Ilaria Drago

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Ilaria Drago

Ciao Ilaria, sono felice tu abbia accolto questa mia richiesta di dialogo. In questi ripetuti tentativi di aprire porte, lasciando tracce e segni dei diversi passaggi, si stanno palesando le varie esperienze degli artisti che, come salmoni contro corrente, si ritrovano in una nazione e soprattutto in un sistema culturale allo sfascio. Il bisogno, a volte inconscio a volte ricercato di un confronto e l’alchimia tra le profondità e le esigenze di ognuno di noi, puntano allo stesso modo sia alla narrazione delle loro bellezze, sia ai disagi comuni di chi frequenta il teatro come svelamento di un esistenza sensibile al mondo ed ai suoi abitanti. Ma non è adesso il momento di parlarne, adesso, per quanto possibile vorrei sapere la tua storia, il tuo passato, ma anche la visione di un tuo prossimo futuro. Chi è Ilaria Drago e qual è il suo percorso di vita?

Sono una persona che ricerca. La semina che tento sono la poesia, il teatro, il corpo e ciò che mi piacerebbe raccogliere sono armonia, bellezza, Arte, quella forma che sa dialogare senza confini con tutti. Amo mettere in dubbio le cose, non arrendermi alle facili risposte e tentare di scovare una via in questa vita che non sia arresa ai lacci nefasti di un sistema corrotto dalla paura, dalla violenza, dalla rinuncia. In scena o nella scrittura, amo portare la parola di coloro che di solito non hanno voce, sono considerati ultimi. Lo faccio a modo mio, con il mio linguaggio poetico, lo faccio cercando di accendere domande, indagare lanimo umano e le sue tensioni, le sue emozioni. Il teatro è un rito. Mi sento vicina a questa forma in cui lattore si mette in gioco con tutte le sue fibre e si fa percorrere dallevento scenico.

Non ho una visione del mio futuro.

Qual è il progetto teatrale al quale sei più legata? E cosa ha significato per te?

Non saprei, gli ultimi senzaltro sono quelli che mi rispecchiano di più: Antigone, Simone Weil e Maddalena. Antigone pietas (portato in scena pochissimo, ahimé!) è uno spettacolo che amo molto ed è forte; mi sento molto vicina a lei alla sua cocciutaggine damore che sfida la legge! Simone Weil è stata una lama: incontrare questa donna è fare rivoluzione dentro di sé, auguro a tutti di leggere i suoi scritti, le lucidissime e sconvolgenti analisi della realtà, del linguaggio, di ogni aspetto della vita. Si medita con lei! Maddalena Maria, lo spettacolo che porto in scena adesso, è la parola potente di un femminile e dellamore passionale, spirituale e carnale che chiedono e avranno il loro riscatto rispetto alla Storia.

Perché hai scelto di lavorare su Simone Weil? E che rapporto c’è tra la sua vita e quello che sei tu oggi?

La proposta di lavorare su Simone Weil nasce su suggerimento della drammaturga Ombretta de Biase. Non conoscevo tanto bene Simone. Non avevo mai approfondito il suo studio. Di certo poi mi ha toccata.

Non posso fare nessun tipo di paragone fra la sua vita e la mia, è ovvio, ma i temi sui quali lei si sofferma sono tutti temi cari perché investono lessere umano in ogni parte della sua vita. Nel concerto poetico, creato insieme al compositore Marco Guidi, ho deciso di soffermarmi su quei punti che sono attualissimi: la guerra, il lavoro, il rapporto con la Chiesa e la spiritualità. Penso che tutti dovrebbero conoscere il suo pensiero, soprattutto i politici. Dovrebbero studiarlo per poi accostarsi alla politica con una coscienza illuminata. Cosa che molti di loro – ma sono politici? – non hanno.

Attualmente a cosa stai lavorando? Hai nuovi progetti?

Abbiamo appena finito di realizzare Maddalena Maria, in questo momento non ho altri progetti, vorrei portare in giro questo e mi piacerebbe anche portare Antigone. Purtroppo viviamo in un sistema teatrale e in una situazione economica che non lo permettono. Detesto dovere fare debutti su debutti e fare morire uno spettacolo dopo pochissime piazze. È tremendo, non lo vivi, non è sano per me.

Sono consapevole che questa sia una domanda sciocca, ma sono curioso di sapere come nasce un tuo spettacolo e come ci lavori tecnicamente, filosoficamente e poeticamente? E come porti avanti l’idea e come la trasformi in un atto concreto?

I lavori prendono il via da unintuizione, una suggestione, un innamoramento, una piccola chiamata. Poi ci sono diverse fasi. La prima è lo studio intorno allargomento scelto e può durare anche qualche mese. Poi la scrittura del copione e linizio dellallenamento insieme ad improvvisazioni e scrittura scenica. Questa seconda fase in particolare non è così lineare; a volte mentre studio arriva la scrittura di un testo oppure improvviso e fermo degli appunti sui fogli e sul corpo. È come tirare fuori una scultura dalla materia informe dal caos. Lentamente la forma arriva. La cosa fondamentale per me è che un artista non si improvvisa. Deve lavorare tantissimo, tantissime ore, dalla mattina alla sera a diversi livelli.

Molte volte quando opero, o viaggio per lavoro, incontro molte persone, molte realtà e penso che questo continuo peregrinare da un luogo ad un altro, da un confine ad un altro, siano la mia fortuna e la fortuna di chi mi accompagna. A volte delusi, altre volte iper-eccitati, a volte stanchi, altre volte vogliosi, percorriamo migliaia di chilometri imbattendoci in oasi di umanità e particelle sensibili che ci ricaricano, ci sottraggono per un momento o per lunghi momenti, da questo mestiere che dalla vita assorbe ma che nella vita entra permeandosi e nutrendosi delle diversità. Penso che capiti un po’ a tutti noi di fare incontri straordinari e per fortuna in questa nostra Italia, c’è ancora la possibilità di spogliarsi delle difese ed aprirsi all’altro senza un interesse specifico, ma nella dolcezza e nella folgorazione delle empatie.

Quali sono, se ci sono stati, gli incontri della vita che ti hanno modificato se non stravolto il tuo modo di vedere il mondo ed il teatro?

Quando sei davvero nella ricerca hai la possibilità di fare tanti incontri che possono mutarti. La vita te li mette lì. Ho avuto e continuo ad avere molta fortuna.

Quando ho iniziato a fare teatro praticamente ne sapevo poco e niente. Forse avevo visto giusto due o tre spettacoli. Credevo che il teatro fosse tuttaltro da quello che poi ho avuto la fortuna di conoscere. Pensavo si andasse lì, si salisse su un palco e si recitasse. Poi per una serie di coincidenze ho conosciuto Perla. Perla Peragallo. Lei ha cambiato la mia vita e la relazione con il teatro. Con la sua verità, con il suo fuoco; nessuna mediazione, nessun compromesso, nessuna finzione: la vita la vivi, in teatro vivi lessenza, diceva. Sopravvivere a quei tre anni con Perla è stata unimpresa emotiva. È stato bellissimo e tremendo. Un periodo di fuoco, passioni, follie, dolori, amore. Se sbagliavi una virgola eri spacciato, Perla ti metteva al rogo! Se facevi bene eri improvvisamente parte del Paradiso. A volte però anche se facevi bene potevi sprofondare allInferno. Perla era così, non potevi avere certezza alcuna. La sua era una furia nel bene e nel male. Ma era Perla! Ed era una giardiniera dellanima. Se ti lasciavi vangare, la semina delle sue parole sarebbe poi venuta fuori con una nuova forma: la tua propria da portare nel mondo. Senza compromessi, né smancerie. Direi che mi ha decisamente toccata, incisa.


Poi c
è stato Leo. Come non riconoscere la sua poesia? Non è stato facile per me stare in Compagnia con lui, io sono una testa calda, unanarchica. Ho i miei tempi, devo comprendere, sono lenta, devo sentire le cose emotivamente, nel cuore e nel corpo. Ma sono capace anche di essere umile e riconosco quando occorre mettersi a guardare e ascoltare. Ho cercato di assorbire il più possibile da lui anche se forse lho capito davvero quando sono andata via. Quando ho preso un podi distanza ho potuto ammirare e godere della sua grandezza. Ad onor del vero molti della Compagnia di Leo sono stati per me in un certo senso dei maestri: cera un livello altissimo, una preparazione pazzesca. Per rispetto a loro, a tutti, oltre che a me stessa, dovevo dare il massimo.

Ho lavorato per dieci anni con la cantante Rosanna Rossoni e mi ha dato tanto. Il suo tempo, la pazienza, alcune tecniche fondamentali. Ora è unamica che stimo! Insieme sicuramente al musicista compositore Roberto Laneri. Con lui ho conosciuto il mondo del canto armonico, il didijeridoo. Lui è geniale in questo! con lui mi sono divertita tantissimo e sono memorabili le nostre ore di prove!

Altre due persone hanno inciso profondamente dentro di me quel cambiamento necessario, fondamentale e vitale per proseguire la strada della mia ricerca: il danzatore coreografo Claude Coldy e Kaya Anderson. Il lavoro con la Danza Sensibile® di Claude ha rivoluzionato la mia vita, la mia modalità di approccio con il corpo. È stato un lavoro che ha avuto (e tuttora ha perché continuo a praticarlo) la capacità di dare fondamenta alle architetture delle mie creazioni. Lo consiglio a tutti gli artisti!

Per quanto riguarda Kaya … posso solo dire che incontrare i suoi occhi e il suo incredibile amore per la trasmissione, la sua esperienza e conoscenza dellanimo umano, fa cantare!

Qual è il tuo rapporto artistico con Marco Guidi? Qual è il tuo rapporto con la musica e che rilevanza ha nei tuoi spettacoli?

Marco Guidi è il compositore della mia Compagnia, il lavoro con lui è strettissimo. La sua musica non la considero come sottofondo, la innesto dentro alle parole e viceversa faccio danzare le parole allinterno delle sue composizioni. Hanno un grande ruolo la musica e le ambientazioni. In alcuni casi i testi sono su battuta musicale, in altri seguono un senso musicale più generico. Non so neppure se il pubblico se ne accorga in verità! Lui è un compositore molto sensibile il nostro è un incontro di anime, senza dubbio!

Tu lavori molto attraverso i laboratori, come interagisci con i tuoi allievi? Quali sono gli insegnamenti che cerchi di trasmettere loro? E quali i risultati e quali le tue aspettative?

Il rapporto con chi partecipa ai laboratori per me è di totale collaborazione; una collaborazione di anime e buona energia. Cerco di stabilire un rapporto di fiducia, cerco di creare un ambiente di accoglienza in cui chi lavora si senta libero di approfondire la ricerca in ogni direzione senza ansia da prestazione. Lansia da prestazione rovina la creatività. La tensione creativa è ben altro. Detesto il terrorismo di certi insegnanti o registi che ancora oggi credono che sia necessaria la violenza per tirare fuori qualcosa dalle persone. Balle! Sono metodi da manganello! Chi adotta certi metodi ha paura. Una paura cane di guardare negli occhi la persona che gli sta davanti. Chi si arroga il diritto di trasmettere non si deve sentire superiore, deve avere il coraggio di scendere a terra, nella polvere, nel pattume e nel fango. Deve sporcarsi le mani e guardare in faccia chi in quel momento ti sta affidando le sue emozioni, il suo cuore e il suo tempo, che è prezioso. Che un altro ti regali il suo tempo non è scontato. La vita non è scontata. E bisogna rischiare. Può essere che un allievo non sia in grado, che non abbia talento per stare sulla scena. Non è un problema. Bisogna tentare tutto il possibile, tentare tutte le strade. Se non ci si fa, non è necessaria l’umiliazione. Non occorre dire a un allievo “fai schifo, sei una nullità, non vali nulla!”. Il teatro non si nutre di umiliati e offesi! Il teatro ha bisogno di essere ripulito dalle fondamenta. Ma attenzione! Non significa creare rapporti languidi e sdolcinati! Io non sono violenta nei laboratori, ma so bene dove andare e lo faccio con fermezza.
Quello che conta è l’onestà, il massimo impegno. Da entrambe le parti.

Che senso ha oggi fare teatro? E che valenza ha oggi nella società?

Il senso di fare teatro oggi? Mah… quello di sempre direi. Mettere una lente di ingrandimento su ogni cosa riguardi il nostro intimo o la nostra società e accendere domande e senso critico. Uno sguardo cosciente.

Oggi penso al tentativo disperato di una cultura che possa creare alternative a questo sistema depresso, violento, ottuso, ignorante, egoista, sporco. Ma il teatro, la poesia dovrebbero essere prima ripuliti da se stessi! Ogni cosa si fa dovrebbe avere una coscienza pulita. Per il massimo che si può. Gli artisti dovrebbero fare un lavoro quotidiano di pulizia da certe forme di egocentrismo e malaffare che purtroppo creano solo divisioni e rancori e poco, molto poco hanno a che fare con lArte. La cultura ha un valore fondamentale in un paese, ma il nostro non ne vuole sapere più di un tanto. Meglio lintrattenimento. E accettare ciò che viene detto come unica verità possibile. Si fatica meno!

In quest’ultimo periodo, tutta la nazione sembra concentrata sull’Expo. Sembra che i lati oscuri della progettazione, le aziende colluse che vi hanno partecipato, le multinazionali che sponsorizzano l’evento e che per anni sono state partecipi dell’impoverimento del pianeta, il lavoro gratuito per migliaia di giovani (sotto forma di volontariato), e le premesse di parlare di ambiente, di sopravvivenza dell’umanità e di “corretta alimentazione” a discapito della trasparenza, della coerenza e dell’onestà del fare le cose – siano in grado di distogliere l’attenzione – dalla crisi che oramai percuote il nostro stivale sul piano culturale, informativo ed etico. Nuove speculazioni, nuove retoriche del banale, nuove forme di coercizione sociale ed economica stanno riscrivendo lo status quo di un popolo, apparentemente consenziente e partecipe a tutto ciò. Per non parlare naturalmente della massiccia partecipazione di Israele, famosa al mondo per aver trasformato i deserti in giardini, ma anche per aver schiacciato uno dei popoli più disperati del mondo in nome della democrazia e della libertà.

Solo poche realtà e quasi tutti i movimenti antagonisti nazionali, si sono mossi per denunciare e boicottare tutto questo. E come spesso capita, gli artisti o per lo meno la maggior parte di essi, non hanno proferito parola, sembra che il destino dell’umanità, l’utilizzo dei soldi pubblici e la simbologia ed i messaggi che ne scaturiscono fuori non siano il risultato della sterilità e del menefreghismo che pervade tutti noi, quotidianamente. Togliendo così ogni speranza di un possibile cambiamento e ribaltamento della società, non solamente italiana, ma mondiale.

Ma non è tutto così o non sono tutti così. Da circa quattro mesi gira su internet la lettera che hai scritto a proposito dell’ingaggio del Cirque du Soleil, da parte dell’Expo. La notizia è rimbalzata nei social-network, nei blog, in alcune testate giornalistiche, Ponte di Pino ha preso spunto dalle tue parole per aggiungerne altre, Giacomo Verde ti ha intervistato, altri hanno accolto il tuo gesto con ammirazione altri hanno inveito con ignoranza, ma soprattutto, c’è stata la risposta da parte della direzione artistica, che ha giustificato la commissione con gli sponsor privati, la grande possibilità di dar voce ad artisti circensi italiani che saranno inseriti nel cast e la risonanza internazionale che porterà all’Italia.

Cosa pensi abbia scaturito la tua azione a livello pratico? Cosa rimane, a qualche mese di distanza, da questo atto di protesta? Hai ricevuto altre risposte da parte delle istituzioni? E quali avrebbero potuto essere le alternative a questo ingaggio, che vale circa 8 milioni di euro?

Credo non abbia portato a niente. Come al solito in questo paese. Niente di pratico. Ma ha avuto sicuramente una risonanza. Se ne è parlato. Almeno questo. Il che significa sapere che non bisogna lasciare andare sempre tutto. Accettare sempre ogni cosa. Non bisogna più fare finta di nulla. Io ho parlato a nome di tanti (anche se i più ottusi mi hanno attaccato sul personale), bravi davvero”, che non hanno possibilità lavorative, che non hanno voce perché non fanno parte di alcuni meccanismi nefasti che infestano la scena italiana. Non parliamo poi di una roba come Expo. Ho sottolineato il fatto che in una occasione di questo genere avremmo potuto mostrare tantissimo dei nostri talenti, ma chi sceglie preferisce i lustrini da tappeto rosso della spettacolarizzazione e della moneta piuttosto che larte del proprio paese. Peggio: chi sceglie non conosce neppure i talenti e il patrimonio artistico del proprio paese e questo è vergognoso e triste. Non vince larte, vince il mercato! Ma daltra parte il mercato vince anche sulla fame nel mondo! Non cè da stupirsi.

Restando sempre sul tema delle “ingiustizie” o dei disequilibri economici e di investimento, ho visto che hai appoggiato con stima l’azione dei direttori della Casa delle Storie e nello specifico della Cooperativa Progetti Carpe Diem, che hanno pubblicato e spedito ai dirigenti amministrativi questa lettera, dove si apprende la loro rinuncia a quei pochi soldi che ricevevano dal comune di Cagliari. Se avessi veramente una visione utopica, spererei che in un momento di crisi e di dissenso generale, tutti coloro che hanno la fortuna e la possibilità di ricevere dei soldi pubblici, seguissero l’esempio. Ma come è evidente, sono un illuso, proprio perché in quell’abisso che si crea tra il coraggio di prendere posizione e la paura di perdere la poltrona o quel piccolo osso che a pochi di noi tocca, ci sono moltissime realtà, molte delle quali non usufruiscono di questo privilegio, ma che lo vorrebbero e nell’invidia e nella speranza di averlo, tacciono, contribuendo così alla stagnazione e al proseguimento di un fallimento che non è solamente personale, ma collettivo.

Cosa pensi dovrebbero fare le realtà e le persone per modificare o migliorare i risultati di questo mal funzionamento dei soldi pubblici, nel teatro e nella cultura? Che valenza dai al Fus e agli investimenti pubblici o privati nella cultura? E qual è per te un atto rivoluzionario che noi tutti dovremmo compiere per modificare tutto ciò?

Un atto rivoluzionario? Solo il coraggio dell’onestà!

I finanziamenti pubblici per me sono un meccanismo feroce e perverso. Non ci sto più dietro a queste cose, mi levano l’anima, mi intristiscono, mi impoveriscono. Sono sola, devo fare delle scelte.

Preferisco fare a 3€ l’ora lezione alla signora di paese che viene, coraggiosa, con tutta la sua paura a tentare un risveglio possibile, un’alternativa. Questo mi squalifica? Non credo. Sto solo facendo progetti per un rapporto diretto con il pubblico. Perché il rito del teatro lo voglio compiere con il pubblico, non con l’ipoteca della mia casa, l’ansia delle rendicontazioni, gli scontrini fiscali.

Finisco citando uno degli artisti che considero fra i più rivoluzionari e arditi, un vero poeta, Antonio Rezza: “Mi rifiuto di avvallare un sistema che pone l’economia di fronte alle capacità innovative di una mente libera. Non mi interessa una crisi che ha come solo risvolto l’economia.”

Ringraziandoti ancora per la tua partecipazione ti saluto attraverso le parole di Massimiliano Civica: << Il Ministero non doveva fare una riforma, ma mandare i suoi ispettori in giro a far rispettare le leggi e a togliere i finanziamenti a chi non le rispettava, a chi usava il teatro di cui era direttore in modo improprio e, il più delle volte, criminoso. Gli statuti dei Teatri Stabili, dei Centri di Ricerca, ecc. sono ottimi, non c’era bisogno di riformare la vecchia normativa, perché nel merito della lettera e degli intendimenti, quella normativa era ottima. Non c’è bisogno di una nuova società civile, ma di sentirsi parte della società civile: è per questo che gran parte della colpa ricade non solo sul Ministero, ma soprattutto su noi teatranti, sui critici, sulla gente di teatro >>.

http://www.ilariadrago.it/

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