Beppe Casales

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Beppe Casales

Ciao Beppe, oramai sono molto anni che seguo il tuo lavoro. Tu come noi, fai teatro ovunque. Sono felice tu abbia deciso di montare su questa carovana. Così, come succede con tutti, vorrei tu mi raccontassi – per quanto possibile – chi sei e quali sono le tue origini.

Sono un attore. Ma sono anche un autore. Negli ultimi anni, soprattutto, mi sono reso conto che non riesco quasi più a scindere questi due mestieri. Ho iniziato a lavorare come attore a Padova, nella compagnia Abracalam, da quando avevo diciotto anni. Lì la mia formazione è andata di pari passo col lavoro su palco. Poi ci sono stati due momenti fondamentali: ho deciso di provare a scrivere il mio primo monologo, iniziando la mia carriera di narratore, e ho fatto parte del cast de “Il lavoro rende liberi”, uno spettacolo con la regia di Toni Servillo.

Oltre ad essere un attore ed un regista, sei anche un drammaturgo. Come decidi che un determinato tema entrerà a far parte di una tua pièce? Come lavori sul materiale di ricerca e sulle fonti? E quali sono i passaggi che trasformano tutto questo, nel testo definitivo?

È molto strano. Mi capita come di non essere realmente io a decidere quale sarà la mia prossima storia. È come se le storie mettessero sui miei passi degli indizi che devo decifrare. Senza quasi accorgermi mi trovo davanti la storia che voglio raccontare, e mi ritrovo già follemente innamorato di lei.

E poi ci sono storie diverse. Con “Salud”, “La spremuta” e “L’albero storto” il lavoro di studio e documentazione è stato fondamentale. Sono partito dai fatti per poi costruire un percorso per lo spettatore. Io stesso scopro, mentre studio, delle strade che prima non avevo nemmeno sognato di intraprendere. In altre storie invece, come “Appunti per la rivoluzione” e quella che sto scrivendo ora, non mi riferisco a fatti precisi. In questi casi la mia immaginazione detta il percorso. E devo dire che preferisco di gran lunga questo tipo di storie, dove la mia libertà è totale.

Un unicum rispetto alle storie che ho scritto è “Storia di Alfredo”. È il mio primo testo con dei personaggi e non è ancora andato in scena. Con “Storia di Alfredo” ho dovuto quasi imparare un nuovo linguaggio, perché la drammaturgia impone delle regole che la narrazione non necessariamente ha. È stata una sfida straordinaria. E l’esperimento si ripeterà sicuramente.

Uno dei tuoi spettacoli più conosciuti è “La Spremuta”. Un progetto che prende spunto dalle vicende di Rosarno e che parla di immigrazioni, di clandestini, di lavoro nero, di sfruttamento, di schiavitù, di mafia ma anche di ribellione e di umanità. Ma ancora oggi, forse più di ieri, la caccia al nero e la paura degli stranieri – che sembra aver invaso la testa degli italiani – è sempre più tangibile e diffusa.

Per ricordare a noi stessi, quali siano le motivazioni di un immigrazione forzata o obbligata, non c’è bisogno di parlare della fine dell’ottocento o del periodo buio delle due guerre, ci si può fermare all’oggi, parlando delle migliaia di italiani che tutt’ora escono dalla nostra nazione, per gli stessi motivi. Però, domande scontate, mi escono ugualmente fuori.

Cosa pensi sia cambiato da quei giorni ad oggi? E quali pensi siano le vere motivazioni che spingono gli italiani a cadere in questo gioco malato della discriminazione? E perché – in questo caso – sembra così difficile parlare di responsabilità: mafia, Stato, interesse privato? Ed escludendo chi fugge dalla guerra, quali sono secondo te le differenze tra un Europeo che emigra in Australia o negli Stati Uniti e un Africano o un Arabo o un Asiatico che vengono in quella che è stata presentata loro, come una terra civilizzata e ricca?

Mi scuserai se non risponderò puntualmente alle domande che mi hai fatto, ma mi trovo più a mio agio a risponderti così: io credo che il razzismo venga dalla paura e dall’immobilità. Non credo al razzismo per ignoranza. Le persone hanno paura perché non si muovono, né col fisico né col pensiero. E paradossalmente si trovano ad avere paura di persone che per cambiare la loro vita si sono dovute muovere.

Credo anche che le persone debbano andare dove più gli piace andare. E di solito le persone si sono sempre mosse per andare dove pensavano di avere più opportunità di realizzare la propria felicità.

Sì, la migrazione – da sempre – è un fenomeno impossibile da estinguere ed è interessante questo tuo punto di vista, che in parte, condivido. Personalmente, conosco molte persone che viaggiano o che provengono da altri paesi e che soffrono di questa stupida paura. Forse, in questo momento storico, sta diventando un problema endemico che colpisce i vari strati sociali, senza distinzione etnica o economica. Una guerra tra discriminati e discriminanti, che viene dettata – a sua volta –, da una carenza culturale, etica ed umana. Dove ognuno di noi – a turno – cambia posto, focalizzando le proprie simpatie o le proprie insofferenze verso determinate diversità. Sostanzialmente e senza retorica, viviamo come in una sorta di cancrena, portata avanti da un virus dilagante e che trova spazio, nella mancanza di pietas. Forse tutto questo è un problema amletico che non sta a noi risolvere, ma penso che sia giusto esporlo e in certi casi, sviscerarlo nella sua complessità.

Qual è il tuo concetto di pace?

La pace, per me, è la giustizia sociale e la libertà da ogni tipo di potere. La pace per me corrisponde a una comunità anarchica. Poi c’è anche da dire, come diceva Berneri, che “una volta sparite le classi sociali, rimarranno comunque le categorie umane: intelligenti e stupidi, colti e semi-incolti, sani e malati, onesti e disonesti, belli e brutti, ecc. E quindi, il problema sociale, da classista, si farà problema umano.” Perciò credo che il conflitto tra gli uomini non smetterà mai di esserci. Magari sarà un conflitto con un segno diverso. Più umano, appunto. Ma chissà. Chissà.

Ancora oggi, i conflitti armati sono ben presenti in tutto il pianeta, “L’albero storto”, ultimo tuo lavoro, narra la vicenda di alcuni soldati in trincea durante la Grande Guerra.

Perché hai deciso di parlarne: per una memoria storica o perché pensi che con essa si possa raccontare anche l’oggi? E qual è il messaggio che vuoi lasciare a chi ne usufruisce?

Con “L’albero storto” volevo trovare umanità nella cosa più disumana possibile. Ho cercato il più possibile di entrare nella trincea e capire cosa è successo lì. Ho cercato i legami di umanità che reggevano all’orrore. Ho insomma cercato di trovare la bellezza anche nella guerra. Riguardo al messaggio posso dire questo. “L’albero storto” per me è stato fondamentale perché è stato il primo spettacolo in cui non ho cercato risposte da dare a me o al pubblico. E per me è un punto di non ritorno. Credo che prendersi la responsabilità di dare messaggi e risposte non sia solo arrogante, ma anche inutile.

Quindi l’esito di questa tua ricerca oltre a modificare il tuo punto di vista o di vedere le cose – o di essere –, è stata una rivelazione una sorta di “je me accuse”?

Sì, è esattamente così. Mi accuso di aver voluto più fortemente trovare delle risposte invece che delle domande.

Quali sono secondo te o secondo il tuo punto di vista, gli elementi che non devono mai mancare in un opera teatrale?

Il teatro che mi piace è un teatro di pancia. A teatro voglio ridere con le guance ancora bagnate dal pianto che mi sono fatto pochi secondi prima. E poi voglio, esigo che ci sia una storia. Voglio seguire le straordinarie vicende di qualcuno. Voglio quel teatro lì.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Mi sto dividendo su due progetti. Sto lavorando al mio prossimo spettacolo da solista, che ho appena finito di scrivere. Posso solo dire che è una fiaba. Ho cercato di raccontare una storia utilizzando la struttura della fiaba. Per ora sono molto contento del testo, ma non ho idea di come diventerà su palco.

L’altro progetto è “Storia di Alfredo”, il testo a più personaggi che ho scritto. Voglio fortemente che vada in scena. Non voglio necessariamente essere attore o regista. Già l’impegno come autore è stato bellissimo. Ma voglio che viva su palco, nonostante le difficoltà che ci potranno essere nel mettere in scena un testo per cinque attori.

Come ho detto all’inizio, a proposito del fare teatro ovunque, se non ricordo male, ho avuto il piacere di conoscere il tuo lavoro – dal vivo – in un circolo di Pistoia. Ai tempi, penso tu portassi in giro “Appunti per la rivoluzione”.

In questo caso, ma anche in quelli più convenzionali, qual è il tuo rapporto con il pubblico? E cosa cerchi in loro?

Diciamo intanto che cerco di essere sempre fisicamente il più vicino possibile al pubblico. Per questo mi piace tanto fare spettacolo in posti non teatrali. Ovviamente la vicinanza fisica aiuta la vicinanza di cuore. Ecco, direi che cerco questo nel pubblico. Il cuore. Io cerco di mettere su palco il mio. Mi aspetto sempre che il pubblico ci metta il suo. Accade abbastanza spesso, e quando accade è proprio una festa.

Quali possibilità – umane e artistiche – si creano lavorando in spazi non prettamente teatrali?

Di solito questi spazi sono spazi non solo di cultura ma anche di socialità. In questo modo le persone vivono molto più intensamente quel luogo fisico. Questa intensità, questa energia, spesso non si trova nei teatri ufficiali. E poi c’è da dire che nei teatri ufficiali ormai non ci va quasi nessuno. Invece nei luoghi di socialità ci si incontra ancora.

Parlando, appunto o di appunti, qual è il tuo atto rivoluzionario o quale, la tua rivoluzione quotidiana?

La mia rivoluzione quotidiana è fare il mio lavoro, cercando di farlo con sincerità e coraggio. Devo confessare che a seconda dei periodi sono più ottimista o più pessimista. A volte penso che il mio lavoro possa cambiare il mondo, a volte non lo penso affatto. Ma in ogni caso vado avanti.

Quindi vivi di resistenza?

La parola ‘resistenza’ mi provoca sempre una sensazione ambivalente. Nel suo significato storico mi piace molto. Per come la si utilizza oggi un po’ meno. Non è che non capisco a cosa ci si vuol riferire, ma la trovo una parola che attribuisce molta più importanza al ‘nemico’ che alla nostra vita. Come se dovessimo per forza vederci ‘in negativo’, in un’azione che in realtà è una risposta ad un’azione precedente, nemica, appunto.

Vivo della mia azione, del mio lavoro. Questa mia azione e questo mio lavoro vanno contro a qualcosa, certo, ma esistono prima di quel qualcosa.

Scusa la volgarità o la banalizzazione: come definisci il tuo teatro?

Macché volgarità! Le volgarità sono altre. Vorrei tanto che il mio teatro fosse popolare. Credo che sia un aggettivo molto bello.

Come in tutti i periodi di crisi economica, la cultura, è tra le prime a subirne le conseguenze. Non è una novità, così come non è una novità che l’Italia sembri non uscire più da un deficit ventennale. In tutto questo, compagnie di lunga esperienza crollano, fondazioni si fondono con altre fondazioni, teatri chiudono inesorabilmente. E a proposito di quest’ultimi, ci sono appunto, i teatri occupati o per meglio dire i teatri chiusi e successivamente restituiti alla città e alla popolazione da altri cittadini. Così come è successo a Venezia, a Palermo, a Messina, a Catania, a Napoli, a Milano, a Pisa ed a Teramo, probabilmente il più rappresentativo e ben strutturato o almeno speranzoso che resistesse e trovasse una sua forma stabile c’era il Teatro Valle di Roma. Tu, per un lungo tempo ne hai fatto parte. Qual è la tua esperienza al suo interno? Cosa hai imparato o cosa hai scambiato e/o condiviso con i suoi abitanti? E qual è l’importanza di luoghi del genere? Cosa cercano e cosa ottengono da chi li frequenta?

La mia esperienza al Teatro Valle Occupato è stata quasi solo legata a Crisi, il laboratorio permanente di drammaturgia guidato da Fausto Paravidino. Non so se Crisi può rappresentare totalmente l’esperienza del Valle, ma quello che posso dire è che Crisi è stato ed è (perché è un progetto sopravvissuto alla chiusura del Valle) forse uno dei più alti momenti di formazione e creazione teatrale degli ultimi anni. Molte persone di diversa provenienza, attori, registi, autori, si sono messi insieme per capire come fare il teatro che più si accorda al nostro mondo. Il Teatro Valle voleva e poteva essere un teatro dove la drammaturgia finalmente si sarebbe ripresa il suo spazio, in questo paese. La drammaturgia è un modo straordinario per crescere come comunità e società. Non a caso la nuova drammaturgia in Italia è assente da molto tempo.

Quali sono i tuoi rapporti con i colleghi “teatranti” e quali di essi ti hanno dato spunti – sia artistici che umani – per altre riflessioni sul teatro e sulla necessità di farlo, e in che modo?

Ho molti amici che sono anche colleghi. A volte sono più bravi e coraggiosi di me, a volte meno. Credo che ci sia uno scambio continuo, vitale. E per me la cosa più importante da condividere è il percorso, al di là del risultato finale, su palco. Ci serve condividere le motivazioni che portano a lavorare su qualcosa, e le modalità ogni volta diverse di quel lavoro. Io vengo più spesso ispirato da questo che dallo spettacolo che poi vedo sul palco.

Chi sono o chi sono stati i tuoi maestri e che importanza dai loro? E quali sono oggi i maestri e/o come si identificano?

Non ho avuto dei maestri. Ho avuto degli innamoramenti. I più importanti sono stati Marco Paolini, quando ero giovane, e Toni Servillo, un po’ di tempo fa. Ma devo dire che non mi interessano molto i maestri.

In questi giorni è uscito un bando nazionale di 2 milioni di euro, per il teatro nelle scuole. Come succede spesso, i bandi statali hanno una scadenza imminente. In questo caso, circa 10 giorni. Non voglio punzecchiarti su quale sia il tuo pensiero in proposito, penso che già, il fatto in sé, si commenti e si giudichi da solo. Però, vorrei conoscere il tuo pensiero sulla diffusione del teatro a scuola. Non come forma terapeutica e neanche come forma di insegnamento teatrale – o di formazione di nuovi teatranti –, penso fortemente che la situazione attuale del teatro in Italia non favorisca molto l’inserimento di nuove leve, quindi, non mi interessa la sua diffusione sotto questa forma. Però sono interessato a che il teatro entri nelle strutture scolastiche come forma di conoscenza, soprattutto, nella condivisione di spettacoli che affrontano tematiche scottanti legate al quotidiano e alla società – così, come possono essere i tuoi progetti –. Mi interessa, quello che si può creare successivamente alla visione, così come potrebbe essere: un dibattito, un confronto, una riflessione, una successiva scrittura.

Quali sono le tue esperienze e quali i tuoi pensieri in proposito? Come si dovrebbe agire per favorire questo? E quale dovrebbe essere il modus operandi sia dei teatranti sia degli insegnati e dei dirigenti scolastici, per un percorso comune meno effimero e più “educativo”?

Non credo che il teatro debba educare. Credo che il teatro debba essere una domanda sulla testa di tutti. Penso a un paese dove da quando sei piccolo fino a quando muori il teatro sia una componente fondamentale della vita, perché attraverso di esso possiamo conoscere meglio il nostro mondo interiore e il mondo là fuori. Il teatro deve passare per la scuola perché aiuta ad attraversare la complessità senza banalizzarla.

A questo punto – visto il preambolo delle domande precedenti –, non posso non chiederti qual è il tuo pensiero sul Fus, sui finanziamenti pubblici e su come essi vengono ripartiti? Cosa non funziona secondo te e quali dovrebbero essere i criteri di selezione.

Il Fus è sempre stato per me un illustre sconosciuto. Penso che ci sono due sole possibilità all’orizzonte. O che aumenti 20 volte tanto, o che sparisca completamente. Così penso sia quasi un’elemosina, e non mi è mai piaciuta l’elemosina.

Qual è il tuo rapporto con la critica e soprattutto con i critici?

Inesistente. I critici non vengono a vedere i miei spettacoli perché non faccio mai spettacoli nei teatri dove vanno i critici.

Qual è l’ultimo atto coraggioso a cui hai assistito o di cui hai letto qualcosa o di cui ne hai sentito parlare?

L’atto più coraggioso sta avvenendo adesso. È la marcia delle persone che stanno andando in Germania e negli altri paesi del nord Europa, nonostante tutto.

Ringraziandoti per le tue risposte e per la tua disponibilità, ti saluto calorosamente con questo mio scritto dedicato alle vittime della mafia: << 23 anni fa ero lì, come d’altronde quasi tutte le mie estati dei miei 40 anni. Ero piccolo allora. Non avevo ben chiaro di cosa si trattasse. In fondo, anche sé nato nella terra dei Ventimiglia ero cresciuto in Toscana io. In quella splendida e rossa Toscana. Sapevo solo, che in quel periodo erano molti i morti che si trovavano nelle campagne. Anche nelle nostre se ne trovavano. Lassù, nella terra dei falchi e delle Madonne, nella terra dei Madonia e dei Provenzano. E di queste morti violente, ne ricordo una in particolare. Ricordo la nostra macabra curiosità, e come, anche se a distanza, passavano a sbirciare prima che fosse portato via tutto. Prima che tutto fosse messo nuovamente a tacere. In fondo fa caldo nell’entroterra siciliano e le cose vanno sempre a rilento. Anche i somari hanno un passo fiacco. Si ha sempre il tempo di ascoltare e di osservare tutto nel crepitio assordante delle cicale, anche sé a volte, sarebbe meglio non guardare, non ascoltare, non parlare.

E ricordo ancora gli amici della mia età che scherzavano con la parola mafia: “Lo sai chi mi ha dato questo orologio?”, “Lo sai come ho trovato lavoro?!”, “Lo sai che a scuola?”, “Lo sai perché va sempre a Palermo?”, “Lo sai perché un giorno sì e un giorno no, parte un incendio”?; “Lo sai che per entrare nella forestale, bisogna?”, “Lo sai che se non ci fossero loro?”, “Lo sai chi è quello?”, “Lo sai di chi sono amico?”, “Lo sai? .. Lo sai? .. Lo saiiii?”. Ma io non sapevo niente, come probabilmente non so niente tutt’oggi.

Io, so solo che molti di loro con il crescere finirono sotto il caporalato, a quei tempi non c’erano tutti i disperati dell’altro mondo che ci sono oggi; a quei tempi si sfruttavano i propri figli, i figli degli altri, i figli di nessuno. Ed era normale! Molti invece, dopo anni di vuoto trovarono la forza di andare al nord in cerca di fortuna, altri in Germania, altri in Inghilterra, altri chissà dove. Qualcuno, tentò di realizzare qualcosa in quella montagna e molti, si indebitarono. Oggi però, alcuni sono ancora là senza far niente, decrepiti più di me, vecchi dentro e fuori, rassegnati. Altri hanno vinto con quella fuga ed in certo senso si sono salvati. Altri con il dolore di tutti noi, sono morti: nelle loro macchine, o suicidati, o per overdose, o di noia, o in silenzio, nell’abitudine più brutale. Altri invece, sono l’orgoglio di quel sud che resiste o di quello che fugge, perché hanno trovato la fortuna e la capacità di rinascere, tornado o restando da vincitori.

E in tutti questi ricordi dimenticati, c’è qualcosa che si ripete e che come un cancro si diffonde, dal nord al sud. E in quella Toscana che non è più rossa, o in quel nord, che sembrava essere stato salvato dalla buona gente, non vi sono prospettive diverse. Anzi, anche la mafia, figlia della migrazione e capo stipite di essa ha fatto i suoi bagagli ed ha viaggiato, ha studiato, si è vestita bene ed ha fatto affari con tutti viaggiando in prima classe. E oggi, in quel ricordo forzato che tutti noi ci ostiniamo a sventagliare, c’è qualcosa di orrifico che ci accomuna. Un festeggiamento ed una commemorazione che ci rende complici, viziosi ed eternamente corrompibili. Proprio per quell’incapacità di alzare la testa e denunciare, non quando siamo in migliaia, non per le ricorrenze a cui è giusto appellarsi, ma quando siamo soli, nella nostra quotidianità, di fronte alle frodi che ogni giorno viviamo, subiamo o vediamo.

Perché, la mafia, non uccide soltanto d’estate e non ha smesso di farlo, e non basta parlarne, come non può essere semplicemente definita una montagna di merda, ma al contrario, la mafia è un fiore molto affascinante e velenoso. Per questo, molti lo annusano ed in molti ci muoiono. Senza ricordo, senza bandiere, senza festeggiamenti o ricorrenze. Lontano dal mondo civile, ma sotto gli occhi di tutti. Inerti ad osservare nel brusio di un tram, chiamato desiderio. >>

http://www.beppecasales.com

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