Donato Emar Laborante

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Donato Emar Laborante

Ciao Donato, io e Nina ti abbiamo conosciuto un anno fa nella splendida Altamura, durante uno delle nostre tournée nel sud Italia. Sono felice tu abbia accolto questa mia richiesta, aprendo così, un dialogo trasversale tra noi. Prima di passare ai ragionamenti e alle domande, vorrei che tu mi descrivessi chi sei e qual’è la tua storia, da dove provieni.

Sono nato il 7 Ottobre del 1954 in Claustro Giudecca ad Altamura. Essere nato in un Claustro significa essere nato due volte nella pancia di mia madre e nel respiro della comunità che un Claustro rappresenta. La buonanima di mio padre Nicola Labrand Laborante di cui oggi 6 Gennaio ne onoriamo il suo compleanno pacehahhahnimasua”, capostipite della sua famiglia di braccianti”, tre sorelle e quattro fratelli. Mia madre Laura Flppoun Lomurno, capostipite di una famiglia di taglialegna, tre sorelle e tre fratelli.

Quando avevo 2 anni lasciammo il Claustro e ci trasferimmo sempre ad Altamura, Ma fuori dalle mura abbasch o boschett”, dove allora, era tutto un parco selvatico. La mia vita iniziò alletà di 2 anni, sul traino, allangolo tra viale Martiri 1799 e via Manzoni, quando all’improvviso mi apparve qualcosa: << Davanti ammè limmagine di mia sorella Maddalena, di 2 anni più grande di me, seduta accanto a mio padre con le redini in mano e mia madre al fianco. Sulla loro sinistra in alto, la Chiesa del San Sepolcro costruita tutta in pietra. Mio padre che chiamava, con un comando vocale la sciummedda” (la cavalla) a girare verso destra. Vidi il muro dellIstituto Orfanotrofio santAntonio e tutto intorno, parco, pietre e sole. Sentii mio padre dare ordine alla mula “Isch!”. Ci fermammo e la voce di mio nonno materno Ptrc Flppoun u carabnijr” (Pietro Lomurno) dire a mia madre – Allora Lauret, cus jè u trreijn vùest (questo è il vostro terreno) kud d Marcuc (quello di Marco), lalt d Vnginz (laltro di Vincenzo) e kud dè nfònn d Flip (quello in fondo di Filippo). Scendemmo dal traino e incominciammo a costruire la nostra casa. >>

Ero Kakkà (balbuziente) non parlavo, Ma guardavo e sentivo molto bene.

La nostra prima casa la costruì un costruttore che abitava vicino in via Redipuglia, Mest Pepp Castellano. Con questa ditta lavorava un signore, Pasqualino il Tenore, un grande lavoratore che cantava sempre e per farlo cantare, le persone gli offrivano una birra. Era stato in America, Ma poi, per amore era rientrato, insomma, era un affabulatore buono come il pane. La casa fu costruita mentre Pasqualino cantava e il vento ascoltava. Mia madre allinsaputa di tutti, metteva santi santini e preghiere nei meandri della costruzione. Mia madre è una donna carismatica che con le parole e delle erbe, sanava e sana le ferite. Aprimmo il primo negozio alimentare della zona. A mezzogiorno non mangiavamo mai insieme. Era tanto il lavoro. Eppoi erano tante le mamme che portavano i loro figli a carimare”.

I ragazzi si rompevano facilmente la testa a giocare, a botte di pietre. Eravamo tutti piccoli. Iniziavamo a combattere – non uso più la parola contro” – e giocavamo sempre con le pietre. Un giorno un ragazzo portò un pallone un superflex e così, incominciai a giocare driblando. Facevo ballare i miei amici con un semplice pallone. Divenni un campioncino da subito, questione di baricentro, di testardaggine, di applicazione. La cosa e la casa mi piaceva assai!

Durante la costruzione della casa, a prima mattina, restavo affascinato dagli operai del Pastificio Santa Fara, che scendevano via Manzoni di corsa pieni di vento sulle loro biciclette, con le mollette a fermare i pantaloni. Un giorno, guardandoli giù alla discesa, mentre dovevano girare a sinistra – come rallentavano o tagliavano la curva senza frenare – vidi delle mie zie paterne che urlavano insieme a tante altre donne: << Correte! Correte! I Labrand stòn affè lit ki Flppùn (i Laborante stanno litigando con i Lomurno) >>. I miei zii paterni e materni, armati tutti di forche, forconi, falce e rabbia se le stavano menando perché era sparito del letame da sopra le maite accatastate. Si accusavano del furto! Il mio spavento fu tanto che ho impiegato una vita intera per risolvere la questione sociale del significato di un furto e della ridistribuzione della ricchezza. La querelle si risolse subito con la messa in punizione – da parte delle mie favolose nonne materne e paterne – con una lezione di analisi probatoria del furto. Da allora, mi sono appassionato attraverso lodore a scoprire i misteri.

La casa veniva costruita col canto. Aveva due pozzi. Uno per la raccolta delle acque e laltro per i liquami, detto pozzo nero. Al piano terra, una stanzetta con il negozio dietro la camera da letto di mia madre e mio padre. Nella culla, dormiva mia sorella Maddalena e dietro, la stalla con la sciummedda che a breve sarebbe stata venduta da mio nonno materno, Pietro Ptrc Flppoun Lomurno – grande conoscitore di Cavalli –. Da lì a poco, saremmo diventati commercianti.

Dormivo nella mangiatoia delle sciummedda”, quando una notte, in assenza dei miei genitori che con mia sorella erano andati al Cinema allaperto, in via Matera, a vedere Totò .. una passata e una ripassata .. sognai una testa tagliata che grondava sangue, con capelli lunghi e barba. Appariva a mezz’aria, davanti ai miei occhi, con il portone grigio ben chiuso. Volevo urlare Ma non ce la facevo, perché sulla mia pancia stava il monacello”. Mi ricordai – per sentito dire – di togliergli il cappello rosso dalla testa, per diventare ricco, Ma non ce la feci. Mi mancavano le forze – causato da questa immagine della testa mozzata –, per fortuna, questo mio soffrire fu avvertito dal cane che da fuori, abbaiò forte e il monacello, se ne scappò via e mi svegliai. Corsi fuori in strada, ad aspettare i miei genitori. A breve, sarebbe nata mia sorella Teresa, di due anni più piccola – nella camera da letto trasformata a deposito con grandi sacchi di farina – e da lì a poco lavrei chiamata Farinella, Ma solo nei miei pensieri, perché non parlavo. Ero ancora Kakkà!

Un giorno mi dissero che dovevo andare a scuola e mio padre con mia sorella Maddalena, mi accompagnarono alla IV Novembre. Intanto ci eravamo trasferiti al primo piano della casa appena finita di costruire ed era nato, o almeno così sentii urlare per la gioia da Annina (catnazz): << Madò è nato Piero u fign d Lauret k nà cheijpa ranna ranna! (Madonna è nato Piero il figlio di Lauretta con una testa grossa grossa) >>.

La mia scolaresca non aveva lAula, per tanto, venivamo mandati nel Campo Sportivo Cagnazzi a giocare a pallone. Questo, successe fino alla IV° Elementare! Alla V° Elementare, avevano costruito la nuova Scuola, giù al nostro Quartiere di san Giovanni Bosco e insieme ad altri cinque compagni, ci ritrovammo in una scolaresca della buonanima del professor Tragni “pacehallahanimasua”. Una scolaresca dove sapevano scrivere e leggere allincontrario di noi cinque, che eravamo proprio ciucci”. Mi sentivo male. A Nicola il fornaio gli venivano le grazie”. A me, il professore mi sfotteva: << E ora .. interroghiamo Laborante! Atena è la capitale della Grecia? >>. E tutti che ridevano! << Aten Aten >> accennavo con la testa. E tutti che ridevano! << E qual è? >>. Stavo malissimo! Per mia fortuna non mi sfottevano per il mio essere Kakkà, sennò non avrei giocato a pallone con loro, Ma per altro. In fondo nelle sfide, erano loro a perdere.

Un giorno inventai una mistura con della sabbia rossa, mista, alla posa del caffè e con un po’ d’acqua. La mettevo sulla bocca e un po’ a terra. Andavo da mia madre e dicevo che avevo vomitato. Mia madre che non aveva tempo, perché doveva servire i clienti, diceva a mia sorella di sincerarsi. Mia sorella, dopo essersi sincerata, riportava la notizia affermativa che avevo vomitato. Mia madre dava lordine di mettermi a letto. Era fatta! Non andavo a scuola, Ma, dopo un po’, stavo con i miei compagni di pallone in trasferta su qualche prato. Un giorno mia madre volle verificare e con i suoi occhi, vide la mia mistura e disse: << Madòn mi sembrano pezzi di polmoni! >>. Pensai: << Se ho fregato mia madre, posso benissimo fottere tutti i dottori! >>. Andò esattamente così. Girammo tutti i reparti dellOspedale Umberto I di Altamura. Chi mi tirava il sangue dalle mani, chi mi faceva dire 33, chi misurava la pressione. Non trovavano la dritta. Finché, un giorno, mia madre scoprì il miss fatto” e mentre preparavo la mistura, mi mangiò vivo.

Una mattina sentii la voce di una donna, Mariett, che parlava un dialetto di Montepiloso (Irsina), era la moglie di Tommasino Ciccimarra – pace alla loro anima – titolare di un negozio di Ferramenta, dove amavo entrare per via degli odori dei minerali. Marietta – santa donna –, invitava mia madre a non scoraggiarsi perché a giorni sarebbe passato padre Giuseppe, un francescano che girava per i Paesi a prendere ragazzi che si volevano fare frati. Bastava iscrivermi, mettere sugli abiti un numero e la mattina del 1 Ottobre, finita la V° Elementare, dopo tante ore al doposcuola – a sudare le famose sette fatiche di Ercole (camicie) –, Ma promosso per compassione, mi ritrovai sullautobus in via Manzoni con altri ragazzini, destinazione Assisi (Pg). Dal finestrino vidi mia madre incinta trasportare 1/5 quintali di zucchero Eridania. La settimana successiva mi sopraggiunse una lettera, in cui appresi che era nata una bella bambina di nome Graziella – come la buonanima di una sorella di mio padre –. Ad Assisi imparai a cantare, a leggere la musica. Imparai a conoscere Giotto, Brunelleschi, Cimabue, la Chiesa della Minerva, la Rocca, lEremo e tutti i silenzi possibili. Imparai a volare!

Di notte guardavo le volte affrescate e mi addormentavo nei colori della temperanza, Ma non lo sapevo. Non ero consapevole di nulla, come la beata incoscienza Sat Asat! In quel periodo giocavo sempre a pallone giù nel bosco, alle spalle del sacro Convento. In estate, camminavamo a piedi per tutta lUmbria fino alla Verna, in Toscana. Conosco i suoi fiumi: il Chiascio, il Tescio, il Tevere.

Il fatidico giorno arrivò, dovevo prendere i voti, Ma – come al solito – mi trovai daccordo con due voti su tre. Volevo farmi frate sciogliendo il voto dellObbedienza e della Povertà, non me la sentivo di sciogliere il terzo voto se non conoscevo la Castità. Chiesi se potevo farmi frate con due soli voti, Ma mi fu negato. Così uscii e iniziò il mio lunghissimo andare.

Ad Altamura, come arrivai, fui assalito dai miei vecchi compagni di pallone che subito mi portarono giù al parco, a sfidare il mondo intero. Mio padre mi regalò una bicicletta femminile. Ero piccolino per pedalare bene e forte. Mi fece diventare rappresentante della pasta dei fratelli Quinto & Manfredi di Matera, e con la Torpedo, giravo per negozi alimentari prendevo le ordinazioni, scrivendole sui rispettivi fogli. Andavo a Matera, le consegnavo e il martedì arrivava Donato – aveva il mio stesso nome, lautista – a consegnare gli ordini. Nella mia testa, dopo la poesia a memoria dei nomi della Pasta, trovò posto una che imparai ad Assisi, in francese, il primo giorno che vidi una professoressa donna, per fare effetto su di Lei. Me la ricordo ancora la poesia e la professoressa! Erano gli anni del boom industriale e della forte emigrazione. Il sogno degli italiani era avere un posto in fabbrica, non certamente, quello di diventare calciatori. Intanto, quando pioveva amavo ascoltare il suono dellacqua che riempiva i pozzi delle case del mio quartiere, saltare sulle pozzanghere, guardando la mia ombra con il cielo sulla mia sagoma.

Tentai di iscrivermi a Matera al Conservatorio di Musica, Ma, non riuscii a trovare il portone e ritornai sempre in bicicletta ad Altamura, via Santeramo, dove passai a salutare i fratelli Paulangelo – compagni di Collegio – che come me, erano usciti nudi senza voti. Mia sorella Maddalena, intanto, in un anno, si era presa la licenza media recuperando tre anni per abbandono scolastico – causa lavoro in casa – e in quel recupero, conobbe il suo primo e grande amore Mino Tubito che oltre ad essere ragioniere, era un chitarrista solista di vari gruppi.

Un giorno mi iscrissero al Tecnico Commerciale e iniziai a frequentare, Ma dopo neanche un mese, non ci andai più, non mi faceva laria! Allo stesso tempo, passai dalla Simone-Scalera Lega Giovanile alla Fortitudo, sempre Lega Giovanile. Stanco di arrivare secondi, dissi: << Vogliono vincere il campionato! >>. E mentre io pensavo al calcio, molti compagni del mio quartiere si iscrissero alle nascenti Scuole Professionali. Come ho già detto: il sogno di allora di tutti gli italiani era diventare Operai in Fabbrica. Naturalmente, iscrissero anche me e dal canto mio, acconsentii, sempre per la stessa ragione di voler vincere le sfide del pallone, non certo per studiare. In questa scolaresca, il mio compagno di banco era Nicola Caggiano, ragazzo diligente ed educato. Nicola Caggiano, oggi, è dirigente della Confesercenti; ieri, consigliere comunale del PCI; avanti ieri, mio compagno di banco e militante di Lotta Continua. Scriveva ogni tanto su immacolati fogli. Un giorno gli chiesi di cosa parlassero quegli scritti, lui mi disse, che era una poesia che parlava del Machu Pichu! Pensai: << Cazzo! Stando seduti, si può andare in Sud America! >>. Così, iniziai a scarabocchiare anch’io fogli, in attesa, che qualcuno mi portasse in Sud America.

Una mattina, Nicola mi disse che dovevo andare a casa sua, perché affianco abitava un anarchico muratore Sante Cannito. Erano gli anni che bisognava stare nella beata spensieratezza e si andava a ballare, per conoscere una ragazza. E si prendevano locali in affitto e colui che, non aveva la ragazza, doveva mettere i dischi e spegnere la luce. Oggi li chiamano DJ!

E con il calcio, come è finita?

Vi risparmio in questo racconto, il capitolo calcio, il mio grande amore tradito. Voglio, però soffermarmi, sul primo viaggio artistico in Germania, fatto con “La macchina del Tempo” complesso musicale di Altamura. Un giorno, convinti da un nostro paesano chitarrista che viveva a Stoccarda, tutto il gruppo, decise di trasferirsi lì, perché, a detta di Paolo Silvano – che ho saputo in questi giorni essere deceduto (pacehallahnimasua) – avremmo avuto successo. Finalmente avremmo smesso di fare soltanto matrimoni. La macchina del Tempo era una formazione avanguardista, formata da Peppino Casamassima all’organo Hammond e moog sintetizzato, Peppino Squicciarini al basso, Pinuccio Sannicandro alla voce – il batterista lo avremmo trovato a Stoccarda – e io, che li seguivo forse villeicht, convinto che con il tempo mi sarei inserito come flautista cantante. In quella prima occasione, lunica persona che si offrì di seguirci fu la buonanima di mio padre, che col suo pulmino 850 familiare, ci condusse stracarico di strumentazione. Quellimmagine rimarrà indelebile nei miei occhi: il pulmino sulle Alpi dopo Chiasso, davanti a noi, la cinquecento di Donato Margiejl Falcicchio falegname che ci accompagnava. Arrivati a Stoccarda, fummo ospitati nella casa di Paolo, intanto, mio padre ripartì per Ulm, dove risiedevano dei nostri parenti. Iniziammo a suonare ai battesimi, alle cresime, alle comunioni ed a qualche matrimonio. Una sera, dopo essere stati ad un battesimo, rientrando nella casa che nel frattempo avevamo preso in affitto, trovammo la Polizei sotto casa, con i tedeschi che ci urlavano: << Italiani Scheise!!! >>. Avevamo lasciato un rubinetto aperto nella mansarda, dove abitavamo. Il palazzo si era allagato! Il sogno finì, tutti, decisero di rientrare in Italia, tranne il sottoscritto. Rimasi da solo. Trovai lavoro nella Waldbauer Chocolate ed in altri posti, intanto a Ulm, si sparse la voce che stavo a Stoccarda e Franco Doppio Rhum Sardone – mio amico dinfanzia – si presentò un giorno in Piazza a Koningstrasse, vicino al laghetto di Bad Kanschtad, col presidente del Bernalda calcio. Così il lunedì successivo, fui subito assunto dalla Telefunken. Facevo tre turni di cinque ore e giocavo a calcio, con la squadra del Bernalda Ulm. Ero giovane, avevo 20 anni. Una delle prime cose che notai a Ulm, dove avevo trovato casa sul Donau, fu una casa del popolo, immersa dentro ad un bosco. Entravi e salendo una scalinata a tre piani, senza le mura, potevi seguire le varie attività – questa, sarà una immagine che condizionerà il resto del mio vivere, sino ad oggi –, salivi e vedevi i gruppi di lavoro: musica, pittura, teatro. E fu proprio salendo quelle scale che capii, cosa doveva essere la mia vita. Correva lanno 1974.

Mi fermo a questo episodio che richiama molto da vicino la similitudine di questi giorni dello SfrAtto della Creperia per ragioni diverse, Ma per convergenze simili.

Comunque sono contento di questa domanda, spero di non essermi dilungato troppo. Quando ho incominciato a scrivere ho pensato: o racconto la teoria che mi son dovuto inventare per inseguire la vita, o la mia vita reale che nelle sue avventure mi ha portato a teorizzare per comprendere che cosa andavo facendo. E ho scelto la seconda, per raccontare pezzi di me che non racconto mai. Naturalmente, mancano dei passaggi importanti, come la militanza O.A.P (organizzazione anarchica pugliese) poi O.R.A (organizzazione rivoluzionaria anarchica), il Terremoto in Irpinia e la morte del movimento del ’77, la droga e molto altro.

Come hai smesso di essere un Kakkà?

Da bambino andavamo al Cinema e quando toccava a me – che le dieci lire non bastavano – i miei compagni si mettevano le mani nei capelli, Ma insistevo, e andavo lo stesso a vedere il film. Erano pellicole come “Maciste contro tutti”, “Ben Hur” etc.. E quando uscivamo e ci raccontavamo quello che avevamo visto, mi concentravo tanto che i miei compagni – per non farmi innervosire – dovevano far finta di niente. Incominciavo e pensavo: << Se non mi esce la parola per esempio “albero” e mi esce ” arbitro”, dilla lo stesso, tanto che te ne frega. L’importante è che esce la parola. >>

Insomma a 23 anni quando mi innamorai delle tesi del Gruppo Dielo Truda dei comunisti anarchici e con lo stimolo di Mest Sante Cannito – muratore anarchico – che mi faceva leggere Umanità Nova – e ricordandomi delle mie riflessioni infantili – iniziai a parlare, avvicinandomi al teatro. Con il Circolo Libertario, infatti, mettemmo in piedi “La fattoria degli animali” di George Orwell e con la parte del Cantastorie iniziai a liberare parole.

E oggi, cosa stai facendo? Dove stai andando?

In questi giorni estivi abbiamo dedicato le nostre attività allAbba n Dono (Il Dono del Padre) per omaggiare, appunto, la figura di mio padre. Questo, è un episodio della mia vita che ho sempre trascurato – Ma che è la chiave di volta dellOspitalità – per questo, dopo anni, siamo riusciti a creare grazie a Ferula Ferita un operazione di questa intensità. Oggi, vivo e vado, in questo.

Tu sei un poeta, un attore, un artista multiforme. Il tuo modo di scrivere e di parlare con gli altri ha un sapore antico, spirituale, qualcosa di alto e di unico. Ricordo che mi passò il tuo contatto, una delle tante persone a cui scriviamo per proporre i nostri spettacoli, mi disse : << scrivi a lui e troverai un nuovo mondo >> e probabilmente è questo che è successo. La prima volta che ti vidi, catturai immediatamente la tua anima inquieta ma allo stesso tempo, rassicurante, proprio perché, nei tue gesti c’è una saggezza ed una determinazione che rendono subito leggibile l’anima di uomo che non si ferma, l’anima di un uomo che non si arrende, l’anima di un uomo che testa direttamente sulla propria pelle un pensiero di rinnovamento e voglia di cambiare una società fatta di crudeltà, di indifferenza e di diniego verso il libero vivere ed il libero creare.

Una volta parcheggiato entrammo in quella che tu chiamavi “la tua tana” il Ferula Ferita, una creperia d’arte, dove tu vivevi, interagivi, progettavi, lanciavi messaggi – accogliendo le diversità di questo mondo. Un luogo dove cibo e cultura si univano veramente e dove era tangibile il risultato di questo incontro. Credo che dovrebbero esserci molti più luoghi, così.

So che probabilmente per te è un dolore parlarne, proprio perché conosco, anche se in piccola parte, quello che tu quotidianamente fai e hai fatto per farlo sopravvivere e, soprattutto, per diffondere quello che esso è stato capace di donare. E partendo proprio dal dono, che viene letto anche nel tuo nome, vorrei tu mi descrivessi cosa avveniva in questa sorta di tempio del sapere. Cosa succedeva alle persone quando sostavano tra queste pareti? Come leggevi – se avvenivano – i loro cambiamenti e qual’è, il messaggio o i messaggi che il Ferula Ferita vuole ancora oggi tracciare?

Mi onora rispondere ad una domanda che nel suo ventre detiene lo spirito delle attese risposte, che vivendo, non saranno mai svelate, Ma resteranno sempre attraversamenti di possibilità. Ci accorgiamo sempre dopo lavvenuta Azione, del significato che lAtto ne determina.

Quando dopo 5 anni di onesta e laboriosa attività commerciale di Crepes and Roses, iniziammo a farci prendere dal nostro antico richiamo damore “lArte”, ricominciammo a ripercorrere il cammino della nostre Transumanze. Per tanto, è proprio nellaffermazione “Ea quae sunt sicut sunt” (le cose sono così come sono) mettemmo in gioco le valenze materiali con quelle spirituali che le varie e (s)variegate espressioni artistiche, comportano. Ferula Ferita Azione Teatrale era nata e già con Tonio Creanza avevamo capito che andava fatto un lavoro sulle (dis)maturità, quindi sul disagio diffuso – spiegato benissimo dal Dott. Mariano Loiacono –.

Ci siamo da subito presentati come: << Ferula Ferita è unisola abitata dai sopravvissuti ai naufragi, alle intemperie della quotidianità >>. Lo abbiamo fatto coscienti della cattiveria delle definizioni che sono e restano, le catene dellimmobilismo vestito da puro cinismo. Insomma, eravamo coscienti che andavamo incontro ad altri possibili fallimenti, Ma, la richiesta generazionale di espressione artistica era talmente grande che, da subito, ci siamo messi al suo servizio. Ovviamente incominciammo dalla solitudine dei musicisti, dal silenzioso tappeto su cui si estendono le scale armoniche della vita. “Altamura – città della musica”. Questo, come slogan, nasce alla fine di un lunghissimo percorso, prima della prima ”Digressioni”, del poi “Transumanze”, del dopo ancora “Con Te Stiamo” che sono tappe di un cammino, dove abbiamo proposto a tutti lEducazione al Rispetto della puntualità e dellAscolto. Riuscire a creare un pubblico Ascolt-attore è stato il successo maggiore. Col tempo ci siamo accorti che il nostro lavoro, non era altro, che la continuazione di cerchi lasciati a metà dal percorso di Altri vissuti prima di Noi. Siamo diventati continuità storica, quando, con i miei inStabili collabor-attori – proprio perché in continuo errare, in perpetua ricerca – ci siamo assegnati ruoli e responsabilità. Ed è così, che è iniziata una fase di implosiva forza che ci ha insegnato a togliere.

Uno dei maestri di questo in-segna-mento è Vito Maiù Maiullari, scultore. Ma questo lo avevamo capito sin dai tempi di “Susstartesana” in vico santAndrea (1987). Con il tempo, a-tra-verso il tempo siamo riusciti a ricreare la famosa Stazione di Posta, Jesce, dove il viandante trova ristoro et ascolto. Accorgerci di questa cosa ci ha permesso di iniziare a LavOrare per la creazione di “Un Non Luogo”. Di questo ne andiamo fieri perché ci siamo riusciti, grazie soprattutto, alla Santeria che ci ha permesso di raccogliere la ricchezza del suono racchiuso nella nostra lingua dialettale. Namastè!

Con Te Stiamo è la parola giusta per rappresentare la musica, come fonte di rivoluzione sociale. Ed a chi poteva essere dedicata, coma parola, se non al più grande poeta di sempre Jehoshua Ben Joseph Gesù di Nazareth! “Altamura – città della musica” rappresenta il nostro riscatto, per lessere diventati: carne, sangue e polvere (titolo di una mia canzone).

Grazie allUni-Versatilità del nostro linguaggio sono nate 4 Rassegne dedicate alle 4 Stagioni. “Stelle Come Te – amare le mie parole” (dicembre gennaio) “LumaSurd” (gennaio febbraio marzo) “Namastenn – PrimaverEstate” (aprile maggio giugno luglio agosto) “Namastenn – storiEstorte” (settembre ottobre novembre).

I cambiamenti più importanti, avvengono per Catarsi individuale. Il locale, è al femminile, quindi ha un utero procreatore. Il non luogo permette a coloro che si abbandonano di ritrovare il loro spirito guida, per tanto, ristabilire un principio dintesa col proprio Sé!

Siamo la sintesi dellevidenzia, della logica, dellintuizione, dellanalisi. Il principio guida, è trovarsi in un percorso detossicizzante senza determinazione, Ma, con una inStabilità mentale che ti permette di annullare tutte le certezze per preparare la sarchiatura del tuo nuovo campare o voler campare. Arrivare ad affermare Se Potassimo Meglio Di Se Potessimoè il ricavato di un lungo e faticoso, tortuoso cammino che però, è necessario per arrivare a mediare una Soluzione alchemica buona per tutti.

La (in)Stabilità la troviamo quando ci vestiamo di dubbi e iniziamo a porci domande. Se la vita è un Dare Prendere Apprendere Comprendere Sorprendere Riprendere, Noi dovremmo sola-mente essere Ascolt-attori. Quindi, Attori protagonisti del Teatro della Memoria ipotizzato da Giulio Camillo nel 1400. Teatro unico, irripetibile – del nostro palcoscenico – dove rappresentiamo le nostre Resistenze. Ovvio, che questa distratta società è in debito nei miei confronti, per esempio: davanti ad un simile mio affermare << Se potassimo meglio di Se potessimo >> questa nostra società piena di associazioni culturali mi dovrebbe chiedere << Cosa volete dire signor Laborante? >>. E forse villeicht, ricorderei a tutti in maniera perentoria di ripristinare le scritte sui muri delle Poste Italiane: << Ai Fidi Messaggi, i Messaggeri! >>, perché queste, sono indicazioni importanti affinché Tutti si ricordino di essere messaggeri di luce!

La Ferula, in siciliano si chiama “’a ferra” da cui si trae “’u firrizzu”, sgabello caratteristico, utilizzato sia dai pastori durante le transumanze che dagli anziani, per sedersi ai bordi delle strade dei piccoli paesi del sud Italia. La pianta scelta per la costruzione di questo, che sembra essere un vero e proprio piccolo trono, è molto resistente e leggera. Così come può essere resistente e leggera, la saggezza.

L’estate scorsa, parlando proprio con un artigiano che attraverso la ferula ed altre piante, costruiva i vari oggetti utilizzati dalla tradizione contadina, mi diceva che il 2014 è stato un anno povero e ne sono nate ben poche. Non so se è un segno premonitore di quello che sta avvenendo nel nostro paese, sia in politica, sia nella società, sia nella cultura, però, queste tre cose legate una all’altra, dichiarano e dimostrano, l’abbrutimento che l’essere umano sta percorrendo. Un umanità in corsa, indaffarata a riempire con oggetti e gadget un vuoto cosmico, soppiantando così, l’essenza e la vita con il superfluo e l’usa e getta.

Parlando sempre di ferula o di ferra, la immagino proprio come un vecchio saggio, che osserva dalla sua altezza, il mondo che lo circonda. E parlando della tua ferula, vorrei sapere perché l’hai chiamata Ferula Ferita?

È una ferula ferita questo cuore massacrato da coscienze annichilite, è una ferula ferita recita una canzone. Il nome “Ferula Ferita Azione Teatrale” nasce dopo che per 7 anni Tonio Creanza mi convinse a mettere piede alla Masseria di Jesce, pro-pietà del Comune di Altamura. Tonio, cofondatore di Ferula Ferita Azione Teatrale, ha impiegato 7 anni per portarmi a vedere con i miei occhi ciò che è riuscito con la Cooperativa Sinergie a realizzare. Persone provenienti da svariate nazionalità nel respiro della nostra storia, nellabbraccio del nostro territorio. Era stata da poco eletta la prima sindaco donna – Rachele Popolizio – della storia della mia Città. Durante la mia assenza, eravamo stati colonizzati con immano sperpero di danaro pubblico e lucida incoscienza, da uno Spietramento della nostra Murgia. Danno irreparabile. Atroce violenza! Completo tradimento da parte di tutto il mondo degli intellettuali, della profezia inascoltata scritta da Pier Paolo Pasolini in Letture Luterane (1977): << Finché in Italia non ci sarà un processo per abbruttimento paesaggistico del territorio non ci sarà democrazia >>. Una compagna di passate lotte in piazza Duomo – Pasquina Pepe – , fautrice del mio incontro con Tonio Creanza mi disse: << Perché non realizzi qualcosa per loccasione della Estate Murgia? >>. Ero stato, a 24 anni, in qualità di socio fondatore della seconda rinascita di Radio Murgia, dove potemmo entrare come comunisti, anarchici, socialisti, libertari, in una radio messa in piedi da iscritti al P.C.I. e a noi vietata, sino ad una apertura voluta con intelligenza e lungimiranza da un socialista, la buonanima di un ferroviere Luigi Striccoli.

A quel tempo, conducevo un programma da mezzanotte in poi, tutte le notti “Narghilè”. Non ci sono registrazioni, ricordo un segno di trascuranza da parte mia, senzaltro. La radio, però, dopo anni fu venduta, un segno evidente di un totale fallimento di una sinistra che solo a chiacchiere, sapeva e sa ancora, identificarsi in un << pour parler! >>. Essere comunisti è e resta, un modo per organizzare la società in maniera intelligente, Ma se dimenticato, il pragmatismo. E sarà questanima feroce e critica a farmi talmente male, da sviluppare nel mio agire, tensione verso il saper-emotivo.

Dopo il successo della trasmissione insieme ad un Operatore Culturale Regionale il giornalista di Paese Sera – Onofrio Pepe – mi inventai una “Estate Murgia”, indimenticabile. Esattamente lanno prima del Terremoto in Irpinia e lanno successivo, dopo essere stato presente – col mio furgone Bedford rosso – tra le strade terremotate dellIrpinia, recante uno slogan: << Come Potevano Gli Uomini Del Petrolio Trasformarsi In Uomini Del Soccorso! >>. E se pur – lo slogan – fosse prodotto da un quotidiano come Lotta Continua – a noi comunisti anarchici, poco gradito –, per me era la giusta osservazione, e da uomo libero quale ero e sono ne pubblicizzai il contenuto tra le urla e la neve di rosso sangue violata. Arrivarono i giorni per organizzare la “II° Estate Murgia” e proposi di realizzarla nel primo Boschetto di Altamura, facendo realizzare da un compagno architetto un plastico, dove andavamo a piantare un numero di alberi esatti quanti i morti del terremoto. Tra laltro si andava a sconfinare nel II° bosco dei Denora, dove avremmo realizzato – intorno allo stesso bosco – la zona mercatale. Questa mia proposta non fu presa in considerazione.

Stavamo nella sede della Libreria Altamura – dietro la Cattedrale – sostenuta da case editrici indipendenti anarchiche, la Feltrinelli e tutta la Stampa Libertaria. In quegli anni pagavo i libri in contanti senonché un giorno, quelli della Feltrinelli mi consigliarono di prendermi la Licenza, così potevamo lavorare a 60 giorni. Tramite la Confesercenti, appena nata, feci la domanda alla Camera di Commercio di Bari e di Matera. Fui chiamato da Matera dove sostenni tre esami, insieme alle vecchiette che conoscevo e a cui dettavo le risposte. Per ben tre volte venni bocciato, mentre le mie risposte date alle vecchiette – per rinnovo licenze – passavano con immensa gioia e ringraziamenti nei miei confronti. Un giorno, mi ritrovai morto, avevo 27 anni. Ci sono nodi nelle nostre vite che ritornano, infatti giusto è lantico dire: << Per capire un legame basta scioglierne i nodi >>. Morii e fui sepolto e restai sepolto a contemplare la mia morte, le nostre sorti. Per questo, al mio ritorno, Pasquina seppe trovare il momento giusto nonché il posto – Piazza Duomo allangolo di Palazzo Melodia dove Domenico Ventura mi dipinse nellOpera Donato Laborante – una giusta sollecitazione. Nella notte, scrissi Ferula Ferita “Guardando il Tempo A Tra Verso il Campo” monologo teatrale di e con Donato Emar Laborante. Proponemmo di fare lo spettacolo in una grotta a Jesce, Ma anche lì, non ci venne dato il permesso di realizzarlo perché a Jesce, non c’erano i bagni e altre cose necessarie alla fruizione di un pubblico. Dal canto mio, feci rilevare che neanche in Piazza Duomo non c’erano i bagni e che però, le persone ci potevano andare.

Lo spettacolo successivamente – pur non essendo mai stato rappresentato – diede il nome al nostro movimento. Per loccasione il giorno dopo andai alla Masseria di Jesce e quando arrivai, trovai un bel palco costruito con geometrica maestria. Persone che mi avvolsero in un ristorante sorriso. Mi venne chiesto di festeggiare la sera per la partenza di Taluni, nonché per larrivo di Altri. Dico a Francois Guyot di andare a cercare qualcosa che potesse essere un albero di una nave. Francois si presentò con un albero perfetto, da grande nave, così, nacque “lApprodo Sommerso” una mia opera spettacolo che racconta la nascita delle religioni. Con una ferula, il mio Pro Meteo non rubava il fuoco agli Dei, Ma lo prendeva per portarlo agli Umani come gesto di amore.

Riprendo così, con il nome Ferula Ferita, il senso dellappartenenza ad una antichità che da secoli aspetta la sua consacrazione. La Ferula è la regina del nostro territorio. Colei che detta i tempi delle coloriture. La Ferula oltre ad essere un arbusto che cresce nelle prime terre fuoriuscite dalle acque – Murgia, Sicilia, Sardegna, Monte Ingino, Gubbio, Carso, Anatolia, Afghanistan – significa Leggera. Per questo, dobbiamo essere leggeri e resistenti. Diceva il Che il dottor Ernesto Che Guevara: << Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza >>, ed è la pianta, che ci ricorda di come sarà sempre il sacro fuoco delle passioni a temperare il nostro carattere. << Chi ha carattere ha un brutto carattere >>. Sono questi i Pregiudizi da Sconfiggere Se vogliamo Essere Costruttori di Pace. Quindi, Ferula Ferita, parla della leggera ferita che Ogni Uno di Noi porta con !

Caro Luca la tua domanda merita maggiore attenzione, perché, sottolinea limportanza sostanziale del lavoro artigianale, ciò che Don Tonino Bello chiamava << La carezza di Dio >>. Dobbiamo comprare per la nostra casa oggetti che abbiano il sorriso. Questi oggetti, sono il frutto di una deposizione di gesti di puro amore. La nostra salvezza, passa a(t)tra-verso il lavoro artigianale e per omaggiare la tua domanda, dopo molto tempo, Martedi 8 Settembre organizzeremo il “III° Laborantorio artigianale Susstartesana”, sulla costruzione degli scanni in ferula o ferlizzi in lingua foggiana o firrizzi in lingua sicula. Chiunque potrà partecipare con una quota di euro 10,00 al giorno, imparare un mestiere, unarte, un essere tempo. Staremo in Masseria Jesce, stazione di posta, sulla via Appia Antica affinché tutto ritorni come prima.

Posso azzardare che il teatro vive in te, perfino quando fai una crepes. O quando per parlare al pubblico e per presentare gli artisti che hanno la fortuna di incontrarti, tu, utilizzi come microfono ogni sorta di oggetto: una volta può essere un mestolo, una volta un pacco di biscotti, una volta una scarpa, una volta un foglio arrotolato che ricorda il naso di pinocchio.

Qual’è il nesso tra le tue parole e gli oggetti che usi? Perché fai quello che non fanno tutti limitandoti all’organizzazione di eventi ma oltrepassi volontariamente questo limite, aprendoti alle persone che la sera si avvicinano a quello che tu condivi con loro?

Certo che sì! La storia delle crepes è legata al richiamo delle circolarità e delle ragionevolezze racchiuse nei desideri. Per quanto riguarda la trovata degli oggetti che uso per amplificare la voce, è un voler ribadire lattenzione al silenzio che dobbiamo avere, per ascoltare il nostro rumore di fondo. Riaffermare nella scala dei valori che Noi siamo quel che mangiamo, per tanto, larte principale è il cibo. “ArteciBazione” nasce per affermare ciò!

All’inizio usavo solo attrezzi da cucina, poi, col tempo, ho usato qualsiasi oggetto di trasporto. Lidea patafisica prende spunto dai lavori di Alfred Jarry! Non sono un organizzatore di .. Ma un AccomodAttore di Stati dAnimi. La Stazione di Posta che siamo riusciti a creare, permette ad un artista di ritrovare Sé stesso. Senza volerlo, Ma solo con invisibile velo, disegno metafore, che a tra verso le mie presentazioni digressive aprono spazi dove gli artisti, quindi in primis gli AscoltAttori, andranno a liberare i loro sogni, i loro desideri. Se è vero comè vero che Noi siamo lAltro, allora sarà il riflesso di questAltro a Liberare il nostro Sé!

Questo e tantAltro ci hanno permesso di Dire: << Non possiamo permetterci più di sognare, siamo Noi il sogno.

Sulle pareti del ferula, si trovano molti manifesti, quadri, fotografie, piccoli biglietti che adesso, sotto la minaccia di una definitiva chiusura sono stati tolti, o almeno così vedo dalle foto pubblicate sul tuo profilo. Tra essi ci sono sia le opere di vari artisti, come i manifesti delle serate, ma tra questi, ci sono alcuni che sono vere e proprie pagine di umanità e cultura.

Quali sono i più rappresentativi e cosa raccontano?

Se devo andare a scegliere a memoria nuda senza mancare di rispetto a nessun segno, a nessun disegno, scritta o ricordo, mi saltano agli occhi le foto dellAfghanistan del maestro che in una scuola senza il tetto, in una città bombardata, su un pezzo di lavagna tiene una lezione a giovanissimi alunni seduti sul tappeto per terra. O la scritta di Antonio batterista dei “Meiby Im” che dopo una lunghissima e larghissima notte, scrisse: << La vita è lo sbatter delle ciglia dello scultore >>. Oppure il Duende di Federico Garcia Lorca che ci ricordano del rapporto con i nostri musicisti altamurani: Artisti Poli-strumentisti Multietnici che trasferitisi al Nord con gli anni, per motivi di studi quando scendevano passavano dal Ferula a depositare labbecedario del vissuto. E questo ha un suo valore molto alto. In termini economici ho sempre parlato e chiesto a tutti: << Quanto vale uno Stato di Consapevolezza? >>. Sono in difficoltà, perché se nomino gli autori delle opere, non basta.

<< Un metro a misura duomo (opera di Andrea Pazienza) >>.

Gli artisti presenti nellanima di Ferula Ferita sono tanti: Domenico Ventura, Vito Maiù Maiullari, Jennifer Bell, Rosy Moretta, Pino Martimucci, e credetemi, almeno loro non sono latitanti, anzi mi correggo, essendo Ferula Ferita un non luogo essa ne rappresenta lanima vagante non ancora trovata. Che cosè una leggera ferita se non un indicatore di attenzioni o come diceva laltra sera Don Vincenzo Lopano << una feritoia da cui trovare salvezza >>.

In questi giorni, sono stato al Giardino Diversensibile di Ariano Irpino e guardando le Ancelle di Beltane dellartista Barbara Maraio, possiamo cantare che le potature di un albero, sono ferite bilanciate, atte a crescere slanciati e centrati.

Ti sento spesso utilizzare la definizione “Sat Asat”, ma non ho mai osato chiederti il suo significato. Puoi spiegarmelo adesso?

Sat Asat è il modo di dire che viene usato, quando dopo aver preso le misure, l’artigiano realizza e porta al montaggio l’opera. Dopo averla montata la finestra, la porta – o altro manufatto – soddisfatto esclama: << Sat Asat! (giusto giusto) >>. Ma in realtà Sat Asat è lingua sanscrita che molte volte, parliamo senza rendercene conto e significa Sat (Bene) Asat (Male). Questo significa, nel linguaggio popolare, che vede e prevede e anticipa i tempi bene o male il “ci siamo riusciti”; quindi il bene e il male, mi accompagnano sempre come le stagioni. Anzi a tra verso la realizzazione di un lavoro Sat Asat sono il matrimonio delle armonie.

Ci sono dei personaggi, nel tuo narrare e nel tuo fare teatro e arte in generale che mi piacciono. Ricordo che nel momento in cui ci conoscevamo e ci scambiavamo alcune esperienze, tu me ne hai raccontato qualcuno. Vorrei che adesso ne focalizzassi almeno uno e me ne parlassi. Vorrei che chi si ritroverà a leggere questi Dialoghi Resistenti, riuscisse a capire, anche senza aver visto niente, cosa trattano e dove vogliono arrivare i progetti e le intenzioni di chi si unisce a me, in questo viaggio comune.

Mest Francisc”, valoroso che con un solo pugno sette ne ammazza e chissà quanti ne ferisce. Personaggio tratto dal racconto orale dei nostri nonni e trascritto da Tonio Creanza e Donato Emar Laborante, nellopera “Il Nannorchio e la Nannorchia”. Valoroso lo è per attualità e per grandezza.

Quando trovando gli appunti della buonanima del professore Saverio Giustino nel libro Favole di Pietra, scoprimmo che il Nannorchio, altro non era, che il ragazzo brtt fatt (non bello) che i genitori dovevano nascondere mandandolo in campagna a fare il pastorello, cambiammo il finale. << Quando è buona la fine è buono tutto >> recita un antico proverbio. Il male va conosciuto e non combattuto, e Lui, da buon barbiere conosceva le arti della conoscenza. Chi era il barbiere fino a poco tempo fa? Era un musicista, un poeta, un medico callista, un poli-strumentista, un pittore, uno scultore che non potendo vivere di arte si ingegnò ed aprì un Salone di bellezza, dove il tempo si siede ad ascoltare. Un luogo dove si Ra(c)contava la vita e si Ra(c)conta, il nostro essere tempo.

La scomparsa dei soprannomi, caro Luca, è la lettura del non saper guardare osservare lAltro, quindi, i personaggi dello scenario quotidiano. Ma nel teatro di Ferula Ferita cè stata una evoluzione del Ra(c)conto, tratto dalloralità dei nostri nonni. Questa rappresentazione, è dedicata al tempo della riflessione e della creatività; a tutti coloro che, attraverso la materializzazione dei segni, offrono al mondo, tempi e contesti di neutralità. I Cantastorie di Ferula Ferita caratterizzano il Bene, il Male ed il Dubbio nella dinamica competitiva del riappropriarsi della propria emozionalità; intenti sulla scena, nel racconto delle gesta delleroe protagonista della storia – in uno stile apparentemente comune – rappresentano in realtà modi diversi di elaborazione filologica: lirrazionalità, la razionalità, lattesa. Ma è anche un excursus tra le monumentalità della città dove viene rappresentata. Tra le bellezze paesaggistiche della Murgia o di Altro luogo. Tra i numerosi segni della frequentazione antropica dei luoghi. Un percorso antropologico nella trasposizione del contare. Il colore di certe espressioni dialettali comunemente usate nellidioma, che trovano le loro radici nella lingua sanscrita, latina, francese, spagnola, tedesca, viene celebrato con laccostamento di suoni e temi musicali attuali. I musicisti accompagnano levolversi del racconto, impartendo ritmi emozionali, sottolineando i passaggi fondamentali. E questa scelta stilistica è cardine principe Sat Asatsulle differenze, sulle ambivalenze delle azioni, sullazione pedagogica del confronto.

Mi fermo a Mest Francisc per rispetto verso tutti gli Altri che meritano presentazioni e quantaltro. In questi giorni ho lavorato come Sancho Panza nel videoclip “Il garofano e la spada” di Carmine Torchia, regia Massimo Falsetta e Mangiafuoco al Giardino Diversensibile. Amo Isadora Duncan e ogni anno dedico a Lei un monologo. A giorni preparerò un lavoro che amo “Cadute” per omaggiare la buonanima di Marcello Pirro da Apricena, dove parlerò della Conversione di Sauro, dipinta da Michelangelo Buonarroti, a Caravaggio, a Domenico Morelli, a Domenico Ventura. Il capitano della nave dellApprodo Sommerso, a cui sono legato, da sangue e dolore. Uno spettacolo scritto sotto dettatura, molto, da poeti maledetti”, anzi, un omaggio a “Le bateaux livre” di Arthur Rimbaud!

Quale importanza dai alla lingua ed ai luoghi della memoria?

Un popolo senza memoria è come una pietra senza posto. Tutti la prenderanno a calci, la scherniranno. “Nella Solitudine” Leo Ferrè cantava << Le parole che Voi adoperate non sono più parole Ma una specie di condotta attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza apposto >>.

Penso, che siamo stati espropriati dalle parole, infatti vado facendo un lavoro di riappropriazione di un linguaggio che trovi nel significato, il suo verbo. Eliminare parole come colpa ed “io sono una buona partenza per poi, rendersi conto, che vanno eliminate anche parole come “Accoglienza” e “Volontariato”, in quanto usurate del proprio significato. Esistono i Luoghi de lanima che parlano. Dobbiamo allenarci a lascolto. La memoria è sacra ed è utile assaje. Fa bene alla salute.

La notte abbiamo dormito con te, abbiamo visto i tuoi altari, la quantità di simboli religiosi presenti nel luogo dove riposi, dove ridai pace alle tue ossa di guerriero. Ho sentito dalla tua voce una vocazione, uno spirito ancestrale che scova in questa nostra contemporaneità, qualcosa che ormai non c’è più, qualcosa di dimenticato.

Qual’è il loro significato o il significato che dai tu loro e cosa accomuna Altamura a Gerusalemme?

La Santeria nacque come mostra, Ma, ascoltando il luogo – dove fino ad allora avevamo fatto suonare musicisti e avevamo realizzato mostre di fotografi e pittori – volli preparare una mia mostra, per lappunto, sulle Santerie. Tutto quello che hai visto è quello che rimase di quella operazione, ed è il Luogo per eccellenza, dove mi resi conto che non dovevo usarlo per me o per altri, Ma che dovevo servirlo. Successivamente, scoprì che quella un tempo era una grotta, dove visse – seppur di passaggio – Francesco da Paola. E guarda caso, oggi, mi ritrovo – dopo la Chiusura della Creperia – nella Masseria a Jesce, con la stessa immagine, con lo stesso Santo .. e ne continuo a restare allibito.

Le anime dei morti ci accompagnano e dobbiamo essere vuoto per accoglierle. Penso proprio che Resistono città che sono simboli di ricerca: Gerusalemme rappresenta la città dentro di Noi. Ovunque cè una Gerusalemme da liberare. Ovunque va liberata.

Parlando spesso di gestione e di programmazioni teatrali, di critici, di circuiti e di finanziamenti vari, mi scontro spesso con muri e con persone che mi dicono << lascia stare, non si può cambiare questo sistema, bisogna solo accettarlo ed adeguarsi ad esso >>. Ma, personalmente nonostante le difficoltà che si possano incontrare nello scardinare alcuni tabù, tutto questo senso di resa, non mi va per niente giù. Il lavorare abbastanza, in molti casi, molto più di molte realtà ufficializzate e premiate, non mi tranquillizza, non mi fa accettare che questo sia normale. E allora? Allora do fastidio comunque, perché è nel mio interesse. Se non fosse così, non racconterei le storie che racconto, non parlerei degli ultimi, non parlerei dei risultati aberranti della nostra società, non cercherei quell’incontro di giustizia tra i popoli e le diversità.

Abbassando la testa e tirando dritto per la via, non mi sentirei onesto. Per questo, quando posso faccio notare le discriminanti, faccio notare le stupidità che molti paventano come traguardi, faccio notare tutto ciò che ancora la nostra società. Sono utopico e credo veramente al migliore dei mondi possibili, non mi arrendo ai fallimenti che molte volte risultano fallimenti collettivi. Ed in questo fallimento collettivo, vedo anche l’attuale situazione teatrale.

Parlando sempre di critici, di circuiti, di direttori artistici e di finanziamenti, cosa pensi dovrebbe cambiare in questo sistema Italiano, per far cessare questa deriva che sembra oramai inevitabile e cosa dovrebbero fare ognuno di loro?

Basterebbe che il popolo, il nostro amato popolo, pagasse le tasse in modo proporzionale e moderato, che non si facesse derubare dai detentori di un potere falso e fasullo. Anzi che trovasse il coraggio, di mandarli in aria, questi fasulli del falso in bilancio.

Niente soldoni pubblici e tutti a zappare – mi verrebbe da dire – esattamente Sat Asat come zappiamo Noi.

Ad esempio, il lavoro di Ultimo Teatro Produzioni Incivili dovrebbe essere tutelato da una Commissione che ancora deve nascere. Nella coltivazione delle idee, mi propongo spesso come Direttore Artistico Teatrale per: portare lavoro, aprire opifici artigianali, recuperare le nostre chianche, i nostri manufatti. Dare occupazione a giovani che non conoscono la bellezza del sudore delle ore, che escono ed entrano nelle carceri del passatempo.

Caro Luca, apparteniamo al mondo dei lavoratori, si-amo Noi, i soggetti reali della sofferenza e del canto. Desidero che i cittadini si organizzino in Comitati di Quartieri per iniziare a difendersi e diventare resistenza dignitosa. Liberalizzare le Responsabilità.

Come vedi le Nuove Generazioni?

Basterebbe responsabilizzarne il confine labile dell’insegnamento.

Andrebbero ascoltati ed a 18 anni, dovremmo mandarli ad aggiustare/recuperare le case dell’Ente Riforma. Sperimentare vite comunitarie, scuole d’orientamento. Ovvio che questa mia visione prevede una strategia politica attenta democratica che riprenda tutto ciò che abbiamo lasciato a metà del percorso. La riforma agraria degli anni ’50 era cosa buona, Ma le case, furono abbandonate a causa del boom industriale. Ora penso, che sia giunto il tempo di donarle ai nostri giovani che così facendo, potranno liberare le famiglie dal ricatto affettivo e responsabilizzare la società a cui tutti apparteniamo. I giovani Ra presentano, la forza inespressa, per tanto, la nostra sconfitta generazionale.

Invito tutti i genitori a leggere “L’Ospite Inquietante – il nichilismo e i giovani” di Umberto Galimberti, per essere forza propulsiva e non impiccio e giustificazionismo.

Se riuscissimo ad affermare il concetto aristotelico “Lo scopo del lavoro è quello di guadagnare tempo libero” riusciremmo ad essere tempo e avremmo tempo per ascoltare i nostri figli, le nuove generazioni.

Ironicamente, quali sono gli “errori” più frequenti della tua vita?

Continuo a tradire le cose che amo di più: il calcio e le donne.

Ringraziandoti ancora per il tuo cunto, invece di lasciarti – come annunciatoti nella nostra epistole – con le parole dell’operaio contadino pugliese Tommaso di Ciaula dal suo libro “Tuta Blu” e che non farebbe altro che rimarcare quello che tu hai trasceso, sfrutto l’occasione, per lasciarti due – di cui una a te – delle dediche scritte al ritorno della nostra tournée (estate 2015):

<< Ringraziamo Donato Laborante, uomo di cuore e di poesia, uomo di profondità e passione. Ricordiamo la curiosità dei nostri figli nei suoi confronti, ricordiamo anche il lento ma veloce innamoramento dei suoi gesti, dei suoi occhi, delle sue parole. Ricordiamo le tante domande che ci hanno fatto su di lui, ed il piacevole tormentone durato 10 giorni (tra il primo ed il secondo passaggio): “Ma quando torniamo da Donato? Ma ora, andiamo da Donato? Perché non siamo rimasti da Donato?”. Lo ringraziamo per gli sforzi che ogni giorno fa, per tenere vivi i luoghi di un Altamura che sembra, come il resto d’Italia, aver dimenticato la propria storia. Lo ringraziamo per averci fatto conoscere una delle Masserie più belle e antiche della Puglia, Jesce; per averci offerto come location un luogo magico, dove l’energia dei pellegrini del 1200 si mescolano alla forza dei nativi del IV° secolo A.C., ai pastori di oggi. Lo ringraziamo per averci fatto parlare di Palestina di fronte alla porta della grotta principale, dove i ruderi di un antico edificio, ricordano le mura di Gerusalemme. Lo ringraziamo per averci portato tra le Gravine, tra le macerie del campo profughi istriano, tra i rari zampilli rupestri della via Appia e della via Francigena, nella cripta di San Francesco da Paola, nella splendida e meravigliosa Murgia. Lo ringraziamo per averci portati da Giovanni, pastore di altri tempi, costretto ad uccidere e vendere le proprie pecore a causa della modernità. Per averci fatto avventurare – tra ferule e muretti a secco – alla scoperta di una delle necropoli, meno conosciute – al confine tra le terre di Altamura e quelle di Matera – dove probabilmente, neanche i suoi cittadini ne conoscono l’esistenza. Lo ringraziamo per la sua arte di Cuntista e di Novelliere: Maestro di vita e di bellezza. Lo ringraziamo, anche, per averci regalato il libro di Carlo Vulpo “La città delle nuvole” dove: testimonianze, referti medici, processi, articoli e ragionamenti – descrivono le atroci vicende dell’Ilva e di Taranto, la città più inquinata d’Europa.

Ringraziamo tutti i/le componenti dell’Arci Piera Bruno, che resistono a testa alta, in una Paola sopraffatta dalla ‘Ndrangheta e dall’abitudine ad essere estorta della propria libertà e dei propri beni. Ringraziamo lo Stato Italiano e le Forze dell’Ordine, per aver arrestato – circa un anno fa, 70 latitanti – ma che non operano abbastanza, perché Paola cambi veramente, perché nella sua storicità e nella sua Santità, Paola, continua a vivere la violenza del crimine organizzato che deruba ed uccide i propri fratelli. Perché Paola, nonostante i suoi pochi abitanti, rassomiglia a: Barra, Scampia, Secondigliano, Librino, Quarto Oggiaro di Milano. Ringraziamo i nostri Politici, i nostri Ministri, gli imprenditori e le persone comuni che si voltano tutti i giorni dall’altra parte, pensando che questo non sia un loro problema o peggio ancora, che sia un problema irrisolvibile. Li ringraziamo perché abbiamo passato tre giorni a spiegare ai nostri figli, quello che era accaduto a mezz’ora della fine dello spettacolo, quando hanno tentato di bruciare – a pochi metri da noi – un locale di nuova apertura. Del perché il giovane proprietario e suo padre corressero per le strade chiedendo aiuto, urlando: “Vi Uccido! Vi conosco! So chi siete!”. E del perché, nella disperazione del ragazzo, lui, abbia tirato un pugno sul cofano della nostra macchina – lasciandoci questo ricordo perenne – e non accorgendosi, che dentro c’erano le nostre piccole creature, impaurite e segnate – da quel gesto – che per lungo tempo porteranno con loro, a causa: di qualcosa che non capiscono, di qualcosa che non vivono se non attraverso il nostro spettacolo o attraverso la tv. Di qualcosa – di cui ci auguriamo – non vivranno mai in prima persona. E ci domandiamo, quasi come un ossessione: che cos’è la mafia se non l’indifferenza verso il prossimo e l’arrivismo che ne scaturisce fuori? Che cos’è la mafia se non il codardo che uccide il debole, l’innocente, il puro, la propria gente? Che cos’è la mafia se non le espressioni: “Io, non sapevo niente”, “Io, non c’ero”, “Io, sono innocente”. Che cos’è la mafia? >>

http://www.ferulaferita.com

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