Marco Dotti

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Marco Dotti

Ciao Marco, sono felice tu abbia accolto questa mia curiosità di aprire un dialogo con noi di “Dialoghi Resistenti”. Come prima domanda, vorrei farti quella di rito, così per chi non ti conoscesse avrà la possibilità di sapere qualcosa in più su di te. Chi sei e da dove provieni?

Non posso nasconderti che questa è una domanda alla quale cerco, generalmente, di sottrarmi. Non perché non ami gli autoritratti – cosa che soggettivamente risponde comunque a verità – ma perché apre una questione molto complessa, abissale la qualificò Novalis, che tutti, in un modo o nell’altro, proviamo a rattoppare ricorrendo alla supplenza di qualche ufficio del registro. Limitandomi all’anagrafe: sono nato in provincia di Brescia, nel 1972, da dove coltivo da sempre le mie fughe. Nel corso degli anni mi sono dedicato a studi di confine, tra la comparatistica letteraria e la storia dei concetti. Oggi insegno all’Università di Pavia e faccio altre cose. L’unico lavoro di cui vado in qualche modo fiero è un lavoro che non avrei dovuto fare io: la curatela di un libricino, di Catherine Pozzi, titolato Il mio inferno. È un’opera a cui tengo molto. Per il resto ho tradotto una quarantina di libri – da Cocteau a Jean Cayrol, da Pierre Guoyotat a Marcel Johuandeau – e ne ho pubblicati un paio. Nel corso degli quattro anni mi sono dedicato alla fenomenologia del gioco e, in particolare, del gioco d’azzardo.

Io ti ho conosciuto tramite un amico comune, quando ti invitammo a Pistoia a tenere una conferenza, sul più sofferto e controverso “autore teatrale” dei nostri tempi, Antonin Artaud. Oltre a considerarti tra i suoi più illustri conoscitori, cosa rappresenta per te la sua opera e la sua vita (inscindibili una dall’altra) e cosa pensi abbia lasciato, oggi, nel fare Teatro o nelle scelte del fare Teatro?

Destino degli sconfitti: affacciarsi al mondo solo quando il vincitore decide di guardarsi allo specchio. Paradosso che non poteva sfuggire a Heiner Müller che, nella Strada dei panzer, scriveva: «Il momento della verità, quando nello specchio compare l’immagine del nemico». Ecco il punto ed ecco perché mi spaventa la domanda sull’identità: c’è sempre il rischio di scoprirsi inquisitori di qualcuno. Davanti allo specchio, l’Inquisitore vede il nemico e vede sé, sente stridere le pareti di vetro. Da dentro qualcuno o qualcosa preme, ma chi?

Scriveva Allen Ginsberg, in Iron Horse, una delle sue ultime poesie, musicata anche da Philip Glass e composta – se la memoria non mi inganna – osservando sullo schermo di una allnews tv, che stava allora muovendo i suoi primi passi, le operazioni della prima Guerra del Golfo: “chi è il nemico, anno dopo anno? Guerra dopo guerra, chi è il nemico? Quale è l’arma, battaglia dopo battaglia? E la notizia, disfatta dopo disfatta? Quale è l’immagine, decennio dopo decennio? La televisione mostra sangue, braccia spezzate, corpi feriti rivelati dallo schermo. Togli il suono al televisore e non saprai più chi è la vittima. Togli la lingua al televisore e non saprai mai chi è l’assassino. Togli il commento alle notizie e vedrai una massa di pazzi che si danno all’assassinio”.

Artaud ha articolato una macchina da guerra contro la Guerra: ha tolto la voce, ha tolto il suono, ha tolto la lingua, ha tolto tutto. E vi ha sovrapposto il grido. Se resta qualcosa, di Artaud, oggi, resta questo segno meno. Questa esigenza del levare. Questa esigenza che è anche esigenza di un détournement che ribalta ogni immagine e ogni proiezione di immagine del nemico. Artaud è la macchina di questo potentissimo contro-dispositivo. Lo è ancora. Pensa alla sua lettera sulle deportazioni (la puoi leggere qui, con tanti errori frutto di un lavoro fatto in gioventù: http://www.kainos.it/numero2/sezioni/disvelamenti/artaudit.html)

Durante quell’incontro citai un breve testo, ancora di Heiner Müller, che, oggi, assume una valenza critico-profetica inesplorata. Tipico di questi autori è di essere profeti di utopie irrealizzabili ma anche veggenti di distopie sempre pienamente realizzate, ahinoi.

Scrive Müller: “il pensiero come uno dei più grandi divertimenti della razza umana – fa dire Brecht a Galilei prima che gli vengano mostrati gli strumenti di tortura”. Poi? Poi il pensiero si mostra per quello che è: complice o schiavo. Tertium non datur? Il terzo escluso è la posta in gioco di Artaud: né complici, né schiavi. E qui conclude Müller: “Artaud è il caso critico. Ha strappato la letteratura alla polizia, il teatro alla medicina. I suoi testi fioriscono sotto il sole della tortura che illumina contemporaneamente tutti i continenti di questo pianeta. Letti sulle macerie dell’Europa saranno dei classici”. Partirei da qui.

Quindi Artaud muore due volte, la prima volta con la sua perdita effettiva, fisica, la seconda volta quando il teatro e soprattutto chi lo fa, hanno smarrito ogni nesso logico con il suo lascito, con la sua vita e con il senso rivoluzionario del cambiamento, del rischio, del tenere la testa alta di fronte alle ingiustizie. Nella perdita, quasi assoluta del coraggio e nell’incapacità di sottrarsi al vero senso della disperazione e della malattia.

Cosa pensi di coloro che hanno introdotto all’interno del proprio lavoro, le teorie o le filosofie del suo “teatro”, del suo dolore verso il mondo, del suo grido? E possibile che unicamente attraverso le sue teorizzazioni e la sua mancata messa in pratica, si possa ricreare nella scena quello che lui diceva?

Non ho un pensiero su chi, legittimamente, affronta o si serve o lavora attorno o dentro le tematiche di Artaud. Credo sia il lavoro di chi crede – legittimamente crede – di poter passare attraverso opera o assenza d’opera di Artaud a parlare, più che le intenzioni. Valeva per Artaud, vale a maggior ragione per loro ciò che diceva Walter Benjamin: la verità è la morte dell’intenzione. È ciò che rimane, bruciata ogni intenzione.

Posso così limitarmi a segnalare due linee che attraversano o si scontrano con l’eredità di Artaud e con un paradosso: quell’eredità è un debito, non la puoi prendere con beneficio di inventario. La prima linea è quella del testamento, la seconda dell’oblio. Roland Barthes suggeriva, proprio nel caso di Artaud, di ricorrere al «plagio», Baudrillard e Lotringer invitano ad andare ben oltre, a «dimenticarlo». Ciò che Artaud contesta, in opposizione alla moderna psicologia dell’attore e a tutte le teorie ricorrenti della rappresentazione, è infatti, e soprattutto, il «processo di identificazione» in sé. Per questa ragione, quello di Artaud non può che essere un testamento falsificato e continuamente tradito. Non possiamo sublimarlo; possiamo fare di lui un mito, persino ingenuo e banalizzato, ma non potremo mai trarne una ideologia culturale: qui sta la sua forza. E questa forza la vedi à rebours, alla rovescia, partendo dalle tracce là dove si interrompono: nel grido non trattenuto su una scala, lo stesso grido che rimane impresso sul nastro di Pour en finir avec le jugement de dieu.

Tu che ne sei stato il curatore dell’edizione Italiana, sapresti riassumermi, sempre che sia possibile, l’opera radiofonica “Per farla finita col giudizio di dio”?

Un grido mal compreso, come ogni grido. Ma non un grido di dolore, un grido di sovversione. Un lavoro complesso, stratificato. La definirei un insieme di tattiche e strategie. Se la strategia mira a creare spazio, la tattica “si fa spazio”. La strategia si crea uno spazio, la tattica lo decolonizza. Possiamo leggere così Pour en finir avec le jugement de dieu, dove “dio” nella versione in plaquette che originò dalla censura – ogni censura in Artaud è anche una pietra d’inciampo generativa – è rigorosamente con la minuscola. Sulla vicenda editoriale di questo testo si aprirebbe un capitolo a parte, su cui, se vuoi, potremmo ritornare. Ma merita un capitolo a sé, appunto.

In apparenza non sono un credente, anzi, molte volte non credo neanche all’uomo, ma ascoltare Papa Francesco dover tradurre la sue affermazioni su pugni e reazioni a proposito di offese alla madre, mi ha fatto molta tristezza. Certo in Italia, siamo abituati a porgere l’altra guancia e anche ad abbassarci le mutande e non avrei dovuto stupirmi più di tanto, non mi sarei dovuto aspettare altro da un opinione pubblica scandalistica e corrotta che cerca il male e l’ambiguità in tutto. Però, vorrei consigliare, soprattutto ai giornalisti che per vendere i loro servizi vuoti di ogni senso e significato, attraverso – titoli, programmi e articoli da lobotomizzati – di guardare la mano del Cristo nelle varie riproduzioni della “Cacciata dei mercanti dal tempio” dipinte da: El Greco, Giotto, Il Guercino, Gessi, Caravaggio, Bassano, Dorè, Manfredi, Giordano, Boulogne e da molti altri. Di guardarne la forma, l’espressione, la tensione del corpo e del volto. Ripercorrendo così, quello scandalo che vide i suoi apostoli sconvolti.

Utilizzando tranci di risposte date da Alessandro Bergonzoni ad un intervista fattagli da Massimo Zucchetti, vorrei rimanere sulla “questione” Dio e sull’ondata di Islamofobia che sta, così come in passato, invadendo l’Europa.

<< L’ironia ha fatto dei morti, continua a fare dei morti. A forza di prendere in giro non sappiamo più cos’è la ciccia, cos’è la sostanza. Allora la parodia la satira, mi fanno un po’ paura. E credo sia una forma di distrazione di massa. [..] La gente divide la politica dall’arte, l’arte della malattia, la malattia dall’erotismo, l’erotismo da .. ma sono tutte cose legate in sé. [..] Penso che mettersi attorno ad un tavolo per parlare, sia un grande spreco. Basta anche viaggiare. [..] I corpi sono dei viaggi, le persone sono dei libri. Non dobbiamo leggere solo libri ma dobbiamo leggere anche le persone, tradurre le persone. >>

Qual’è il tuo pensiero riguardo la libertà di stampa, la libertà alla critica, alla società, alle religioni, alla laicità e quanto esse possono svincolarsi una dall’altra? E cosa ne pensi delle masse, che una volta per un motivo una volta per un altro, portano il nome di qualcuno, in specifico di qualche vittima, per dire che loro sono presenti, che loro dimostrano il loro coraggio e la loro faccia per prendere una posizione, per denunciare un accadimento che è sicuramente feroce, ma che in realtà non rispecchia quello che loro quotidianamente sono o quello che quotidianamente, noi tutti siamo?

Tecnicamente siamo fatti, nel senso di addicted, di cronaca. Certe cose hanno trovato il modo di proliferare all’infinito e, tra queste, vi sono indubbiamente proprio i fatti di cronaca, che francesi chiamano faits divers. Non classificabili in alcuna pagina, facili da ridurre in poche righe, al tempo di Twitter, i faits divers hanno preso la loro rivincita e, da marginali, sono diventati l’evento centrale della comunicazione. Con “fatti” di questa natura letteratura e critica, a partire dal grande romanzo dell’Ottocento, hanno a lungo cercato una mediazione, sia traendo ispirazione dalla cronaca, sia cercando di dare dignità interna alla stessa. Eppure, alla lunga, la mediazione non può che dirsi fallita. Io credo che, come aveva ben capito Michel Foucault, la cronaca e, in particolare, la cronaca rosa ha “educato” la gente a amare i vizi del sovrano e delle sue consorti e concubine, togliendo così la gioia e la necessità – talvolta – del regicidio.

Cos’è per te il terrorismo?

È un termine che attiene la violenza del monopolista di turno che si definisce e si circoscrive attraverso la definizione dell’altro – che insidia quel monopolio – come “terrorista”. Io credo che non ci sia terrorismo, ma violenza. Violenza individuale o di sistema. Se poi dal campo politologico entriamo in un campo più grande, quello dell’arte per capirci, allora ogni artista è inevitabilmente terrorista. Lo è perché sogna. Altrimenti è solo un notaio.

Mi scuso con te e con chi ci legge, se utilizzo continuamente citazioni, ma servono sia a me per formulare delle domanda, senza dover per forza passare da ricordi personali, sia per sottolineare quelle parole che sono già state scritte e che non sono delle risposte, anche se lo sono, ma che vogliono aprire delle questioni e porre dei luoghi di riflessione.

Le citazioni sono le nostre pietre d’inciampo, non sono autorità a cui ci appelliamo. Servono per ricordarci che qui stiamo discutendo liberamente, non imponendo…

L’intera Francia è immersa in questa ideologia anonima: la stampa, il cinema,il teatro, la letteratura di largo consumo, i cerimoniali, la Giustizia, la diplomazia, le conversazioni, il tempo che fa, il delitto che si giudica, il matrimonio in cui ci si commuove, la cucina dei nostri sogni, l’abito che si indossa. Tutto, nella nostra vita quotidiana, è tributario dell’immagine che la borghesia si fa e ci fa dei rapporti tra l’uomo e il mondo” (Barthes, 1970).

Tralasciando la borghesia, che ha un suo ruolo ed una sua responsabilità, ma che non suscita in me, almeno in questo momento un interesse – vorrei conoscere il ruolo degli intellettuali nel nostro tempo. Quali sono nel mondo e quali sono in Italia quelli viventi, coloro che rifuggono dalla legge del mercato e dell’unificazione? E che ruolo dovrebbero avere nella nostra società? Quale dovrebbe essere il loro atto di coraggio per impedire una deriva, che è evidente nell’uomo di oggi?

Esistono intellettuali là dove esistono portatori di quello che già Manzoni chiamava il buon senso. Il buon senso non è il senso comune. Oggi, però, gli “intellettuali” sono ridotti a ruolo di opinion makers, sono angeli, messaggeri. Ma sono angeli vuoti, portatori di un messaggio-zero. Sono loro i veri untori. La peste, però, li ha già divorati. A volte si presentano anche nella forma dell’esperto, angelo vuoto di un potere tecno-nichilista che si regge sul vuoto (per questo è nichilista), ma ha la capacità di tenere in equilibrio piramidi di parole (grazie a una certa abilità neurotecnica). In questo senso, è molto più interessante ascoltare la canzone di Laurie Anderson Only an expert (altra citazione, ma in musica stavolta).

Qual’è il vero significato di libertà e chi sono coloro che utilizzano questo termine?

In campo artistico, vedo “verità” là dove muore l’intenzione. Altre definizioni mi risultano sospette. In fondo, già Nietzsche ci spiegava che la domanda di Pilato “Quid est veritas?” è paralizzante per l’uomo. Non così per la bestia o il Dio. Di dei non ne vedo in circolazione. Di bestie – senz’anima e quindi non animali – ce ne sono fin troppe. Loro amano la parola “verità”, così come amano i “fatti”. Ma se volti la carta, c’è solo il denaro, unica loro verità.

Però attenzione, nel Vangelo di Giovanni la risposta interrogante di Pilato (“Quid est veritas?”) consegue alle parole di Cristo sull’essere testimoni della verità. Qui è sulla testimonianza, che dovremmo insistere. Testimon, il teste, è – etimologicamente parlando – il terzo, chi sta fuori, osserva. Chi ha visto e viene “interrogato” su ciò che ha visto. Ma qui Cristo, l’interrogato, rovescia la questione. Egli non ha visto, egli è. Egli vive, pratica, testimonia. Questo passo del Vangelo è fondamentale, per noi, anche in chiave di lettura non cristiana – se così vogliamo dire. Infatti rovescia un luogo comune e Pilato è costretto a difendersi, diventando testimone di un dubbio. Ma anche il dubbio rischia di diventare fede, nella forma del metodo. La testimonianza di cui qui si parla, però, lambisce la verità, la sfiora. E proprio in questo senso ci fa oscillare (nella fede, nel dubbio). Qui si apre la nuova questione: testimone è anche altro, sempre etimologicamente parlando. Emile Benveniste, nel suo Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, distingue testis da superstes. Testis è l’autorità superiore che dirime una contesa o aiuta il giudice a dirimerla. Superstesè il sopravvissuto, il testimone di verità che ha attraversato le fiamme. Questo testimone non ha garanzie, per questo può contare unicamente sul corpo. Questa è l’irriducibile condizione dell’esperienza. Per questo non c’è verità, ma solo testimonianza di verità. Superstes è dunque chi sussiste al di là . Al di là del muro, della chiacchiera, del silenzio. Al di là del fuoco. Chi, come una salamandra, attraversa le fiamme e porta un frammento di sé che, talvolta, può farsi opera.

Il ruolo dell’artista, dovrebbe essere quello di narrare delle storie, di porre e riportare sotto l’occhio di tutti delle questioni, di aprirsi allo scontro, ridimensionandosi e ridimensionando quello che attorno a lui succede; sfruttando così, il proprio ego, per uccidere lo stesso e tornare a quell’umanità priva di fantasmi e di spettri. L’artista, così come l’intellettuale, hanno il ruolo di ricordare, di utilizzare la memoria come condivisione, come frammento di una molteplicità narrante che sempre più, rischia l’estinzione. Ed in questo, il teatro ne è un esempio, in quanto tra le arti è quella che le riunisce tutte e le getta al prossimo, sfiorando in certi casi la “genialità”. Ma in tutto questo, ho una visione di genio e di genialità “fedele” a quella di Aldo Braibanti, che la descrive come una sorta di vocabolo di invenzione che ha reso artificiosa, una “cosa” che già esisteva e che comunque è sempre esistita sotto altre definizioni più complesse e non riassumibili, in un semplice vocabolo.

Cos’è per te il genio?

La mia impressione è che, la definizione “genio”, sia troppo connotata in termini romantici, cioè, è un espressione che non riesce più, a mio avviso, a render conto di qualcosa che rendeva conto nell’Ottocento.

Noi, ci capiamo intorno al genio, però, poi, l’espressione è diventata da un lato caricaturale dall’altro un luogo comune. Per questo, dobbiamo cominciare a concentrarci su ciò che la parola – in senso forte – connota. Carmelo Bene, diceva: <<Io sono, il genio incarnato .. il capolavoro vivente>>, ma dal mio punto di vista, il problema non è tanto la definizione, quanto, la percezione. Allora, quello che noi, tra virgolette, potremmo chiamare genio, può essere anche un genio minore. Questo, non vuol dire per forza, essere all’altezza di chi poi è stato reputato genio cinque secoli dopo.

Penso a Bach, che nella sua epoca, era considerato solamente un grandissimo organista esecutore, oppure, a Caravaggio. Allora, cosa succede? Succede, che il così detto genio, non è il genio che appare al riconoscimento immediato dell’altro, ma appare, al riconoscimento dell’altro in senso inattuale.

Nietzsche, parla ad esempio, della qualità e non, di un genio inteso come qualcuno che non viene compreso, ma di un essere che è sempre fuori tempo, è sempre fuori tema, è sempre più un produttore – non di oggetti che ingombrano uno spazio – ma, che si frappone tra due cose, creando un altro spazio. Allora, anche nel teatro, può essere visto in questi termini. Cioè, il genio o l’intellettuale o comunque colui, che definirei un “franco tiratore”, così come lo definiva Genet, non è un cecchino che risponde ad un ordine di morte, ma, un affrancato, un libero che non si preoccupa dell’immagine di sé, ma che si produce in contro tempo, utilizzando frammenti di memoria. E questi frammenti di memoria, il genio, o l’intellettuale o l’affrancato o il franco tiratore, li incardina nel presente. Ed è questa la cosa sconcertante che li rende attuali, non perché li rende presenti e consumabili – qui ed ora –, ma proprio, perché non sono consumabili – qui ed ora –, prendendo frammenti passati, anticipando il futuro e ponendola lì.

Quello che ha fatto Genet non è stato ben capito e forse non verrà mai più capito, perché è stato scardinato dagli intellettuali, non in vita ma in morte. Proviamo a vedere i frammenti che scrive su Rembrant, come in “cosa resta di un Rembrant fatto a pezzetti e buttato nel cesso”, e tu mentre lo guardi e lo leggi, capisci che lì dentro c’è qualcosa che pulsa e c’è, questa capacità di ri-orientare gli eventi. Però, non voglio farla lunga su questo.

Genet raccontava sempre un aneddoto su Alessandro il Grande: << Diogene il cinico, mentre stava prendendo il sole, all’arrivo di Alessandro con il suo imponente esercito, disse – Scusa! Spostati che mi copri il sole! >>. In questa cosa bellissima, che è lo sprezzo delle autorità e del potere costituito, aveva smascherato l’impostura volontaria che tutti, per primo Alessandro, si prestavano.

Certo, la storia non ci narra di particolari conseguenze sul corpo di Diogene, perché semplicemente, Diogene, aveva fatto un grande colpo di teatro e con molta probabilità, la storia sarà andata diversamente – Diogene si sarà alzato e si sarà spostato, per farlo passare – e poi ci ha raccontato un altra storia. Ma allora, cosa ha fatto Diogene? Avrebbe mentito? No! Avrebbe rinarrato. E cosa significa rinarrare? Significa realmente, riconsegnare ai secoli successivi una storia che controverte il potere materiale. E Genet, è grandissimo in questo, dicendoci: << anche se voi non avete il potere nelle mani, ma avete due vanghe, due penne, due sedie e davanti avete la macchina da scrivere, davanti a voi, rimane il potere. Non soltanto della memoria, ma anche della narrazione futura! >>. E tutto questo, non per mentire, perché non stai mentendo, ma perché in quel momento, appare la più fedele delle verità della cosa.

Tornando a Braibanti, penso che il genio sia quell’entità, che riesce tra passato e futuro ad illuminare le ere, apparendo in un tempo presente. E questo può accadere in media caldi come il teatro, cioè, in luoghi di sperimentazione fisica, dove il rischio, che può essere anche banale, come un indisposizione temporale o come la mancanza della voce o la febbre o la stanchezza, ti offrono il rischio dell’altro – il pubblico. E oltre ad offrirtene la bellezza, ti offre contemporaneamente l’indomabilità della cosa.

E dell’utilizzo che se ne fa oggi della parola genio, cosa ne pensi? Ti chiedo questo, proprio perché oggi sembra divenuto tutto geniale. Ogni cosa che può andar fuori dalle righe o che semplicemente può stupire o essere catalogata come qualcosa di non comune o essere fuori norma, diventa genialità. Ed è per questo che ribatto sul tassello Braibanti, proprio perché schernisce l’utilizzo che se ne fa del termine. Un utilizzo in tempo reale, quasi compulsivo e che ne appiattisce il senso, il significato, il gesto, la dimensione.

Si, infatti, da una parte è un uso anestetizzante della parola e dall’altra parte, è castrante. In realtà questa genialità pretesa o presunta, crea miti come Jovanotti, definito appunto, “geniale” o Michel Jarre “geniale”, e questo, senza neanche il senso minimo della clownerie. Così, questa parola, è diventata l’universale del mediocre, cioè, l’universale del mediocre messo in scena come modello da seguire. Per giunta, normalizzato e omologato, e che porta all’alienazione dalle risorse che tutti hanno.

Quando Benjamin dice che << la verità è la morte dell’intenzione >> dice una cosa molto semplice, dice, che le cose vanno cambiate da noi.

Per quanto ne so io, geniale, può essere un marmista che cava un pezzo di marmo con un gesto, e quando non c’è più la capacità di cogliere il gesto, si coglie l’immagine. E allora, l’idea – che tutto possa essere geniale, che tutto è ricco, che tutto è –, sono la certezza che siamo in un tempo vivo che utilizza parole svilite.

Mentre prima, il genio era una sorta di Daimon, cioè un demone che evitava l’uomo e che l’uomo se ne faceva, in qualche modo, simulacro abitare. E in questo caso non vedo né geni né Daimon, ma uomini cavi. Idioti in una terra desolata che non hanno nemmeno più il gusto per le grandi canzonette.

In questo momento di rabbia vorrei spronarti a parlare di politica ma soprattutto di politici, vorrei alimentare le tue conoscenze e la tua sensibilità per chiederti cosa ne pensi di loro e delle persone che li seguono, e quali sono le tue paure.

Siamo passati dalla lotta continua alla farsa continua, ed il genio – restando all’utilizzo che la massa ne fa – è il suo principale attore. Oggi, i loro “nemici”, sono divenuti i loro amici mascherati, dove, persino i personaggi famosi vengono utilizzati per attirare l’opinione pubblica, in una sottospecie di avanspettacolo, di salotto televisivo.

Per esempio, tu, che fai lavori sulla mafia, capisci quello che dico. Fino a quando si tratta di fare discorsi, ci si mette persino il mafioso a farli, però, quando si tratta di andare al concreto, quante persone hanno lasciato sole?

Infatti, Provenzano, in questo delineò un traccia ben precisa che da quel giorno sembra essere stata seguita alla lettera, e di questo, te ne lascio una traccia approssimativa: << Istituite premi, concorsi, bandi. Parlatene e fatene parlare, perché siano convinti che solo facendo questo, abbiano la sensazione di distruggere Cosa Nostra. >>

Ed il fatto, non è che persone come Falcone siano state uccise dalla mafia, ma che fossero state uccise prima, per la loro intelligenza, per la loro capacità di cogliere i segni, là, dove gli altri non vedevano. Perché quando vedi il fumo, sono tutti capaci di chiamare i pompieri, però, quanti nell’inizio di un incendio intervengono?

Ad un certo punto, vorrei dire che preferisco Pupo, proprio perché si esibisce per quello che è: Il vuoto! Perché, lui, non mi consuma. Infatti, uno degli effetti è quello di consumarti, quello, di essere una mosca attaccata alla carta moschicida e da quella posizione, iniziare a fare i discorsi alla Che Guevara.

Anche perché funzionano. Sorbendo così, alla verità reale che celano dietro di sé, cioè, la menzogna.

Certo, perché questo è Marketing. E vedrai quello che succederà tra un annetto, se non cambiano le cose, il senso comune molto razzista. Non saranno personaggi come Salvini a portarlo avanti – perché che lo porti avanti Salvini è prevedibile – saranno i vari partiti di sinistra, gli intellettuali. E non guardiamo il bersaglio facile, ma quelli che lentamente si stanno spostando. Ad esempio, l’altro giorno un assessore del Pd di Milano, ha detto, che: << il problema dei profughi a Milano è vogliono restare a Milano e non vogliono andare via. >>. Quindi, noi abbiamo questo problema che arriva ad una violenza allucinante, perché il suo di problema è solo che lui non li possa spedire in Germania o in Francia. E non sono gli uomini. Capisci? Perché quando fai il Marketing, di queste cose qua, la verità è sempre subordinata e vedrai, che a poco a poco, si avvicineranno al polo che fanno finta di considerare estremo. E diventeranno tutto, rosso neri.

Ma quello lo so già da tempo.

Sì, sono d’accordo con te, ma fino ad adesso mantenevano almeno una parvenza. “Cancelliamo il debito all’Uganda”, “Combattiamo per il diritto dei Gay”, ma a loro non frega niente, perché semplicemente si appoggiano alla loro campagna preferita e ci fanno una sfilata con le bandierine. Dopodiché vanno a bere il Martini a 30 euro, in centro città.

Penso che la politica in generale, ma soprattutto il politico sia un essere metamorfico, un talento reale, capace di seguire l’animo dei cittadini e di farsi loro paladino, anche nel tradimento.

Visto, però, che la televisione è un dei mezzi, se non il mezzo per eccezione che loro utilizzano, vorrei porti una questione. È la televisione che influenza il senso critico delle persone e di coloro che vivono la società o è la società e le persone che influenzano il senso critico della televisione?

Qui è un bel problema. Penso che siano entrambe le cose, anche se .. mi viene in mente quello che diceva Alberto Grifi e cioè, quando negli anni ’80 Berlusconi andò in America, incontrando non si sa bene chi, dichiarò al suo ritorno, o almeno così disse Grifi, anche se a me non interessa se lo abbia detto veramente Berlusconi, a me interessa il punto: << d’ora in poi, in televisione, apparirà solo chi lacrima e chi piange >>. Ed il punto, è proprio questo. Questi sono strumenti di snervamento che hanno la pretesa di fotografare la realtà, ma che fotografano una realtà costruita. Infatti, non è un caso che i telegiornali siano destrutturati, non è un caso che siano trasmessi ad una certa ora della giornata. Perché? Perché – e queste sono questioni messe in opera fin dagli anni ’20 – bisognava teorizzare lo scratch condiviso, focalizzare l’attenzione per non permettere alle persone di pensare troppo.

C’è un passaggio in Cesare Pavese, ne “La Luna e i falò”, in cui il protagonista ad un certo punto dice ad un suo amico: << Ma come mai non c’è più un albero lì per andare verso il campo? >> e lui rispose << Perché lo ha Tagliato il ragioniere. >>, << E perché lo ha tagliato il ragioniere? >>, << Caso mai noi braccianti, noi villani, passando di lì sotto il sole, ci fermiamo un po’ all’ombra e magari cominciamo a pensare. >>.

La televisione non la vedo come la zona d’ombra dove uno si mette sul divano, guarda, riflette. Non è un posto dove nutrirsi, ma è un taglio, lo stesso taglio del ragioniere. Infatti la televisione è stata inserita, proprio in un momento storico, dove è riuscita ad intervenire nel tempo libero delle persone, impedendo alle stesse, di focalizzarsi sulla lotta o sul pensiero, anche ludico, e lo ha catturato (il pensiero) trasformandolo in una sorta di stress collettivo. Quindi, anche se nel suo inizio la televisione non era così, oggi, ha apportato una trasformazione antropologica che non ha più bisogno di grandi interpreti (vedi Costanzo) o personaggi, per costruire un pensiero unico. Oggi va avanti da sé, auto-producendosi nel suo sistema.

Probabilmente, tutto questo, è anche il risultato della velocità dei tempi che viviamo, dell’incapacità del fermarsi a riflettere e ad ascoltare, del tirare avanti a tutti i costi senza più degli insegnamenti logici ed umani. Probabilmente oggi, viviamo ancora di più le estreme conseguenze di questo modus vivendi che è in evidente cancrena.

Si, queste, come dicevamo prima parlando di memoria o di teatro, sono tutte pietre di inciampo e fino a quando non riusciranno a liberarsene, lobotomizzando le persone, non troveranno fine. E per fare questo di cosa hanno bisogno? Di rovinare, in un certo senso quei luoghi, quegli spazi alti, quei momenti in cui può innescarsi una riflessione. Ma questo, non avviene soltanto con la velocità, ma si sposa con l’accelerazione, perché la velocità è un tempo frenetico, continuamente accelerato, disumano e disumanizzante, e non si può vivere in questo ritmo. Allora, tutto ciò che è in contrapposizione, deve essere buttato via, altrimenti potrebbe creare dei problema al sistema. Ed è qui che attaccano la scuola, la cultura (eccetera) e non lo fanno per il contenuto in sé, ma per il contenuto potenziale che potrebbero avere – quello di introdurre ad un altro tempo. Un tempo più conforme al ritmo dell’umano. Infatti, la danza, il teatro, la musica vera sono tutte cose che hanno a che fare con il ritmo, mentre la società attuale, produce un aritmia, capitalizzando la stessa con gli psicofarmaci, le soluzioni “terapeutiche” e via dicendo. Tutto è messo con un suo valore, all’interno di questo sistema. E l’unica cosa che può intaccarlo o metterlo in pericolo, è tutto quello che può imporgli una decelerazione.

Penso che a questo punto farti la domanda sullo stato, o sul cittadino o su cosa, ognuno di noi potrebbe fare per disancorarsi da questa miseria culturale e ideologica, sia inutile. Proprio perché senza porti la questione, in un certo senso hai già risposto.

Sullo Stato .. penso di poter dire che oramai è una sorta di parodia alla Pasolini, una specie di Petrolio, un immagine che mi riporta all’idea della melma, che è materia, ma che è nera, oscura.

Pasolini, dice una cosa interessante << Bisogna buttare il corpo nella lotta! >> che non significa, avanzare stupidamente, ma buttare il corpo controtempo. Proprio, perché questi sono processi di smaterializzazione del cittadino. E cos’è il cittadino? Il cittadino (per loro) è uno che va a votare, un corpo. Ma dov’è il corpo? Il corpo è all’interno di quei grandi processi di manipolazione del corpo stesso, vedi la chirurgia plastica, quella estetica, ingegnetica software, liberale. Per questo sono convinto che bisogna recuperare il corpo, come ad esempio in Artaud, quando dice, che il corpo va rifatto, ma anche, che il teatro è una grande operazione di anatomia. Riarticolando, a sua volta, quelle forme che non sono corpo Stato o corpo melma, ma altro.

Cos’è per te l’osceno?

Innanzi tutto scinderei la definizione di “osceno” da quella di “pornografico”. L’osceno non è il pornografico. Per pornografico, sposo l’interpretazione del filosofo Coreano Byung-Chul Han, che definisce la pornografia come qualcosa che oggi, sta troppo vicino all’occhio. Ed in questa immagine troppo vicina all’occhio, non c’è un corpo, manca quello spazio, quella lentezza, quel ritmo che fino ad adesso abbiamo descritto. L’osceno, invece, è qualcosa che fuoriesce, che deborda, che esce dalla scena e che va oltre la scena, proprio, come nel “corpo che si butta nella lotta” di Pasolini, perché esso non si sottrae. Quindi, vedo l’osceno come un corpo che si butta fuori dalla scena, così, come se un attore si buttasse sul pubblico, tale, da far sentire al pubblico la mancanza di una divisione, come a trasmettergli un transito di energia tra il suo corpo ed un altro corpo.

La realtà è oscena, perché è fatta di continue fuori uscite ed essa, non può stare nei limiti che noi li diamo.

In questi ultimi anni ti sei dedicato alla critica del gioco d’azzardo, attraverso: articoli, seminari, note e pubblicazioni.

Così come succede a tutti, conosco molte persone che nel gesto elementare della scommessa e della sfida, spedono i loro stipendi e le loro pensioni, indebitandosi, distruggendo famiglie e passioni. Questo goffo tentativo di ridar luce a quella crisi economica e non solo, che noi tutti viviamo, si sta palesando nella peggiore delle ipotesi. E forse, è già nelle domande precedenti che ne risiede una delle tante risposte. Ma, in questa perdita di valori, ogni giorno aumentano i licenziamenti, i suicidi, le discriminazioni, i tentativi esasperati di ricucire e di rincollare quello che non può essere né ricucito né rincollato. Ed è, in questa perdita di valori che prende forza un sistema corrotto che crea corruzione e sterilità. Il nichilismo non soltanto morale ma anche esistenziale hanno reso le nostre democrazie, uno luogo della speculazione, dell’imbroglio e dello schiavismo. Ed in quella che sembra essere l’era dell’agio, del benessere e della ricchezza, sembra ci sia una ricerca volontaria della disperazione e dell’asservimento.

Cosa rappresenta l’azzardo? In cosa è cambiato in questo ultimo secolo? Cosa sta producendo in noi? A cosa ci porterà?

Qui siamo in una situazione continua di passaggio. Abbiamo accennato prima la televisione, poi la velocità, adesso siamo passati ad un fenomeno di infantilizzazione totale. Cioè, non bisogna più gestire le porzioni di tempo libero delle persone – così come avveniva negli anni ’80, dove, bene o male tutti avevano un lavoro fisso, stabile, dove la sera bastava bloccare il fruitore di fronte alla televisione e poi la domenica “tutti allo stadio” – ora, il problema è un altro, perché con la destrutturalizzazione del mondo del lavoro e la disoccupazione, bisogna occupare l’integrità del loro tempo, e per ottenere questo, bisogna modificare il loro essere. Come si ottiene? Si ottiene attraverso un meccanismo potentissimo di monetizzazione e di cattura di energia – con il gioco d’azzardo diffuso e di massa – che non è mai esistito in questa forma. Perché non è più quello dei casinò o quello di Dostoevsky o quello che abbiamo visto della grande rovina.

Non so se hai presente quello che dice Georges Bataille, quando descrivere che l’essere umano non ha bisogno solamente dell’utile, ma anche del dispendio, proprio perché, lo stress non scaturisca nelle guerre e nella violenza. E l’azzardo di massa, cosa ha fatto? Si è appropriato di questa tensione e l’ha capitalizzata, mettendogli un valore valido per il sistema, succhiando così: tempo, energia, denari, ma soprattutto trasformando l’homo ludens – capace di giocare e consapevole che l’azzardo era un rischio – in homo ludicus, succube di un sistema capitalista. E non a caso, questo tipo di gioco avviene attraverso macchine come le Slot Machine da bar, o con il gioco in solitario – che non è quello delle carte – e che ha creato, un fenomeno che non si era ancora visto prima, concependo così l’illusione di “cambiarti” la vita, quando la vincita al contrario può permettere solo qualche centinaio d’euro.

Credo che qua, ci sia il nodo non guardato da parte degli intellettuali di ciò che sta avvenendo, in termini di espropriazione simbolica, reale e materiale – nei confronti degli italiani. E dico questo, non perché penso sia un loro o un mio problema, ma esclusivamente perché questo è un settore dove si sta compattando la capacità e l’avidità degli aguzzini, di individuare, sempre più, il settore dove operare nella totale assenza di un controllo. E i vari recuperatori di professione, il personale a libro paga dello Stato, quelli che poi facevano i soldi attorno alle cause buone (vedi a Roma come sono andati a finire) hanno capito la convenienza di tale capitalizzazione, creando così un nuovo stigma, un nuovo sistema patologico. Invece, noi, abbiamo il dovere di puntare gli strumenti culturali forti che abbiamo, di tirare qualche sasso intellettuale, leggere Mallarmè, Bataille, Byung-Chul Han o Artaud e dire che loro, non erano intellettuali che si sottraevano alla lotta materiale – anche se la lotta che loro facevamo, agli uomini del loro tempo sembrava essere una cosa da rimbambiti, accorgendosi solo dopo dell’errore – e che questo, è il terreno in cui si stanno materializzando i peggiori fantasmi della società Occidentale e in particolare di quella Europea.

Anche perché giocano sull’illusione, giocano su questioni triviali, giocano ancora una volta alla distruzione di ogni processo di cambiamento reale.

Certo, perché loro studiano attentamente la trappola, è come una sorta di radar che individua le singole vulnerabilità del momento e agisce, arrivando anche al paradosso, sino a puntare sull’euro che può giocare la vecchietta, ed è così che spostano la questione locale a quella glocale. Entrano nella vita di tutti, fino a sponsorizzare gli eventi di massa, come possono essere: una partita, un concerto, un festival, un opera di beneficenza.

Non voglio fare il moralismo o parlare del riciclaggio, ma questa, è una questione antropologica. Il loro concetto di uomo, non corrisponde la mio, per cui, per quanto mi riguarda, vanno attaccati.

Quale miglior finale di questo. Ringraziandoti profondamente della tua pazienza, ti lascio con queste parole.

<< Il post-umano sarà un ammasso di cellule dotato unicamente di ragione. Non sentirà più, non piangerà più, non amerà più se non dopo un calcolo ponderato. Simile a uno scimpanzé che gioca con una macchina da scrivere, si ostinerà a dominare il caos di emozioni e sensazioni che di tanto in tanto, qua e là affioreranno sul globo terracqueo, senza comprendere la più intima, ma feroce delle verità: solo il caos, solo quel caos è reale. >>

http://tysm.org/

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