Ippolito Chiarello

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Ippolito Chiarello

Grazie Ippolito per esserti unito alla nostra carovana. Seguo il tuo lavoro da molti anni, mi ha sempre incuriosito e affascinato il tuo peregrinare per strade, teatri e piazze.

Così come chiedo a tutti/e, vorrei che tu mi raccontassi in breve la tua storia, le tue origini, il tuo percorso personale e di vita. Chi è in realtà Ippolito Chiarello fuori dalla scena?

Sono nato 48 anni fa a Corsano in provincia di Lecce (anche se dicono che sono state soppresse), a sud del sud del nostro bel paese, nel Salento. Ho vissuto per 7 anni in Svizzera con la mia famiglia di emigranti e poi sono tornato in Italia per frequentare la scuola elementare e via dicendo. Sono diventato perito meccanico e mi sono laureato poi in lettere con indirizzo di arte e teatro contemporaneo. Dal 1998 vivo a Lecce in una splendida casa in periferia che è il mio nido. Sono scapolo, non sono mai stato sposato e non ho figli, almeno che io sappia. La mia più grande passione è anche il mio lavoro e non so fare le vacanze. La cosa che mi emoziona di più è l’onestà e adoro la parola “necessità”.

Da anni porti avanti il “Barbonaggio Teatrale”, progetto itinerante che ti vede munito di un impermeabile, di un piccolo megafono, di un registratore e di uno sgabello – interprete di piccoli racconti – in cambio di un offerta da parte del pubblico. Oggi pratichi la stessa cosa anche attraverso dei laboratori, dove “addestri”, attori e non attori, a intraprendere questa forma di esperienza che non è soltanto attoriale.

Cosa ti ha spinto a realizzare un progetto del genere e quali sono stati gli incontri e le esperienze che, in un certo senso, ti hanno formato, aperto nuove porte, fatto vedere il mondo e le persone incontrate da una prospettiva diversa? Quali i risultati di questa azione? E perché hai scelto la strada?

Il barbonaggio nasce come protesta artistica di un attore che, in solitudine, decide di saltare tutti i passaggi e proporre lo spettacolo direttamente al pubblico: stanco di sentirsi dire che pubblico non ce n’è, se lo va a cercare. Il progetto è diventato un movimento collettivo che riunisce ogni anno molti attori a Lecce nella giornata del barbonaggio nazionale. E’ stato finalista per il premio Rete critica, segnalato agli Ubu. Ha viaggiato in tutta Italia, per l’Europa girando un film e a ottobre e novembre porterò proprio questo film “Ogni volta che parlo con me”, di nuovo in Italia, in Europa e poi in America e in Canada.

Era nata la necessità di fermarsi e trovare una strada nuova da percorrere. Serve il mio mestiere? Come faccio a farlo tutti i giorni? Come riuscire a entrare in un ingranaggio complesso e poco interessante? Come dare dignità a un lavoro che tale non è considerato in Italia? Da queste domande è nata l’idea di andare per strada a vendere direttamente il mio spettacolo alla gente con un listino, scavalcare tutto il sistema per cercare ambiziosamente dal basso di migliorarlo naturalmente.

La mia ossessione e missione di artista e per la quale sono ormai noto alle cronache nazionali è il mio lavoro per creare un rapporto sentimentale con il pubblico dell’arte e del teatro in particolare.

Sono anni che cammino su strade parallele. Lo faccio non solo perché credo che tutto il sistema teatrale e dell’arte, non abbia “visioni”, ma perché credo che ogni epoca debba essere indagata e capita e quindi affrontata con nuovi mezzi e nuove modalità, non perdendo mai di vista il centro: l’edificio teatro e i luoghi deputati alle varie arti. Lo faccio perché non credo che le soluzioni debbano essere lasciate solo nelle mani delle istituzioni. Lo faccio perché sono convinto che manchi un anello fondamentale e fondante dell’arte: il pensiero sulla gente che diventa pubblico attivo di un processo e quindi finanziatore morale e materiale del mio lavoro.

In questi anni con la mia casa aperta dal 2006 diventata cinema e teatro, le residenze nei paesi sperduti e il “Barbonaggio” che è diventato movimento artistico concreto, ho costruito e continuo a costruire una garanzia e un motivo per il mio lavoro: un pubblico fedele che segue il mio percorso e, letteralmente, mi aiuta e finanzia la mia/sua ricerca in ambito artistico.

La strada, le case, i distributori, i supermercati, i pub, le librerie sono luoghi da frequentare come trincee per arrivare alle prime linee. Sono luoghi dove esercitare il nostro mestiere corpo a corpo per vincere una guerra e entrare tutti insieme nella città conquistata. Sono luoghi dove allenare la gente a un linguaggio, dove portare altra gente a conoscere una pratica.

Il teatro però si deve fare a teatro ed è per questo che si deve sempre di più farlo anche fuori dal teatro. Lo scarto, è sapere che si esce dal teatro per riportare la gente a “casa”.

Gli incontri più belli e illuminanti sono stati la gente della strada, il quotidiano che mi è passato e continua a passarmi davanti senza nessun filtro e preparazione. Con loro ho sperimentato la forza e l’efficacia di un’azione artistica necessaria a nutrire e far crescere le comunità.

I risultati più immediati: un pubblico nuovo che mi segue e che segue il teatro. Un pubblico fidelizzato, un movimento di attori barboni che fanno il mio stesso percorso, un gergo entrato nelle parole del lessico teatrale. La consapevolezza di poter lavorare ogni giorno senza essere ostaggio del sistema teatro, che continua agonizzante e celebrante un percorso che deve necessariamente cambiare.

Nel 2014, sempre grazie al Barbonaggio, sei stato segnalato nel Premio Rete Critica. Dopo questo che possiamo definire un successo, come è cambiato il tuo rapporto con i premi? E che importanza dai loro, rispetto al panorama nazionale e rispetto alla tua ricerca personale? Qual è, e quale dovrebbe essere il loro scopo?

I premi? Il mio rapporto non c’è mai stato, mai vinto nulla. Io dico sempre che sono un attore barbone e me ne frego del sistema e del successo, ma è chiaro che voglio vincere l’Oscar e tutti i premi possibili. Tutto questo però deve accadere solo perché risulti innegabile che il mio percorso serva a qualcosa, aggiunga qualcosa. Importante è il punto di partenza: se vincere i premi è l’obiettivo, è sbagliato, ma se i premi vengono perché il tuo lavoro merita di essere ricordato, ben vengano perché aiutano naturalmente anche a continuare a lavorare con qualche garanzia in più; anche se in Italia la sensazione è che devi sempre ricominciare da capo dopo ogni traguardo. Il loro scopo dovrebbe essere dare valore a visioni universali veicolate dagli artisti. Illuminare il percorso di artisti e proposte che possano aiutare tutti a crescere.

Chi sono per te i critici e che ruolo svolgono, o che ruolo dovrebbero svolgere per il pubblico, per gli addetti ai lavori, per la società dello spettacolo?

I critici sono un anello del sistema e anche qui, se non funzionano, rendono anomalo e malato il sistema. Il loro ruolo è quello di osservatori e facilitatori dei percorsi artistici e del pubblico. Un filtro importante nella catena della crescita della qualità di una proposta teatrale. La loro efficacia è direttamente proporzionale alla loro oggettività nello sguardo, pur conservando naturalmente una propria e autonoma visione soggettiva. Molto spesso però nel sistema teatrale italiano la critica si è limitata a seguire mode e tendenze senza avere il coraggio di dare giudizi realmente efficaci e veritieri. Un’altra componente importante è quella di avere un occhio attento a quello che di nuovo accade.

In repertorio hai diversi spettacoli, l’ultima produzione se non sbaglio è “Psycho Killer – quanto mi dai se ti uccido?” tratto dall’omonimo libro scritto da te e da Walter Spennato. Di cosa si tratta?

Lo spettacolo è una produzione della Compagnia La Luna nel Letto e l’Associazione Culturale Tra il dire e il fare, in coproduzione con Nasca Teatri Di Terra. Hanno partecipato Raffaele Casarano (al sax), Michelangelo Volpe (alla tecnica e alla chitarra) e Michelangelo Campanale (alla regia, alle scene, alle luci)

Lo spettacolo nasce dalla collaborazione di artisti pugliesi differenti per formazione, ambiti e linguaggi, ma allo stesso tempo legati da una profonda stima reciproca e dal desiderio di lavorare insieme mettendo a frutto le esperienze personali sviluppate nei rispettivi ambiti.

Lo spettacolo nasce dalla mia penna e quella di uno scrittore Walter Spennato. E’ un “gioco teatrale” che parte dalla nostra terra, la Puglia, per raccontare, con la leggerezza tipica con cui al Sud si sdrammatizza e si fa ironia su qualsiasi argomento, temi molto complessi come la violenza domestica, la contemporanea passiva acquiescenza al delitto e al sangue, la sordità nei confronti dei rumori della guerra. La macchina scenica è essenziale, lasciando spazio alla forza attorale sempre al confine tra l’istrionica capacità di giocare con registri comici e momenti “drammatici”, il tutto condito da una lingua che ammicca a inflessioni dialettali senza mai assumere un linguaggio vernacolare. Il protagonista è un serial killer che irrompe in teatro e prende in ostaggio, suo malgrado, il pubblico presente. Al suo ingresso lo vediamo con una rosa in mano e alla ricerca di una donna, Luna, con cui aveva un appuntamento galante.

Nello spettacolo ammazzo serialmente tutti i luoghi comuni dell’arte, una serie di delitti che avrei compiuto nel corso della mia vita. Un serial killer per destino. La storia di un bambino orfano, “nasone”, deriso da tutti, lo zimbello della scuola. Odia tutti. Uccide chiunque: è come se volesse uccidere l’intera società che gli è ostile, che è impreparata ad accettarlo così com’è… come l’ha fatto diventare quell’assassino di suo padre. Un mostro-orfano con un naso grande.

I differenti piani di lettura permettono al pubblico di leggere all’interno dello spettacolo le tante storie che si celano dietro l’apparente registro ironico: le violenze domestiche esperite e mai pianamente metabolizzate dal protagonista, la denuncia di uno stato che non è in grado di fermare criminali e serial killer, che a differenza della pubblica gogna raggiungono la platea televisiva, nutrendo l’insana e macabra curiosità dell’indicibile, dell’inenarrabile. Si indaga, tra inaspettate gag e intermezzi musicali, la solitudine dell’uomo contemporaneo, al confine tra ambizione e frustrazione, tra sogni traditi e quotidiano subito, proteso sempre alla ricerca di un amore che sappia e possa trasformare la realtà in un posto migliore. La forza di Pyscho killer è tutta nell’apparente leggerezza con cui si intende mettere a fuoco la violenza di questo nostro tempo, in cui non ci stupiscono più stragi di innocenti in nome di fondamentalismi e atti eroici di fanatici militanti.

Come lavori solitamente ad uno spettacolo? Come decidi di cosa devi parlare? Quali sono le tue “muse” ispiratrici? E che relazione c’è tra quello che metti in scena e quello che sei tu nella tua sfera privata?

La vita privata è il mio ambito lavorativo e viceversa e quindi ogni cosa arriva direttamente dal quotidiano più crudo e vicino. Le mie muse? Direi le donne in generale. I temi che nella mia vita e nella mia carriera tratto e metto nei miei spettacoli sono esperienze dirette che io appunto e che mi dico che prima o poi farò in teatro.

Naturalmente, come la maggior parte degli attori, lavori sia in teatro che al cinema che in tv. Tra i titoli più conosciuti ci sono: “Il venditore di medicine”, “La voce dei cani”, “Controra”, “Amiche da morire”, “Poppitu”, “Senza arte né Parte”, “Diario di uno scuro”, “I Galantuomini”, “Fine pena mai”. Naturalmente, non sono gli unici titoli, altri sarebbero da menzionare come i cortometraggi o gli spot o i video clip o i documentari, di cui in alcuni di essi tu ne hai curato sceneggiatura e regia. Rispetto al teatro, il mezzo cinematografico o televisivo hanno la fortuna di poter essere portati nelle case, o comunque a disposizione di un pubblico più vasto. Invece, portare uno spettacolo teatrale in giro per il mondo, probabilmente, anche se in una forma snella e priva di troppe scenografie o troppi supporti tecnici, è molto più complesso e faticoso. Vuoi perché oggi viviamo nell’era della tecnologia, vuoi perché si è perso la curiosità a scovare ciò che di interessante può offrire il panorama teatrale – quest’ultimo parte da sconfitto. Ma non sono solo questi i suoi problemi, non sono solo questi i suoi fallimenti.

Secondo la tua esperienza cosa dovrebbero fare i “teatranti” per coinvolgere più pubblico all’interno della finzione scenica, chiamata teatro? E quali sono stati secondo te i passaggi che hanno spezzato questo interesse o comunque questa capacità di coinvolgere le “masse”?

E’ semplice, dovrebbero pensare, ogni volta che fanno una nuova creazione, ai destinatari, che non sono i soliti noti frequentatori dei teatri, critici, operatori e possibili compratori, ma il pubblico, la gente, la moltitudine delle persone che non conoscendo il teatro e vivendolo come elitario e autoreferenziale non hanno nessuna voglia di frequentarlo. Si protegge tutto ciò che si conosce. In fondo il Barbonaggio teatrale è nato per questo, per intercettare e accogliere nuovo pubblico. Non è la soluzione, ma è un modo coraggioso e attivo di affrontare il problema. Io, ogni volta che penso a un nuovo spettacolo, penso anche a tutta la strategia e il lavoro concreto che devo fare con il pubblico perché lo spettacolo non rischi di debuttare, fare tre repliche e morire (ameno che non sia un brutto spettacolo ed è meglio così).

Cos’è il Teatro? E che ruolo ha nella tua vita?

Come detto prima per me il teatro è la mia vita. Attenzione però a non confondere leggendo questa frase retoricamente e romanticamente. Il teatro “mangia tutto” diceva qualcuno, è un’immersione senza bombole negli abissi e si ha appena il tempo di risalire, prendere un po’ d’aria e ritornare a contemplare la bellezza del mare dal suo grembo. Il teatro è il racconto di un vecchio a un gruppo di bambini. Un racconto semplice fatto con cura e attenzione senza decorazioni e parole inutili.

Quali sono i doveri di un artista della scena, quali i suoi privilegi e quali le sue responsabilità rispetto a quello che avviene nella società e nel mondo?

La scena è un avamposto della società dove si stigmatizzano i percorsi già compiuti dal genere umano e se ne propongono di nuovi. E’ un luogo permeabile, di scambio biunivoco. L’artista consapevole è un artista onesto. L’estetica per l’estetica non ha mai arricchito nessuno. Essere un artista “di superficie” è essere come il riso che un’ora “te tene tisu” (un’ora ti tiene in piedi energeticamente). Il teatro ha una funzione e deve avere il coraggio e il senso di responsabilità di esercitarla. Non si tratta solo di veicolare contenuti “sensibili” ma anche di produrre emozioni, che servono per continuare a vivere non di solo pane e a vivere degnamente e pienamente la nostra esistenza su questa terra.

In questi anni, così come in passato anche sé con una forma ed un movimento culturale ben diverso, assistiamo alla ripresa degli spazi abbandonati – dalle occupazioni alle autogestioni ai comodati d’uso gratuito.

Vedi nella sola capitale: il fu Teatro Valle o il fu Cinema America o il fu Cinema Teatro Volturno e gli ancora vivi Ex Cinema Palazzo, Rialto Sant’Ambrogio, Angelo Mai. Oppure nelle altre città, possiamo osservare: il Teatro Coppola di Catania, il Teatro Marinoni di Venezia, il Teatro Pinelli di Messina, il Teatro Rossi di Pisa, il Teatro del Mediterraneo di Palermo, il Balena di Napoli, La Cavallerizza di Torino, il Macao di Milano, il Forte Marghera, il Forte Carpenedo e molti altri di cui non ricordo il nome.

Insomma, un tentativo “concreto” che parte dal basso e portato avanti da artisti e da persone comuni che per necessità fisica etica o politica, vogliono ridare un giusto ruolo alla cultura e all’informazione, rimboccandosi così le maniche e tentando questo percorso che sembra essere impossibile. Un atto di umanizzazione di quello che lo Stato, le istituzioni e l’opinione pubblica voglio di contrappunto, svalutare. E per questo, basta citare la riforma sul Fus o il clientelismo che caratterizza le grandi e medie produzioni e distribuzioni, o le riforme sulla scuola, o le collusioni mafiose nelle grandi opere pubbliche, o la sanità, o le pensioni, o il lavoro, o il diritto all’abitare, ecc. .. un mal contento ed un mal funzionamento che caratterizza tutto lo stivale nelle sua varie forme.

Ma non voglio parlarne di questo anche sé dovremmo sviscerarne di più le conseguenze e gli eventuali risultati, penso però che siano segnali forti, anche se in alcuni casi molto precari. Segnali di una società che vive di un’instabilità molto pericolosa che sembra allontanarci sempre di più dal migliore dei mondi possibili.

Per questo ti chiedo: cos’è per te un atto rivoluzionario e chi dovrebbe compierlo? Come potremmo raggiungere una forma di reciproco scambio per creare una società più equa e meno mercenaria? E quali dovrebbero essere i primi passi per far crollare questo che sembra essere un sistema omertoso?

Un atto rivoluzionario è ritrovare ognuno la propria dimensione consapevole di cittadini con diritti e doveri. Sembra una cosa ovvia, ma alla luce di tutto quello che accade nel nostro bel paese e nel mondo, l’unico atto veramente rivoluzionario oggi è ritrovare la dimensione più autentica dell’essere uomini e donne. Tutto si è perso nella dimensione della velocità e del consumo. Anche l’arte ha cominciato a consumare quella vita che avrebbe dovuto raccontare e illuminare. Io sono per la rivoluzione, è una parola che adoro e che coltivo ogni giorno nel mio percorso di uomo e artista. Mi accorgo sempre di più che ogni volta che faccio qualcosa di trasgressivo e originale, a ben vedere, guardando meglio, scopro che quella dovrebbe essere la normalità e concludo che finalmente ho avuto il coraggio di osare. Molto spesso dimentichiamo la storia, i percorsi, la memoria. Viva i rivoluzionari.

Tra le tante cose che fai o hai fatto c’è “Ammirato Culture House”. Come nasce l’idea? Come si interagisce con essa? Cosa succede al suo interno? E quali risultati sta portando, a voi, a chi partecipa?

L’ammirato Culture House, che mi onoro di guidare come presidente, è una grande realtà internazionale, è un’utopia realizzata e cerca ogni giorno di superare traguardi non contemplati dalle dinamiche culturali comuni.

L’Ammirato nasce da un gruppo, che si forma in due anni di conversazioni, incontri, scontri e l’incontro con Musagetes (fondazione canadese che finanzia progetti nel mondo che attraverso l’arte agiscono sulla modificazione e la crescita delle comunità) e poi con l’arrivo del luogo Scipione e del comune di Lecce. È una casa dell’arte, è una casa pubblica, un bene comune nel senso più alto, abitato da un gruppo di singoli e di associazioni che coordinano e agevolano e stimolano l’attività dello stesso. L’Ammirato vuole essere un luogo di riferimento per un quartiere, – Il Quartiere Ammirato – e quindi per una città e quindi un luogo che si connette con il mondo attraverso attività che partono dal basso e arrivano anche a espressioni molto più complesse dell’arte e della formazione. Un nuovo “barra” dove sviluppare incontri popolari e reti per pratiche sociali e coworking concreti. Pensiamo che unire le forze sia un valore aggiunto e scopriamo che nel nostro territorio questo è molto complicato perché molti sono ancorati alla propria bottega.

L’Ammirato si è distinto nel desiderio di non essere un eventificio, ma un luogo che vuole ospitare programmi di residenza di qualsiasi settore si parli (arte, teatro, musica, letteratura, architettura, agricoltura,ecc).

Cerchiamo di trovare una funzione in questa città e questa comunità e nel rapporto con il mondo per avere un senso e non replicare nessuno.

L’associazione ACH (Ammirato Culture House) è stata creata per rafforzare il lavoro in rete tra diversi attori culturali, incrementare la progettazione condivisa, attivando conoscenze, competenze e risorse del territorio in maniera sinergica e collaborativa, ACH intende produrre trasformazione urbana e nella vita delle comunità, attraverso pratiche artistiche partecipative (social e participatory practises) e processuali, “context-based” (basate sul contesto).

È uno dei pochi luoghi in Italia e nel mondo, dove si finanzia il pensiero al di là della produzione immediata. Nel nostro tempo a volte gli artisti producono più di quello che pensano. Noi offriamo un luogo confortevole in una città stupenda, dove vivere una parte del proprio percorso e pensare alla propria ricerca che un giorno avrà una ricaduta sulle comunità.

Ringraziandoti ancora della tua attenzione e pazienza, ti lascio con questo scritto di Elena Ferretti, mia compagna di vita e di scena: << Il caffè sul fuoco. Le finestre dei vicini di fronte sono ancora chiuse. Mi piace pensare che sono ancora a dormire, a scambiarsi coccole. Oggi è mercoledì, ed è bello stare a casa mentre gli altri si affrettano. I tempi per me invece si rallentano, lavoro a casa, con calma. Decido di scrivere piccoli e brevi romanzi. Oggi è il giorno più lento e poi, ci sono le cose di casa, i figli, la colazione, il compagno che assieme a te, lavora per noi, per loro.

Non ho la fretta di salire in macchina. Oggi no, stiamo a gustare il tempo un po’ nostalgico, grigio sopra di noi. Ma è bello così, rilassa i pollini e fa riposare il sole. Lo accoglie nelle nuvole per farlo esplodere nell’estate … prima del grande giro che faremo assieme ai figli. Loro, partiranno prima per la Sardegna, dai nonni paterni e poi, si faranno tutte le tappe del sud con noi. Sono fortunati, loro, si vedono ogni estate quattro mari di questo paese bellissimo!

Gaja cresce, il suo corpo si trasforma, e più di tutti ancora la sua mente. Sveglia e perspicace, immette ogni sua difficoltà dell’età. Ieri notte: ha pianto, urlato e gridato – che la sua vita è inutile, che sente di sbagliare e che il suo cuore batte troppo forte – poi piange, sbatte porte. Noi ci arrabbiamo, togliamo computer, tv, telefoni e poi ci abbracciamo. Spieghiamo. Parliamo e ricordiamo di quando noi, avevamo questi tormenti e tra una preoccupazione e l’altra cresci anche tu con lei, prima di addormentarti piangi e l’accarezzi. Le dici che l’ami, ma ti accorgi che non puoi togliergli i suoi pensieri e i suoi problemi. Non devi più cambiare un pannolino o soffiarle il nasino. Adesso devi solo starle vicino, osservarla, metterci la tua attenzione, il cuore, i ricordi prolungati ad un essere umano diverso da te.

Mi piace il mercoledì, mi fa voglia di pensare >>.

http://www.ippolitochiarello.it

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