Astorri Tintinelli

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e AstorriTintinelli

Ciao Paola, ciao Alberto, sono molto felice della vostra adesione. Il mio chiamarvi alle “armi” non è stato un caso – vuoi per le affinità umane, vuoi perché conosco (almeno in parte) le vostre poetiche, vuoi perché reputo le vostre persone non unicamente degli artisti eccezionali ma delle anime sensibili. Come si deduce dal titolo, l’operazione di Dialoghi Resistenti vuol essere un incontro, un luogo di riflessione che parte dalle esperienze personali e dall’esporsi in prima persona, raccontando e analizzando quello che avviene oggi, nell’arte e nella società.

Per quanto sia possibile, vorrei mi raccontaste chi siete, da dove venite, qual’è il vostro fine ultimo?

Abbiamo scelto di essere una compagnia di rivista quando abbiamo aperto la coppia d’arte più di dieci anni fa e in fondo rimaniamo una compagnia di rivista contemporanea, con il suo repertorio dadaista e grottesco. Paola ed io ci siamo incontrati dentro Fellini, lei veniva dal teatro, dalla pittura e dal circo. Io, se vuoi, da un percorso più accademico di attore, poi, non ci siamo più lasciati. Abbiamo auto prodotto tutti i nostri lavori cercando spazi e luoghi fuori dai circuiti commerciali, per intraprendere relazioni e possibilità di cambiamento attraverso il teatro. Il nostro fine ultimo è la ricerca del silenzio, in cui un pensiero di bellezza passa nelle menti e nei corpi e, modifica la società.

Poco tempo fa ho visto uno dei vostri lavori “Mec e Bet” che oltre ad essere una riscrittura contemporanea del testo di Shakespeare è il racconto metaforico, di ciò che si cela dietro ad uno spettacolo teatrale e dietro chi fa teatro. Anzi probabilmente la definizione giusta, sarebbe – dentro chi fa teatro – nella sua intimità, nel suo essere nascosto, nella sua maschera. Una visione spietata, volutamente sciatta, da balera, da bettola dello squallore.

Naturalmente questo non è l’unico lavoro che prende spunto dai grandi autori, ma sarei fortemente curioso, di capire come lavorate su un testo del genere (o su altri) e quali sono le motivazioni che vi spingono a “stravolgere” un opera, per raccontare non solamente quello che è al suo interno, ma anche per raccontare altro, qualcosa di personale, la vostra visione delle cose e del mondo.

Si, oltre a Macbeth abbiamo polverizzato anche Woizeck di Buchner. Fatto a pezzi un testo, si macina per ricostituirsi nei nostri corpi che desiderano quel corpo di battute. Non abbiamo un metodo, le cose cambiano a seconda dei desideri, di solito ci innamoriamo di un testo e poi, cominciamo una ricerca per accumulo di materiali che vanno dalla pittura alla musica alla filosofia, poi, qualcosa si fa breccia e si crea un luogo della scena nel quale agire. E finalmente tutto prende vita e a quel punto si costruisce passo passo lo spettacolo.

Prendendo spunto da questa citazione di Carmelo Bene, vorrei conoscere dalle vostre parole, qual’è il fallimento dei teatranti di oggi e dove sta andando il teatro? Quale inadeguatezza umana, tradisce il fare visceralmente teatro e qual’è (o quali sono) quelle mancanze reali che noi tutti abbiamo e che noi tutti ci portiamo dietro come fardelli, come zavorre nauseanti?

<< Bisogna fare il proprio lavoro al meglio, poi distaccarsene brutalmente. La polvere coprirà tutto. Bisogna camminare con un passo più leggero della polvere >>

Il teatro italiano non sta andando da nessuna parte, ci sono artisti che per talento e vocazione personale stanno in un percorso che li muove in una ricerca incessante. Quasi sempre però sono artisti che hanno una visione più grande del palcoscenico che non sia quella di mettere in scena Pirandello o Moliere per un noto teatro nazionale. La polvere, certo, si mangerà tutto dei veri capolavori. Rimarranno gli audiovisivi. Ma sono i poeti ad innestarsi nella storia, i maestri invisibili appunto.

Anche in questo che avrebbe la pretesa di essere qualcosa di nuovo, penso ci sia qualcosa di stantio e di vecchio. Tutto questo parlare e confrontarsi, molte volte diventa castrante, inutile; questo dissentire sull’arte e sulla vita, sembra non cambiare niente, anzi, molte volte, si ha la sensazione di una cancrena, di un afasia che ci lascia lì come corpi morti, a mostra di tutti. E c’è una voce che mi sussurra la probabilità irreversibile che sia così che deve andare. Probabilmente anche questo fa parte dell’eterno lavorio che ci vede simili ai criceti, a girare su una ruota per restare sempre allo stesso posto, sempre allo stesso punto di partenza. Ma, non preoccupatevi non è di depressione che voglio parlare, né di catastrofi, ma, di gioia e di moltitudine. Per questo vorrei che mi commentaste, quello che è già abbastanza profondo nel vostro utilizzo di Prevert: << .. la bellezza è un eccezione, un insulto al mondo che è brutto. E’ raro che l’umanità ami la bellezza. La perseguita invece, per non sentirne più parlare. Per dimenticarla. Per eliminarla >>.

Perché questa frase? E dove può essere modificata in concreto? Cosa deve fare il semplice cittadino per sconvolgere, questa, che sembra essere una vera e propria sentenza? E qual’è il vostro significato di rivoluzione?

E’ sotto gli occhi di tutti che ogni forma di bellezza viene annientata. la vera rivoluzione è dentro l’uomo, il teatro può avere questa forza. Bisognerebbe recitare come diceva Leo, Rimbaud nelle periferie più degradate, in modo che sentendo tale bellezza la si dovrebbe rimpiangere e renderci capaci di azione. È inutile recitare Rimbaud nei salotti buoni dei borghesi.

Domanda banale, ma non scontata: qual’è il vostro rapporto con l’amore?

L’amore infinito? L’amore coniugale? L’amore carnale? Scaraventiamo tutto in questi poveri vasi, anche il nero della vita e lo chiamiamo amore. Una parola bellissima, forse, la più bella da cercarsi oggi, forse, nei buchi dei chiodi schiodati della croce umana.

Parlando di scrittura ed in specifico di scrittura della visione, o volgarmente di recensione, di critica (e sarebbe per me sublime) di antropologia della scena, vorrei partire da Rolabd Barthes «La scrittura, non è altro che una screpolatura. Si tratta di dividere, di solcare, di rendere discontinua una materia piana, foglio, pelle, distesa di argilla, muro».

Chi sono per voi i critici teatrali? Che rapporto avete con loro? Che ruolo hanno oggi e che ruolo dovrebbero avere domani? Quale sono i loro fallimenti e quali le loro conquiste? E dove sono finiti i Franco Quadri, i D’Amico, i Bartolucci, i Danzuso, i De Monticelli, i Guerrieri, i Guazzotti – di cui, di quasi tutti, né misconosco l’esistenza? Hanno lasciato delle tracce negli attuali critici? E se sì, quali? E quale consiglio dareste loro?

Saremo sintetici. Non abbiamo, di fatto, alcun rapporto con nessun critico e veniamo dopo la generazione dei Quadri, De Monticelli. A volte è successo qualche incontro con questi nuovi nomi del web, ma è durato pochissimo, non tutti. Qualcuno, il guizzo del pensiero ce l’ha, ma la questione è che ci sembrano molto spesso noiosi e allora, ci rituffiamo ogni volta a frequentare di più gli artisti che diventano, in alcuni casi, quando nascono amicizie vere, anche dei critici, cioè affidiamo a loro gli sguardi esterni sul nostro lavoro.

Una cosa che accomuna tutti gli artisti e le compagnie che si muovono attraverso l’auto produzione, è l’annoso problema della distribuzione, della vendita e della circolazione dei propri spettacoli. In Italia, come ben tutti sappiamo i cartelloni vengono redatti o da fondazioni (e affini) o da amministrazioni statali che troppo spesso seguono un proprio interesse economico ed estetico (nel primo caso) o una totale mancanza di “professionalità” e di specificità delle competenze (nel secondo caso). Ma tralasciando i loro problemi e facendo di tutta un erba un fascio (cosa tra l’altro, comune nel loro operato e nelle loro azioni), come pensate dovrebbe funzionare la scelta degli spettacoli? Quali dovrebbero essere le competenze di un direttore artistico e quali le sue peculiarità?

I direttori artistici dovrebbero girare e vedersi moltissimo teatro, quello anche fuori dai circuiti commerciali. Poi dovrebbero avere una buona dose di coraggio e di sfida rispetto al gusto del pubblico abbonato e premiare gli spettacoli di qualità, lontano dalle logiche di scambio che conosciamo tutti. Qualcuno lo fa, altri preposti dalla politica o ingabbiati in quello che oggi è il modello di gestione imperante, cioè quello aziendale, non lo fanno. Rimangono in ufficio, presi dagli aspetti economici, burocratici al mattino, qualche oretta stanca e condita di pensierini, al pomeriggio e la sera in pigiama. Nemmeno lo fanno l’amore, storditi dalle centinaia di telefonate a cui hanno dovuto rispondere. Quali spettacoli pensi possano uscire da queste menti tritate? Una volta andammo a vedere uno spettacolo di Mario Martone prodotto dal Teatro Stabile di Torino e ci addormentammo dopo dieci minuti. Nemmeno il grande Carlo Cecchi riuscì a staccare il sonno dalle palpebre. Lo stesso ci capitò con Lavia. Con De Fusco, invece, entrammo in coma etilico. Forse se si rimettessero sulla strada con sandali e zainetto e girassero a vedersi come resistono tanti artisti eccellenti di questo paese, potrebbero arrivare sulla via di damasco, forse convertirsi e lasciare la direzione per il convento.

Una nostra fortuna come Ultimo Teatro Produzioni Incivili, è quella di visitare molti posti, la maggior parte di essi non sono teatri, ma luoghi di vario tipo, e la cosa che molte volte ci da felicità nel continuare questo percorso tortuoso sono gli incontri, la possibilità di entrare nelle case delle persone, nella loro quotidianità. Potremmo scrivere libri o copioni interi, su i racconti degli altri, su i doni che ci offrono nella loro semplicità. E ne sono nate molte di amicizie, disinteressate, fraterne, sincere. Penso che molte volte, nel tran tran del proporre e dell’esporre i propri spettacoli per il mondo, si perda questa possibilità, proprio per quel distacco umano che molte volte la professione impone. E forse, è tutta questa distanza a creare delle lacune evidenti nel sistema teatrale. Un mondo di artisti e di addetti ai lavori impegnati a galleggiare in un mare di sterco, privi di una memoria vivida, carnale, abbandonati nel loro cinismo, nella loro perdita reale dell’oggi, dell’ora, dell’irripetibile, dell’unico – perché domani si muore, oggi si vive e non si torna indietro.

A proposito di questa macedonia di soggettività: qual’è la vostra esperienza in proposito? O quali sono le esperienze che vi hanno aperto il cuore, durante questo mestiere che mestiere non è?

Questo per noi è un mestiere che si fonda sull’arte dell’attore che è fatta di studio, di approfondimento. Una volta Leo De Berardinis in quinta, prima di entrare in scena, mi disse: << Mi raccomando Albè, la logica col fuoco dentro! >>. Un altra volta in un piccolo paese facemmo una replica di “Mac e Beth” e a metà spettacolo saltò tutto l’impianto luci e finimmo con una torcia a pile cinese. Poi, scoprimmo che il direttore dello spazio aveva fatto saltare l’impianto, usando un affettatrice elettrica per tagliare il salame da dare al pubblico dopo lo spettacolo. Il pubblico rimase fino alla fine, estasiato e colpito dagli ultimi venti minuti chinalight e il senso del lavoro, passò nei cuori lo stesso. Ne abbiamo tanti di racconti in questo senso, come tutti, hanno in comune, però quasi sempre, lo stupore di un pubblico non abbonato che si lascia coinvolgere. Poi a volte trovi il gelo, ma questo è un altro discorso.

I tribunali Italiani sono invasi da denunce di corruzione e concussione, la nostra infatti, sembra essere la nazione dei mafiosi e dei mercenari. Se voi aveste la possibilità di scelta, per cosa vorreste essere denunciati?

Dalla buon costume per atti osceni in luogo pubblico.

Anche voi avete aderito all’annuncio di Roberto Scappin, con cui ho avuto il piacere di scambiare delle parole. Conosco il suo pensiero a riguardo, lo ha lui stesso delucidato in una sua intervista, e conosco il suo conflitto che lo accomuna a me, nella perdita e nel mancato raggiungimento. Vorrei però conoscere da voi, la funzione dei finanziamenti e secondo quali criteri dovrebbero essere ridistribuiti.

Noi non siamo iscritti al Fus, non abbiamo finanziamenti e francamente nemmeno lo desideriamo. Abbiamo tentato l’impresa del teatro assente, per riportare attenzione ad un certo teatro riconosciuto dalla critica e dal pubblico, ma che non ha vita nelle programmazioni dei teatri stabili nazionali. Ma abbiamo fallito. Ci hanno pure preso per dei brigatisti, quando abbiamo cercato ospitalità per un raduno nazionale delle compagnie. Forse ha ragione Scappin quando dice – che siamo pavidi tutti quanti – ed è per questo che la situazione non cambierà mai. Qualcuno di giovane ci è entrato al Fus .. ma noi non ne abbiamo bisogno. Molti anni fa un vecchio miliardario del lago di Como, è schiattato d’infarto vedendo un nostro lavoro, per emozione, e sul letto d’ospedale ci ha ringraziato dicendo che gli avevamo fatto capire la cosa più importante della sua vita e per ringraziarci, ci ha firmato un assegno in bianco. E’ in bianco ancora oggi.

Perché il teatro non fa parte della quotidianità delle masse?

È già da tanto che il teatro ha abdicato alle masse. Siamo dei dinosauri in via d’estinzione, eppure i pilastri di questa civiltà. Non ci stupisce che nel processo di distruzione e demolizione globale in atto, lo sia anche il teatro. I barbari sono più felici. lo hanno eliminato il problema della conoscenza.

Sperando di non avervi annoiati, vi lascio con questo scritto di Marco Dotti, un po complesso nelle sue note interne, ma abbastanza chiaro nel suo messaggio: << C’è un’informazione che conta e una che conta molto meno. La prima, in forma di rassegna stampa, orienta i decisori. Non per il suo peso specifico, non per il suo valore o per la capacità di incidere e orientare la cosiddetta “opinione pubblica”. Il suo potere coincide col solo fatto di finire, in forma di rassegna stampa, sul tavolo degli analfabeti che reggono le sorti altrui.

Poi c’è un’altra informazione, “contro informazione” la si sarebbe chiamata non troppi anni fa. Il suo mezzo ideale è il ciclostile. Anche se scorre su i.pad o sh smartphone, il ciclostile resta alla radice di questa informazione. Ma questa non pesa, al di là della retorica sul numero di lettori. Non pesa, almeno non se l’equilibrio regge. Noi non abbiamo altra speranza – o meglio: altra via – che far saltare questo equilibrio. Almeno provarci. L’obiettivo, però, è nel mezzo: perché tra questi due emisferi (informazione surrogata a uso di chi decide vs. informazione dinamica a uso di chi non può decidere) si colloca il vero nemico.

È la membrana del senso comune, dell’informazione che orienta lo sdegno e la lacrima là dove non c’è più nulla da fare, al solo fine di far credere che non vi sia mai nulla da fare. Invece tutto è sempre, per definizione, da fare. È la retorica del già accaduto, del già compiuto.

Come becchini, si rivolgono alla carcassa ma lasciano indisturbate le jene che si divorano la polpa delle cose, mentre i professionisti di Saturazione&Distrazione vi inducono a lamentarvi per il deserto che voi stessi contribuite col lamento a creare. Attraversare come T. E. Lawrence quel deserto.

Noi non abbiamo altre armi. Non abbiamo altri mezzi. Non abbiamo altri fini perché, per respirare, non abbiamo altro modo che bucare a mani nude la membrana che separa la vita dai discorsi sulla vita. Non abbiamo scelta. Tra chi lacrima e chi sanguina, dobbiamo optare per la terza via, la più pericolosa: guardare negli occhi il nemico. Lì si capisce chi è con noi e chi, invece, opera per vendere anche le anime dei morti >>.

www.astorritintinelliteatro.com

 

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