Angelo Maddalena

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Angelo Maddalena

Ciao Angelo, alla fine come vedi, sono partito per la tangente. Non so sé pubblicheremo mai questi incontri, ma ne sono felice lo stesso, sono felice che persone a me sconosciute, o almeno in parte, stiano accogliendo questi inviti, lasciandomi tracce di loro; e la colpa è tua, naturalmente. Le persone, oggi, in questi tempi di falsità ed abbrutimento resistono e hanno ancora voglia di dialogare, di trasmettere le loro conoscenze e loro esperienze. Forse, siamo sulla strada giusta. Forse e per fortuna non tutte le strade portano a Roma, ma solo quelle dell’ovvio e del pressappochismo. Ce ne sono a centinaia di viottoli, di tratturi isolati, di vicoli nascosti, pieni di umanità e di forza ribelle ed è da essi che dobbiamo ripassare, soffermarci, osservare, dipingere nuovi scenari. A cosa serve? Cambierà qualcosa? Non importa, la scissione è già avvenuta ed è in essa che ne risiede una nuova rinascita. Oramai ogni qualvolta mi sento percosso da qualcosa, parto da un luogo per ritrovarmi altrove, in uno spazio inesplorato .. gli altri. Tu conosci bene la prassi. Una serie di domande, una serie di risposte, una serie di rimandi.

Chi sei? Da dove vieni? Qual’è la tua vita?

Grazie Luca, non mi aspettavo che saresti partito per la tangente anche se ci speravo! Hai preso la palla al balzo e sono felice che la “colpa” sia mia, come scrivi tu all’inizio di questo “dialogo resistente”. Hai colto in pieno lo spirito e la volontà di quello che volevo fare e far scattare: la narrazione e il racconto della propria vita e della propria arte di vivere e di proporre la propria arte per vivere (questa mi è venuta bene!).

Ma tornando alle domande: Chi sono? Da dove vengo? Qual è la mia vita? Vado non so dove, vengo non so da dove, sono non so chi? Mi meraviglio di essere felice! Scusa ma mi hai provocato questa risposta, cioè queste parole che forse sono di Pascal ma non ne sono sicuro, me le ripeteva spesso un mio amico, Lillo Zarba, un pittore e artista poliedrico (ma soprattutto pittore) morto all’età di 33 anni, nel 1998, cattolico, professore di religione, padre e amico di tanti ragazzi del mio paese fino a quando, appunto, nel 1998, era di aprile, è morto di un ictus improvviso. Io vengo da lì, da un paese della provincia di Enna, Pietraperzia, più vicino a Caltanissetta. Parlo di lui perché io vengo, da una formazione cattolica, direi cattolica sociale ma poi negli anni ho rigettato tutto e poi ho rielaborato il tutto, adesso mi definisco “cattolico scettico”, anche per provocare varie finte forme di anticlericalismo qualunquista e anche tante ideologie dogmatiche travestite da anarchismo o alternativismo ecc., ne accenno qualcosa nel mio libro Amico treno non ti pago, a proposito di certi dogmi di sinistra e di certi dogmi di molti “militanti” del commercio equo e solidale, e anche lì ho attinto stimoli di critica (consumo critico) nella Milano degli anni ’90, fine decennio, quando mi sono laureato all’Università Cattolica. Anche dell’Università Cattolica ho scritto in alcune pagine del mio primo libro Un po’ come Giufà. Io vengo da una famiglia di ex artigiani (i miei nonni erano tutti sarti) e poi impiegatizia (i miei genitori hanno lavorato al Comune). Ma ho un bisnonno scrittore e traduttore dal francese, credo abbia tradotto delle novelle minori di Zola ma non ne sono sicuro, era laureato in giurisprudenza che cent’anni fa voleva dire tanto. Mia zia (una sorella di mia nonna, di cui parlo nel libro Un po’ come Giufà), era una “poetessa maledetta”. Mio nonno Angelo Di Gregorio era socialista e antifascista, fu assessore e forse vice sindaco di Pietraperzia, c’è una via a lui intitolata a Pietraperzia. Ho respirato sempre “letteratura” in famiglia: mio padre aveva letto tutti i russi prima dei suoi diciotto anni (e qualcuno dice che si dovrebbe vietare ai minori di 18 anni di leggere Dostojeskji!, lo dice un personaggio di un romanzo di Paco Ignacio taibo II) e mia madre ha una verve da scrittrice ma mai coltivata fino in fondo. Mia madre mi ha dato molti stimoli di tipo cattolico sociale, indirizzandomi indirettamente a letture di Adriana Zarri, David Maria Turoldo ecc. Di buono c’è che né mio padre né mia madre sono stati dogmatici o fanatici di cultura classica o cattolica, liberali e fors’anche libertari. Mia madre ha dovuto subire una cultura cristiana cattolica che dalla parrocchia l’ha portato alla Democrazia Cristiana, ma ha conservato sempre slanci e istanze socialiste provenienti dal padre, forse un terreno fertile per un certo cattocomunismo di livello alto, per fare un nome don Lorenzo Milani, e non cattocomunismo al ribasso di Bertinotti degli ultimi suoi anni di politica parlamentare o di certe derive legalitariste equo solidali e non solo. Per questo dico che la cultura cattolica è forse quella che ha saputo equilibrare più di altre l’attenzione all’individuo e alla comunità, con tutti i distinguo possibili e la consapevolezza delle derive storiche, senza voler negare né giustificare nessuno. E questo lo dico con cognizione di causa dopo aver frequentato e conosciuto molti anarchici, comunisti, centrosocialisti, notav ed equosolidali che dir si voglia, compresi i finti campagnoli i genuini clandestini e. Sto provando a scrivere un libro che affronta questo tema, si chiama “In ascolto”, in realtà l’ho già scritto, è breve e un po’ aforismatico! Per quanto riguarda gli aforismi uno che mi ha aiutato tanto a valorizzare la scrittura e l’aspetto spirituale e metafisico della mia scrittura e della mia vita è stato Cioran, Emile Cioran, parlo di lui in due o anche in tre libri auto-prodotti l’anno scorso “Stasera ho comprato un libro” e “Aspirante artista”.

La mia vita penso che inizia così, la mia vita di artista intendo: un po’ con Cioran un po’ con i viaggi .. di lavoro e di ricerca! (di lavoro, di contatti, di stimoli, di ispirazione). La mia vita è quella di un’artista che prima di iniziare a fare l’artista si è spogliato di tutto, un po’ per indole cattolica, un po’ perché credo che ognuno di noi a suo modo tende a fare tabula rasa, soprattutto se vuole intraprendere un percorso di arte .. di vivere e di espressività che porta alla valorizzazione del proprio “talento” (è una parola che non mi piace ma rende!). Io ho capito quello che volevo fare viaggiando, ma non ad muzzum, ma in modo un po’ “mirato”, o ricercato, e al tempo stesso spontaneo, quindi Selvatico e coltivato, come il titolo della raccolta di racconti pubblicata da Stampalternativa che comprende il mio racconto Acqua cavalli e noci. << Che nessuno cerchi di vivere senza aver fatto l’apprendistato di vittima! >>, queste parole di Cioran io le ho conosciute e praticate inconsapevolmente prima di scoprirle scritte nella pagina di un suo libro! Da qui è derivato, per emanazione, tutto quello che poi ho fatto, realizzato, cantato ecc., dall’arte di strada come cantastorie e ritrattista a quello che è venuto dopo: i libri, le canzoni, i cd, i monologhi teatrali.

Uno dei lavori più rappresentativi del tuo repertorio è “amico treno non ti pago”, tratto dalle tue esperienze di viaggio e divenuto prima libro e poi spettacolo teatrale. Tu sei un cantastorie moderno, una voce del presente che attraverso gli incontri del vissuto, più o meno umani più o meno fortuiti, realizza e mette in scena narrazioni di vario tipo; una sorta di percorso antropologico che unisce l’atto politico a quello ironico-satirico. Alcuni dei titoli che ricordo o che ho visto, sono: “milano chim’era”, “alla maddalena”, “lu jurnu di tutti li santi” e “io sono padre pio” – di cui a Pistoia ne riecheggia ancora il mio divertimento.

Come nascono i tuoi spettacoli? Qual’è il fil rouge che li unisce? Come ci lavori? Come raccogli il tuo materiale? Quando decidi che è il momento di offrirlo in pasto agli altri?

Faccio una piccola precisazione forse inutile ma doverosa: Amico treno nasce come monologo teatrale nel 2009 e poi viene pubblicato come libro dalla casa editrice Eris nel 2011 ma la versione più completa con prefazione di Ivan Cicconi e distribuzione nazionale esce a febbraio del 2013. Amico treno non ti pago è forse uno di quelli spettacoli che mi può permettere di rispondere alle domande che mi fai su come nasce un mio spettacolo.

Quando cominciai a viaggiare senza biglietto aderendo a proposte che venivano dalla Val di Susa (ma non prese seriamente in considerazione dal movimento Notav, purtroppo!) non pensavo di scriverci un libro né uno spettacolo, o forse sì ma inconsciamente, pensavo a un’azione politica importante ed efficace, poi scoprìi che c’erano azioni simili in Belgio e Francia (testimoniate da pubblicazioni degli anni ’90 e inizio 2000) e poi ho scoperto fattivamente la tradizione delle autoriduzioni italiane “celebrate” in un libro uscito in Francia nel 2008, “Les autoreductions”, dovrei ricordare anche la casa editrice che credo sia di Ginevra. Nel frattempo mi imbattevo in “ostruzionismi” ideologici e immobilismi da parte di amici equo solidali milanesi e non solo (anche una di Pisa mi fece una ramanzina qualche anno fa, a Pisa appunto) e in nuovi legalitarismi all’interno stesso del movimento Notav della Val di Susa. Questo mi faceva riflettere molto, ma furono gli incontri (alcuni incontri in particolare con ferrovieri e viaggiatori), aneddoti e appunti che mi portarono a capire che io ero solo e dovevo valorizzare la solitudine, dimensione con cui deve fare i conti ogni uomo e ogni artista in particolare (lo scrittore, in un certo qual modo, è sempre un esiliato, dice Cioran).

La mia amica Valentina Gaglione mi diceva che dovevo farne uno spettacolo, ma io esitavo, poi cominciai a leggere ad alta voce il testo di “Amico treno non ti pago”, e nacque così, prima al Mezcal di Collegno, poi a Campofico occupato, vicino Siena, Amico treno non ti pago, era l’autunno inverno del 2009. Per memorizzarlo non è stato difficile, erano tutte cose che mi appartenevano, molto autobiografiche e comunque scritte da me. A differenza del primo monologo che avevo scritto, Lu jurnu di tutti li santi, che aveva testi giudiziari come la Nota all’arringa contro Marco Camenisch e altre cose che riguardano la vicenda giudiziaria di Camenisch. Anche Milano chimera, il secondo che ho scritto, contiene parti che ho preso da riviste e da libri, lettere dal carcere ecc..

I miei spettacoli nascono da un’esplosione, dall’urgenza di raccontare qualcosa e qualcuno e anche una parte di me che grida e non puoi contenere ed è importante ascoltare questo grido, allora scrivo e do in pasto quello che scrivo, a volta urlando e raccontando e il teatro di narrazione mi permette tutto ciò, poi il mio è uno stile “urlato”, da cantastorie, come mi disse una volta Giorgio Simbola del Lazzaretto Autogestito di Bologna dove facevo le prime prove del mio primo monologo (Lu jurnu di tutti li santi) nell’estate autunno del 2007.

Il fil rouge è l’”insurrezione”, ma una insurrezione metafisica, oltre che fisica e politica. I primi sono più politici in senso “militante” del termine, parlano di carcere, antifascismo, insurrezione individuale e collettiva, ma sempre con uno stile poetico e mai retorico o ideologico (penso a Milano chim era e Lu jurnu di tutti li santi e Amico treno non ti pago). E qui vorrei aprire una parentesi. Io fino a dieci anni fa posso dire che non ero quasi mai entrato in un centro sociale né in una casa occupata o squat anarchico che dir si voglia. Ho iniziato in Val di Susa un percorso di “stare dentro” un movimento di lotta popolare o quanto meno vederlo dal di dentro. Da allora in poi mi sono confrontato anche aspramente, ingoiando bocconi amari e delusioni pesanti, e da ciò ho capito che solo l’individuo che si assume la propria responsabilità individuale fino in fondo tocca le punte di verità e di libertà, pericolose e doverose per poter dire di aver vissuto, Cioran lo dice meglio questo concetto: << solo il poeta può permettersi di parlare a nome del proprio io, solo lui si assume la responsabilità del proprio io >>, magari le parole sono diverse, credo si trovino nel libro di Cioran Squartamento. E’ una condanna e una benedizione, non è un privilegio e un motivo di vanto, è una sofferenza assicurata, ma anche limpidità e purezza, libertà anzi liberazione coerente e trasparente, dolorosa ovviamente. Sempre Cioran dice: << sii libero, rimarrai solo, e assaporerai il sapore dell’ignominia >>.

Poi mi sono confrontato con amici anarchici o notav o che hanno fatto diversi percorsi in centri sociali e case occupate ecc. negli anni ’90, quando io “giocavo con Roberto Baggio” (fino a metà anni ’90 seguivo il calcio, mai da tifoso, ma neanche schifato, nel 1996 e soprattutto dopo ho avuto il rigetto, poi rielaborato .. con la canzone “Io che non sarò mai Roberto Baggio?!”). Ebbene devo dirti che ho trovato sempre o quasi sempre dogmatismi incoscienti, e ho riguardato i dogmi cattolici e li ho trovati coerenti e sensati, o comunque più coerenti e sensati di tanti altri dogmi incoscienti di aree anarchiche o comuniste o equo solidali o alternativiste o altro ancora.

Io ho scritto un monologo teatrale su Marco Camenisch, che è un anarchico ecologista ma io vengo da una formazione che potrebbe sembrare lontana da quella sua, ma ci sono molte cose comuni, slanci e ispirazioni, il libro “Cinque anarchici del sud” è stato scritto da un obiettore di coscienza della Caritas! Questo per dire che la lontananza e il distacco da movimenti e gruppi politici o militanti “giovanili”, può essere una ricchezza che ti aiuta a guardare la realtà con distacco e a raccontarla quindi senza fanatismo ma senza neanche “neutralità”. Io ho sempre pensato, soprattutto da quando ho letto Don Milani, che è fondamentale schierarsi nella vita, dalla parte degli oppressi ovviamente, ma per raccontare occorre una giusta dose di distacco. Conosco persone che da anni vivono o frequentano i presidi Notav ma se gli chiedi delle cose, da profano, non sanno dirti nulla se non con linguaggio sloganistico che o allontana o ti fa capire poco a te che non sei mai stato in certi ambienti e certi luoghi. Un linguaggio autoreferenziale, spento. Una volta, dopo che ho raccontato “Lu jurnu di tutti li santi”, un ragazzo molto giovane mi ha detto che avrebbe voluto abbracciarmi mentre raccontavo certe cose, più di una volta, in Algeria, in Belgio e in Italia, ho visto persone piangere durante e dopo un mio spettacolo, vuol dire che le mie parole e il modo di raccontare quei fatti hanno toccato corde profonde, credo sia questo l’importante, l’essenziale, poi certo i contenuti e lo stile è importante, ma non devono travalicare l’immediatezza emotiva del racconto. Queste sono cose che ho appreso cammin facendo spontaneamente.

Per quanto riguarda quello che ti dicevo sull’insurrezione “metafisica”, diciamo che questa dimensione arriva a partire dal 2008 e 2009, con la scrittura del monologo in francese “Déraciné comme Cioran”, è il mio primo monologo “comico”, cioè che fa ridere e sorridere .. anche se parla di suicidio, di Dio, e di arte di vivere da artista! Alla maniera di Cioran però! Con un’ironia e autoironia caustica e paradossale, com’è nello stile di Cioran. Infatti molti testi del monologo sono ovviamente parole di Cioran, spesso aforismi che io cucio insieme a un discorso, appunto un monologo .. “Déraciné comme Cioran”, cioè Straniero come Cioran, anche se letteralmente sarebbe “sradicato”, ma in italiano non rende. Così nel racconto Cousins d’Algerie frères de kabylie / Cugini di Algeria fratelli di Kabylia, (scritto e interpretato in due lingue) e poi in “Io sono padre Pio”, ma anche in “La lega la mora e le more” e in “Alla Maddalena”, l’elemento comico o giocoso ed esilarante è molto presente, molto di più dei primi monologhi, in cui si parla di argomenti politici e che concedono pochi spazi alla comicità. Anche se io per comicità intendo quasi sempre “tragicomico”, comunque risate amare e mai sguaiate o di divertimento fine a sé stesso o tipo cabaret (quando dico cabaret in senso spregiativo mi riferisco a quello di oggi, modello Zelig degli ultimi anni, perché fino a vent’anni fa o anche meno esisteva un cabaret di un certo livello, penso a Maurizio Milani o a Paolo Rossi e altri cabarettisti milanesi del programma “Su la testa”, risalente all’ormai lontano 1992!) o comunque di evasione. Per esempio l’anno scorso ho partecipato al Festival della Paesologia ad Aliano, un festival un po’ ambiguo per certi versi, per serietà e coerenza organizzativa, ma tutto sommato con degli scenari molto belli e suggestivi. Mentre cantavo la canzone “Mi scantu di jurnu di un pastore errante siciliano” sento ridere in modo sguaiato un gruppetto di persone, magari divertite, ma le loro risate, e poi gliel’ho fatto notare, erano tipiche di chi ti sta prendendo in giro, o perché pensa che quello che racconti è fiction, cioè non vero, o perché non coglie la dimensione tragica di quello che stai raccontando: e cioè il pericolo, la miseria, l’amarezza e la tristezza di una campagna siciliana funestata da soggetti delinquenti e mafiosetti che in fondo, come dici tu, io sono riuscito a poetizzare e raccontare con il sorriso, ma un sorriso amaro, anche perché tutto quello che c’è dietro e dentro a quella storia è penoso e doloroso, quindi non è adatto né rispettoso ridere in modo sguaiato di tutto ciò. Infatti quando capita che la canto spesso chi ascolta e mi vede cantare ride ma in modo “amaro” e direi anche poetico, solo allora mi capitò di cogliere quella “sguaiataggine “ e glielo feci notare. Alla domanda “Come raccolgo il mio materiale” rispondo: “in modo selvatico e coltivato”, in modo informale, apparentemente casuale, ci sono cose che penso e poi vedo che ritornano e mi bussano dentro, per esempio Io sono Padre Pio è stata una “chiamata”, cioè è una cosa di un’importanza storica e politica enorme, lo dice il fatto che Sergio Luzzatto ci ha scritto un libro di più di 400 pagine, dal titolo “Padre Pio, miracoli e politica nell’Italia del ‘900”. Poi nel 2004 nel mio paese una macchia di umidità è stata “scambiata” per il volto di Padre Pio, e io un po’ ce lo vedo, ma io sono poetico, faccio viaggiare l’immaginazione, trasfiguro la realtà, comunque l’immagine, un po’ sfocata, un po’ vaga, c’è, e ci furono soprattutto centinaia di persone che per alcuni mesi costruirono o visitarono un santuarietto “alla sudamericana”. Io ho visto tanta miseria in tutto ciò, tanta irrazionalità, sono stato offeso e ferito dal fatto che un paese come il mio con una storia antica e “nobile” (nel senso lato e metaforico del termine) si sia ridotto in questo stato, ma poi mi sono chiesto: che cosa c’è dietro a tutto ciò? A livello politico, a livello di politica del Papa di quegli anni (nel 2004 e soprattutto nei decenni precedenti c’era stato Woityla) a livello profondo, e in generale ho visto che le “macchie di Padre Pio” apparivano anche a Brescia e in altre città del nord, e che in Toscana e in Emilia, almeno fino a cinquant’anni fa, c’erano i nuclei più numerosi di devoti a Padre Pio. Allora ci sono schemi e cliché da rivedere, cose da raccontare partendo da padre Pio!?

Sono contento che ci siano spunti comici che rendono il racconto molto più vivace, così come in Alla Maddalena, lì è la quotidianità, il vissuto, la critica e l’autocritica che fanno ridere, ed è bello. Anche lì sono vissuti di delusioni e amarezza e anche rabbia per certe derive di mediocrità e di abbassamento di livello, che fanno ridere, e danno un senso al mio percorso molto “distaccato” che può raccontare con partecipazione ma senza troppa retorica e soprattutto segnalando giocosamente punti deboli di movimenti politici popolari come quello Notav della Val di Susa e non solo. Anche quel racconto nasce dalla “distruzione” di certezze e da un allontanamento un po’ schifato e un po’ amaro da un movimento. Ma credo sia quello che dovrebbe succedere a tutti noi, avvicinamento, allontanamento e poi ritorno a guardare e a vedere con distacco.

Decido di darlo in pasto agli altri (mi piace questa tua espressione che anche io utilizzo spesso) quando capisco che c’è una maturità, quando c’è stato un tempo di sedimentazione (tutti i miei spettacoli nascono dopo anni di osservazioni e frequentazioni di luoghi e persone, così come i libri, almeno la pubblicazione, per quanto riguarda i libri, avviene anche dopo cinque o dieci anni della scrittura) e quando sento da parte di chi ascolta che c’è un’attenzione piena e un apprezzamento dell’esposizione che mi fa vedere negli occhi di chi ascolta meraviglia o comunque attenzione e ascolto intensi. E poi ovviamente, la necessità di proporli mi aiuta a non perdere troppo tempo, visto che vivo dei miei spettacoli, anche perché io ho “perso” molto tempo all’origine, e qui si torna al discorso di “Che nessuno cerchi di vivere senza aver fatto l’apprendistato di vittima”, che sviluppo nei racconti del libro “Aspirante artista”.

Ho perso molto tempo anche perché, sia per un’esigenza di consapevolezza piena, sia per tentativi ed errori, dopo la laurea ho fatto un po’ di cose che mi hanno “sviato” dall’attività della scrittura e della ricerca “antropologica e politica”, come la chiami tu. Ovviamente è stato un percorso importante che poi ho valorizzato nei miei scritti e racconti successivi, però per esempio stare quattro anni a tentare di capire se è possibile vivere di quello che potevo produrre in campagna, un po’ rallenta certi percorsi, ma è parte di un percorso che come dicevo poi è diventato “poesia e romanzo”, o lo diventerà, la canzone “Io le mandorle non le raccoglierò più” ma anche “L’ecovillaggio” esprimono un po’ giocosamente e fortemente tutto ciò. Poi c’è stato un paradossale conflitto di “espressioni artistiche” dentro di me, e cioè il passaggio tra vivere con i ritratti che facevo e vendevo per strada e gli spettacoli e i libri e i cd che auto produco è stato lento, e a volte “costoso”, per esempio non mi potrò perdonare facilmente di aver rifiutato di andare a fare uno spettacolo in Veneto a Vicenza, nel settembre del 2009, quando abitavo a Genova, per allestire una mostra di miei quadri (soprattutto ritratti) che mi costò un occhio della testa se ci penso, sebbene parliamo di cifre minimali, e quindi 70 euro per il rinfresco, senza aver venduto neanche un quadro ovviamente! Sono tentativi ed errori che si fanno e va bene così, in compenso da lì sono nate altre cose importarti per il prosieguo del mio percorso di scrittore narratore teatrale, la prima e più importante di queste è stato l’incontro con Antonio Carletti.

Con te, bisogna stare attenti a quello che si dice, perché qualsiasi cosa potrebbe essere utilizzata in un tuo spettacolo. Non è una mia invettiva ma una tua peculiarità.

Qualche anno fa hai deciso di tornare in Sicilia, nella casa dei tuoi nonni, immerso in un paesaggio bucolico, bellissimo, lontano dalla civiltà e dalla sua frenesia. Ogni passo di quella strada sterrata potrebbe essere scandito da un tuo ricordo. E ci sono, molti aneddoti che potresti raccontare, o che probabilmente hai già decantato e portato in scena.

Ricordo ancora il giorno in cui venimmo a trovarti. Eri affaticato. Hai iniziato a narrare con una sorta di litania “della pecora e del pecoraio”, della sua decisione di utilizzare il tuo pezzo di terra e la tua casa, come fosse il suo pezzo di terra e la sua casa. E nel tempo, sono successe molte cose: ti ha lasciato una carcassa morta tra l’erba, ti ha rubato la bombola del gas, la macchina fotografica, ha preteso che tu scrivessi una canzone su di lui. E tu? Lo hai fatto. Hai assecondato una sua follia per trarne vantaggio, così come lui aveva fatto con te, cercando di rivenderti i tuoi oggetti, cercando di convincerti che quella non era un luogo per te. Ed è di questo nuovo medioevo, che vorrei parlare.

Quali sono secondo te le cose che differenziano ancora oggi il sud Italia dal nord e quali le similitudini?

Quello che dici sul mio “utilizzare” le cose che si dicono nei miei spettacoli è provocatorio al punto giusto. Nel senso che mi permette di dire una cosa di fondo: io uso la realtà come dovrebbe fare ogni artista, e molti artisti lo fanno, ma non fino in fondo, soprattutto negli ultimi anni in cui c’è stata un’invasione e un predominio della fiction o del docufiction a scapito del racconto della realtà. La letteratura e il cinema, così come la televisione, si sono sempre più allontanati dalla realtà per mancanza di coraggio, di responsabilità e per fare più “evadere” il pubblico dalle cose che dovrebbero essere raccontare e capite, così aumenta l’alienazione. Nella fattispecie penso al progetto dei Cantacronache, a Pasolini, alla rassegna “La paura mangia l’anima” alla quale ho partecipato nel 2006, organizzato da Sebastiano Pennisi, Alessandro Aiello, Sebastiano Gesu, Livio Marchese, tutti registi e documentaristi e critici cinematografici che mi hanno aiutato a capire l’importanza di raccontare la realtà senza fiction, la rassegna si chiamava appunto “rassegna di audio e video non fiction”. Poi ci sono cose che io utilizzo per liberarmi da un’oppressione interiore, forse la tua preoccupazione si riferisce più alle canzoni che scrivo per cose apparentemente “spicciole” (amici, donne, disavventure e delusioni per luoghi e contesti politici e falsamente innovativi o rivoluzionari), ma questo l’ho imparato, per quanto riguarda il teatro di narrazione, dal primo monologo che ho visto, e cioè “Da faro a faro”, di Alessio Di Modica, che raccontava il suo viaggio da Augusta a Genova nei giorni del G8 del 2001 fino alla morte di Carlo Giuliani e “utilizzava” il fratello di Alessio che era andato con lui a Genova, e le telefonate che si facevano durante il viaggio perché uno era partito prima e l’altro dopo. Un esempio lampante è la canzone di cui tu parli, e cioè “Mi scantu di jurnu di un pastore errante siciliano”. Io ho avuto paura e ho paura a cantare questa canzone, anche se non faccio il nome, ma so che devo farlo, per liberarmi di quella paura e di quell’esperienza! Però per la precisione devo dirti che mi ha lasciato una pecora moribonda e che io ho visto morire e poi sono andato a portarla lontano perché diventasse una carcassa lontano da casa mia! E poi la bombola non posso essere sicuro che l’abbia rubata lui, mentre per la macchina fotografica sono più “sicuro”, e la cosa più divertente è il furto su commissione che voleva fare, e cioè prendersi la panca di legno che io avrei dovuto lasciare fuori su .. ”ordinazione”.

La cosa che rende più malinconico e tragico il tutto è che un mio amico, Fabrizio Lunetta, l’anno scorso ha realizzato un documentario sui pastori del mio paese, si chiama Manniri il documentario. Io non l’ho visto, ovviamente ha messo in risalto più gli aspetti “bucolici” e “folklorici”, cioè presumo, nel senso che la complessità che viene fuori nella mia canzone non viene fuori minimamente dal suo documentario e ancor meno dal libro di fotografie che un altro mio compaesano, Filippo Arena, ha realizzato, dove trovi il pastore fotografato in pose quasi da foto modello. E non dico che il documentario e il libro sono poco attendibili o poco legati alla realtà, ma solo fatti con un’impostazione diversa. La mia è un’impostazione “subita”, non avrei mai scritto una canzone su un pastore delle mie parti, ma al tempo stesso l’esperienza vissuta mi ha fatto raccontare questa storia antropologicamente molto bella e importante, e al tempo stesso vera e cruda. Direi anche crudele, e col sorriso poetico tutto diventa accettabile ma la consapevolezza rimane, ed è la consapevolezza di quello che tu chiami “medioevo”, e cioè qualcosa che sta sotto, un po’ è anche in “Io sono Padre Pio”, il bisogno di irrazionalità, di miracolismo .. quasi medievale! Però tutto ciò mi è stato tirato da sutta li soli di li scarpi, cioè sono stato provocato .. dalla realtà e dall’esperienza a tirar fuori qualcosa di sepolto e di inimmaginabile per certi versi. E’ tutto così troppo bello e terrificante insieme, così orrendo e meraviglioso, come la vita, come la realtà, come l’uomo, come la natura!? Voglio ricordare che Fabrizio è morto suicida a dicembre dellanno scorso e proprio mentre scrivo si sta svolgendo una retrospettiva Con gli occhi di Fabrizio a Enna, 18 febbraio 2015!

Comunque, io seguendo Ivan Illich, ti direi che siamo in un nuovo medioevo o forse semplicemente in un’epoca di alienazione enorme, che poi il medioevo al di là dei cliché aveva molte più vitalità e liberazione di quanto ne abbiamo oggi, considerate le “evoluzioni” tecnologiche che ci sono state. Per esempio nel Medioevo uno era padrone della propria vita: non esisteva il lavoro salariato, certo esisteva la schiavitù, ma il lavoro salariato visto con gli occhi degli antichi è come o peggio della schiavitù! Però allora chiunque sapeva gestire le proprie ansie interiori (come diceva Illich) partendo dal contatto diretto con la realtà, con la natura. Oggi la dipendenza dalla tecnologia e dalle Istituzioni ci ha resi molto più “schiavi” di come non eravamo fino a duecento anni fa o anche fino a cinquant’anni fa, quando per esempio non c’erano le automobili di massa e si viaggiava in autostop e si condividevano tante cose. Quello che succede oggi è “terrificante”, per usare le parole di Illich, per non parlare delle conseguenze sulle persone, la mancanza di socialità, di vita di strada e nella strada, uno che è morto cinquant’anni fa e avesse la possibilità di tornare a vivere credo che vorrebbe .. tornare a morire! Perché probabilmente direbbe che questa vita di oggi è un inferno! E quindi torniamo al pastore, in confronto allo schifo di questo “inferno” è divertente, è vero, e anche teatrale!

Il sud dell’Italia è vero, crudo, ma vitale, ribelle. Il nord è quasi spento, rigido, ha bisogno dei paletti se no non va avanti, e spesso scambia questi paletti per regolarità e legalità. Il legalitarismo ha invaso molta parte della nostra vita e dei nostri animi, soprattutto negli ultimi vent’anni. Ultimamente, dopo tanti anni che vivo al nord e al sud, sono arrivato a queste conclusioni. Il nord è finto, appunto, tendenzialmente depresso. Ultimamente ho osservato certe cose in Toscana ma anche a Torino, a Milano, al sud io ci abito da poco, paradossalmente. Un po’ di anni fa, era il 2009, per la prima volta feci un’osservazione di questo tipo: due napoletani che abitano al nord, e lavorano anche all’interno delle Istituzioni, tutti e due incontrati su un treno, uno su un treno tra Bologna e Firenze, un altro tra Ventimiglia e Nizza, mi fecero due testimonianze illuminanti: sia l’uno che l’altro mi raccontavano di esperienze di insubordinazione al pagamento del biglietto del treno e anche del pagamento dell’albergo (uno di loro mi disse che era andato via da un albergo di Nizza senza pagare, era arrivato da poco in Francia e non aveva soldi!) Io a pensarci mi viene l’ansia, non saprei farlo, di andare via da un albergo senza pagare e lasciando la carta d’identità come aveva fatto lui. Poi, alla domanda di come reagirebbe (o aveva reagito) il padre quando gli era arrivato da pagare l’albergo a casa sua a Napoli, il tipo (i fatti che mi raccontava risalivano agli anni ’80 o primi ’90) mi disse che il padre diceva “Non è più residente qui, è maggiorenne quindi non vi pago!”. Questo è interessante anche per misurare la velenosità e la pochezza di mio padre che senza aver mai pagato una mia multa anche perché non arrivavano a casa sua perché lui è separato da mia madre da trent’anni, si era permesso un po’ di anni fa di farmi pesare il fatto che non pagavo il treno per via di qualche multa (una o due) che erano arrivate in una casa disabitata e che lui aveva saputo che erano arrivate o forse le aveva ritirate lui alla posta, non so bene, ma conoscendo la tirchieria di mio padre so che non le ha pagate e le ha utilizzate per i suoi meschini giochi di colpevolizzazione e giustificazione della sua iniquità nei confronti miei e delle mie sorelle per privilegiare solo mio fratello maggiore, suo accolito (e questa è una storia un po’ personale e un po’ universale che ho provato a sublimare nelle canzoni Il rospo di mio padre e La sedia di mia sorella)

Tornando al coraggio dei due napoletani del treno (professionisti e che pagano il biglietto!), al nord vedo poche cose del genere, soprattutto presso gente giovane e alternativa e ideologizzata e politicizzata da cui ti potresti aspettare vitalità ribelle e insubordinazione. Adesso mi sta ospitando Isabella a Firenze, lei è di Cosenza, ci eravamo incontrati e scambiato per pochi minuti qualche parola quasi due anni fa, su un treno per Montecatini! (lei) io andavo a Lucca. E mi sta ospitando a oltranza e a scatola chiusa! Non è per avere preconcetti, ma se era di Firenze (poi l’eccezione conferma la regola!) col cazzo che mi avrebbe ospitato così liberamente!

Giorni fa parlavo con amici di Caserta che sono stati almeno sei anni a lavorare vicino Pisa, e mi dicevano una cosa significativa, un po’ anche per scherzo ma antropologicamente importante: i toscani (parlo di Firenze, Siena, Lucca, città che più conosco) sono tendenzialmente chiusi, fatta eccezione per una coppia di amici di Lucca molto ospitali, ma non vorrei ridurre il discorso all’ospitalità. I toscani, dicevamo, oltre la facciata di gente di compagnia (e comunque è vero, sono buontemponi e questo è bello) sono molto campanilisti, e il mio amico mi diceva che è per via del fatto che hanno sempre costruito muri per difendersi dal nemico storicamente, infatti intorno a molte città toscane ci sono ancora le antiche mura, mentre al sud per affrontare il nemico, vuoi per via del mare o altre ragioni storiche, abbiamo dovuto fare di necessità virtù: non muri ma altre forme di difesa, anche armata, anche “accettazione” di chi arrivava per colonizzarci (penso soprattutto alla Sicilia) e quindi si è sviluppata una forma di ospitalità diffusa, sacra e comunque un’apertura a svariate forme di “difesa”, e quindi anche vitalità, vivacità, insubordinazione .. fantasiosa!

Comunque io ho grandi amici al Nord, pochi ma buoni, però spesso riscontro questa “ricerca” di paletti che rende i vissuti di queste persone .. poco fantasiose ecco! Poi sempre parlando di Caserta ho scoperto un’altra cosa, e cioè che ci sono vissuti anche tra Campania e Sicilia differenti, sono sfumature, ma importanti, per esempio in Sicilia ho notato che si dà molta più importanza alla parola data rispetto alla Campania o ad alcune zone della Campania!

Sei una sorta di pellegrino, di nomade, di viaggiatore indefesso. Vuoi per la tua formazione cattolica, vuoi per la tua indole “francescana”, il viaggio è anche la linfa vitale del tuo lavoro, la tua musa ispiratrice. Come tutti gli artisti, la stasi non è un tuo problema. E rimanendo su queste che sembrano essere delle vere e proprie transumanze, vorrei chiederti: qual’è il tuo rapporto con la bicicletta e quale, quello con i tuoi sandali?

Per quanto riguarda il mio essere pellegrino e nomade, e i legami con la mia formazione cattolica e indole “francescana”, tu mi provochi sempre al punto giusto. Come ti accennavo prima, a proposito di Cioran, ti parlerei un po’ del concetto del sentirsi “apolide metafisico”, ma intanto ti dico due cose sul mio percorso che mi ha portato a viaggiare tanto ma poi non più di tanto, nel senso che viaggio intensamente più che nelle lunghe distanze. Io fino a dieci anni fa devo dirti che avevo viaggiato pochissimo, “chiuso” tra l’Università a Milano e i ritorni frequenti alle origini, e cioè a Pietraperzia. Poi mi sono sbloccato, e devo dirti che ci ho messo un po’ di tempo, e in questo mi ha aiutato l’arte del cantastorie e cioè la possibilità e la curiosità di esplorare il mestiere di scrittore e cantautore. Da qualche parte ho già detto che per me “riuscire” dalle mie radici è stato, come per tutti, doloroso e liberatorio. Considera che fino a dieci anni fa, io ero ancora dentro la “sindrome del Mulino Bianco” o “dell’Ecovillaggio”, e questo sarà materiale per il mio prossimo romanzo che sto cominciando a scrivere ma in francese! Il mio primo racconto pubblicato da Stampalternativa si intitola “Acqua cavalli e noci” e lì c’è la traccia di un mio vissuto che rischiava di essere troppo radicante, oltre che radicale! E qui c’è un elemento importante, a livello generale, per quanto riguarda una tendenza struggente a tornare alle origini che in ognuno di noi è forte, soprattutto fra quelli più ingenui (quindi poetici o fricchettoni – dipende dalla piega che uno poi prende) e io oggi ne vedo tanti di rintanati e di ingabbiati in questa situazione, pensa a molti intrippati con le mode dell’eco-villaggio che spesso prende delle pieghe troppo “narcisistiche” che portano al modello “caserma” o “monastero” e molti non se ne accorgono semplicemente perché non vogliono assumersi una responsabilità individuale fino in fondo. Forse la cosiddetta “crisi” aumenta e amplifica il numero e l’intensità di persone che vogliono tornare “alle origini” in modo passivo e narcisistico.

Nel mio libro Sud e ritorni (praticamente inedito per via di un editore stronzo che prima disse sì e all’ultimo momento si tirò indietro, come fanno tanti editori..stronzi!) scritto dieci anni fa e che è una rielaborazione della mia tesi di laurea, c’è già un accenno a questa mia fase che vedeva gli emigrati che tornavano dalla Svizzera o da altrove come un’orizzonte “ecologico” importante, perché mi concentravo su una famiglia che era tornata dalla Svizzera nel mio paese e durante l’estate abita in una casa di campagna, però accennavo anche all’autoesclusione di certi nuclei di tedeschi “fricchettoni” (detto da loro stessi) che negli anni ’80 erano arrivati nelle campagne vicino Piazza Armerina e ora ne sono rimasti pochissimi e spesso isolati o comunque poco comunicativi, a parte qualcuno di loro che si è aperto un po’ di più al territorio. Ecco devo dire che purtroppo questa retorica modaiola del ritorno alla campagna ha avuto e continua ad avere una “letteratura” falloccona, come il libro di Sabrina Calogero, “Terra: un’altra vita in campagna è possibile”, così come “Vivere senza padroni” di Stefano Boni (Elheutera, una casa editrice libertaria!) che celebrano o millantano sovversioni a partire dalla campagna toscana a colpi di macchine scassate, canne e rituali conviviali del genere (questo soprattutto il libro di Boni), come il libro di Daniel Tarozzi “Io faccio così” (Chiarelettere), un po’ più complesso degli altri ma sempre concentrato sulla campagna e sull’ecologia facile come forme di cambiamento possibile e rivoluzionario. Questo per dire un contesto generale.

Io quindi, e scusa se ho fatto questa parentesi lunga, sono uscito da queste circuiti, mentalmente e fisicamente, da pochi anni, forse meno di dieci anni, e questo mi ha aperto la dimensione del pellegrinare. Ma ancora una cosa: io viaggio, come ti dicevo, intensamente, perché viaggio con i mezzi pubblici, anche senza biglietto (sul treno soprattutto) e anche in autostop (questo fino a un po’ di anni fa ora sempre più raramente) e quindi vivo il viaggio vero, quello che si poteva sperimentare fino a pochi decenni fa, e che, in modo terrificante, è stato eliminato dalla strada e anche un po’ dall’immaginario! E’ una cosa veramente terrificante questa se ci pensi. Quindi è ovvio che i viaggi diventano spunto per la narrazione perché sono vite incontrate viaggiando, nella lentezza di un viaggio in treno (anche questo sempre più minacciato dai treni ad Alta velocità, meno “comunicativi di quelli regionali o espressi o Intercity sempre meno presenti).

Per tornare al discorso dell’inizio, e magari concludere, volevo dire che la coscienza e il dolore dell’emigrazione dei miei paesi (che ho visto in modo traumatico in Belgio anche perché ci ho fatto una tesi di laurea) mi ha portato prima a chiudermi nel mio “eco villaggio” immaginario per non dover viaggiare più, e poi, superato il trauma, ho ripreso la strada, il cammino di liberazione e di comunicazione! In tutto ciò la bicicletta e i sandali hanno avuto e hanno un ruolo non indifferente: la leggerezza, il contatto diretto con l’aria e la terra, per gli aneddoti sui sandali rimando un po’ ad alcuni pezzi del mio spettacolo “Alla Maddalena”, e al mio racconto scritto nel 2008 “Io e i miei sandali”, per la bicicletta rimando al mio libro di prossima (e speriamo entro il 2016) pubblicazione “I diari della bicicletta”, che dovrebbe comprendere anche il diario della tournée in bicicletta per Marco Camenisch.

Negli anni le tue tournée sono giunte in Canada, in Francia, in Belgio, in Algeria. E sicuramente saranno state tutte esperienze diverse, per natura etnica e culturale. Ognuno di esse avrà avuto una sua motivazione, un suo spettacolo che raccontasse la tua geografia, la tua memoria, la tua visione della vita e di quello che essa ci offre. Una sorta di svelamento, ma anche un confronto con l’altro, con la diversità, con la moltitudine di questo pianeta e dei suoi abitanti. Ed in tutta questa amalgama di incontri, il teatro.

Nelle tue esperienze come viene visto, quest’ultimo, nei rispettivi paesi? Da cosa si differenzia nel suo utilizzo e nel suo motivo di essere o sopravvivere, dalle nostre realtà? Il teatro è ancora al centro delle agorà o è oramai obsoleto?

Sulle mie esperienze e i miei spettacoli in Algeria, Francia e Belgio, posso dirti che effettivamente la differenza tra nord e sud un po’ ritorna, nel senso che in Algeria, e per la precisione in Kabylia, come racconto nel mio spettacolo “Cugini di Algeria”, c’è forte il legame con la realtà ancora in chi fa teatro lì o comunque è forte il richiamo alla realtà politica dell’oppressione, per quanto riguarda la Kabylia, e questo l’ho visto lì quando sono andato la prima volta e anche al festival Racconte arts 2013, lì è ancora vivo e forte il ricordo e quasi il culto di Matoub Lounès, un cantautore berbero trucidato nel 1998 da un commando militare (integralisti islamici ma non si esclude la connivenza con il potere centrale algerino). Matoub era stato sequestrato dagli integralisti nel 1996 credo, o forse nel 1994, lui cantava in berbero e si rifiutava di cantare e forse anche di parlare in arabo, perché la lingua berbera come tu sai – o forse no, io l’ho scoperto lì tre anni fa -fino all’inizio degli anni ’80 era “vietata” in Algeria, quindi la sua era una scelta politica contro il potere centrale algerino e contro l’arabizzazione a questo potere collegata. Quindi c’è questo elemento importante lì che io ho riscontrato e che mi ha rievocato i cantastorie siciliani e Ignazio Buttitta che scriveva in siciliano ed era un poeta popolare per certi versi simile a Matoub Lounès. Cantava la miseria del popolo siciliano per indurlo alla rivolta al potere centrale di Roma (questo sentimento era molto vivo ancora fino agli anni ’50 nelle poesie e nelle canzoni di Ignazio Buttitta cantate da Rosa Balistreri, per esempio “La Sicilia avi un patruni” ecc.).

In Francia ho trovato molta apertura ma poca apertura vera e profonda, anche se ci sono molti spazi aperti, però poco valorizzanti in generale, e poi c’è l’elemento che devi essere “artista istituzionalizzato” per avere accesso a certi spazi e soprattutto allo “statut d’artiste”, dove ti danno anche un sussidio cospicuo ma per arrivarci ti devi fare regolarizzare ecc.. Un percorso comunque deprivante per certi versi.

In Belgio invece ho visto più apertura e anche più sostegno concreto anche se non sei artista “istituzionalizzato”, ma ci ho fatto poche cose rispetto alla Francia per poter fare un discorso “panoramico”. Di una cosa invece mi sono accorto, per quanto riguarda il teatro e soprattutto quello di narrazione, e cioè che sia in Francia che in Belgio e un po’ anche in Algeria, è sviluppato un filone e c’è una tradizione del “conte”, cioè il racconto un po’ fantastico un po’ epico, ma comunque spesso lontano dalla realtà attuale e politica, mentre in Italia la tradizione dei cantastorie che arriva fino a Dario Fo e poi al teatro di narrazione, privilegia la realtà, magari affabulata, ma sempre “non fiction” e quindi a suo modo politica. Nei paesi francofoni di cui sto parlando, nei festival du conte e cose così, il racconto come “théatre-recit”, cioè teatro di narrazione come lo intendiamo noi in Italia, è molto poco presente.

Nei nostri scambi, abbiamo spesso parlato di strutture teatrali, di direttori artistici, di festival, di denaro pubblico. Qual’è la tua esperienza in proposito e quali sono le cose che secondo te funzionano e quali invece, andrebbero gettate e rifatte di sana pianta?

A questa domanda risponderei dicendo che un po’ di cose le ho già scritte nel libro Poveri poeti e pazzi, un po’ le hai scritte tu nella Lettera ai Direttori di teatro, comunque quello che vedo e penso io è che a livello istituzionale, in Italia almeno, ma è un po’ dappertutto così forse con accenti e sfumature diverse per ogni paese, credo che ci sia veramente poco da salvare per quanto riguarda le strutture teatrali, festival e denaro pubblico. Ho partecipato al Festival di Sant’Arcangelo nel 2009 nella sezione Immensa, teatro all’aperto, diffuso, immediato. Credo che quello sarebbe un orizzonte da valorizzare e da aprire il più possibile, però dando anche sostegno economico agli artisti che si vogliono esprimere in tal senso, qui invece è al contrario, in quel caso non fui pagato e neanche ospitato, figurati a che livello siamo. Avevo dormito fuori quella notte, anzi due notti! A quel tempo ero più avventuroso ma comunque tutto ciò rende l’idea del livello di valorizzazione da parte delle Istituzioni! Io credo che per certi versi sia vero quello che diceva l’autore del libro “Breve storia del teatro”, e cioè che il nuovo teatro nascerà nelle case, ognuno se lo costruisce dove vuole, ed è quello che facciamo anche noi da anni ed è anche quello che hanno fatto Laura Curino e altri che hanno iniziato così a fare teatro di narrazione in Italia negli anni ’80.

Qual’è il tuo rapporto con i soldi?

Il mio rapporto con i soldi è quello di chi si cerca la disperazione e vive di e in “Pani picca e libertà”, come il titolo del mio ultimo cd appunto! E non per farmi pubblicità, ma effettivamente l’ascetismo che permette la vita da artista è ben più potente di quello di un monaco, perché oltre a vivere da monaco (ma senza voti!) ti permette di insorgere ed entrare negli aspetti cruciali della realtà, in modo quotidiano e profondo. Thoreau diceva che la povertà volontaria è un punto di osservazione meraviglioso e infallibile, Woody Gutrie scrive che per viaggiare tanto ci sono due modi: o avere tanti soldi o non averne per nulla e quindi viaggiare senza biglietto!, nel secondo caso si aprono mondi meravigliosi! La cosa che mi piace di più di quello che faccio è quella di “riprodurre”, non so c’è un concetto di economia di riproduzione, che è molto “femminile” (la riprendo dal sottotitolo del libro di Sara Ongaro, Le donne e la globalizzazione, domande di genere per una economia della “riproduzione”), non so se il concetto che voglio esprimere io sia questo o simile, ma quello che ho fatto negli ultimi anni non è stato aumentare i miei profitti, ma aumentare la “riproduzione” dei miei profitti, per esempio sono riuscito, coi soldi degli spettacoli, a stampare libri e cd autoprodotti che fino a pochi anni fa, pensavo che non sarei riuscito a farcela. È una questione di coraggio e di slancio “riproduttivo” che forse mi è aumentato con la cosiddetta “crisi”, che in realtà è un’occasione rivoluzionaria importante se ci permette di forzare gli argini e anzi, rompere gli argini dei nostri tentennamenti e paure di “valorizzarci”.

Da oltre cinquant’anni viviamo la crisi. Siamo nati con questo status quo, e forse, oggi più di ieri questa cosa è tangibile, riscontrabile ovunque. Tragicamente la famosa deriva, ha modificato il carattere di noi italiani, abituati oramai alla truffa e all’inganno. Il popolo, sé ancora esiste o sé ancora ha la necessità di essere definito tale, è annichilito di fronte a questa orda di sciacalli, a questo impoverimento culturale. Un modus vivendi deprecabile che sembra non offrire una via d’uscita. Ma forse mi sbaglio. Non tutto è perduto, non tutto può essere gettato via. Non ancora.

In questi giorni leggevo sopra un muro: << se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo >>. E seppur ridendo, ho pensato che non ci fosse niente da ridere, ho pensato a tutti coloro che si rassegnano, che si ingegnano nella disperazione fregando il prossimo. E ho pensato ad un mondo comico, grottesco, senza senso. E parlando di queste tre cose: cosa pensi dell’attuale classe dirigente? E quale dovrebbe essere l’atto rivoluzionario che ognuno di noi dovrebbe compiere ogni giorno?

Credo che “un atto rivoluzionario” sia assumersi la propria responsabilità individuale fino in fondo, e soprattutto uscire dai piccoli e mediocri e meschini orticelli che ci tengono incatenati al nostro narcisismo! Magari iniziando a leggere il libro di Cristopher Lasch “La cultura del narcisismo, la fuga dal sociale in un’epoca di disillusioni collettive!” Quando dici “noi italiani abituati alla truffa e all’inganno” mi viene da ricordarti una cosa che forse avevo scritto prima: fino a trent’anni fa eravamo esempio di insurrezione popolare in Europa, con le autoriduzioni e le occupazioni delle case e le lotte popolari ecc., di cui Dario Fo nello spettacolo “Sotto paga non si paga” e altri testi francesi che ho citato prima. Quindi un po’ mi offende e soprattutto, questa nostra visione un po’ mediatizzata dell’Italia truffaldina e ingannosa offende la nostra memoria. L’attuale classe dirigente mi pare avviata in una deriva legalitarista notevole, a Milano c’è un sindaco avvocato, a Napoli un magistrato, ecc., questa onda si è diffusa a partire da mani Pulite con il “mito” di Di Pietro che poi si è rivelato un falloccone, basti vedere l’”appoggio” alla Tav quando era ministro del Lavoro col governo Prodi, da lì sono provenute altre derive, Renzi per esempio è la deriva giovanilista, che neanche io me ne accorgo della sua ingannevolezza, nel senso che è veramente un abbaglio fortissimo, vedere il presidente giovane che non ci puoi credere che sia più vecchio di quelli che lui dice di aver rottamato. Mi basta pensare a quel trafiletto trovato su un quotidiano toscano due anni fa quando era ancora Sindaco di Firenze, quel trafiletto in cui si diceva che Renzi aveva inseguito una signora per le vie di Firenze per fargli la ramanzina per il fatto che la Signora aveva buttato una cicca per terra, e queste erano le “ronde del Sindaco Renzi in difesa della sua città”. Uno che ha avallato la Tav sotto Firenze, avalla la TAV in generale, che approva il decreto Sblocca Italia (che sblocca le peggiori devastazioni in materia di infrastrutture ecc.), che ha fatto come prima legge una Legge sulla casa che alimenta gli sgomberi e gli sfratti per chi non ha una casa! Così come ha fatto al tempo in cui era sindaco di Firenze per i campi rom se non sbaglio, per non parlare di altri inganni del suo governo. Continuare a guardare questi teatrini aiuta a tenersi svegli e a indicare le magagne nascoste dietro il marketing, ma non è facile farlo, la televisione è sempre più distraente e ammorbante, con la De Filippi in testa a scacciare ogni forma di pensiero libero o quanto meno critico e a distruggere il sistema emotivo delle persone, e non è sola! Cioè non è la sola a fare questo lavoro da dietro gli schermi!

Da poco abbiamo portato in stampa la prima edizione del libro “Poveri poeti e pazzi” presentato durante la fiera “Senza codice a Barre” tenutasi a Torino. Tutto questo ha ispirato la nascita di Dialoghi Resistenti, insieme ai progetti come “Il teatro Irregolare” di Garzella o il “Teatro Assente” dei QuotidianaCom o “Livello Zero” e altre attività urbane condotte da me e altri amici o dalla “Tv della crudeltà” di Raffaele Ferro (trasmessa in versione notturna per alcuni anni in un emittente locale e di cui ne lascia traccia anche tra noi, vedi Lavia e Lotringer) o dalle operazioni di Morganti sullo “Stato dell’arte”. Insomma una richiesta comune, che proviene da molte parti e che in molti luoghi vuole lasciare traccia e passare.

Tu sai bene che a causa di questo mestiere che mestiere non è, risulta a volte impossibile fare coincidere le cose .. poi c’è la famiglia, i figli, i vari progetti avviati, le tournée, le tasse, la vita, la gioia dell’ozio, i prati, i boschi, il sole, il mare, del buon vino, gli incontri, i ricordi, gli amici, l’amore .. insomma una quantità di eventi e status che a volte non ti fanno essere presenti nelle occasioni in cui serve. Ed è per questo che ti chiedo una forma di scusa per la mia assenza durante la fiera e la presentazione, ed è per questo (ed a questo punto del percorso) che vorrei avere un riscontro da te, avere una sorta di riassunto degli accadimenti, del già successo, del tracciato di questa esperienza.

Questa cosa mi fa apprezzare e valorizzare ancor di più la rassegna Senza Codice a barre e il libro nato insieme alla rassegna di cui tu sei stato coautore e collaboratore (Poveri poeti e pazzi). Dico questo perché in sé la rassegna è stata un boccone amaro da digerire, per quanto riguarda il comportamento di chi ha ospitato gli spettacoli e soprattutto di chi doveva ospitare le presentazioni dei libri) e all’ultimo momento se ne è “pentito” lasciandoci “in mezzo a una strada” (parlo della libreria Trebisonda, di Casa Mad ecc.), ma un po’ si sapeva, per i tempi stretti con cui abbiamo organizzato il tutto e per le caratteristiche di Torino (falsi e cortesi e finti alternativi e molto…”irresponsabili, senza voler generalizzare troppo ma per tracciare una linea di tendenza antropologica) di cui si accenna nel libro Poveri poeti e pazzi (perché già alcune cose io le sapevo e non avrei fatto mai a Torino una rassegna di questo tipo e soprattutto non mi sarei rivolto a certi soggetti) Ma mi sto dilungando, era per elaborare quello “schiaffo” e quel trauma, ma che in compenso ha prodotto altre cose, a parte il riallacciarsi di legami tra noi artisti presenti nel libro e non solo (molto bello il concerto di Davide Vietto al Johar, anche lì abbiamo dovuto penare per fargli dare i soldi, una miseria nella miseria, cioè pochissimi soldi e per farglieli dare ho dovuto alzare la voce!). Dico un grazie immenso a Ivan Catalano che ha reso possibile tutto ciò, sbattendosi e cercando spazi a Torino! E grazie a tanti altri che hanno collaborato, e comunque una delle cose che è nata da tutto ciò è una rinnovata collaborazione e collegamento tra di noi, con te, Davide Di Rosolini, Calogero Incandela, Antonio Carletti, Davide Vietto, Skulla, Ivan Catalano, Adele Corvo, Chiara e altri amici e amiche di Ivan. E soprattutto è nato il tuo slancio che ha superato le mie aspettative. Hai fatto una decina di interviste a persone che io sono curioso di conoscere e comincio a farlo attraverso i tuoi/vostri/nostri “dialoghi resistenti”. Io credo che sto libro vada pubblicato al più presto.

Invece volevo dirti che ho incontrato Giulio Bufo a Palermo tre settimane fa e sono stato contento di vedere il loro nuovo spettacolo (sono in due in scena). Lui mi ha fatto una domanda alla quale lì per lì non ho risposto, e vorrei farlo qui, mi ha chiesto perché ho avuto problemi con Maksim e Daria. Qui vorrei provare a rispondergli per prendere spunto dal mio incontro con Maksim e Daria anche per parlare di altre cose. E semplicemente dire quello che è successo, che è esattamente quello che non deve succedere a chi si dice artista indipendente o auto-prodotto o anche soltanto artista, e cioè chiudersi nel proprio mondo e nel proprio modo di fare arte e disprezzare chi ti propone di collaborare o meglio ancora di raccontarti.

Questo loro hanno fatto: non hanno voluto raccontarsi, hanno disprezzato il libro Poveri poeti e pazzi e si sono chiusi e isolati nel loro mondo e modo di fare arte. Dico una cosa per allargare lo sguardo, e cioè segnalo un rischio che ho vissuto anch’io. E cioè il rischio di pensare di essere il centro del mondo, loro lo corrono questo rischio nel fatto di essere organizzatori e gestori di uno spazio che è il loro Balconcino, io mi ricordo che quando organizzavo spettacoli alla Casa dell’anima (che è anche o era a quel tempo la mia casa) mi ritrovai a vivere il rischio di “chiusura” al mondo, perché cominciavo a pensare che ogni cosa che mi proponevo di fare (uno spettacolo mio o altrui) lo riportavo lì, a quella casa, che è anche una cosa bella, ma poi ho capito che bisognava anche staccarsi da lì, rompere la catena dell’abitudine passiva che porta al ristagno. Ora ho fatto questo esempio perché credo che ci sia sempre questo rischio, in Maksim e Daria è venuto fuori in questa occasione, ma io per esempio lo vedo e lo avverto in me ogni qualvolta si crea la situazione che porta a un ristagno potenziale, questa è anche una forma di “istituzionalizzazione” interiore che ognuno di noi deve saper controllare e gestire soprattutto se si pone e vive come indipendente da certi meccanismi.

Ma forse mi sono dilungato su questo aspetto, comunque le parole del tuo “dialogo resistente” nei miei confronti mi stimolano parecchio, per esempio quando dici che la vitalità ribelle è nei viottoli, nei tratturi .. penso a quello che sta succedendo in questi giorni a Kobane, all’inizio, fino a qualche settimana fa ero distratto, poi ho letto il libro “Il mio nome è Kurdistan”, di Lorenzo Giroffi, e anche il fumetto di Zero calcare “Con il cuore a Kobane”, e ho capito davvero tante cose, cose che avevo intuito e sono state confermate: un popolo di guerriglieri spesso vituperati e quasi sempre invisibilizzati, che forse ci stanno salvando e parando il culo anche a noi, e la cosa incredibile è che il Governo Turco non li ha aiutati, o meglio lo ha fatto poco e formalmente, ma informalmente ha spesso “appoggiato” o comunque non ha fermato l’avanzata dei militari dell’Isis, e nonostante ciò (anche le bombe della Nato non hanno veramente aiutato i guerriglieri, soprattutto donne, di Kobane). I Curdi hanno fermato l’avanzata dell’Isis .. tutto ciò è commovente e incoraggiante per chi guarda ai “tratturi” e ai viottoli.

Ringraziandoti ancora della tua disponibilità, ti lascio con questo mio ricordo “fantasioso”.

<< Mio nonno era un vecchio, un uomo antico. Ha fatto la guerra mio nonno e puzzava di capra e di fieno. Non conosceva la matematica, la filosofia, la tecnologia, il lusso, non sapeva nemmeno leggere. A mio nonno per un tozzo di pane, i fascisti gli hanno strappato le unghie, gli hanno ucciso le vacche, gli hanno calpestato le fave.

Mio nonno, ha passato la vita tra i campi e le bestie, con la schiena ricurva e con la testa alta, orgogliosa. Non era uno stupido, non era uno schiavo, non era come gli uomini di oggi: che hanno studiato, che lavorano negli uffici, che girano con macchine carrarmato invadendo le strade di rabbia e di mediocrità; non frequentava i centri commerciali, non insultava i deboli o gli immigrati, non era formale, era solo sangue, seme, letame. Non merda.

Mio nonno, come molti altri nonni, era semplicemente: l’umiltà, la dignità, la saggezza, il passato, la tradizione. Un elenco di cose, come tutti, ma quando mi poggiava sulla sua pancia diveniva la mia culla, la mia forza, la mia guida. Era quello che si doveva mangiare tutto e guai a fare capricci. Era quello “ddi li puma e ‘u tumazzu, dda’ ricina e ddi’ ‘i petri dda’ sutta, ddu’ scieccu ca camina e statti zittu”.

Mio nonno, ha passato il suo tempo tra le vigne del barone, ed il barone aveva paura di lui, si toglieva la coppola di fronte alla sua figura. Non lo umiliava ma lo ringraziava per quello che era. Mio nonno aveva sempre la zaccagna in tasca e non ci tagliava le gole, non ci minacciava il prossimo, ma lo utilizzava nel cibo di cui si nutriva. Non aveva l’amante, non andava a puttane, non spendeva i suoi soldi in droga e vizietti. Caso mai, aveva mille virtù nelle spalle, tra le mani, tra i piedi, tra i capelli. Mio nonno aveva una faccia Greca, la pelle Araba, lo sguardo Normanno, la lingua d’Africa.

Si, lui vedeva la vita per quello che era, senza troppi fronzoli, senza troppe illusioni .. era come un albero che cresce e le radici che sprofondano. Era ‘u zzù Giuvanninu lu tira gravuni, chiddu da seggia rutta, du ciauru di lli miluna, du suli ca’ scotta, dda’ brevatura, chiddu ca ti taliava ‘ntra l’uocchie e rridiva di panza, t’avvrazzava >>.

http://www.angelomaddalena.com/

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  1. Grazie per questa boccata di VITA!

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