Annet Henneman – Teatro di Nascosto / Hidden Theatre

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Annet Henneman – Teatro di Nascosto / Hidden Theatre

Ciao Annet, sono entusiasta che tu abbia dato la tua disponibilità a rispondere a questo nostro dialogo, che vorrebbe essere un punto di inizio, per aprire alcune riflessioni sul teatro, sul suo futuro, sulla sua necessità di vivere e su chi lo fa. Raccontando, così, i diversi punti di vista di persone che attraverso i loro percorsi personali, affrontano una resistenza artistica, ma soprattutto umana.

Prima di passare al tuo lavoro, vorrei sapere in breve, qual’è la tua storia.

Ma tu non avevi detto di aver letto il libro “Tra le fauci del drago”, sul teatro come mezzo pacifico nei territori di conflitto? Una raccolta di lavoro svolto da gruppi diversi, di teoria e pratica. Ci sono 85 pagine sul lavoro di teatro reportage, i viaggi, i diari, il metodo, le foto del Teatro di Nascosto negli ultimi 5 anni (sto svolgendo il lavoro di teatro reportage da 18 anni) .. lo sviluppo del gruppo internazionale.

Si, ma vorrei inserire una tua testimonianza diretta, all’interno dell’intervista, anche in una forma meno dettagliata. Non voglio chiederti l’abisso.

Mi sono laureata, dopo quattro anni di studio in una Accademia di Arte Drammatica Olandese molto speciale, nata negli anni ’70. eravamo un collettivo che non faceva una selezione normale per i nuovi studenti, ma una sul principio di auto-selezione durante diversi incontri di lavoro. Uno dei motivi perché avevo deciso questo percorso era perché fino a quindici anni i miei genitori mi avevano vietato di fare teatro ed in quel periodo, mi ero innamorata di un ragazzo che lo faceva, tutta la sua famiglia era impegnata in teatro. Questa famiglia per me era un esempio di come poteva essere la vita, molto diversa da quello di una famiglia rigida come la mia. Per questo ho scelto di entrare nella mia accademia: Accademia per Espressione e Comunicazione.

Il modo di procedere era molto libero e particolare. Si facevano improvvisazioni che potevano durare anche 48 ore, entrando nella vita dei personaggi, dormendo e mangiando nel ruolo. Poteva accadere di tutto. In più, eravamo una accademia non riconosciuta dalla stato olandese. E cosi ho potuto fare l’esperienza di mettere in piedi insieme a tutti gli altri, una Accademia del genere, passando dal costruire gli spazi necessari per le lezioni al creare dei piani di studio, mantenere i contatti nazionali, fare richieste di riconoscimento da parte dello stato, che è avvenuto solo dopo la mia partenza. Ho perfino avuto la mia laurea, due anni dopo la fine dello studio. Tutto questo è stato molto importante per la mia formazione, perché ho avuto la fortuna di toccare con mano le varie sfumature del teatro. Ed è lì, che ho conosciuto e lavorato per la prima volta con Richard Cieslak, del gruppo di Grotowski.

Ho lavorato per due anni e mezzo in un centro di terapia ad Amsterdam, dove cercavano una persona che sapesse usare le tecniche teatrali e le improvvisazioni, per utilizzare con persone che avevano difficoltà psicologiche. Tra di loro c’era chi aveva tentato il suicidio, chi viveva in un stato di auto-reclusione, chi non aveva superato i problemi – risultato di anni di vita incestuosa con il fratello – e cosi via. Questo è stato il secondo passo della mia formazione, perché grazie alle collaborazioni con: psichiatri, psicologi, terapisti del movimento e dell’arte visiva, ho imparato a lavorare con persone che hanno subito grossi shock, dei trauma. E oggi, quando incontro persone traumatizzate dalla guerra, ho un bagaglio umano e professionale che mi permette di affrontare al meglio le varie situazioni. Non faccio terapia! Si fa, teatro, che può avere delle forze terapeutiche, ma non lavoro mai direttamente sui problemi conseguenti dai traumi subiti dei miei attori, come terapia.

Ho smesso di fare la terapista e sono andata a Wrowlaw, in Polonia, nel centro di lavoro di Grotowski dove ho lavorato con Cynkutis – un altro dei suoi attori -, che mi ha proposto di lavorare con lui a Berlino. In quel momento non volevo fare l’attrice, ma lui, era uno del gruppo che non voleva lavorare con il “para teatro” di Grotowski, e mi chiese di fare finta di essere un’attrice e di scegliere un testo. Io, scelsi la Medea e lui mi fece lavorare individualmente per più di un mese, dandomi così, una lezione di teatro enorme. Insegnandomi come lavorare in teatro con la memoria del corpo e un testo. Ed è in quel periodo che ho deciso di venire in Italia, quando ho sentito che l’assistente di Cieslak, Fausto Plucchinotta stava iniziando il Gruppo Internazionale l’Avventura a Volterra, insieme, ad un centro di cultura attiva a Volterra che si chiamava “Il Porto”. Era anche il periodo in cui Barba e l’Odin, venivano a Volterra con la loro scuola di teatro antropologia. Nel gruppo c’erano molte persone che avevano lavorato con Grotowski. In passato, avevo provato molte volte ad entrare nel Teatro delle Sorgenti per lavorare direttamente con lui, ma non ero mai riuscita. Un giorno è arrivato un telegramma che diceva che dovevo essere a Santarcangelo il giorno dopo, per entrare nel Teatro delle Sorgenti. E’ stato un’esperienza importante per lo sviluppo del lavoro “pre-creativo”. Dopo alcuni mesi a Volterra è arrivato Armando Punzo, che poi, è diventato mio partner e padre del mio figlio.

Quando si è sciolto il Centro di Cultura attiva “il Porto” ed il “Gruppo internazionale l’Avventura” abbiamo mantenuto lo spazio e creato un associazione chiamata “Carte Blanche”. Abbiamo iniziato a lavorare in coppia, Armando regista, io attrice al monologo “Etty” con il quale siamo entrati nel primo festival teatrale a Volterra sotto la direzione di Vittorio Gassman e poi in carcere. Da li abbiamo iniziato i primi spettacoli con la Compagnia della Fortezza. In sette/otto anni, ho incontrato molti tossicodipendenti e tanti camorristi, mafiosi, – adesso ci sono più stranieri ma in quel tempo era un carcere con un numero elevato di prigionieri legati alla criminalità organizzata -. Una cultura difficile, anche perché, parlavo da poco l’italiano e dovevo confrontarmi con i dialetti del sud Italia.

Questa esperienza mi ha insegnato molto su come lavorare con culture diverse. Dovevo trovare soluzioni – io donna straniera con uomini non abituati alla presenza femminile in prigione -. Una cultura dove è l’uomo che dovrebbe decidere. Dovevo fare convivere la mia cultura di donna del nord a quella della cultura del sud. E’ stata una buona preparazione per i miei viaggi nel medio oriente. E devo dire, che ancora oggi, è difficile essere donna in questo paese, anche se le cose stanno cambiando, sono ancora, per la maggior parte, gli uomini a decidere.

L’Italia non splende per una cultura che favorisce la situazione delle donne ed è indietro rispetto a tanti altri paesi europei e mondiali. Pensa che su una ricerca antropologica e sociale del Parlamento Europeo, su la lista mondiale per la situazione delle donne, Italia è al 72esimo posto!.

Dopo il lavoro con la compagnia della Fortezza – spettacoli: La gatta cenerentola, Masaniello, O juorno di San Michele, Marat Sade, The Brigg – ho iniziato insieme con Gianni Calastri ed altre persone di Volterra il Teatro di Nascosto. Agli esordi lavoravo con molti giovani attori, anche della Scuola Paolo Grassi. Facevamo un teatro sperimentale nel senso classico della definizione e avevamo la sede in un vecchio teatrino semi interrato, in una casa di riposo. Per pagare “l’affitto” si faceva una volta a settimana un laboratorio con gli anziani. In quel periodo, stavo provando un monologo: “Randagia” per il Festival di Volterra Teatro, in coincidenza, ci fu un grosso terremoto nel Sud America e lungo il mare calabrese arrivavano queste enormi navi con i rifugiati. Ero sconcertata. Quando abbiamo iniziato le prove per il monologo, mi veniva di piangere e un giorno, seduta nel buio prima che le luci si accendessero mi chiedevo: << Ma cosa sto facendo? Io voglio raccontare quello che succede nel mondo, non voglio stare qua nel buio, isolata da tutto quello che succede >>. Ed è così, che ho scritto il primo progetto di Teatro Reportage, sostenuto e prodotto da Pontedera Teatro.

La prima volta che ho visto un tuo spettacolo è stato molti anni fa al Teatro Nazionale di Quarrata, anche se indirettamente o incoscientemente, il messaggio che rimase in me, lo porto ancora oggi nel mio fare teatro. Penso tu sia un’ambasciatrice delle vite altrui, che attraverso una sensibilità ed un intelligenza spiccata, riesce a raccogliere le storie del mondo e farle raccontare direttamente a coloro che le vivono, ed in certi casi, le subiscono.

Come nasce il Teatro di Nascosto?

In quel periodo avevo girato molto con il monologo “Etty”, anche nelle case, credo che alla fine lo avranno visto circa 12-13.000 persone. Ne abbiamo fatto un libro che si chiamava: “Il Teatro di Nascosto”. Quando stavamo cercando un nome adatto per la nostra associazione, visto che in quel periodo eravamo come “nascosti” a causa della nostra sede che si trovava in un seminterrato, visto che il nostro lavoro era conosciuto da pochi, abbiamo deciso di chiamarlo così.

Quando abbiamo avviato il progetto del Teatro Reportage, onestamente, non sapevo cosa stavo iniziando, sapevo solo che volevo raccontare le storie di chi stava dentro le navi e del perché venivano qua in Italia. Come era stato il loro viaggio. Poi, successivamente, siamo andati da dove venivano – in quel tempo Kurdistan turco – per vivere la loro situazione e più in là siamo andati a vedere dove avevano iniziato una nuova vita. In Germania, Stati Uniti e cosi via.

È iniziato tutto a Badolato, in Calabria, dove abbiamo convissuto con i Curdi turchi sbarcati sulle spiagge. Ero molto ignorante, nonostante li avessi sentiti nominare non sapevo chi erano veramente e anche, se ero socialmente impegnata, non conoscevo le verità dei conflitti nel mondo. La convivenza con i rifugiati, con i Curdi a Istanbul e Diyarbakir, ha veramente cambiato la mia vita.

Ho molti ricordi forti di quel periodo. Il giorno che arrivammo all’aeroporto di Diyarbakir era pieno di soldati con i kalashnikov e nell’albergo dove ci portarono, era stato bloccato il nostro telefono. Abbiamo fatto molti incontri. Il primo lo abbiamo avuto con delle insegnanti, di cui ne erano state uccise sei in una manifestazione e la prima cosa che hanno fatto appena entrati nella stanza, è stato quello di bloccare la porta con una sedia per bloccare l’eventuale intromissione della polizia. E che poi, è entrata veramente. Un altro incontro lo abbiamo avuto in un luogo segreto e quando siamo arrivati lì, c’era una fila di circa 37 persone, provenienti dai villaggi bruciati, che ci abbracciavano, ringraziandoci di essere venuti ad ascoltarle e per voler raccontare le loro storie. Persone in situazioni disperate, torturate, senza più una casa, ma forti. Una donna mi ha urlato: << Perché siete venuti qua? Lo sapete quello che sta succedendo? Lo sapete! .. e non fate niente per fermare tutto questo? >>. Un tuffo totale nella realtà della guerra e dell’oppressione.

Dopodiché, con tutto questo percorso, abbiamo creato il primo spettacolo “Lontano dal Kurdistan”. In quel primo teatro reportage si ritrovavano le storie di chi abbiamo incontrato, storie che abbiamo vissuto. E siamo diventati famosi (ride) in Kurdistan, perché rappresentavamo veramente la loro vita. Una televisione in esilio in Belgio (Roj tv) ha ripreso lo spettacolo e lo ha messo in onda, diverse volte all’anno.

Certo nel ’98 la situazione in Diyarbakir e il Kurdistan turco era molto peggio rispetto ai giorni nostri, ma, anche se la vita sembra essere “migliorata”, tuttora, ci sono scontri, arresti, bombardamenti, difficoltà di poter vivere la propria cultura…

Dopo, questa prima esperienza, non potevo più tornare indietro, non potevo più fare il teatro che avevo fatto fino ad allora. Volevo conoscere il resto del Kurdistan. Siamo andati anche in Iran. ma la prima volta, non ci hanno fatto entrare nel Kurdistan Iracheno perché c’era ancora il problema di Saddam Hussein. Allora, ho iniziato a viaggiare da sola, perché quando viaggi da sola, incontri molte più persone. Se invece si è in due, per giunta Europei, tendono a lasciarti in un albergo o a lasciarti con i tuoi simili e si fanno solo incontri di “lavoro”. In quel modo non entri veramente nella realtà di un paese, la realtà della vita di ogni giorno. All’inizio gli uomini, mi vedevano metà uomo – una donna occidentale che viaggiava da sola -, e allora mi dicevano: << Bevi il tè con noi, mentre le nostre mogli lo preparano! >>, finché, io non ho detto << Basta! >> e sono andata dalle mogli, in cucina, con loro. Ho iniziato a vivere la loro vita facendone parte. Mi vestivo – e vesto ancora – come loro e anche per loro, è diventato normale che io si sia.

Oramai, sono 18 anni che tento di avvicinarmi sempre di più alla cultura curda, così come faccio con quella Araba in Iraq, Palestina, Libano, Egitto.

Quali sono le tue poetiche?

Non so cosa intendi per poetiche, però, con questa parola mi viene in mente la bellezza della lingua Iraniana, di quella Curda, di quella Araba e delle loro melodie, delle loro poesie. Ci sono dei valori universali che si collegano alle storie vere delle persone. Poesie che diventano canto e che raccontano la vita nelle carceri durante il regime di Saddam, del treno e della famiglia che ogni settimana viene a trovare i reclusi, ma sono anche, poesie che parlano di libertà, di profumi, di vestiti puliti, di ricordi, dell’amore, della casa. E per questo, molte volte le scelgo, così, come scelgo il linguaggio e le espressioni dei luoghi. Perché quando le inserisco nel mio teatro, le persone che incontro di quei paesi o in quei paesi, si possano riconoscere. E questi canti, li prendo da loro, dalle loro voci. E grazie, ad anni di studio.

Un volta, quando ho chiesto a una delle mie sorelle curde, come era scappata da Kirkuk (Iraq), mi ha raccontata che aveva sei anni e che giocava fuori con altri bambini. Il suo racconto era quasi una poesia, dolorosa, che illustrava il suo esodo e la sua vita. Nello spettacolo ne ho fatto un canto .. ispirato alla loro cultura di canti che raccontano la vita. Queste testimonianze cantate, mi sono anche servite per attraversare i confini, quei confini dove non mi era concesso attraversare. Con i canti delle madri che mandavano i loro figli a difendere il loro paese, nelle atrocità della perdita, ma anche, nella speranza di una vita migliore. Ho imparato ad amare il deserto, dove i Peshmerga stanno insieme, cantano, ballano, muoiono nella loro lotta contro l’Isis. Mi hanno trasmesso loro la capacità di trasformare momenti duri della vita in poesia e in canto. Ho condiviso momenti molto dolorosi con chi è stato in carcere in Iraq, in Iran – dove è quasi morto -, con chi ha perso famiglia durante il regime di Saddam Hussein, con chi ha vissuto il carcere israeliano in Palestina, con chi ha vissuto l’oppressione pesante in Egitto, con chi vive le bombe a Baghdad. Poesia dolorosa tra vita e morte.

Negli scambi precedenti, mi hai detto diverse volte di essere al fronte, in trincea. In paesi dove gli scontri e la guerra, non sono formule metaforiche o modi di dire, ma luoghi reali sconvolti dalla disperazione e dalla morte.

Tu che dedichi e hai dedicato la vita ai rifugiati e alle vittime dei conflitti, come vedi il fare teatro nella nostra società?

Per tre anni, abbiamo aperto un Accademia a Volterra (2003- 2007), dove abbiamo convissuto insieme con i rifugiati e con tutti i volontari che venivano ad aiutarci. Insegnavamo l’inglese e l’italiano, insegnavamo a raccontare le proprie storie con le tecniche del teatro reportage.

Dopo quel periodo, abbiamo praticato sempre più teatro con i rifugiati, in diverse città dell’Italia. E oggi, a differenza di qualche tempo fa “nella giornata mondiale del rifugiato” si possono vedere tanti spettacoli del genere e sono nate molte compagnie teatrali, incontri e discussioni. Piano piano, in l’Italia, il rifugiato ha preso una piccola voce, la possibilità di raccontare e di raccontarsi. Invece a Kirkuk, a Baghdad, a Bassora, in Palestina, in Iraq, si vive ancora l’isolamento completo, si vive la guerra, l’occupazione. Luoghi di disperazione dove le madri non sanno quando i figli ritorneranno, o i figli, non sanno se ci saranno ancora i loro genitori al loro rientro a casa.

Durante l’accademia per i rifugiati abbiamo girato con uno spettacolo “Dinieghi”, raccontando come dieci dei nostri studenti avevano ottenuto il diniego dalla commissione centrale di Roma. Abbiamo fatto più di 130 repliche, abbiamo attraversato tutta l’Italia. Abbiamo raccontato: le storie di Vanessa del Ruanda che aveva visto tagliare la gola della madre e delle sorelle; di Nur e Bashir dell’Afghanistan; di Ridvan e Mehmet del Kurdistan. Storie di bambini che vivevano la guerra e che non potevano finire la scuola. E quasi tutti: nel diniego, poi trasformato in asilo politico dopo il processo.

Ho deciso che dovevo tornare nelle terre di conflitto, per ritornare qua e raccontarle. Durante questi periodi intensi di ricerca e conoscenza ho fatto molta attenzione, non volevo andare là per morire. Ho dovuto fare attenzione ai rapimenti che portano molti soldi a chi li organizza, a volte mi sono tinta i capelli di nero, ho messo le lenti a contatto nere, ho messo gli abiti, il velo, l’abbaia. Una volta, quando stavo per andare a Kirkuk mi hanno portato una pistola per difendermi. Me l’hanno messa in mano e ho detto: << Ma cosa ci faccio? Io, non la so neanche usare? >>. In tanti mi hanno trasmesso la loro angoscia. La notte non ho dormito ed a un certo momento, confesso, ho pianto per la paura di morire. E questo era un sentimento che non avrei mai conosciuto se non avessi vissuto nei luoghi dei conflitti. Come altri sentimenti forti – di odio, di dolore, di impotenza -, ma la paura, con il tempo, è sparita. Perché la realtà della violenza diventa normale. Diventa parte della vita, così, come da noi, e normale e non fa paura la possibilità di poter morire in un incidente stradale.

E questa possibilità di morire, la vivo come parte della mia vita, anche se faccio di tutto per diminuirne la possibilità. In questi anni, ho dovuto nascondermi dietro una macchina, con qualcuno armato al mio fianco, perché eravamo finiti nel territorio vietato per i curdi da Saddam Hussein. Ho conosciuto la condizione delle donne che indossando veli fino a piedi. Sono stata trattata come le altre donne. Seduta e ammassata nelle macchine con bambini sulle gambe, e magari, con due uomini posizionati comodamente davanti che se gli parlavi, non ti rispondevano neanche. E per quanto possa essere stato difficile, anche questo è stato interessante per il mio lavoro di attrice e per il Teatro Reportage. Mi ha aiutato ad impersonare donne che vivono una cultura cosi diversa da me.

Volevo sentire fino in fondo cosa voleva dire vivere così. Ma anche: come si muovono, come parlano, come usano la voce, come cantano, quale musica ascoltano, cosa mangiano, come dormono, come si lavano .. e cosi via.

Nel teatro reportage “Jin Xanmand, Women, Donne“ c’è un capitolo “La notte dei Sussurri” dove si racconta come vivono le donne quando ci sono gli ospiti nel mondo arabo e nel mondo curdo. Di come le donne dormono in una stanza, tutte insieme con i bambini, arrangiate per terra.

Quando ero lì, in quei momenti ho vissuto una felicità profonda. C’era un’intimità, un momento di libertà in quelle notti, dove le donne si confidavano tra di loro e i bambini si sentivano liberi. Momenti di calore e di felicità, in una situazione per tante donne troppo ristretta, brutta, dolorosa. Ci sono donne fortissime che riescono ad affrontare le difficoltà, studiano, lavorano, altre non riescono, rimangono imprigionate in questa cultura, in situazioni atroci, imprigionate nelle loro case, nei loro veli, oppresse da padri, figli e mariti violenti.

Assimilavo talmente la loro cultura che quando usciva fuori il mio piede dal vestito (maxi / dish dash), mi veniva subito di coprirlo perché mi sentivo troppo scoperta! Oggi, quando invito una attrice di Bassora o di qualche altra città araba o Curda, qua da noi a Volterra, solitamente il primo giorno pensa – che io non possa sapere veramente della loro situazione -, ma poi, ci guardiamo negli occhi e loro, sanno che io so. Che so quello che vivono nella loro realtà. Così come sono consapevoli di quello che ho rischiato, di come ho vissuto la loro realtà sulla mia pelle. E finalmente, dopo poco, sentono che si possono fidare, si aprono e lentamente condividono la loro vita con me.

Negli ultimi anni i miei compagni e compagne di viaggio di lavoro di teatro reportage, non sono più rifugiati, ma sono attori professionisti. Si è creato il gruppo internazionale del Teatro di Nascosto. Attori da Baghdad, Bassora, Kurdistan, Egitto, Palestina insieme a attori dall’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania. E Sono molto orgogliosa dei miei attori del Medio Oriente, perché vengono qua a lavorare, ma poi, tornano sempre in Egitto, in Palestina, in Iraq, perché è lì che vogliono operare, per creare un futuro diverso per il loro paese. Un lavoro molto duro in una situazione pericolosa. Per questo spero che non gli succeda mai niente.

Il tuo lavoro, anche se con altre modalità, mi ricorda quello di Juliano Mer-Khamis del Freedom Theatre di Jenin, o del Gruppo dei Giullari Senza Frontiere, o del Deposito Dei Segni di Cam Lecce e Jörg Christoph Grünert, o del Teatro dell’Argine. Mi ricordi Abou Becken Tourè e altri rifugiati, che in Italia, riescono e sono riusciti a diffondere e parlare dei loro paesi nativi, grazie al teatro.

Molti di noi, che praticano questa arte, troppo spesso si ritrovano a vivere frammenti di vite altrui, senza conoscerne sulla pelle: la storia, le emozioni e le tragedie che le hanno segnate. Ma per te non è così. Il tuo è un teatro che parla di coraggio, di possibilità, di cambiamento, di necessità alla vita e di grida all’uguaglianza, alla giustizia, alla speranza.

Quali sono le motivazioni che ti portano nel continuare a fare il teatro reportage a rischio della tua stessa vita? E quali sono i rapporti che ne sono nati?

Avendo vissuto e sapendo quello che vivono le persone adesso vicine a me, mi ha reso insopportabile tutto quello che sta accadendo. A volte non so neanche se rivedrò alcuni degli attori, perché vivono in terra di guerra. Non sopporto l’ingiustizia enorme che tante persone nel mondo e tanti dei miei attori, stanno vivendo nella loro vita quotidiana.

Durante l’attacco dell’estate scorsa a Gaza, ero ogni giorno al telefono con un mio attore e suo fratello. c’erano momenti in cui gridava, mentre correva realmente in mezzo alle le bombe: << Non so se vivrò domani! >>, e piangeva e poi si rideva. Questo, per dire che le persone che lavorano con me, non le lascio sole, non è un rapporto dove loro vengono qua a fare uno spettacolo e finisce tutto lì. No! Se qualcuno vive la guerra o un arresto, noi tutti del gruppo, in qualche modo, cerchiamo di sostenerlo. Certo, molte volte, qualcuno è così preso dai propri problemi che non riesce a fare questo, ma si è creata una famiglia, un gruppo vero che si tiene in contatto nei momenti più difficili. Anche quando stiamo fisicamente lontani.

Adesso che ho “figli” dappertutto, non posso tradire le loro aspettative, perché sento una responsabilità continua nei loro confronti e non voglio che si sentano “usati” per uno spettacolo, perché non è così. Con il metodo di teatro reportage, che si è sviluppato in tutti questi anni attraverso un training fisico psicologico, un modo di fare l’attore simile all’interpretazione cinematografica, sono riuscita a rompere quella barriera tra spettatore e pubblico, facendolo sentire partecipe della situazione del racconto. Ed è grazie a questo, che gli attori del nostro gruppo, che pensavano di non avere voce in questo mondo, oggi sanno, che sono capaci di trasmettere una parte della loro realtà. Sono diventati più forti come attori e persone, sanno gestire il loro corpo e le loro emozioni, sia che stiano raccontando la propria storia, sia che stiano raccontando la storia di un’altra persona.

Attraverso il training, si lavora sulla pulizia interiore e sulla fase pre-creativa, per fare in modo che ognuno si liberi delle proprie abitudini e dai propri pregiudizi. Voglio che i miei attori acqucano una coscienza critica rispetto a quello che raccontano, che siano informati sulla storia politica e cultura dei paesi che vanno a rappresentare e che abbiano un empatia per la vita della persona che raccontano. Voglio che quando qualcuno vede un attrice Danese che recita, creda veramente che sia una rifugiata Siriana.

E’ molto importante come e dove si raccolgono le informazioni. Se segui rappresentanti di un partito o di un giornale o di una Ong, ti daranno le notizie dal loro punto di vista e ti faranno vedere solo quello che vogliono che tu veda, rischiando di non avere una tua visione indipendente. Per questo, da molto tempo, mi muovo in autonomia, anche se questa mia scelta ha avuto grosse ripercussioni sulla fluidità e sui finanziamenti ricevuti.

Eugenio Barba, ha scritto sul libro che raccoglie anche le mie testimonianze “Danzare tra le fauci del drago”, che io con il mio lavoro ho scardinato tutte le regole (ride). E non mi importa se quello che faccio, viene giudicato teatro o no. L’unica cosa che mi interessa è che chi assiste allo spettacolo entri nella realtà di quello che si rappresenta di fronte ai loro occhi e che, questa realtà arrivi ai loro cuori e alle loro menti.

Io penso che il tuo sia un lavoro molto forte, e sulla definizione di teatro, non saprei neanche cosa dire. Nella mia esperienza, so solo che fare “teatro” significa narrare delle storie, incontrare la vita e raccontare quella.

Sì, ho lasciato tutto alle mie spalle. Per me è stata una liberazione da tutto ciò, dalle costrizioni intellettuali e preconcette del mondo teatrale. Ma sono convinta che io – faccio teatro .. faccio, teatro reportage -. Porto gli attori ed il pubblico all’interno di storie vere, in una realtà diversa.

Cosa diresti a coloro, che volessero seguire i tuoi passi?

Che è molto complicato. Ci sono diverse persone che vorrebbero, ci sono persone che fanno le tesi sul nostro lavoro .. ad esempio, a metà settembre, verrà un attrice dal Canada a vivere qua con noi. Ma se lo fai seriamente, come ho già detto, può veramente cambiarti la vita, perché quello che poi conoscerai non potrai più togliertelo di dosso facilmente e sarà molto difficile tornare indietro, tornare ad essere “più superficiali, più ignoranti”. Conosco poche persone che sono veramente cattive, però come lo sono io, cioè ignorante di tante situazioni nel mondo, il mondo stesso è pieno di ignoranze e di ignoranti.

Penso che non si debba fare l’errore di diventare “l’eroe”, perché questo ti mette nella posizione di essere troppo vulnerabile, visibile, così, come è successo a Vittorio Arrigoni, che nel suo essere molto in vista ha perso la vita. Naturalmente non parlo di lui come di una persona che ha inseguito questo, gli è successo perché ha testimoniato, raccontato, preso posizione, ma molte persone lo hanno fatto ingenuamente, come le giovani ragazze che sono andate ad Aleppo. Altre invece, hanno girato con il vestito da spose facendo autostop in Turchia, non conoscendo la cultura. Ci sono due cose, che devi sempre tenere ben presente: primo, che se sei troppo esposto, rischi che le persone non parlino più con te perché sono in situazioni pericolose dove devono continuamente scegliere di chi fidarsi e di chi no; secondo, che in certi paesi potresti valere molti soldi, quindi, essere soggetto a rapimenti e riscatti. Per questo, bisogna prepararsi bene, andando con qualcuno del posto, capire di chi ti puoi fidare e di chi no, creare una rete di persone conoscendole attraverso un rapporto vero di lunga durata, che ti possano dire – quando puoi uscire e quando non puoi uscire -. E tu devi eseguire, quello che ti dicono.

Tutto questo, non è semplice da ottenere, ne tanto meno da descrivere. Però, per chi fosse interessato veramente, può sempre contattarmi. Io sono sempre felice di consigliare coloro che hanno questa spinta nel provare a fare, a conoscere. Anzi, colgo l’occasione, per annunciare che da metà settembre, a Volterra, prepareremo una nuova situazione, dove sarà presente tutto il gruppo internazionale e che si avvierà lentamente, per essere lanciato il 24 ottobre con un percorso continuativo. Dove ci saranno momenti di apertura, seminari, laboratori e dove chi è incuriosito, potrà sperimentare direttamente cos’è questo lavoro. Inoltre è anche un modo per avvicinarsi al mondo arabo, curdo, vivendo a stretto contatto con gli attori del Teatro di Nascosto dell’Egitto, del Kurdistan, dell’Iraq, della Syria, del Libano.

Quanto, nella tua esperienza, il teatro è riuscito a cambiare in te e in gli altri il modo di vedere e vivere l’umanità?

Non è il teatro in sé che ti fa cambiare. Io, ho avuto il privilegio di poter incontrare personalità grandi del teatro del secolo scorso e gli insegnanti della Accademia in Olanda, e Cieslak, ed il mio grande amore a quindici anni, e Grotowsky, e Cynkutis e Dario Fo e poi Judith Malina che insieme a Hano Reznikow hanno fatto parte dello spettacolo “Rifugiati”. Ed è lei che nei momenti più difficili, mi ha fatto vedere la sua generosità e la sua indipendenza nel guardare quello che vedeva. Infatti, la prima volta che ci siamo incontrate, non ci conoscevamo ancora, è stato dopo uno spettacolo in carcere “The Brigg”, in cui lei era presente, e io, subito dopo me ne ero andata. Uscendo dal carcere, camminai senza meta per le strade di Volterra e qualcuno all’improvviso mi saltò addosso, mi abbracciò, ed era lei e mi disse: << Annet, ho parlato con i detenuti, so cosa hai fatto .. grazie! >>. E da quel giorno abbiamo avuto contatti, fino a quando non ci ha lasciati.

Cosa ti rimane di questi incontri?

Tutti gli incontri che ho avuto, mi hanno dato qualcosa che ha trovato un posto nel mio modo di vivere e lavorare. Sono stata fortunata, ho potuto incontrare dei grandi maestri.

Cos’è per te, la democrazia e cos’è per te il terrorismo?

Certo, che tu mi fai delle domande!?! (ride)

La democrazie sono un luogo dove c’è la libertà per tutti di vivere come vogliono, senza ledere la libertà degli altri, e direi, senza ledere neanche l’ambiente. Ed includo tre livelli: la responsabilità individuale, quella di gruppo e quella della società. Se, dimentichi solo una di queste o la tralasci, in qualche modo, secondo me, non prendi una responsabilità obbiettiva perché l’una è legata all’altra.

Il terrorismo? Non so se hai mai letto il libro “a cena con i terroristi”, è il racconto di un giornalista che è andato, appunto, a cena con i terroristi di otto anni fa. Ed a ognuno di loro, chiedeva: << cosa stava facendo ed il perché >>. E lui, da tutto queste parole, concludeva l’insieme alle interviste, dicendo, che – se quello che dicono i terroristi, quelli che tutti riconoscono come tali, è vero, gli Stati Uniti sono i terroristi più pericolosi del mondo -. Ed era lui, il primo ad essere scosso, proprio perché era un Americano. Io, invece, trovo molto difficile spiegare, perché la mia esperienza è diversa.

Per un periodo ho vissuto in Palestina, con una donna scrittrice che aveva messo tanti anni fa una bomba vicino a Ramallah. Ero in difficoltà, perché ero e sono per la pace. Lei “naturalmente” era giudicata terrorista sia in terra santa che in molti altri paesi, soprattutto nel mio paese in Olanda, perché a quei tempi appoggiava molto Israele e questo, perché durante la seconda guerra mondiale aveva avuto una forte presenza di popolazione ebraica. Lei, mi fu consigliata da Fidaa, l’attrice attivista palestinese che lavora con me, dicendo che dovevo conoscerla. Volevamo dare voce a coloro che avevano meno voce in Westbank e secondo quello che le mi raccontava, molte donne palestinesi hanno vissuto le dure carceri israeliane. Lei mi raccontò la sua vita partendo dai tre anni di età e lentamente, sono entrata al suo interno. L’angoscia di una bambina che fuggiva con tutta la famiglia dalla loro casa, lasciando dietro tutte le loro sicurezze, tutto quello che avevano. Lei, aveva vissuto una grande ingiustizia, la violenza, l’occupazione, l’arresto dei fratelli.

E pensare che in Italia, una persona come lei durante la seconda guerra mondiale, sarebbe stata chiamata una partigiana. E in Olanda? Avrebbe fatto sicuramente parte del “het Verzet” (La resistenza) ed invece sembra il contrario. È assurdo. Quando ero piccola, il sapere che avevano messo bombe contro i tedeschi che ci occupavano, me li faceva considerare (così come li fa considerare a molte persone) degli eroi. Io sono per la pace, ma non saprei cosa fare in una situazioni di guerra, quando ti ammazzano il figlio davanti ai tuoi occhi, o quando trovi tutta la tua famiglia sterminata in un palazzo bombardato, o violentano tua madre davanti a te. Per questo mi chiedo continuamente: cosa faremmo noi al loro posto?

Anche se è difficile da descrivere, penso che il terrorismo sia quello dell’Isis, che io ho vissuto da molto vicino e che prende le armi, attacca gli altri e non da nessuna libertà, ammazza crudelmente, impone la propria ideologia a tutti quelli che stanno sul territorio che hanno “conquistato”. Mentre, quando ero con i Peshmerga, quello che ho visto è che i combattenti lottavano per riprendere la loro terra. Combattenti che pensando al loro futuro ed a quello dei propri figli, affrontavano con coraggio la paura di essere invasi, ammazzati in modo cosi crudele, senza speranza, perdendo la loro libertà. La loro lotta, era una difesa, non un oppressione.

E più vado avanti con i miei viaggi e le mie ricerche giornalistiche – per capire il contesto più grande – e più mi è difficile poter esprimere un giudizio. Non posso dire che una cosa è “cosi”, è troppo semplicistico. Adesso so quanto poco conoscevo quei luoghi prima del lavoro con il teatro reportage. Adesso so quanto era falsato quello che pensavo di sapere. Adesso so che dovrei provare a capire le diverse angolazioni, provare a capire anche i punti di vista diversi, contrastanti. E per quanto io possa vedere o studiare o lavorare – sapendo molto più di 18 anni fa – mi rendo conto di quanto sappia pochissimo.

È una posizione illuminata, la tua.

Forse. Non lo so.

Penso che la conoscenza porti un po’ a questa difficoltà di esprimere e definire le cose, proprio perché le cose e gli avvenimenti, sono fatti da una moltitudine di altre cose, di altri avvenimenti e di altre verità.

Infatti, non esiste una verità assoluta.

Il teatro, oramai da anni, sembra vivere in una sorta di limbo. Un luogo ambiguo, dove si dice di convogliare le buone pratiche, ma, di buono sembra esserci rimasto ben poco. In un momento di crisi economica e di tagli, è il primo, o tra i primi, a perdere i finanziamenti. Tu, ad esempio, tutto ciò che guadagni lo investi nei tuoi progetti, come può essere stato questo tuo ultimo appuntamento della compagnia Teatro di Nascosto a Bruxelles, presso il Parlamento Europeo. E non è sicuramente la prima volta che ti succede.

E non sarà l’ultima. (ride)

Questo, però, è un dramma, proprio perché rivela la poca importanza che si da, ad un teatro come il tuo.

Quali sono, secondo te, le scelte che dovrebbero fare le amministrazioni nazionali e locali, per rivalutare il teatro come possibile risoluzione dei conflitti? E chi dovrebbe investire in esso?

Tutto questo, pone altre domande. Ad esempio, poco tempo fa ero a Bergamo ad un incontro dove erano presenti circa 500 persone, tra realtà associative teatrali europee, attori e organizzatori che presenziavano per progetti europei. In quella occasione, mi avevano chiesto di fare un intervento sul mio lavoro, nonostante io non volessi, perché tuttora, continuo a non voler fare progetti legati ai bandi europei. È la mia scelta.

Perché hai paura che influenzino la tua libertà d’azione?

Si. Decidono dove si svolgono i progetti oltre a dover creare una situazione burocratica che non voglio.

Ricordo quando ero ad un festival ad Amman. In quel periodo stavo lavorando con dieci Palestinesi. L’albergo dove eravamo ospitati per il festival era pieno di gruppi europei. Mi sono chiesta come mai ci fossero, poi, ho capito che la più maggior parte dei gruppi facevano parte dei progetti Europei. Infatti, per il piano cultura di tre anni di quel periodo, era stato definito a priori che potevi andare o in Turchia, o in Marocco, o in Giordania, o in Palestina, o .. però, non in Iraq, non in Iran… e questo mi ha dato e mi da ancora oggi,\ fastidio.

Nell’incontro europeo di Bergamo ho parlato del mio lavoro effettivo, di quello che avevo fatto e di quello che avrei fatto in futuro e con pochi soldi, fino a quando, una delle persone presenti, ha detto: << Noi abbiamo fatto un grande progetto sull’immigrazione (di due settimane!), però per il resto non abbiamo soldi. Noi facciamo progetti di alta qualità artistica >>. e mi sono chiesta << Dov’è l’arte che uno deve fare perché non può fare altro, come succedeva a Van Gogh, o altri artisti, con o senza soldi? >>.

Scegliere la strada dell’indipendenza, avere pochi soldi mi ha dato la possibilità e la libertà di sviluppare il lavoro di teatro reportage. Una libertà pagata pesantemente, ma anche bellissima, che adesso sta dando i suoi risultati. Mi viene lentamente riconosciuta la capacità e la caparbietà di aver creato una situazione unica all’interno del panorama mondiale.

Il mio non è soltanto un lavoro teatrale, ma anche un lavoro giornalistico. E questo crea molti problemi, come: un problema di visto per me e per i miei attori, il problema di una nuova guerra, situazioni che cambiano all’ultimo momento. Regolarmente, non so qual è il numero degli attori di cui posso disporre, se posso fare uno spettacolo o no, se posso farlo un mese prima o un mese dopo e in tutto questo, voglio e ho ottenuto di avere la possibilità di reagire concretamente alle situazioni. Ad esempio, anni fa, in Regione Toscana, avevano fatto una legge apposta per il Teatro di Nascosto che destinava dei soldi a chi unisce il teatro al giornalismo. E allora, io scrivevo il progetto, ma specificando, che sarebbe cambiato, e in regione, vedevano che facevo sempre di più di quello che proponevo. Anche la Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra, che ci sostiene, accetta regolarmente alcuni cambiamenti nel programma previsto collegate ad un progetto così complicato.

Ed è per questo che non accetto e non posso entrare nei Progetti Europei, perché in questi progetti tutto è prestabilito, anche le collaborazioni internazionali hanno regole precise, quei progetti sono fatti così. Infatti, quel giorno a Bergamo, tutto mi sembrava così grigio, tutti con il loro cartellino a cercare i partner giusti per i loro progetti, per poter ottenere finanziamenti. Ci sono stata una mattina per raccontare del lavoro del teatro reportage, i viaggi, il metodo, gli attori, gli spettacoli. A spiegare che non può seguire le regole di un progetto europeo per le sue caratteristiche giornalistiche. Tanti in quei giorni di scambio si incontravano quindici minuti di qua, quindici di là, seguivano conferenze, ma, io non credo in questo modo di progettare. Come si può decidere – come artista – la definizione didascalica di un programma che si farà tra un anno, due anni, a volte tre anni – basandosi su incontri fuggevoli -. Si è imprigionati in una programmazione che secondo me, porta via una parte della libertà necessaria per svolgere al meglio questo lavoro.

Probabilmente, perché questi sono unicamente progetti fatti sulla carta, privi di un esperienza sul campo e di vita concreta.

Infatti. Ma non voglio dare un giudizio cosi definitivo, ci saranno anche persone che riescono a lavorarci, portando alta qualità.

Credo, tu sia arrivata a determinati traguardi, perché hai conosciuto di persona, ti sei scontrata con la realtà, con il conflitto, con la morte. E penso sia difficile, poter proporre un progetto dettagliato nei vari passaggi, proprio per la peculiarità di quello che fai e per l’imprevedibilità di alcuni avvenimenti.

Per questo adesso ho scelto un progetto che vorrei fosse finanziato dalle persone comuni e da alcuni giornali, o da sponsor particolari. Ho anche delle difficoltà per trovare fondi, perché per esempio: Enel non mi sponsorizzerà mai, visto che parlo di Bassora dove c’è un loro impianto ottenuto con una procedura non troppo chiara. Si parla di corruzione. Infatti, è anche questo uno dei miei problemi con gli sponsor, perché se parlo dei Curdi non avrò sostegno da chi vuole avere un buon contatto con la Turchia su livello economico e strategico; se parlo di Palestina nessuno di coloro che vuole avere buoni contatti con il governo israeliano mi sosterrà e così via. Potremo andare avanti con altri nomi, altre nazioni e per ore – Iran, Egitto, Giordania -. Però va bene così, non mi scoraggio.

Anche perché la maggior parte di questi progetti europei, o per lo meno molti di essi, sono di facciata.

Certo, ma non si può generalizzare. Io, credo che se tu vuoi fare veramente Arte e far nascere qualcosa di nuovo, non devi fare progetti burocratici. E quando tu chiedi delle amministrazioni ..

Lo so, sono un illuso, ma credo fortemente che dovrebbero fare qualcosa di più concreto e coraggioso.

Si, ma non si fa, non avviene. Io, l’ho visto con la mia Accademia che era una cosa veramente bellissima e collettiva, ma adesso, è diventata solo una scuola. Capito? Perché la burocrazia tante volte, “uccide” l’arte e chi la pratica.

Qualche tempo fa ho cercato qualcuno che si prendesse la responsabilità di cercare i soldi. Questa persona è scesa entusiasta dall’Inghilterra, ma poi, mi ha ripetuto diverse volte: << Devi cambiare il tuo lavoro perché così non troverò mai niente! >>, e io ho risposto: << Ma ho sessant’anni! Perché devo cambiare il mio lavoro? Io voglio trovare i soldi per quello che faccio e non per quello che non faccio. Non voglio cambiare se no l’avrei fatto molto prima! >>, così, come non voglio neanche perdere tempo per adattare e piegare il mio lavoro agli sponsor. Voglio trovare soldi che non sporcano quello che faccio.

E anche se abbiamo uno spazio tutto nostro e a fondo perduto, cioè gratuito – grazie alla provincia di Pisa -, a volte, vorrei avere una base più sicura, perché un domani nonostante l’intenso lavoro non avrò una pensione, o perché la notte non dormo perché penso a come pagare l’affitto, o internet o le altre spese e così via. Per questo voglio insistere sui fondi legati sia al giornalismo che al teatro. Ma non rimpiango e non mi sento di lamentarmi, perché è una scelta che faccio coscientemente.

Quali saranno i tuoi prossimi passi e cosa ti aspetta?

In questo nuovo progetto del 24 ottobre che si chiama “La Radio” e che vorrei che tutti mettessero in agenda tra i loro appuntamenti, inaugureremo una piattaforma in lingua italiana, araba ed inglese, dove si potrà cliccare su un podcast e ascoltare la vita di una donna sotto l’Isis a Mosul, o di un bambino che vive che a Gaza, o di un giornalista che è stato nel carcere in Egitto – raccontato dai nostri attori di teatro reportage -. Cambieremo i nomi, l’età, il posto dove vivono, perché non potrebbero mai farsi intervistare mostrando la vera faccia o la loro voce. Il giorno dopo sarebbero già morti, di nuovo imprigionati.

Con questo progetto vogliamo raccontare continuamente le situazioni dove si vive la guerra, la violenza, l’oppressione, l’occupazione. Che è anche dove vivono una grande parte degli attori del gruppo internazionale. Inoltre, ogni due settimane ci si potrà collegare con uno degli attori e parlare con lui. Poi, ci saranno cortometraggi, film, foto, musica – tutto collegato a storie vere -. Si potrà consultare, anche tutto l’archivio del Teatro di Nascosto.

C’è molto interesse intorno a questo progetto. Dovrò proteggerlo molto, perché dovrà avere tutta l’intensità che si crea quando facciamo i nostri spettacoli di teatro reportage. Dare la percezione di essere, per un momento, parte viva di una situazione, una vita che sta avvenendo dall’altra parte del mondo.

Avremo anche un Flying Team (team volante) che andrà a fare il training alle persone che vorrebbero entrarci, che non possono venire in Europa. Andremo in Iraq, in Palestina, se possibile in Siria, in Egitto, in tutti paesi dove abbiamo già lavorato per allargare la base dei collaboratori e anche, per continuare e creare dei teatro reportages. Voglio questa piattaforma online in tutte queste lingue perché attraverso gli spettacoli la diffusione del nostro lavoro, è diventata troppo limitata. Da adesso il nostro lavoro sarà facilmente accessibile ovunque.

Molto interessante, proprio perché riuscirai a colpire e coinvolgere molte più persone a livello mondiale.

Sì, e adesso potrà avvenire anche se un attore o un attrice non potrà muoversi dalla sua città, come è successo con uno degli attori che per un anno non è riuscito a muoversi da Gaza, vuoi perché una volta la frontiera dell’Egitto era chiusa, vuoi perché una volta c’era la guerra, vuoi per altri motivi. Ad un certo punto, l’ho fatto raccontare da Skype ed ho visto quanto poteva essere forte che qualcuno ti raccontasse la vita vera di quel momento, da un altra parte del mondo, in mezzo alle bombe. Abbiamo condiviso, pianto, avuto paura, riso – la speranza della fine della guerra -.

Bene! Siamo arrivati alla fine ed è stato un piacere, anche se ho parlato quasi sempre io.

(rido) Aspetta. Alla solita domanda che faccio, sul riscontro nel tuo lavoro da parte della critica ufficiale .. vuoi rispondere?

Ah! Ma a questa domanda probabilmente, è molto semplice rispondere! Non abbiamo quasi riscontro. (ride) Non e’ del tutto vero, posso dirti che ho preso il premio dell’anno 2013 della rivista Teatri delle diversità di Vito Minoia. Però sono state alcune persone che mi hanno dato un riscontro grande alla quale tengo: Eugenio Barba e Judith Malina. Ma devo dire che succede anche cosi perché non ci lavoro molto, poche volte ho avuto un ufficio stampa, quindi non c’è un grande scambio. In genere i critici non vengono. Mi sembra che è in corso un cambiamento.

Penso però che il loro ruolo dovrebbe essere, quello di dialogare, scoprire e incontrare coloro che fanno teatro, soprattutto se fanno un teatro necessario, che parte dalla viscere, così, come lo è il tuo.

Sì, però l’arte, anche in questo paese – che sembra essere a metà strada con il Medio Oriente, tra corruzione e altro – se non fai parte di un partito – ed i giornali, televisioni, sono divisi tra i partiti – non conti. Io ho fatto parte di Information Safety Freedom e in un incontro con giornalisti del Medio Oriente e quelli Italiani ci hanno raccontato, giusto prima delle Olimpiadi in Cina: << Non pensare che quando parleremo delle Olimpiadi in Cina, parleremo di diritti umani, perché i nostri sponsor non ce lo permetteranno >> (un giornalista di Repubblica). E allora .. se pensi che tutto funziona così, non ci sono molte speranze.

Sì, infatti è molto sconfortante. Però nella critica, ci sono anche molti critici che sono fuori dai giornali o per lo meno dai quotidiani.

Certo, infatti, sarebbe molto interessante avere un loro riscontro. Non si sa mai. Penso che persone che hanno le stesse finalità o che comunque sono simili, dovrebbero collaborare ed incontrarsi, sostenerci. Tu potresti farlo, mi piace come poni le domande, si capisce quello che c’è dietro, la tua visione.

Grazie per l’apprezzamento ma non è il mio lavoro. Anche io faccio teatro e questo è solo un tentativo per conoscere e condividere le proprie esperienze con altri artisti o con altri intellettuali che del teatro ne vogliono fare un mezzo di cambiamento. E poi, penso che anche se dovremmo essere di più, oggi, sembra che tutti abbiano paura di esprimere la propria opinione, abbiano la paura di esporsi troppo. Fuggono, si astengono, sembrano non avere opinioni.

Sì, quando sono venuta la prima volta a Volterra, nessuno di noi (Gruppo Internazionale l’Avventura) cercava una sicurezza maniacale, oggi, invece, quasi tutti quelli che incontro mi dicono << Io devo lavorare! Io devo trovare soldi! >>. A 25 anni? A 23 anni? Ma come si fa? Sono gli anni che si può rischiare, viaggiare, vivere.

Non so quello che sta succedendo, però, penso che quando un lavoro è fatto con sincerità, il lavoro funziona e gira. Quello che è certo, è che noi come Ultimo Teatro non giriamo nei grandi teatri, raramente accade, perché comunque il nostro è un teatro abbastanza politico, anche se penso che tutto il teatro sia politico, ma sicuramente è un teatro scomodo per cui molti teatri non ci chiamano, anche se non sono tutti così. Comunque, si può girare: nelle scuole, nelle associazioni, nei circoli, nei centri sociali, nelle chiese sconsacrate, negli auditorium, nelle piazze, ovunque. Insomma, per chi lo vuole fare, se lo vuole fare veramente, trova come guadagnare soldi e diffondere il proprio lavoro.

Ma, non solo lo trova. Nel libro che sto scrivendo, toccherò anche questo argomento – come si può fare teatro e portare a termine un progetto con pochissimi soldi -. E’ possibile. Io non capisco, come a 25 anni, ci si possa preoccupare della pensione. È assurdo.

Probabilmente hanno sbagliato mestiere.

Per esperienza devo dire che sono in diversi, anche quando sono molto motivati. Quando si arriva al momento di una scelta necessaria per il lavoro di teatro reportage: << Mi ci immergo. Prendo il rischio >> la maggior parte fugge. Ma (ride) dal Canada verrà una attrice per lavorare un anno con il Teatro di Nascosto, lei se lo prende il rischio. (ride) No, dai, scherzo, per fortuna ce ne sono molti pi più. Incontro persone bellissime che ci credono e scelgono di farlo, con o senza soldi.

Ringraziandoti ancora per il tuo tempo, per la tua profondità, per il tuo sorriso, per le tue scelte e per il rischio che ti prendi da una vita, ti lascio con un caloroso abbraccio, attraverso le parole di Davide Enia.

Anch’io ti abbraccio, e ricordati che vi aspetto. E mettete in agenda il 24 ottobre.

<< Tre anni fa, a Lampedusa, un pescatore mi disse: «Sai che pesce è tornato? Le spigole». Poi si addumò una sigaretta, la svampò tutta in silenzio e concluse: «E sai perché le spigole sono tornate in mare? Sai di cosa si nutrono? Ecco». Buttò la sigaretta e se ne andò. Non c’era niente da aggiungere. Di Lampedusa ricordo le mani piene di calli dei pescatori, i racconti dei cadaveri trovati sistematicamente tirando su le reti – «Come sempre?», «”Sempre” ‘u sai chi bole diri? Sempre» -, qualche barcone arrugginito al sole, forse l’unica forma di testimonianza onesta – corrosione, polvere, ruggine. I dubbi sul senso del tutto nei piccirìddi e la parola «sbarco» usata a sproposito, che tutti erano recuperi veri e propri, e il barcone scortato nel porto e i poveri cristi portati nel Centro di Permanenza Temporaneo. E i vestiti dei lampedusani dati loro dagli stessi abitanti, in un rilancio di misericordia che non voleva né riflettori né pubblicità, perché c’era freddo e quelli erano corpi da scaldare. >>

http://teatrodinascosto.com (il sito sarà rimpiazzato con un nuovo sito che aprirà al 24 ottobre)

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