani di qualsiasi disciplina e materia, non si può improvvisare, non si può scrivere quello che si vede e basta, punto.

Come hai deciso di dedicarti alla critica e allo studio delle arti sceniche e performative?

Ho iniziato come artista. Crescendo a Polverigi è normale entrare in contatto con una miriade di suoni e visioni e incontrare gente da tutto il mondo. Si finisce con l’appartenere a qualcosa che ti rende vivo, a qualcosa che aspetti tutto l’anno. Forse è il gusto di quel Festival che mi sono portato dietro fino ad oggi. Fin dagli anni Ottanta ho respirato un’aria pulita, dove uomini del calibro di Sergio Bini, Augusto Boal, Alberto Vidal o Giorgio Barberio Corsetti sono oggi rarissimi e le prime apparizioni dei Magazzini Criminali, Raffaello Sanzio, Valdoca, Jan Fabre e Falso Movimento rimangono impresse nella memoria più profonda.

Quest’ambiente forse ha dato il là, poi il resto l’ha plasmato la mia voglia di essere artista (mi sono espresso ad alti livelli con il digitale quando era merce ancora rara con le mie videoperformance: La File de Cortometrajes, ULFF, Filmets, EUROSHORT, International Panorama of Independent Filmakers of Film e Video) ma anche il senso di non essere capito o stimato in Italia.

Ha seguito un periodo nero, dove la scrittura era l’unico modo che avevo per scolpire le mie emozioni e i miei umori. Da qui alla “critica” il passo è breve se hai anni di studi in materia e una coscienza onesta. Ho deciso di dedicarmi a questo, non so se ho fatto bene o meno, sicuramente mi ha servito e ho servito a qualcuno.

Fin dagli anni ’80 hai scritto e seguito molte delle nuove generazioni del teatro, della danza e delle arti performative in genere. Così, come li hai visti nascere, alcuni di loro, li hai visti raggiungere il “successo”, altri, li hai visti scomparire. Quale pensi siano le difficoltà di oggi nel portare avanti un proprio percorso artistico e quali i limiti?

A volte mi sono sentito parte di un progetto, parte integrante di un lavoro artistico, di una performance. Entrare in contatto con artisti vuol dire non solo capire il percorso artistico e le scelte estetiche, ma soprattutto capire l’individuo, la persona, e trovare ganci e ispirazioni altre. Per questo per me sono importanti i rapporti umani che vengono instaurati. A volte mi hanno dato tanto, altre volte mi sono sentito usato, altre ancora non ho saputo mantenere la fiducia. Tutto questo fa parte del gioco.

Bisogna aprire un mondo a chi legge le recensioni, bisogna stuzzicarli e – anche se non sono dentro questo mondo – cercare la chiave perché siano protagonisti anche loro. Un pretesto, una citazione o un nome. La recensione deve essere un’opera anche lei.

Per restare nel contemporaneo della generazione 2005-2015 ho visto “nascere” per citarne alcuni Cosmesi, Babilonia Teatri, Sonia Brunelli, Teatro Sotterraneo, Corpicrudi, Sciarroni, Francesca Pennini, Pathosformel, Francesca Proia o Teatro Deluxe. Tutti mi hanno dato molto. Persone prima che artisti.

Molti altri sono stati “vittime” delle mie recensioni, altri delle mie citazioni o valutazioni. Con alcuni mi sento tuttora, con altri invece no. Normale amministrazione.

Penso con tutta sincerità che oggi in Italia la difficoltà sia – al di là dell’essere bravi e meritevoli – riuscire a non essere trasparenti. Riuscire a mostrare il proprio lavoro, riuscire a non essere vittime di prepotenze o patteggiamenti, riuscire a staccarsi dalla mediocrità di molti Festival e rassegne. Si può portare avanti il proprio lavoro tranquillamente se ci si crede, ma poi quando si vuole entrare nel giro che conta come ci si deve muovere? E poi quale sarebbe questo mondo privilegiato mi chiedo?

Penso che un’altra difficoltà sia quella economica nel momento in cui un’artista non viene retribuito per il proprio lavoro, o almeno un minimo di rimborso spese. Penso che oggi non ci sia posto, purtroppo, per un “teatro povero”.

Ancora penso alla difficoltà di non trovare referenti, direttori o critici che valorizzano la meritocrazia. Poi alla difficoltà (utopia) di poter fare solo questo lavoro e viverci serenamente.

Non siamo in Belgio, Francia o America meridionale.

Troppe volte, l’Italia, non è un paese per Artisti veri.

Cosa intendi con “riuscire a non essere trasparenti”?

Vuol dire riuscire a mettere in scena il proprio lavoro dinanzi un pubblico più o meno numeroso. Essere considerati artisti e non qualcuno che fa beneficenza. Non bussare sempre a porte semichiuse ma essere intravisti e supportati. Rispondere ad un telefono dove finalmente c’è un piano strategico, un’opportunità, uno straccio di contratto.

Chi sono i direttori artistici e quale dovrebbe essere il loro scopo, oltre alle programmazioni teatrali?

Come in tutti i lavori ci sono direttori artistici giusti e meno giusti. Onesti e meno onesti. Per richiamare pubblico ci vuole il top. È un serpente che si morde la coda. Se non c’è lo spettacolo di richiamo non c’è pubblico (e stampa) molto spesso. Questo perché il fruitore va dove c’è il noto; troppo poche persone, penso, vanno in sala per puro piacere personale senza essere prevenute.

Non conosco nel dettaglio cosa ci sia dietro le scelte di un direttore artistico e il proprio lavoro, però ha una grande responsabilità e un’opportunità che non deve essere un boomerang. È privilegiato, e molte volte forse non se ne rende conto.

Nei maggiori Festival italiani, che non sto a elencare, abbiamo oramai da dieci anni quasi sempre gli stessi artisti che si scambiano il posto. E finito un Festival vado al successivo che è un copia-incolla. Non sto dicendo che la qualità sia scarsa, anzi. Ci vorrebbe però un pochino di coraggio ed investimento nel nuovo: questo lo si vede nei circuiti indipendenti che da Milano a Palermo invadono la penisola. E gli organizzatori sono anche loro direttori artistici con meno budget, ma forse, con più voglia e più felicità in quello che fanno. Potrei elencare una miriade di Festival innovativi e soprattutto meritocratici, sintomo di nuova linfa e nuovo fermento di chi non ci sta più. Però come scriverò più avanti, anche qui non è la quantità che conta ma la qualità.

Il vero scopo, oltre la programmazione, è quello di farci scegliere dinanzi ad un’offerta il più coerente e ampia possibile, dove anche se qualche volta viene meno la notorietà dell’artista, salti agli occhi il coraggio, l’onestà e la cooperazione fra domanda e offerta. Il direttore artistico deve vedere tutto dal vivo, essere curioso, muoversi e capire, sperimentare e sbagliare; deve essere un legante, un padre, una madre. Deve saper vedere lontano. Può dare opportunità e un futuro a molte persone. Buon lavoro dunque.

Nell’epoca dei Talent Show, sembra che la scoperta di nuove voci o di nuovi corpi o di nuovi scrittori o di nuove estetiche o di nuovi gruppi o di nuovi singoli o di nuovi linguaggi, siano più interessanti del percorso che gli stessi soggetti faranno in un prossimo futuro. Forse, tutta questa bramosia di novità, in un mondo dove tutto è già stato inventato e ripetuto, brucia agli albori gli artisti del domani. Naturalmente, non parlo esclusivamente della televisione, una cosa simile avviene anche nel teatro (vedi premi e festival).

Come individui un talento? Cosa ti colpisce in esso? E dove pensi che ci porterà questo vizio degenerativo del considerare l’arte e gli artisti, un bene di consumo?

Bella domanda. Non sono un talent scout. Non mi ha mai interessato cercare talenti. Mi interessa la storia che c’è dietro un artista, un lavoro, un teatro. Non posso decidere chi avrà o meno notorietà o chi dovrebbe essere radiato.

Parto dal presupposto che tutti dovrebbero fare arte se è un bisogno e una passione. Per questo non amo i critici e le critiche anche se costruttive. Non sono nessuno per permettermi di giudicare. Ma molte persone si credono onnipotenti. Per questo non mi piace mettermi in mostra, buttarmi nella mischia, fare conferenze o presentazioni. Rifuggo da tutto quello che è apparenza e ambizione. E rifuggo anche da artisti che presentano questo profilo.

Il talento si vede subito, ma deve essere ben assistito. Se devo dire una cosa che mi colpisce è la profondità. Oramai siamo tutti beni di consumo. Vedo intorno a me poco sacrificio, idee veloci, esteriorità. Ci vuole studio, umiltà, curiosità.

Oggi non c’è più tempo. La velocità ci inghiottirà. Non si “perde” più tempo a giocare a nascondino per la strada.

Qual è il tuo concetto di innovazione?

L’innovazione non esiste. Si possono fare nuove scoperte visive ma lo spettacolo non è l’European University Institute.

Cos’è per te la poesia? Dove la trovi oggi? E chi sono i poeti?

La poesia è tutto ciò che fa emozionare, pensare, riflettere. Per me è una giornata di sole o una carezza a mia madre. La si trova quando meno te l’aspetti nei posti a volte dimenticati. I poeti invece, quasi sempre, non sanno di esserlo.

La possibilità del non sapere di essere un poeta, la si potrebbe estendere ai teatranti, in quanto artisti? E qual è la differenza tra le due entità?

Nell’immaginario collettivo chi più di un artista è poeta?

Spesso però sotto l’appellativo di artista c’è chi si crogiola e chi già si sente un poeta indipendentemente da quello che svolge. I migliori artisti non sono artisti nel senso lato della parola, ma sono poeti non sapendolo. Vivono dentro la propria vita e non si accorgono quasi del mondo esteriore. Ce ne sono rimasti pochi.

Non tutti gli artisti sono poeti e viceversa dunque.

Io nel mio mondo e nel mio universo contemporaneo, malgrado tutto, incontro saltuariamente ma con grande piacere prima grandi poeti che sono anche artisti, teatranti appunto.

Cosa è cambiato dal critico di ieri al critico di oggi? Quali le differenze che percepisci? E quali dovrebbero essere le linee guida per il futuro?

Oggi siamo tutti critici mi sembra. Ci sono persone che su internet recensiscono spettacoli definendosi con questo appellativo; alle tavole rotonde giovani sbarbati freschi di laurea dettano leggi e regole. Altri fanno corsi per insegnare a vedere uno spettacolo ad un pubblico che secondo loro è analfabeta e obsoleto. Mi sembra che vogliono avere la stessa “notorietà” degli artisti. Si stanno facendo largo e vogliono essere parte integrante di Festival e rassegne.

Io come ho già detto sono un atipico. A volte mi chiedo se il teatro e la danza in generale sono al pari delle arti visive come pittura e scultura, per quale motivo bisogna educare il pubblico? Significherebbe considerarlo di serie B, come le arti dello spettacolo.

Secondo me la figura del critico dovrebbe fare un salto di qualità. C’è troppa confusione e troppa promiscuità che omogeneizza. Un corso di laurea, un dottorato o un Master bastano per definirsi tali? Scrivere per un sito web, per una rivista o pubblicare libri di genere mi danno liberamente questa qualifica? E l’esperienza sul campo, l’abitudine alla visione o l’innata sensibilità contano ancora qualcosa?

Dal 2015 sei responsabile del corso di Arti e Danzamovimento presso il Centro Studi Danza Ludart di Recanati (AN) rivolto alle persone diversamente abili. Penso, sia un esperienza molto interessante. Sono cresciuto con uno zio down – mi ha insegnato molte cose –, uno dei miei migliori amici era down – amavo sentire le sue poesie sulle salsicce –, ho insegnato nelle scuole d’arte dove l’affluenza dei diversamente abili è numerosa – ero io lo studente –, ho lavorato con Julie Ann Anzilotti per circa 10 anni con gruppi di diversamente abili attraverso il TeatroDanza, ed in un certo senso, mi sono sempre sentito a mio agio, mi sono sempre sentito come loro. Penso, siano quella parte sensibile che noi normodotati, molte volte, accantoniamo per l’ovvietà ed il senso malato che abbiamo del concetto di normalità.

Come sei arrivato a questo ruolo o cosa ti ha spinto ad assumerlo? E qual è – anche se breve o molto recente – la tua esperienza? Quali le tue riflessioni? Quale – in questo senso – il tuo percorso formativo ed umano?

È un’esperienza che ho intrapreso da poco tempo. Con i diversamente abili però ho un rapporto da molti anni insegnando anche sostegno a scuola. Ho voluto provare per sperimentare le mie conoscenze e i miei studi sul campo; è andata bene e sono contento di poter svolgere questo ruolo. Mi arricchisce molto. Mi sento a mio agio con loro, sono parte di loro e questo mi rende una persona migliore, credo. Ci sono tanti ragazzi che hanno bisogno di questo percorso, devono muoversi e creare, devono sfogarsi e cantare, devono danzare e recitare, mimare. Vedo che li fa stare bene. Chi ha la possibilità deve assolutamente intraprendere un percorso di arte e movimento in tutte le sue diverse peculiarità. Ancora devo imparare molto, ma l’importante è lavorare con passione e cuore.

Chi sono stati i tuoi maestri e come hanno influenzato la tua vita e la tua percezione del mondo?

I maestri li ho riconosciuti tali dopo tempo.

Purtroppo sono vicini a noi quando non siamo pronti a succhiare il loro midollo. Quando pensiamo ad altro e non li conosciamo per quello che sono. Ora posso dire di averne avuti molti, di vita però. Mi piace fare un elenco di nomi, loro si riconosceranno: Alvaro, Michele, Franca, Nicoletta, Barbara, Massimo, Franco, Luisa, Guido, Anna, Euro, Tiziana, Elena e Diego.

Come vedi il Fus e le scelte amministrative sulla divisione dei soldi pubblici e sui suoi destinatari? Va tutto bene? Va tutto male? Dovremmo fare solo qualche piccolo cambiamento o stravolgere tutto? E come, secondo te, andrebbero gestiti i finanziamenti e quali dovrebbero essere i criteri di selezione?

Lo vedo male, anzi, non lo vedo per niente. Sorvoliamo e speriamo in un mondo migliore.

Da molti anni si parla di costruire una rete comune, molte volte però, ho la sensazione che in questa piccola rete o in queste piccole reti – più o meno costruite con criterio – si riformulino, quei meccanismi che esistono già nei grandi circuiti teatrali. Penso, onestamente, che ci sia il rischio non solo di precludere altre piccole realtà o compagnie che comunque svolgono il loro mestiere ad arte, ma si favorisca – anche se indirettamente o senza una volontaria malizia – di passare dallo scambio di favori ad una sorta di clientelismo piccolo borghese. Certo, il teatro è della borghesia o almeno nella sua forma più estesa, ma come può allargare il suo pubblico e la sua varietà se si creano delle discriminanti, dove, la selezione più o meno trasparente delle cose, passa da una sorta di élite che richiude la sua tavolozza di colori nel monocromatico o nella stessa sfumatura tonale? Come ed in che modo, dovremmo stare attenti a non rifare gli stessi errori? E dov’è il limite o la differenza tra il micro ed il macro, se entrambe vertono su una stabilità e su un senso effimero di certezza, che non preclude il dubbio ed il rischio?

Hai scritto tutto tu. Da anni cerco di creare una rete, inutilmente. Ho scritto libri dove ho messo in risalto e in evidenza artisti e compagnie italiane facendo leva sulla reciproca lealtà e il sentimento di appartenenza. Tutto buono e tutto giusto. Ho voluto fare da legante. Quando però si torna a casa si pensa al proprio giardino, ai propri interessi e al proprio destino. Anche qui è una guerra fra poveri. Al di fuori sembrano tutti responsabili e uniti, accomunati dagli stessi valori, poi in realtà esiste anche invidia, gelosia e a volte sporca competizione. Ecco allora che si creano favoritismi e diverse reti. Non c’è una rete comune, non ci può essere, gli interessi sono troppo alti.

Alcune persone si credono superiori, arrivate o migliori. Ti lasciano fuori dal gruppo perché non sei abbastanza conosciuto, non sei simpatico o scrivi quello che pensi. Dai fastidio.

Io ho sempre valorizzato e puntato sull’onestà intellettuale. Come ho detto rifuggo dai riflettori, ma vorrei tanto che ci fosse più umiltà e gratitudine.

Come fruitore ed osservatore diretto, cosa recrimini ai festival di oggi e quali pensi siano – al contrario – i loro traguardi ed i loro successi?

Il Festival è sempre un ottimo traguardo. Oggi ce ne sono molti come ho già detto, indipendenti o meno. Sono contento di questo fermento. Ma c’è il rovescio della medaglia. Facciamo attenzione alla qualità per favore. Faccio degli esempi che valgono per alcune realtà che ho conosciuto da vicino.

Molti Festival pensano e mirano a mostrare di essere efficienti, piuttosto che esserlo. Preparano con accuratezza siti web o social network dell’evento, ma c’è una mancanza assoluta di attenzione per l’ospite/artista invitato. Non c’è abbastanza rispetto e considerazione. Manca il rapporto umano e l’arte dell’invito. Ci s’improvvisa organizzatori/direttori artistici e l’apparenza dilaga.

Di recente sono stato invitato ad un Festival del nord Italia che sembrava essere un evento importante, ben organizzato e strutturato. Sono tornato a casa deluso e incazzato. Non parlo tanto del problema del pubblico assente che non è facilmente prevedibile, quanto della totale mancanza di accorgimenti organizzativi e supporto ai partecipanti. Prima di tutto è doveroso dare un minimo di rimborso spese (che gli artisti molto spesso neanche ricevono sentendosi dire questo Festival ti farà Curriculum) a chi affronta un lungo viaggio; secondo la location dovrebbe essere all’altezza e minimamente attrezzata per quanto riguarda l’aspetto tecnico e multimediale, compreso un tecnico specializzato. Così come dovrebbe essere assicurata un minimo di pulizia per eventuali soggiorni. Molti altri fatti li lascio tacere ma davvero c’è bisogno di fermarci un attimo e riflettere se ancora certe manifestazioni servono o meno. Un’altra cosa che mi da fastidio è che non esiste più un pubblico che paga il biglietto nel vero senso della parola; artisti invitati, professori, conoscenti, addetti stampa/critici e familiari.

Quanto pensi che un artista o un intellettuale si debbano occupare della società e del senso nobile della politica?

Gli artisti o gli intellettuali, secondo me, non sono politici o diplomatici. Possono far sapere la propria opinione, schierarsi, incazzarsi, consigliare o denunciare. Ma più si tengono fuori dai poteri e dai mali della società meglio è. Lo considero un grande artista chi riesce a far sognare e nello stesso tempo a far riflettere senza essere Superman.

Nonostante sia d’accordo con quello che dici, penso che nessuno possa escludersi dai mali della società, perché essi ci inondano nel quotidiano, al di là dei nostri interessi effettivi. D’altro canto e in sincera verità, penso siano molto pochi quelli che esprimono un proprio pensiero sulla società e sulla nostra nazione. Molti di noi pensano solo al teatrino e alla seggiolina e questo, è un grande problema. Non vorrei che in questo disinteresse, il morbo si fosse esteso a tutti, evitando così di vivere i grandi movimenti della storia, sia artistici (estinti) sia sociali (decadenti). Ma, probabilmente, non è questa né la sede né il tempo giusto, per azzardare.

Prima di passare ai saluti ti faccio l’ultima domanda, probabilmente retorica. Cos’è per te, un atto rivoluzionario?

Questa parola va di moda nel mondo dello spettacolo. Come se dovessimo fare atti rivoluzionari in ogni momento e ad ogni performance. Un atto rivoluzionario sarebbe, per esempio, riuscire a farsi la barba senza che un cazzo di telefonino squilli. Oppure riuscire ad andare da Ancona a Milano senza spendere 60 euro di treno.

L’arte costa, e questo la rende d’élite.

Bisognerebbe fare un atto per permettere a tutti di esprimersi ed andare avanti se hanno capacità. Prima di parlare di rivoluzione però, pensiamo all’amore.

Infine grazie a te Luca che ami quello che fai.

Ringraziandoti io, per la tua sensibile predisposizione al dialogo e allo scambio ti lascio con un frammento di uno dei libri che sto leggendo in questi giorni. “Manoscritto di un prigioniero” di Carlo Bini, pubblicato da Sellerio editore Palermo: << La città è seminata di gruppi, e per mezza giornata non fanno più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: precisamente come quando segue l’eclisse del Sole. Un signore in prigione pare alla plebe impossibile. La plebe, che, somma fatta, in capo all’anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta, è inutile, non se ne persuade, perché non ce ne vede mai dei signori, o così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per sé; e se v’entra qualcuno che non sia de’ suoi, è un fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. Tanta è la potenza dell’uso. La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine, e anche di porpora; crede che la colpa vada solamente vestita ci cenci, scalza, e col capo ignudo. E sì che tutto il giorno ha in bocca un proverbio pieno di verità che dice: L’abito non fa il monaco. Non giova: quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la mente non l’accorda. La plebe crede pur troppo nell’abito, e cotesta persuasione oggimai s’è ossificata con lei. >>

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