DoppioSenso Unico

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e DoppioSenso Unico

Ciao Ivan, ciao Luca, benvenuti a Dialoghi Resistenti. A questo tentativo grottesco di ritrovare quell’incontro tra artisti e addetti alla scena, attraverso: la società, la vita, il buon senso ed il buon gusto. Così come avviene con tutti, vorrei mi raccontaste chi sono la coppia Talarico Ruocco, quali le loro origini, quali i loro sogni, quali le loro previsioni per il futuro.

Le origini di Ruocco e Talarico, forse mitologiche, li vogliono giovani studenti di scuola superiore intenti a prestare più attenzione ai fumetti ironici e satirici che continuavano a scrivere e disegnare, piuttosto che alle materie insegnate.

Dal fumetto poi, si distaccarono, ma solo per quanto riguarda la forma finale da dare alle loro creazioni. La grammatica, i personaggi, la stessa costruzione dei loro spettacoli spesso e volentieri rimanda ancora oggi alle strip a fumetti.

Entrambi previdero il loro futuro nel 2004, dopo un workshop di sedute spiritiche e una serie di apparizioni mariane freelance. Le loro previsioni sono raccolte in un poderoso plico finito in mano dell’attuale pontefice, che lo conserva gelosamente.

Il vostro è un teatro dell’assurdo, surreale, molte volte intriso di un humor nero, di una comicità raffinata, irriverente, trasformista, crudele, fisica. L’esempio potrebbe essere “La Variante E.K.”, come del resto lo è tutto il vostro repertorio.

Una volta scrissi ad Ivan << voi della morte né avete fatto un mestiere >> e a proposito di questo: qual è il vostro rapporto con lei e con il suicidio? E come è nato questo spettacolo?

Abbiamo un buon rapporto con la morte. Una profonda amicizia, niente di più, fatta di caffé nei bar assolati, passeggiate in montagna, gite fuori porta. Frequentiamo meno il suicidio: ci telefoniamo, ci diamo appuntamento ma non c’incontriamo mai. Per celebrare questi incontri disattesi abbiamo messo in scena “La variante E.K.”, in cui il suicidio è un gioco molto serio tra noi e gli spettatori; la fuga dalla vita alla morte ci permette di affrontare ed esplorare molte dinamiche e riflessioni in una scena viva, proprio perché sempre sospesa sulla morte.

Un ruolo importante nelle vostre messe in scena è l’interazione con il pubblico: qual è il vostro rapporto con lui e come scegliete le vostre “cavie”?

Ci piace pensare che il pubblico debba avere parte integrante, importante e, soprattutto, viva in uno spettacolo teatrale. Non crediamo nell’esistenza della quarta parete, quindi ci viene naturale pensare all’intera sala teatrale come un tutt’uno in cui le persone intervenute possano e debbano interagire.

Anni di teatro ingessato e noioso hanno allontanato il pubblico dai teatri, costretti com’erano [e come spesso ancora sono] ad ingollare ore di chiacchiere vuote.

Diventare parte attiva di un qualcosa, di un nostro spettacolo, è la più grande benedizione che possa investire uno spettatore pagante!

Per quanto riguarda il criterio di scelta, spesso e volentieri è lo stesso spettatore, che però eviterei di chiamare “cavia” per sfatare una sorta di aura “negativa” che di tanto in tanto aleggia intorno al nostro modus operandi, a calamitarci. Sta lì seduto, già consapevole di avere sfoggiato l’aura giusta per condividere il palco con noi.

A cosa state lavorando adesso?

Ad una disintossicazione sistematica dal teatro. Fare teatro oggi è una sorta di perversione sociale, un accanimento metodico nel volersi e voler convincere gli altri che ci sia ancora spazio per questo linguaggio. Ma in realtà, salvo rari casi, la romanità insegna che il teatro è storia di cantine e solitudini.

Quindi per oggi basta teatro. E anche per domani. Ricominceremo a gennaio, portando al Teatro dell’Orologio la trilogia “Niente di nuovo sotto il suolo” e con calma penseremo ad un nuovo allestimento. Giusto per contraddirci pubblicamente.

Tra le vostre produzioni ci sono anche molti cortometraggi, documentari e altre opere che prevedono l’utilizzo del mezzo video. Nel 2014 avete replicato per un lungo periodo “Operamolla”, creando di giorno in giorno dei piccoli spot. Qual’è la vostra relazione con i camerini del Teatro dell’Orologio e cosa è successo al loro interno?

Sopravvivere ad un intero mese di repliche a Roma non è una cosa semplice per una compagnia di teatro off. Non lo è affatto. Si cerca con ogni mezzo di riuscirci e, allo stesso tempo, si cercano sempre nuovi modi per dare visibilità al tuo lavoro, a “Operamolla”, in questo caso.

I nostri “clippini” dai camerini del Teatro dell’Orologio sono stati per noi il perfetto connubio .. c’è anche da dire che proprio lì all’Orologio hanno trovato terreno ben fertile. Seppur umido, il camerino della sala Gassman ha visto l’esordio dei nostri ultimi tre spettacoli, per non parlare dello staff direttivo del teatro e della loro responsabilità sul ritorno di DoppioSenso Unico al teatro dopo una latitanza durata tre anni.

Per tornare ai “clippini”, però, c’è anche da sottolineare un lato un po’ inquietante dell’operazione: più di uno fra i nostri contatti, infatti, ci ha rivelato di aver seguito passo passo l’evoluzione dai camerini, sui social, pur non essendo venuto a vedere lo spettacolo. Probabile che questa sovraesposizione abbia dato a qualcuno un senso di sazietà, a priori da “Operamolla”.

Che importanza ha per voi ridere e che ruolo gli date nella vita?

Ci prendiamo molto sul serio e questo spesso ci fa ridere. In realtà la risata è sempre accidentale, per noi. Involontaria. Cerchiamo il dramma e non riusciamo a reggerlo, ci sfugge sempre un’ironia, un riso. E meno male, forse.

Oggi si fa un uso smodato della definizione “genio” e di “genialità”, sembra che qualsiasi sfiato di mediocrità sopra le righe, venga etichettato come tale e come tale, consumato e gettato subito dopo. Non a caso siamo nella società dei consumo e non a caso Aldo Braibanti scriveva: << Nei casi più vistosi, l’arte, come uso di predisposizione e capacità individuali per il conseguimento di un potere d’élite, diviene la più efficace esaltazione del mai abbastanza deprecato mito dell’io, per il quale si è persino inventata una parola di comodo, cioè “genio”. >>

Qual’è la vostra definizione di genio o di genialità, ed in chi o in cosa la vedete? In un artista? In un filosofo? In un calciatore? In un politico? In un direttore di banca? In un netturbino? In un clochard? In nessuno di loro? E perché, secondo voi ne viene glorifica l’esistenza?

Non inseguiamo l’idea di “genio” .. proprio per questo non andiamo a cercare il “genialità” in nessuna delle categorie che hai elencato. Potremmo trovarla in tutte, o in nessuna. Ma non ci interessa trovarla. Un concetto che, invece, inseguiamo sempre è quello di “Idea”.

Nel periodo delle riforme e delle cancrene, nel teatro, tutto sembra cambiare e tutto sembra restare lo stesso. Oggi assistiamo allo sciacallaggio della cultura, alla sua svendita, al suo tradimento nella forma più cinica e sterile. Oggi, come ieri, ci sono ancora gli stessi problemi e le stesse difficoltà, sia nelle produzioni sia nelle distribuzioni. Oggi si concorre nel silenzio della maggior parte degli addetti ai lavori, al declino storico della scena viva. Anche, se l’unica cosa certa che sappiamo è che il teatro non morirà realmente. Forse lo farà nelle strutture addette, forse nell’uso corrente che ne può fare nella società, forse nel mercato aziendale o in quello dei grandi investimenti, ma non avverrà la stessa cosa nelle strade, non avverrà nella gestualità che tutti i giorni ci portiamo appresso, non avverrà nella ritualità della vita, né nella tipologia relazionare delle persone.

Cos’è per voi il teatro? Dove lo vedete realmente? E che funzione ha e che funzione dovrebbe avere all’interno delle prassi esperienziali? Come e dove, chi vi opera al suo interno, dovrebbe modificare sé stesso ed il rapporto con l’esterno?

Il teatro sarebbe importantissimo in una civiltà culturalmente sana. Quindi quasi inutile oggi. Forse sopravviveranno dei teatranti, ma probabilmente crolleranno tutti i teatri. Bisognerebbe modificare l’idea comunicativa del teatro, allontanarla dalla morte della vanità. Non bisognerebbe pensare al teatro, a “fare il teatro”, ma a dire delle cose, gridarle, cantarle, ovunque. Il teatro è solo una forma dell’espressione, tanto mortificata oggi, talmente mortificata che noi ce ne laviamo un po’ le mani.

Cosa vi da più sollievo nella vita?

Non siamo persone facili da sollevare, nonostante i corpi asciutti pesiamo come macigni. Altrettanto difficile risulta allietarci. Assimiliamo negatività di zavorra, colpa di una ricettività sempre attenta verso quel che abbiamo interno, e la riversiamo negli spettacoli.

Qual’è per voi un atto ribelle e che senso ha oggi applicarlo? E quale atto rivoluzionario dovrebbe essere espresso o messo in opera?

L’unico atto ribelle è esistere. Reggere il peso e rilanciare con costanza. Trovare leggerezza e inventare nuove prospettive. Con la determinazione della goccia che scava la pietra. O la roccia, per quelli che cercano la rima noncuranti delle rivoluzioni.

Quali sono stati i vostri maestri e dove sono finiti oggi? Nei teatri? Nelle accademie? Nei premi? Nei festival? Nei libri? Nei supermercati? E se ci fosse ancora una speranza della loro esistenza, come ci si dovrebbe confrontare con loro?

Difficile parlare di maestri. Siamo autodidatti, anche se qualche debituccio lo abbiamo, ovviamente, accumulato lungo il cammino.

Parlare di maestri su larga scala potrebbe suonare ridondante, non pensi?

Entrambe siete “immigrati”, figli di quell’Italia di “spostati” – vuoi per un esigenza lavorativa, vuoi per un sogno comune, vuoi per noia, vuoi per quell’incapacità di cambiare le cose, vuoi perché era l’unica alternativa – che fa e ha fatto del nostro stivale una terra di viaggiatori e poeti. Entrambe avete un rapporto con la Calabria, ognuno con le proprie esperienze, ognuno con le proprie visioni.

Quali sono i vostri ricordi e quali le vostre delusioni? E in cosa si differenzia, ancora oggi, la vita tra il sud ed il nord Italia? Ed in cosa sono ancora simili?

E’ un tempo senza spazio quello che viviamo. O almeno immagina di esserlo, per poi trovarsi imbrigliato nei confini storici di sempre. Potremmo dirti che la Calabria è ancora terra di cibo, tradizione, retroguardia e che il nord è industria, nebbia, frenesia. Ma anche basta. Siamo dove siamo. I luoghi di provenienza influenzano, questo è indubbio, ma bisogna ridimensionarli perché non diventino un marchio, una nostalgia costante e immaginaria, un senso di appartenenza che non si può legare alla geografia soltanto.

Quale differenza notate tra la critica di settore e la critica del pubblico? E che importanza date loro?

Ci piace ogni genere di confronto e, a posteriori, riflettiamo molto spesso sui feedback che riusciamo a raccogliere dopo il debutto di un nuovo lavoro.

Il nostro rapporto, così stretto, col pubblico, ci porta con naturalezza a dare molta attenzione a quel che, dei nostri lavori, la gente riesce ad acquisire. Soprattutto per la trilogia formata dai nostri ultimi tre spettacoli, i feedback raccolti dagli spettatori [anche quelli emozionali] ci hanno aiutato fin dalla presentazione degli studi nei locali, ad arrivare alle forme definitive presentate poi in teatro.

Ringraziandovi ancora per il vostro intervento, vi lascio con questo frammento da uno scritto si Carlo Cerciello (Elicantropo Teatro): << Ogni società ha il teatro che si merita. La nostra manca di coraggio, di coscienza critica, di memoria storica, di sovversione, è narcotizzata, assuefatta, schiava dell’omologazione del pensiero, ecco perché è schiava del burocratese teatrale. La tragedia greca ci insegna che la funzione del teatro nella società in cui opera è altissima, ma degenera contestualmente al degenerare della società stessa. Quella umanità che nel V secolo, cogliendo il senso del tragico dell’esistenza umana, inventò la tragedia greca, è molto lontana dalla nostra, volutamente distratta dal dolore umano e dal suo destino mortale, tutta tesa com’è a congelarlo, imbellettarlo e nasconderlo, nell’impossibile desiderio di esorcizzarlo. Oggi la morte, riprodotta e ostentata in maniera ossessionante e ripetitiva, tradotta continuamente in immagine, pur nelle sue forme più cruente, ha finito per creare assuefazione e indifferenza al dolore. Goethe afferma che “ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile” e che “se interviene o diviene possibile una conciliazione, il tragico scompare”. >>

http://www.doppiosensouni.com/

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