Giacomo Verde

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Giacomo Verde

Ciao Giacomo, orgoglioso di averti tra noi. Si può dire che io sia cresciuto osservando i tuoi lavori, il tuo percorso che spazia dal teatro, al video teatro al tecno-teatro, alla performance, alle installazioni interattive, alla web net art, ai media live, ai fondali video, alle conferenze, ai laboratori, al media attivismo ed a molto altro. Un maestro di arte e di umiltà che si dissocia dalle definizioni per entrare nel vivo della vita attraverso un humus composto da racconti, oggetti, mezzi tecnologici, invenzioni, ironia e buon senso.

Come primo approccio vorrei tu mi raccontassi le origini di Giacono Verde. Chi è stato? Da dove è venuto? Quali sono stati i suoi sogni? Quali, i suoi percorsi?

Non so bene dove e come ho iniziato a fare l’artista. Sono cresciuto a Empoli e sono andato all’Istituto d’Arte di Firenze perché ci andava il mio compagno di banco delle medie. Ricordo che ho partecipato al gruppo di teatro dell’Istituto realizzando (forse) il mio primo spettacolo teatrale, nel 1976. Ma avevo già fatto “cose” con i boy scouts a Empoli. Facevo il cantautore e suonavo la chitarra con un gruppo folk toscano. In quegli anni facevo anche teatro di strada con il gruppo “Coniglietto Bianco”. All’Arci di Empoli c’era chi si vergognava che esistesse un gruppo con un nome simile, ma a noi ci divertiva molto. Facevo anche animazione teatrale nelle scuole. Presa la “maturità artistica” mi son ritrovato ad essere pagato per fare “teatro” e robe artistiche. Così ho continuato. Verso il ’78/’79 resto da solo a voler fare il “Contastorie”. Ispirato dalle esperienze di Scabia sull’appennino tosco emiliano, e convinto di dover fare “teatro politico” dopo aver visto il Living Theatre. Intanto avevo partecipato ad una serie di workshop del Centro di Ricerca Teatrale di Pontedera: cartapesta, clownerie, Yoshi Oida … ma non sopportavo la retorica di quello che allora si chiamava Terzo Teatro, con la conseguente mistica del “training” e il “metodo Barba” per la creazione di spettacoli. Comunque a Pontedera conosco Alessandro Berti (ora della Banda Osiris) e insieme realizziamo “I Contastorie del Teatro Instabile e Contento”. Partecipiamo subito al Festival di Santarcangelo dove conosciamo gli “Els Comediants” e atri gruppi catalani con i quali faccio amicizia. Comincio a frequentare la Catalogna e i catalani frequentano la mia nuova casa in campagna. Una piccola comune fuori moda. Tempi mitici a ripensarci adesso. Poi prendono me e il Berti nella “scuola sperimentale di Teatro: Progetto Stanislavskji” a Pontedera. Mentre iniziamo a collaborare con la Banda Osiris. Abbiamo come docenti: Marisa Fabbri, Jerzy Sthur, Richard Cieslak, Maurizio Buscarino, Ingmar Lindh … due anni abbastanza duri. Verso l’81/82 scopro la video arte e vedo dei monitor in scena in uno spettacolo dei “Magazzini Criminali” di Firenze. E’ una specie di illuminazione. Noleggio telecamera, Tv e videoregistratori amatoriali e comincio a spippolare. Così comincia la mia “carriera” di “artista tecnologico” o “tecno teatrante”. Anche se nei primi anni ’80 continuo a lavorare in strada facendo lo “Zampognaro Galattico”, dirigendo la Banda Roselle e poi fondando la Banda Magnaetica. Ma lavoro anche nel teatro ragazzi con la compagnia La Baracca di Bologna. E mi fermo qua … sennò mi tocca fare tutto il curriculum … mi limito a segnalare i due anni da attore/zampognaro con il Teatro delle Albe di Ravenna (89/90), l’invenzione del “Tele-racconto” e la frequentazione del giro tecno-artistico milanese che importa la realtà virtuale in Italia: Correnti Magnetiche, Mario Canali, Stefano Roveda, Antonio Caronia, i Cyberpunk del COX 18.

Chi è oggi Giacomo Verde?

Sono abbastanza confuso. Ho più volte detto che “non faccio più teatro”. Perché ero nauseato dall’ipocrisia politica (e anche umana) dei teatranti. Ma poi mi ritrovo comunque a frequentare le compagnie teatrali e a fare spettacoli. Sia per “sopravvivenza” che per passione, amicizie o circostanze varie. Certamente non sono ben inserito nel mercato teatrale. Così come non sono inserito nel mercato artistico. Dico di occuparmi di “arti elettroniche, video e teatro”. Non riesco a definirmi in un semplice ambito artistico. Al momento faccio più “collaborazioni” o opere “su commissione” che “cose mie”. Ho da poco iniziato a lavorare ad un nuovo spettacolo di narrazione, sollecitato e prodotto da Aldes di Roberto Castello, che non so bene dove mi porterà.

Per molti anni il “Tele Racconto” è stato uno dei tuoi cavalli di battaglia e attraverso le tue azioni, o attraverso quelle di altri attori hai trasformato lo schermo di una o più televisioni in materia viva. Forse perché noi tutti siamo figli della televisione e della violenza che essa suscita in tutti noi, forse perché essa non è più capace di raccontare le storie in modo creativo, il tuo, di fatto, è stato un modus operandi che ha affascinato grandi e piccini attraverso la semplicità e la suggestione che il susseguirsi delle scene e dei personaggi creavano.

Perché hai scelto di inserire il tubo catodico all’interno della narrazione teatrale? Come hai lavorato ai singoli progetti e alla loro drammaturgia? Da dove nascono gli spunti per l’utilizzo degli oggetti di narrazione?

La prima cosa da chiarire è che il video non è la televisione. Questo è un fraintendimento che purtroppo moltissime persone fanno. Le trasmissioni TV sono solo uno dei modi di utilizzare la tecnologia del video. E le brutte trasmissioni che si vedono in TV non sono le uniche possibili. È profondamente sbagliato “negativizzare” il mezzo, la tecnologia, in quanto tale. Il video (e anche la TV) è una bellissima opportunità di creazione e comunicazione. Purtroppo della TV se ne sono impossessati i poteri politici e le logiche del mercato pubblicitario. E ci vorrà molto tempo perché finisca la loro egemonia. Ma la tecnologia video (extra TV) è ancora libera e disponibile per tutti. Basta non farsi confondere dalle trasmissioni TV o dal cinema. E lo spazio teatrale può mostrare come il video possa essere altro dalla televisione. Nel teatro si possono svelare gli inganni e i giochi percettivi della macchina-video. Di-mostrando che quello che passa attraverso le antenne è solo una parte (e non sempre la migliore) di quello che si potrebbe fare con gli schermi e le videocamere. In teatro si può di-mostrare lo scarto esistente tra la realtà e la sua rappresentazione elettronica. Per questo ho iniziato ad utilizzare il video in teatro. Pensando prima di tutto ai bambini. Che sono nella fase di sperimentazione e creazione dei codici di riconoscimento del mondo in cui vivono. Gli schermi ormai fanno parte del nostro quotidiano, ed è importante conoscerne il funzionamento.

Con il tele-racconto ho cercato di affrontare, in maniera ludica, proprio tutte le suddette questioni. La drammaturgia nasce sempre “sulla scena”. Ovvero attraverso prove tecniche e improvvisazioni che poi si stabilizzano in forma definitiva. Ho verificato che per avere una vera integrazione tra video e scena non si può lavorare “a tavolino”. Solo l’esperienza diretta del set video sulla scena può rivelare le vere potenzialità drammaturgiche. Solitamente si parte dall’ipotizzare un set-video che concettualmente sia giusto per il tema del racconto o dello spettacolo. Poi se ne verifica il funzionamento attraverso delle prove. E infine si comincia a realizzare la performance partendo dall’inizio, verificando passo passo l’integrazione delle immagini con la narrazione e la drammaturgia. Gli oggetti dei tele-racconti sono quasi sempre stati scelti all’interno del “campo semantico” a cui si riferiva la storia. Per esempio per Hansel e Gretel si tratta di cose prese “dalla dispensa”. Perché tema principale della storia è “il mangiare”. Mentre per “Fiori rossi sulla pelle”, che parlava della guerra, si sono cercate “cose rotte” perché la guerra distrugge tutto, ecc ecc.

Comunque gli oggetti o i materiali scelti devono funzionare per “l’occhio della telecamera”. Quindi prima di essere scelti viene verificata la loro reale funzionalità ed efficacia mettendoli sotto l’obiettivo della videocamera. Solo se passano questo esame posso diventare parte del racconto. Perché la videocamera vede cose che i nostri occhi non riescono a vedere.

Tralasciando che Rai Educational dovrebbe offrirti un contratto, commissionandoti progetti di questo tipo all’interno del suo palinsesto, vorrei sapere cos’è per te la televisione? Quali sono stati i suoi successi e quali i suoi fallimenti? Dove potrebbe andare oggi con il suo utilizzo, il suo ruolo informativo e/o formativo? A cosa dovrebbe aspirare?

Oggi la televisione è un’occasione sprecata. Un mezzo di comunicazione utilizzato principalmente per “propaganda” politica/commerciale. Tutte le potenzialità creative e divulgative che aveva sono state piegate e ridotte al servizio del mercato pubblicitario: alla logica della TV commerciale. Racconto sempre, nelle conferenze o nelle mie lezioni in accademia, un fatto di cui sono venuto a conoscenza ad un convegno. Negli anni ’60 i sondaggisti si sono accorti che le trasmissioni ad alto contenuto culturale avevano alti livelli di ascolto e gradimento ma gli spettatori erano impermeabili alla pubblicità. Le pubblicità trasmesse in relazioni a tali programmi non avevano effetto. E’ stato quindi deciso, e sottolineo “deciso”, di eliminare le trasmissioni di qualità dalla prima serata TV e poi anche dalla seconda ecc ecc. Insomma si è deciso di realizzare solo trasmissioni “stupide” che rendessero il pubblico permeabile ai messaggi pubblicitari. E questa scelta, dall’arrivo delle TV commerciali (spacciate per TV libere), ha contaminato tutte le fasce orarie e i generi televisivi, compresa l’informazione. E sfruttando il fatto che “la gente” considera chi fa la TV delle persone “importanti” si è diffusa una cultura basata sull’ignoranza e la superficialità. Ma questo non è colpa del mezzo ma delle persone che lo hanno gestito. Dico sempre che “la televisione non esiste: sono solo figurine” proprio per questo. La TV è inserita in un sistema di potere politico/economico basato sullo sfruttamento della maggioranza da parte di pochi. Chi esiste veramente sono i “personaggi” che la governano e la utilizzano per i propri scopi di dominio. Il primo passo per liberarsi da tale dominio è smitizzare il loro potere basato sulle immagini, dichiarando che sono solo figurine.

Ma perché la TV sia veramente un mezzo libero, e creativo, si deve cambiare una cultura generale delle immagini e della tecnologia che ha radici molto antiche. Ci vorrà molto tempo. Internet e la diffusione delle videocamere possono essere uno strumento di “smitizzazione”. Al momento c’è una grossa battaglia in corso. Solo se “la gente” riuscirà ad appropriarsi dal basso della tecnologia e ha smitizzare i grandi network, realizzando davvero cose alternative, si potrà cambiare in meglio. Ma la cosa è un po’ complessa … servirebbe un libro per spiegarla.

Probabilmente una delle evoluzioni di questo tipo di teatro è stato il tuo personaggio Bit (burattino virtuale animato attraverso un cyberglove – guanto provvisto di sensori) che ormai da più di un decennio si è inserito in veri e propri spettacoli teatrali (come “Bit e Bold Raccontano Biancaneve della Compagnia Giallo Mare Minimal Teatro). Bit ed il tuo eclettismo hanno fatto da guida al Museo della Scienza di Napoli, hanno presenziato in vari eventi e manifestazioni nazionali, siete approdati per giunta in strada. Insomma, “lui” un vero e proprio giullare della virtualità, capace di mutare: aspetto, voce, scenario, storia. E “tu”, che ne sei il burattinaio nascosto, attraverso l’esperienza teatrale, sei riuscito a coinvolgere gli interlocutori in veri e propri racconti dell’assurdo.

Come sei arrivato a questo progetto e quali sono state le esperienze più forti che ti hanno permesso di svilupparlo, di evolverlo, di renderlo un gioco di interazione pura?

Il progetto dei personaggi virtuali è nato molto tempo fa. Nel 1992 Mario Canali e Stefano Roveda avevano portato dall’America un cyberglove, un casco VR e altri ammennicoli per la Realtà Virtuale. Ci frequentavamo perché ci eravamo conosciuti ad alcune mostre di arte elettronica. Gli avevo anche fatto vedere il Tele-racconto e conoscevano la mia esperienza teatrale. Ad un certo punto hanno pensato che con il cyberglove si sarebbero potute animare delle facce fatte in grafica 3D. Mi hanno fatto provare un prototipo e io gli ho suggerito delle soluzioni per permettere una migliore animazione delle espressioni attraverso il movimento della mano. Così sono entrato a far parte del “progetto Euclide”, occupandomi dell’animazione e della parametrizzazione del guanto.

Le prime volte che ho usato il personaggio non avevo proprio idea di cosa sarebbe successo. Era improvvisazione pura, direttamente con il pubblico. C’era solo una “intenzione etica”: non ingannare gli spettatori. E poi c’era l’idea dell’interazione. Ovvero che non si doveva “fare spettacolo” ma cercare di coinvolgere le persone facendole interagire con il personaggio. Non si trattava di “intrattenere” ma di dialogare, più alla pari possibile, con chi decideva di fermarsi davanti al monitor. Alla fine di ogni giornata si discuteva di come era andata. Cosa aveva funzionato e cosa no. Così ho imparato sul campo, direttamente dall’incontro con i “passanti”. E dopo un po’ di anni, con diversi personaggi, ho iniziato ad insegnare anche ad altri animatori stilando una specie di “regole di comportamento”. Per esempio deve sempre essere chiaro che il “mondo” dentro lo schermo è diverso da quello reale. E che i due mondi non si possono confondere anche se dialogano tra di loro. Poi durante i provini per gli animatori ci siamo accorti che chi aveva una predisposizione all’intrattenimento, con esperienze teatrali, funzionava meno di chi stava più attendo ad ascoltare e a stimolare il dialogo. Non c’è stato un vero “episodio” illuminante. Ogni uscita mi insegnava qualcosa. Fino a rendermi conto di una serie di tipologie di comportamenti: dai sospettosi agli stupiti, dai confidenziali agli aggressivi, dagli innamorati agli esplorativi.

Poi è arrivato BIT nel 1999 che ha raggruppato in se molte delle caratteristiche che erano state sperimentate dai diversi personaggi.

La “fortuna” di BIT, come degli altri personaggi che abbiamo creato, si è basata sul fatto di utilizzare in maniera “disincantata” e organica la tecnologia. Facendo tesoro di tutta una serie di esperienze di improvvisazione teatrale, rifiutandosi però di fare “spettacolo”. Non so se mi spiego.

Oggi sono andato a vedere il saggio di psicomotricità di mio figlio, e oramai come succede da anni, frequentando le materne sia da padre che da operatore teatrale, sono rimasto ad osservare questi genitori che con continui richiami vocali (caratteristici delle passerelle dei vip) e macchine fotografiche, telecamere e tablet – immortalavano i propri figli nella totale distrazione e nella totale perdita del senso di quella dimostrazione, che non era una mostra dei talenti ma un avvicinare l’operato delle maestre alle famiglie.

Tu, che come artista hai utilizzato le tecnologie in modo intelligente ed intellegibile, come vedi l’essere umano all’interno di tutto questo spreco tecnologico e di questa sorta di dipendenza e filtro tra le persone ed il reale?

Non è una questione di “essere umano” ma di “mercato dell’immaginario tecnologico”. Siamo all’inizio di una nuova evoluzione tecnologica e culturale. E siamo altamente analfabeti. C’è una supervalutazione dell’immagine tecnologizzata. Della propria presenza in uno schermo. Abbiamo a disposizione mezzi di registrazione e riproduzione sempre più sofisticati. Ma manca una vera consapevolezza del loro utilizzo. E’ proprio su questa ignoranza che fanno i loro affari i proprietari del mercato dell’immaginario. Pubblicizzando un utilizzo, selvaggio e primitivo, degli apparati tecnologici e facendo leva sulle solite “paure del consumatore”. Ci vuole un certo livello di alfabetizzazione e consapevolezza per sapere quando vale la pena di fare riprese e quando no. Ma questo nessuno lo insegna. Invece ci viene continuamente comunicato, anche indirettamente, quanto è bello, importante e fondamentale fotografare o riprendere i “bei momenti” della nostra vita. Anche perché molto dell’immaginario legato al successo della propria esistenza viene collegato alla propria duplicazione in immagine. Questo è un comportamento che viene da lontano, dal valore che diamo alle immagini dall’antica Grecia ai tempi nostri passando per il cristianesimo fino ai ritratti borghesi … l’unica soluzione “poetica” che posso indicare è la famosa e un po’ abusata frase del Piccolo Principe che dice: << l’essenziale è invisibile agli occhi >>. E questo si capirà solo dopo che “i consumatori” si trasformeranno in veri “produttori” di immaginario, facendo esperienza diretta di quanto sia saggio il Piccolo Principe, relativizzando il valore delle immagini e riappropriandosi del proprio immaginario.

Che rapporto hai con le istituzioni scolastiche e a cosa dovrebbe puntare la nuova scuola?

Da circa 15 anni insegno, a contratto, in due Accademie di belle Arti: a Carrara e Macerata. Sono stato tra i primi docenti ad essere chiamato per sperimentare e fondare la Scuola di Nuove Tecnologie per l’Arte. Fino a 5 o 6 anni fa la situazione era abbastanza fluida e interessante. Ma da quando hanno iniziato ad istituzionalizzare i corsi, per normalizzare le docenze, stanno succedendo brutte cose a scapito della didattica e anche delle docenze. Ovvero si sostituiscono logiche “burocratiche e amministrative” a quelle del reale valore didattico degli insegnamenti. E questo accade perché chi sta cercando di normalizzare le materie delle arti tecnologiche è sostanzialmente un ignorante di tali materie, e delle problematiche legate alla cultura tecnologica. I professori e i direttori delle accademie, ma anche delle altre scuole, conoscono solo le arti tradizionali e non hanno strumenti didattici e concettuali per insegnare e alfabetizzare le nuove generazioni su tali argomenti. La confusione tra video, TV e computer è all’ordine del giorno. E nonostante l’inserimento delle lavagne digitali nelle scuole sono pochissimi gli insegnanti che ne sanno usare le potenzialità per evolvere la didattica da una forma “cattedratica” ad una forma “collaborativa”.

La nuova scuola dovrebbe puntare a quello che ha sempre puntato la vera “buona scuola” ovvero ad una didattica basata sulla creazione e condivisione di esperienze piuttosto che sul passaggio di nozioni. Una scuola dove gli studenti sono considerati persone con le quali dialogare invece che contenitori da riempire e mettere alla prova con quiz a risposta multipla.

Oggi si continua a parlare del G8, grazie: al cinema, al teatro, ai documentari, agli atti processuali, alla corte di Strasburgo, alle centinaia di attivisti “risorti e non annegati” dalle violenze di Genova, ai veri colpevoli e burattinai di questa carneficina che invece di pagare hanno acquisito posti di rilievo in aziende e società conosciute in tutto il mondo, alle dichiarazioni nei social network che alcuni poliziotti presenti hanno lanciato sul web. E c’è ancora molto caos in tutto questo, c’è una divisione netta in questa società italiana che latita ancora nella giustizia e nella verità dei fatti.

Tu sei tra gli autori del film-documentario “Solo Limoni”. Perché avete deciso di essere presenti e di farne un opera? Cosa è successo o cosa è rimasto in te, dopo questa esperienza? E cosa ha lasciato e lascerà nel comune cittadino questa discrepanza, tra la lotta ad un diritto che dovrebbe riguardare tutti ed il completo assenteismo di coloro che credono che persone come Carlo Giuliani e le persone presenti a Bolzaneto o alla Diaz, siano stati giustamente punite? Cosa pensi stia succedendo all’uomo in tutta questa esortazione al patriottismo e all’ingiustizia di stato?

Come dico all’inizio del documentario ero andato a Genova per contribuire alle proteste mettendomi a disposizione di Indymedia. Non pensavo di fare un mio documentario. Ma dopo aver assistito alle assurde cariche della polizia e alle falsità dell’informazione ufficiale mi sono sentito in dovere di esprimere il mio punto di vista, di testimone diretto. E assieme a Lello Voce abbiamo deciso di fare una documentazione “poetica” per rispondere con una azione creativa alla violenza di cui siamo stati testimoni e in parte vittime.

Di quella esperienza mi è rimasta una forte diffidenza negli apparati statali. Non mi fido più dei “tutori dell’ordine”. Ci saranno anche “bravi ragazzi” dentro quelle divise, ma il sistema è organizzato in modo da spersonalizzarli per farli obbedire a qualsiasi sciocchezza gli venga ordinata dai superiori. E spesso vengono addestrati ad “odiare” chi si trova in piazza per il semplice fatto che osano protestare ecc ecc.

Riguardo alle persone che invece danno ragione alla polizia non ci sarà mai nessun documentario che potrà fargli cambiare idea. Il modello di in-giustizia che hanno nella testa si basa su un’ignoranza coltivata con orgoglio che può essere superata solo da esperienze dirette. Solo se capita a loro, o ad un loro amico, di essere vittime della “violenza dello stato” forse possono acquistare consapevolezza e cambiare idea.

Qual’è per te un atto rivoluzionario e a chi lo consiglieresti?

Essere onesti e non abusare di alcun tipo di “potere” oggi è molto rivoluzionario. E lo consiglierei a tutti.

Più ci si svuota di poesia e più si insegue il riconoscimento. Più si adula la sicurezza ed il denaro e più si destabilizza la propria dignità. Più si erra nell’errore o nell’errare e più ci si allontana dalla promiscuità, dal fallimento, dall’aspettativa, dall’estetica. Più si osserva l’inosservabile e più si comprende la nascita, la vita, la morte, l’intangibile. Ed in questi che sembrano deliri, approssimazioni, contrasti, ci sono i teatri i teatranti il pubblico, e tutto questo o tutti questi, non per forza fanno il teatro – tutt’altro. Infatti in questa Italia dove l’arte si è fatta bandiera, c’è un popolo di “artisti” o di addetti ai lavori che cercano: l’applauso, il contratto, la pensione, la stabilità, il bando di concorso, il critico teatrale, il fus, l’enpals, il tric, gli stabili, lo sponsor, il mecenate, la fondazione, il festival, la banca, l’innovazione, la tradizione, la retorica, il regista, la corona, la notorietà, l’osso, lo sterco. Ma c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non mi torna.

Per questo ti chiedo: dove risiede il fallimento di chi fa teatro e di chi ne usufruisce? E cos’è quella che tu definisci “l’ultra scenica”?

Non esiste il Teatro. Ma esistono I teatri. Diversi modi di utilizzare e frequentare l’arte della scena. Diversi teatri in lotta tra di loro. Ed ognuno ha il suo pubblico di riferimento, anche quando dice di non averlo. Ogni teatro non fallisce quando riesce ad incontrare il proprio pubblico. E la maggior diffusione di un tipo di teatro è legata alla cultura dominante del momento. Che non è detto sia la migliore, naturalmente.

L’arte “ultrascenica” è una definizione che sono stato “costretto” ad elaborare per rispondere ad una serie di persone che dicevano che quello che facevo non era teatro. Inizialmente mi sono “offeso” perché credo che sia Teatro tutto ciò che si autodefinisce tale, come scriveva Antonio Attisani negli anni ’80. Ma poi invece ho capito che in effetti per molti addetti ai lavori, purtroppo, il teatro si connotava e si riconosceva attraverso la modulazione di alcuni elementi definiti come “testo”, “scenografia”, “recitazione” ecc ecc. Elementi a cui io non ho mai voluto fare riferimento. E in effetti le mie performance fanno riferimento ad elementi che definirei “pre teatrali”. Ovvero esistenti prima della codifica dei codici teatrali. E che prevedono sviluppi della performance oltre la scena stessa e le sue componenti. Verso un qualcosa che non so prevedere ma che sicuramente riconfigura il valore, e il senso, della rappresentazione scenica oltre il suo spazio/tempo. E sono molti ormai gli spettacoli, o le performance teatrali, che non possono essere “analizzati” attraverso le classiche categorie della scena e che comunque hanno un loro senso e valore in quanto hanno un loro reale pubblico di riferimento. Questa è per me l’arte “ultrascenica”.

Che ruolo hanno nella società i “sognatori professionisti” ed a chi servono?

Non mi piace che ci siano dei “sognatori professionisti”. Perché la gente li mitizza e finisce per delegargli la libertà di sognare. Quindi la funzione di tali “professionisti” è quella di ridurre la libertà di sognare, e quindi di immaginare, della maggioranza. Tutti dovremmo essere dei sognatori professionisti.

Ho una foto tra i miei archivi, una delle tante, una di quelle che scatto quando sono in viaggio. Ritrae una scritta a bomboletta, fatta su un muro di Palermo “W il degrado”.

Quanto questa frase si allontana da quello che noi tutti stiamo alimentando? E qual’è il tuo concetto di degrado? Dove lo trovi? Chi lo porta?

Noi tutti chi? Bisognerebbe specificare meglio chi sono questi “noi tutti”… ma sorvoliamo.

Una delle cose buone che ho imparato quando ero Boyscout è la famosa frase che dice: << lasciate questo posto meglio di come lo avete trovato >>. Questo è quello che bisogna fare per combattere il degrado, ovvero la dissoluzione di comportamenti di civile convivenza tra persone e con l’ambiente che ci ospita. Per me il degrado è quando gli individui pensano solo al proprio tornaconto senza valutare le conseguenze negative del proprio agire verso altri o verso l’ambiente. O quando lasciano le cose come stanno per sfiducia, pigrizia o egoismo. Non voglio fare retorica. Anche perché spesso il tentativo di migliorare il mondo si è rivelato controproducente. Ma questo non giustifica il “lasciar perdere”. Si può sbagliare ma si può anche migliorare. La storia ce lo insegna.

<< Io sono un artista! Io sono uno zombi! Io ne sono cosciente! >>. Partendo da questa trilogia dell’Io che declami alla fine della tua performance (prima di essere ucciso o di essere suicidato) dal titolo “Artist = Zombi / esposizione sulla morte dell’arte”, vorrei tu mi descrivessi questo tuo progetto. Da dove nasce? Come mai sei arrivato a questa che potremmo definire una catastrofica conclusione? E cosa vuoi trasmettere a coloro che osservano divertiti, ma allo stesso tempo complici crudeli di questo che non è solamente un tuo presagio, ma un “dato di fatto” oramai evidente e chiaro a tutti?

La performance e il manifesto Artist=Zombie sono nati quasi per caso. Mi ero fatto degli autoscatti con il trucco da zombie dopo aver fatto la comparsa in un film. Ma invece di fare espressioni e atteggiamenti classici di questo genere ho pensato di fare pose normali: mentre fumavo, davanti a una libreria, con un berretto di super Mario, mentre mangio un’insalata ecc ecc. Tra queste foto ce n’erano un paio con lo sfondo di mie vecchie opere visive. Rivedendole, dopo un po’, ho pensato che rappresentavano un zombie artista. E poi mi son chiesto: ma se l’artista fosse già uno zombie? Cosa significherebbe? E ho provato a fare delle similitudini tra la “vita” degli zombie e la condizione degli artisti. E con mio felice stupore ho constatato che c’erano moltissime analogie. Soprattutto se si intendeva il “fare arte” nella sua forma più tradizionale e legata al “mercato dell’arte”. Così è nato il “manifesto”. Poi cercando di spiegarlo ad un incontro nel centro sociale Il Cantiere di Milano mi sono accorto che poteva diventare una performance. Mi sono quindi studiato le diverse teorie sulla morte dell’arte. E riflettendo sulla mia condizione di performer-artista mi è sembrato giusto che alla fine venissi “ucciso”. Così mi sono studiato diversi tutorial, su YouTube, per fare in casa trucchi splatter e ho realizzato il marchingegno per simulare la mia uccisione sulla scena. Certo se non avessi già elaborato un’idea di forte critica verso il sistema dell’arte contemporanea non avrei potuto realizzare questo progetto. Quello che voglio comunicare agli spettatori è che non bisogna fidarsi degli “artisti”. E che non bisogna mitizzare il loro lavoro. Sopratutto se si basa principalmente su logiche mercantili o sulla ricerca del successo ad ogni costo. Per me non esistono gli artisti ma persone che fanno arte da condividere con altre persone. E trovo profondamente immorale che si possa fare speculazione sui loro manufatti. Per me la vera arte è quella che si realizza con la propria vita, attraverso un comportamento etico e creativo. E quindi chiunque può essere artista. La figura dell’artista, così come viene attualmente diffusa, è stata inventata dal “potere economico” per giustificare lo sfruttamento speculativo delle sue opere, e quindi il proprio potere. E questo è davvero mortale per tutti quanti.

Sperando che per te non sia stato unicamente un obbligo rispondere a queste mie domande ti saluto, lasciandoti con le parole di Andrea Betti, artista e amico secolare, tratte dagli scritti su “La credibilità comunicativa (o la popolarità virale) del nazismo”: << Il nazismo reale garantisce per “decreto” il quarto d’ora (potenzialmente in bites infinito) wharolesco. Anche là dove questo non si ottenga televisivamente (cioè comparendo effettivamente in un programma televisivo) assisteremo (o assistiamo) a pantomime più o meno riuscite dei reality di successo (nelle vie del centro come nei locali di “moda”) che verranno (o già lo sono) diffuse tramite You Tube o (appositamente per tale mezzo) “mise en scene”. Tutto questo conformemente allo standard del vacuo litigio e dell’umiliazione del debole, del “diverso”, del non “figo”. Questi filmati rappresenteranno (o rappresentano) inevitabilmente scene di ostentazione, di derisione o di crudeltà gratuite le quali il nazismo reale non esiterà (o già non esita) a condannare o a censurare per mantenere la sua “credibilità comunicativa” >>.

Il tuo amico ha letto “La svastica sul sole” di Philip DicK per caso?

http://www.verdegiac.org

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