Pagliacci ClanDestini

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Pagliacci ClanDestini

Ciao Santo, ciao a tutti/e voi. Benvenuti/e a Dialoghi Resistenti, tentativo più che umano di conoscere e condividere le pratiche di coloro che della sensibilità e della conoscenza, ne hanno fatto un mestiere, ma soprattutto, una missione di condivisione e di pratica concreta per arrivare alla realizzazione del il migliore dei mondi possibili. La prima o le prime domande di prassi, se così si possono definire, partono da quelle personali ed esperienziali.

Chi è Santo Nicito? Da dove viene? Cosa lo ha portato al teatro e quali le esperienze di vita che lo hanno indotto a costruire un progetto come Pagliacci ClanDestini? E chi sono i membri al suo interno e quali le loro diversità e il loro comuni intenti?

Santo Nicito nasce a Reggio Calabria, cresce in una terra che racconta la storia di morti ammazzati e soprusi. Cresce con il desiderio di dover lasciare un segno in questo territorio. Studia, si forma e fa esperienze nazionali e internazionali. Incontra diversi maestri che lo portano a scegliere cosa essere e cosa non voler mai diventare. Incontra il mondo del clown e decide di farsi attraversare dalla magia di un personaggio che non ha mai una fine, di un personaggio capace di raccontare qualsiasi storia, di stravolgere in un secondo gli equilibri e di rimetterli a posto subito dopo dandogli a volte nuova forma. Parte tutto da qui. Dalla decisione di fare esplodere questa esperienza e raccontare e far incontrare a più persone possibili questo personaggio. I Pagliacci Clandestini nascono da una profonda solitudine e voglia di cambiamento, di riscatto. Dal sentirsi clandestino nel posto in cui vivi, dove bisogna lottare per piccole cose quotidiane, esperienze di vita che mi hanno portato dopo alcuni momenti passati lontano dalla Calabria, ma anche e soprattutto a Reggio Calabria, a credere che questa terra per cambiare ha bisogno di partire dalle persone. Quelle persone che con le loro competenze, le loro passioni, la loro arte hanno voglia di raccontare storie. I Pagliacci Clandestini sono teatranti, musicisti, artisti di vario genere, ma sono anche e sopratutto casalinghe, pensionati, idraulici, professionisti disoccupati in balìa di una terra che offre poco, che bisogna reinventare e nella quale bisogna reinventarsi. E’ proprio questa la ricchezza dei Pagliacci Clandestini, incontrarsi e incontrare continuamente altre persone che possano dare sempre più forza a quello che abbiamo scelto di fare.

Voi operate con varie tipologie di spettacolo, ma oltre ad occuparvi di produzione e distribuzione, portate avanti progetti di laboratorio e di formazione. Come si accede ad essi e cosa insegnate ad i vostri allievi oltre alle tecniche?

La compagnia Pagliacci Clandestini ha sviluppato in questi anni, tre filoni principali. Il primo è quello sociale quello che per primo ha segnato un impronta chiara nel percorso di gruppo. Il secondo è quello dello spettacolo attraverso il quale produciamo e distribuiamo diverse tipologie di spettacolo. Il terzo è quello laboratoriale e formativo. Sin dal primo momento abbiamo creduto che investire in una formazione permanente fosse la carta vincente per creare un gruppo professionale e competente. Durante il corso dell’anno proponiamo laboratori di Teatro, Teatro sociale e di comunità, di Clown Sociale e Teatro clown, arti circensi e tanto altro. Per accedere ad essi, se non riusciamo a reperire fondi per far partecipare le persone gratuitamente chiediamo una quota iscrizione che reinvestiamo per proporre nuovi momenti formativi o per sostenere le spese e i tanti progetti che la compagnia porta avanti. Cerchiamo di creare, di essere un gruppo che possa lavorare in qualsiasi contesto di disagio utilizzando il pagliaccio e il teatro come strumenti utili a creare una relazione positiva con l’altro, utili a produrre cambiamento.

Qual è lo spettacolo più significativo che avete realizzato e perché? E come ci avete lavorato?

Non crediamo che tra gli spettacoli che abbiamo realizzato ne esista uno più significativo di altri. Ogni spettacolo che realizziamo ha dentro sé il lavoro che ogni singolo attore racconta, una storia precisa, racconta la vita reale. Il perché è un perché che spazia e va a investire diversi livelli. Intanto concentriamo i nostri lavori su tematiche sociali di denuncia. Partiamo da un testo, partiamo da un emozione, partiamo dal nostro vissuto e lo contaminiamo con altri vissuti. Ogni attore porta in scena una parte di sé, una ricerca personale e collettiva.

Quali sono gli spunti per decidere cosa portare in scena?

La compagnia Pagliacci Clandestini ha come prerogativa portate avanti percorsi di sensibilizzazione e di denuncia, così come di memoria. Partendo da questo gli spunti nella maggior parte dei casi partono da storie, dagli stimoli che provengono dal territorio di cui facciamo parte. Portiamo in strada i nostri spettacoli. La strada è il luogo in cui le persone si guardano, uno spazio scenico che diventa parte integrante dell’attore che è essenziale allo spettacolo stesso. La rappresentazione per strada diventa funzionale per raccontare storie che ispirino il teatro sociale, la denuncia, che all’aperto ha anche un bacino d’utenza notevole. È il nostro volere andare dalla gente e non aspettare che la gente venga da noi.

Quali sono i vostri prossimi progetti, a cosa state lavorando?

In questo momento siamo in scena con “Gramigna” per la regia di Santo Nicito e interpretato da Cristina Merenda e Angela Ieracitano. Un lavoro iniziato un anno e mezzo fa, tratto da fatti di cronaca realmente accaduti. Gramigna racconta la storia di Anna Maria Scarfò, una tredicenne di San Martino di Taurianova stuprata, venduta dal branco a soli tredici anni. Una adolescente che ha deciso di denunciare i suoi carnefici e la ‘ndrangheta. Racconta il coraggio di una donna.

Riguardo ai prossimi progetti, stiamo lavorando a due nuovi spettacoli che tratteranno il tema dell’omofobia e della ‘ndrangheta. Stiamo lavorando alla prossima inaugurazione di un piccolo teatro 40 posti. Dovrebbe essere pronto nel mese di agosto. Queste sono soltanto alcune delle iniziative messe in cantiere per i prossimi mesi.

Tra i tanti spettacoli da voi realizzati c’è anche “A5405. Contro l’indifferenza” storia a frammenti che ripercorre le vite di Nedo Fiano e Sophie Zawistowska, il primo ebreo italiano e la seconda ebrea polacca deportati nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald. Come vostra peculiarità portate avanti un percorso di sensibilizzazione e di denuncia, così come di memoria, per questo vorrei chiedervi, se è lecito, che funzione ha oggi ripercorrere certe atrocità in un’età contemporanea che è disseminata di genocidi e pulizie etniche? E qual è la vostra speranza, in tal proposito, per il domani? Come e dove può essere spezzato, questo che sembra essere un circolo vizioso e crudele?

Con lo spettacolo “A5405. Contro l’indifferenza” abbiamo voluto percorre la storia, le vite di Nedo Fiano e Sophie Zawistowska entrambi ebrei deportati nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald. Con questa piece, però, non raccontiamo solo storie ebraiche, ma anche eccidi di omosessuali, disabili, dissidenti politici, rom, asociali. Raccontiamo storie di madri in fuga con i propri figli, di ariane internate con la colpa di essersi innamorate di ebrei, di chi, per conoscenza della lingua tedesca, veniva assoldato dalle SS ad Auschwitz per decidere chi mandare a morte. Raccontiamo la contemporaneità, con una semplice domanda: «E se stesse succedendo ancora oggi come allora?». Una domanda che trova ancora tantissime risposte nell’elenco di tutte le guerre e le stragi che ancora oggi devastano il nostro mondo. I soprusi di uomini che controllano il pensiero e, con esso, le libertà altrui, divenendo carnefici dei propri simili. Inutile dire che speriamo che tutto questo prima poi finisca, il nostro lavoro è quello di tenere sempre alta l’attenzione su questi temi.

Non so quanto ne sappiate, però vorrei farvi alcune domande legate all’argomento precedente, anche se in modo diverso. Vorrei conoscere per una sorta curiosità interessata, una vostra opinione su quello che avviene in Terra Santa da oltre sessant’anni, tra Israeliani e Palestinesi? E quale potrebbe essere una risoluzione per finire questa guerra, che oltre ad avere delle responsabilità ben precise sia da entrambe le parti che dalla Comunità Internazionale, vede migliaia di civili vittime di un assurda causa che porta il nome di “democrazia” e di “lotta al terrorismo”?

Purtroppo trovare una soluzione a questo tipo di dinamiche è forse impossibile. Certamente esistono degli equilibri politici da destrutturare e lavorare, ma ciò non passa dal lavoro del singolo o della comunità internazionale, quanto piuttosto dalla specifica posizione dello Stato di Israele, artefice di una “politica” espansionistica e incurante del genocidio perpetrato ai danni del popolo palestinese. Non c’è altro da aggiungere, mi sembra tutto molto chiaro. È estremamente chiaro poi che questa fantomatica lotta al terrorismo è costruita a tavolino per soddisfare gli interessi dei poteri forti.

Cos’è per voi il terrorismo?

Il terrorismo è, in parte, un effetto del dominio, dell’oppressione e del controllo esercitato dagli stati oppressori sui popoli oppressi. A disparità di forze belliche diventa l’unica pratica di opposizione nei confronti dell’oppressore. Questo è il suo significato epurato da tutti i dettagli che in realtà porta con sé. Infatti, non possiamo negare che esista una forte deriva della pratica e del termine dal suo significato e dal suo ambito originario. Il terrorista è spesso preda di giochi mediatico-culturali e di politiche create ad hoc per soddisfare interessi geopolitici, e quindi economici, e quindi fintamente democratici (pensavo ad esempio ad Al Baghdadi, leader dell’Isis, con tutta probabilità ex-agente del Mossad, arrestato dagli americani durante le operazioni in Iraq e rilasciato misteriosamente dagli stessi allo scopo di destabilizzare la Siria).

Avete mai praticato azioni di Clown Army? E che funzione sociale gli date?

Abbiamo praticato clown army, un’azione che accettiamo perché la giudichiamo fortemente dissacrante nei confronti del potere. Il clown, ma anche il giullare, prima che entrasse a far parte dei personaggi della corte (spiega, ad esempio, Dario Fo in Mistero buffo), avevano in origine proprio questa funzione: ridicolizzare il potere, l’autorità; mostrarne le brutture e aiutare la gente a riflettere. Con “pagliacci d’attacco” abbiamo sfidato lo sfruttamento della prostituzione in una delle piazze principali della nostra città. Abbiamo subito ritorsioni ma siamo rimasti lì a continuare il nostro lavoro di denuncia. Ed ancora, in occasione dell’occupazione dell’Emeroteca (stabile inaugurato ma mai messo in funzione e lasciato in mano a vandali e al degrado) abbiamo messo in scena il “funerale dei beni comuni”, trenta pagliacci hanno sfilato in corteo bloccando una delle arterie principali con in mano fiori fatti con palloncini, fazzoletti colorati, candele. Una protesta silenziosa ma di grande impatto. Abbiamo voluto denunciare l’abbandono di tutti quegli spazi che sono della gente, del popolo e che il potere politico e malavitoso ha lasciato nel degrado per moltissimi anni in tutto il nostro territorio. La protesta si è spostata sotto il palazzo dell’amministrazione comunale della nostra città.

Parlando di risoluzione dei conflitti o comunque del loro avvio alla pace e del discioglimento (anche se non assoluto) delle problematiche che ne derivano e degli shock, attraverso le arti e in specifico attraverso il teatro, ne sono piene le pagine del teatro sociale e delle cooperazioni umanitarie. Ad esempio: nella città di Palermo si possono menzionare i progetti di Acuna Matata, oppure quelli del Tappeto di Iqbal nel quartiere napoletano di Barra, o i progetti del Teatro di Nasconto in Iraq ed in altri paesi del Medio Oriente, o le operazioni del Freedom Theatre di Jenin, o del Gruppo dei Giullari Senza Frontiere, o del Circo di Gaza, o del maestro Agusto Boal, o di molti altri ancora.

Voi, anche se non in zone di guerra o in quartieri a rischio della nostra penisola, siete in un certo senso in prima linea, attraverso il progetto “Pagliacci in ospedale”.

E a proposito di questo: quali sono state le esperienze cruciali di questo percorso? Che risultati stanno dando (o hanno dato)? Quali le difficoltà di lavorare sul dolore di piccoli bambini e di ammalati? E come progettate le vostre strategie del sorriso? Come vi preparate?

Pagliacci in ospedale è solo una delle esperienze che la compagnia Pagliacci Clandestini porta avanti. Nelle domande precedenti abbiamo già raccontato in breve alcune importanti attività fatte in questi anni e che continuano tutt’oggi. Se ci fermassimo a guardare la malattia, il colore delle pelle, l’orientamento sessuale ecc. non guarderemmo l’altro in quanto persona. Partiamo da questo per andare oltre la malattia e oltre tutto quello che viene etichettato come diverso, cerchiamo di incontrare l’altro in una terra di mezzo. Un territorio alla pari che ci dia la possibilità di creare una relazione vera e sullo stesso piano.

Riguardo al lavoro con i bambini ammalati l’obiettivo è quello di allontanare anche per pochi attimi l’idea di ospedalizzazione dei degenti e delle loro famiglie grazie alla forza infinita del teatro clown. Per far questo puntiamo tanto sulla formazione del gruppo e in una ricerca personale in continua sperimentazione, lavoriamo sull’improvvisazione e sul non prenderci troppo sul serio. Un aspetto fondamentale quando si lavora in contesti di disagio è l’osservazione, l’attenzione verso l’altro e verso lo spazio inteso come luogo. Che sia la strada, un campo rom, un quartiere a rischio, le difficoltà sono tantissime. Quello che ti spinge ad andare avanti sono le persone e la possibilità di cambiare quello che da tempo è sedimentato e soprattutto, lottare contro la cultura del silenzio.

A chi continua a dire che “di sola arte non si vive” cosa rispondereste?

Di solo denaro si muore. Preferiamo cibarci di poesia, magia e relazioni. L’arte è condivisione, energia che contamina e genera nuove forme di espressione, di pensiero, di vita. L’arte non si vive da soli, l’arte dona occhi, labbra, mani, anime. Non ha un prezzo. È il significato che le si attribuisce a dare il senso, a renderla qualcosa di più di una performance, a renderla arrivo e partenza, viaggio continuo. Un viaggio che si riesce a sentire, quasi toccare, e che riempie in modo sempre diverso solo chi riesce a viverlo a pieno, qualcosa che sa di libertà. A chi rimane legato alle catene del Dio Denaro diciamo questo, e non ci pare poco.

Oggi, molto del teatro italiano vive una crisi sia istituzionale che di pubblico. Questo naturalmente è anche causato dall’avvento delle tecnologie e dal disinteresse e dall’abbrutimento culturale, ma non è solo per questo che succede. Solitamente chi fa da tramite tra le due cose sono i critici o determinati giornalisti, cioè coloro che attraverso la visione e la recensione di ciò che reputano più interessante, aiutano chi è fuori dal teatro, il cosa vedere o il cosa finanziare. Molte volte però, i critici o i giornalisti, che siano essi affermati o che siano essi di giovane esperienza, non dedicano molta attenzione ad un certo tipo di teatro come il vostro, o come il nostro, o come quello di molti altri, se non in rare eccezioni.

Secondo voi quale dovrebbe essere il ruolo di questi “personaggi” più o meno pubblici o più o meno famosi? Come dovrebbero affrontare il loro lavoro? E quali dovrebbero essere i loro punti di forza o i luoghi dove operare per rendere il loro ruolo più leggibile e diffuso?

Preferiamo un teatro sotterraneo vicino al popolo che le vetrine del grande show business. Questi personaggi hanno scelto una strada precisa molto lontana dalla nostra idea di lavoro.

Quale dovrebbe essere la posizione della politica e delle amministrazioni all’interno della cultura?

La politica culturale deve saper leggere il presente, deve essere in grado di immaginare, progettare e valorizzare le grandi energie creative presenti sul territorio guardando alle esigenze del contesto stesso. I nostri amministratori dovrebbero avere il coraggio di assumersi l’onore, l’onere e la responsabilità di immaginarsi un percorso che capovolge l’idea di città. Partire dalle periferie, partire da quelle porzioni di territorio dove è possibile attuare un cambiamento importante. Riscrivere le potenzialità artistico-culturali. Se pensiamo alla città di Reggio Calabria, ma di tutto il sud Italia in generale, grande linfa potrebbe arrivare dal riutilizzo sociale e culturale dei beni confiscati alle mafie, tutti quei patrimoni e ricchezze di provenienza illecita accumulati sulle nostre spalle. Riconsegnare spazi sociali e di incontro dove la comunità possa costruire una nuova cultura dell’incontro. Agire, comunicare, dialogare con tutti quei gruppi che costituiscono una comunità. Utilizzare l’arte come strumento di educazione, veicolo di trasmissione di saperi. Il teatro, l’arte come liberazione, denuncia. Una cultura che si preoccupi di cambiamenti sociali ma soprattutto delle persone.

Qual è e cos’è per voi, un atto rivoluzionario?

Urlare, parlare e continuare a raccontare storie alla gente.

Ringraziandovi ancora per essere intervenuti, vi saluto sinceramente, lasciandovi con le parole di Peter Brook: << Non ho mai creduto in un’unica verità, né in quella degli altri; sono convinto che tutte le scuole, tutte le teorie possono essere utili in un dato luogo e in una data epoca; ma ho scoperto che è possibile vivere soltanto se si ha un’ardente e assoluta identificazione con un punto di vista. A mano a mano che il tempo passa, che noi cambiamo, che il mondo cambia, tuttavia, gli obbiettivi si modificano e il punto di vista muta. Se vogliamo, infatti, che un punto di vista sia di qualche aiuto, bisogna dedicarvisi con tutte le nostre forze, difenderlo fino alla morte. Nello stesso tempo, però, una voce interiore sussurra: “Non prenderti troppo sul serio. Tieniti forte e lasciati andare con dolcezza”. >>

http://pagliacciclandestini.org

 

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