Gabriele Lavia

Dialoghi Resistenti tra Raffaele Ferro e Gabriele Lavia

Gabriele Lavia non è mai stato tra i miei interessi teatrali. Lo reputo un maestro, starei ore ad ascoltare le sue lezioni, mi divertono, mi affascinano, mi aprono il cuore nel loro tecnicismo .. ma non è per questo che ho chiesto a Raffaele di donarmi la versione completa della sua incursione (all’interno del suo camerino poco prima dello spettacolo), ma perché penso sia degna di nota. Un incontro resistente, capace di affrontare la crudeltà del tempo moderno con ironia e con una profonda visione dell’essere e del non essere, in questa che è a tutti gli effetti l’era dell’immagine e dello spettacolo (come definiva Debord) ma soprattutto dell’ambiguità e dell’ovvio. Personalmente, mi sono limitato a trascrivere l’intervista ed a sottolineare attraverso le parentesi la descrizione delle espressioni e del non vedibile.

Dedico a loro ed a noi tutti questa breve citazione da Alessandro Garzella, con la convinzione che essa possa fare da incipit a tutto quello che si sono detti: << .. l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica .. la realtà nell’epoca della sua manipolazione tecnica .. l’anima nell’epoca della sua eliminazione tecnica .. la guerra nell’epoca della sua giustificazione tecnica .. >>.

R.F.: (mentre i due sistemano la telecamera con zeppe e libri) Perché poi, uno può anche vedere l’inquadratura.

G.L.: No, no .. preferisco non vedermi. È passato quel tempo in cui mi guardavo. (Raffaele sorride, Lavia è serio ma con un certo compiacimento)

R.F.: Speriamo però non sia passato il tempo ..

G.L.: Eh! amico mio.

R.F.: Ti ridò la mano perché prima era un po così.

G.L.: Chiudi vai .. perché sennò adesso ci danno fastidio. Non tutto però perché non si respira, tengono il coso troppo alto.

R.F.: Non so le ne hanno parlato, ma io faccio questa tv speculare. Lo speculare della tv commerciale è l’in-commerciale. (Lavia si stropiccia il naso) Una notte senza pubblicità, senza nulla .. che si chiama tv della crudeltà. (Lavia lo guarda intensamente)

G.L.: Ah! ecco. Si, mi ricordo.

R.F.: Quindi non anticiperei nulla su cos’è la crudeltà (riferendosi ad Artaud). Io ero venuto qua con tre possibili domande.

G.L.: Dai! Bravo. Falle!

R.F.: Però non so quanto tempo c’è.

G.L.: (guardando l’orologio, impaurito) Un’ora …

R.F.: Una domanda in realtà non è una domanda, perché la mia persona .. che sono l’interfaccia .. non ha da chiedere niente .. Gabriele Lavia, invece avrà da parlare al comune, all’ignorante (Lavia fa una smorfia) a quello vero .. perché ci sono anche in sala gli ignoranti, ma di là dalla tv ce ne sono molti di più.

G.L.: Meglio chiudere la porta. Perché …

R.F.: Si .. potrebbero offendere?

G.L.: No. perché c’è troppo rumore.

R.F.: Insomma l’ignoranza quella buona non quella cattiva. Uno che non sa. (Lavia è interdetto) .. quindi, sarebbe una considerazione sulla tv della crudeltà. La seconda domanda in realtà ..

G.L.: Cioè io devo parlare della televisione della crudeltà? Ah! Non so cos’è?

R.F.: (Raffaele ride) Contemplava anche questo fatto. È una serie di interviste anche lunghe, con personaggi vari .. senza titoli, didascalie .. senza donnette o filmetti strani .. e le persone si soffermano incuriositi. In una televisione cattolica che la notte fa quasi il buio, non trasmette niente, se non qualcosa dalla Sat .. quindi per paradosso ho trovato questa occasione pulita, però vuota. È fenomenale questo fatto.

G.L.: Ahm! Ahm! Ah!

R.F.: L’altra domanda mi è nata sulle note scritte da lei sullo spettacolo, di cui ne sono rimasto colpito. Ma non vorrei dire niente. Vorrei ci parlasse .. come la chiamava Antonin Artaud de “la maladresse” .. la goffaggine, l’inettezza .. ho capito che anche lei cerca di spiegare nell’introduzione qualcosa che è anti-teatrale. E la terza opzione è una citazione breve (lo sguardo di Lavia si approfondisce nuovamente, divenendo corrucciato) da un nostro amico, credo .. di tutti, che è Carmelo Bene (Lavia sospira sofferente). E forse questa, è quella più tecnica, anche se dire che Carmelo Bene vada commentato in maniera tecnica …

G.L.: Quale sarebbe la citazione di Carmelo Bene?

R.F.: Ho portato un librettino datato “proposte di teatro negli anni ’60”, dove parla ovviamente di Amleto, di Shakespeare .. qui naturalmente siamo in Mecbeth (riferendosi allo spettacolo di Lavia) .. però …

G.L.: Si .. però questa è .. mmmmm (in disaccordo) .. dai, leggi, leggi cosa dice.

R.F.: (leggendo) “Se volete vestirlo di nero ve lo concedo a patto che consideriate questa tinta una necessità di rigore. Mai, certamente un lutto per suo padre (il volto di Lavia va in trasformazione progressiva, ri rosicchia il dito). Nero, come, e perché? Allora. Così come è nero l’abito di gala indossato da un autore regista fortunato, rappresentato finalmente a corte. Il testo a prima vista potrebbe apparire autobiografico e non è vero. Sarebbe un’errore considerare autobiografia una fusione dell’autore-attore, perché tale è Amleto. Adesso vi imbratto tutto il cervello. (Lavia accenna un sorriso) Un’azione la puoi compiere in guerra, in giustizia, al casino. Ma un’azione pura non c’è bandiera, sentenza, marchetta realizzarla. Allora domanda vacca: Amleto Shakespeare è uomo d’azione o no?” (Lavia è sempre più sorridente)

G.L.: mhhh! Mhh! Hh! (si schiarisce leggermente la tosse e guarda in camera) Eeee .. allora devo rispondere a queste tre domande?

R.F.: (Raffaele ride) No, no. Una a scelta.

G.L.: (ingrana lentamente) Carmelo .. Bene, che era un mio caro amico .. mmmmm … non conoscevo queste sue parole, ma le riconosco come sue .. ed in parte sono d’accordo ed in parte non sono d’accordo. Perché è vero quello che dice Carmelo, che il nero non è il colore del lutto, ma è vero anche che il nero è il colore del lutto. È vero che Amleto non è un testo autobiografico di Shakespeare .. (bussano alla porta, lascia uno sguardo fulmineo continuando a parlare) ma è vero lo stesso, che è un testo autobiografico di Shakespeare e che gronda di autobiografia in ogni sua riga. (Raffaele apre la porta, l’interlocutore inizia a parlare, Lavia lo interrompe con la mano e soprattutto con gli occhi) .. eeee .. (rivolgendosi leggermente spazientito) .. sto facendo un’intervista alla televisione. Grazie. (riprende) L’autobiografia .. è chiaro, bisogna saperla leggere. Shakespeare ha scritto questo testo (guardando verso il basso con un volto molto contrito a cercare le parole) in un periodo infelicissimo della sua vita, gli era appena morto un figlio che si chiamava curiosamente Hamnet, ma non ha scritto Hamlet perché il figlio si chiamava Hamnet, ma perché il mito di Amleto è un mito antichissimo che attraversa le culture, non soltanto occidentali, ma anche le culture orientali. “Un principe scacciato dall’usurpatore e che si finge un pazzo, per poter vendicare l’ombra del padre che lo incita alla vendetta” (il tutto muovendo armoniosamente la mano con cui sorregge una penna).

R.F.: È un archetipo!

G.L.: Si, è un archetipo, come l’Orestiade. Anche Oreste (gesticolando verso l’alto) vede lo spettro di Agamennone che lo incita a vendicarsi della madre che lo ha ucciso insieme con Egisto. (scuote la testa) È un archetipo, è un mito. (con un gesto che ne dimostra l’ovvietà) .. Quindi quello che dice Carmelo, che bisognerebbe corredarlo molto ampiamente (Raffaele lo interrompe)

R.F.: Si perché è un po crudele parlarne così.

G.L.: (Lavia annuisce e continua) .. cercare di giustificare, perché Carmelo recitava in quel modo .. perché ne parlano, ne scrivono saggi, ma non capiscono bene di cosa stanno parlando. Come in genere succede in questo paese. (Raffaele ridendo lo interrompe)

R.F.: Come caso mai, succede anche con gli attori.

G.L.: (Lavia non recepisce o fa finta di non recepire e continua, ripetendo la stessa frase). È come, quando in un certo momento lui ha scelto di occuparsi di quella cosa che lui chiamava (con le mani a fare gesto di apertura dalla bocca) la Phoné. (finisce soddisfatto) .. Phoné, è una parola greca che significa parola, ma in greco parola si dice in sei modi. (indicando con le dita, come a enumerare) Si dice Glossa, Epos, Mythos, Logos, Réma (sforzando le meningi) e Phoné, appunto.

R.F.: Quindi la Phoné è …

G.L.: E la Phoné è il suono. Ma perché Carmelo predilige il suono e il Mythos, no? La Glossa, no? La Réma, no? L’Epos, no? Perché tutto questo cade? Perché nella nostra fine dell’occidente, della nostra post-modernità, dove tutti i grandi enunciati le grandi storie sono cadute (pausa riflessiva) .. Come di Nice, Dio è morto, tutti i valori sono svalutati .. per cui della storia non rimane nulla se non, un suono vuoto. (inizia un improbabile gorgoglio, quasi disturbato .. poi continua) Ora io questo lo posso apprezzare (con un gesto di mano che lo contraddice, svalutando l’appena detto) come esercizio. Lui divideva tutto il suo copione su un rigo musicale, che chiamava trigramma, non pentagramma. (indicando su di uno spartito immaginario i vari punti) Il tono di petto, il tono medio ed il tono di testa. E faceva le sue costruzioni.

R.F.: La partitura!

G.L.: Si una specie di partitura.

R.F.: Sulla parola!

G.L.: Intendiamoci, si .. poi lo faceva un po a caso .. come gli veniva (macinando con le mani). Intendiamoci. (Raffaele ride)

R.F.: Molto bella questa tua spiegazione.

G.L.: Comunque anche lui stesso credeva .. (cambiando tono) in realtà era un illuso (scrutando Raffaele come a dimostrare la propria chiarezza). Credeva di poter rinunciare al Mythos Epos Logos Réma e e e e Glossa! (con la mano ad indicare un vortice spaziale) No! Perché comunque una Glossa, una grammatica ce l’aveva! (sospeso con la testa) E un Mythos ce l’aveva! .. Il suo! .. Non poteva fare a meno di mettere quello che era, la sua esperienza, quello che diceva .. perché per statuto il Logos è la casa dell’essere.

R.F.: Certo.

G.L.: Per cui in quel Phoné che era tutto quello che rimaneva del suo Logos c’era Carmelo Bene. E quindi c’era una storia.

R.F.: Ma quando ci dice “il parlato è l’aborto del pensato” .. quella è già una confessione. Io penso anche ad Antonin Artaud .. è la solita cosa .. (in quest’ultima affermazione, Lavia mette uno sguardo distorto)

G.L.: È l’aborto del pensato .. ma potrebbe anche essere il contrario.

R.F.: Cioè?

G.L.: Sono problemi filosofici molto complessi.

R.F.: Io non volevo (come a scusarsi) ma è proprio per l’ignoranza buona che c’è dall’altra parte dello schermo.

G.L.: La parola .. quello che significa Logos è qualcosa di molto complesso .. che dall’inizio del pensiero occidentale, prima di Socrate e di Platone fino ai nostri giorni che hanno segnato la fine della metafisica, la fine del mondo occidentale .. è qualcosa di molto complesso. (continuando) Logos è una parola greca che deriva da Lègein, che vuol dire legare (chiudendo con le braccia in un’espressione concitata).

R.F.: Quindi si dovrebbe …

G.L.: È il verbo che usavano i contadini per legare le spighe di grano in un solo covone. Se io dico penna? Lego tutte le penne del mondo in un unico Logos. (in sospensione .. e all’improvviso) Che poi diventa concetto, che poi diventa idea, che poi diventa …

R.F.: Ma parlava di pensiero Occidentale?

G.L.: Si, certamente .. però questo riunire .. ehmm .. (guarda in alto a cercare risposta) è un’azione dell’uomo, del pensiero umano molto complessa .. adesso non possiamo parlarne .. (indicando l’orologio)

R.F.: Si anche questo è un po crudele ..

G.L.: Siiiiii (Lavia chiede pietà con una dolce smorfia infantile)

R.F.: .. ma come avevo anticipato .. io riesco ad intrufolarmi ..

G.L.: Artaud .. Artaud

R.F.: Scusami, però ci siamo scordati una cosa importante (l’espressione di Lavia è impagabile, indescrivibile) .. era l’azione, perché era questo che poi io avrei rimarcato .. caso mai è considerare il tempo relativo .. perché si può anche parlare ma non dirsi niente. (l’espressione di Lavia si fa seria, Raffaele continua e legge). Quando ci dice “un’azione la puoi compiere in guerra, in giustizia, al Casino, ma un’azione pura non c’è bandiera, sentenza, marchetta realizzarla” (Lavia cercando di capire) Perché Carmelo parlava anche di azione.

G.L.: Si, ma in questo caso però, l’azione di cui parla Shakespeare ..

R.F.: Ecco, si .. ci aiuti anche lì. (ride)

G.L.: Shakespeare è il più grande autore dell’Occidente, insieme con Sofocle .. perché? Uno dice, ma perché? (in una pausa statuaria) Perché Sofocle ha scritto l’Edipo Re? Perché l’Edipo Re è il punto più profondo della cultura occidentale, semplicemente, perché Edipo si fa una domanda “chi sono io?”. (pausa) A questa domanda il pensiero occidentale non ha dato risposta. (sorride)

R.F.: Anche se ci ha provato, chissà quante volte!

G.L.: Quindi si pone il problema dell’essere. Perché ad un certo momento questo signore che si chiama William Shakespeare è diventato così importante? .. Che con le sue opere, diciamoci la verità .. ci ha anche rotto un po’ i coglioni! (Raffaele ride) Sono lunghe. Difficili. Non capiamo che cosa dice. .. Molto semplice! Perché lui, si occupa dell’essere e del non essere. (sorride) Essere è qualche cosa, non essere è il niente! (pausa) Amleto si pone il problema dell’essere. È meglio essere? O è meglio non essere? (cambiando volto) Eh ma che palle! (cambiando un’altra volta) Nooo! È molto semplice. (gli sale un po di acidità) .. Una volta mia figlia mi disse “Papà era meglio che non eri attore, almeno eri mio papà”. (con il volto dell’illuminazione, Raffaele ride nuovamente)

R.F.: Risolto l’enigma.

G.L.: Eccolo! Che cos’è l’essere ed il non essere. L’azione .. di cui parla Shakespeare .. (non finisce) .. Carmelo (con una smorfia) non aveva centrato bene il problema (sorride ghignando).

R.F.: Ma piace, perché crea confusione .. Carmelo!

G.L.: Siiii .. l’azione e l’essere sono la stessa cosa. (i suoi occhi si bagnano di commozione) .. Perché per essere qualcosa devi fare qualcosa. Io sono un attore perché faccio l’attore, tu sei l’intervistatore perché tu fai l’intervistatore. Io sono un sarto (con cesto descrittivo) perché cucio i vestiti. Quindi l’azione e l’essere in qualche modo si confondono, nel senso di confusione .. fondersi insieme. (pausa) Il non fare l’azione, fa entrare nel campo del non essere. Nell’Amleto, quello che viene chiamato il paradigma dell’azione .. (grattandosi la barba) che cos’è? La vendetta! Perché la vendetta? Perché c’è un impulso sovrannaturale a compierla. (sorride) Potrebbe essere la vendetta .. (mescolando l’aria con le mani) .. potrebbe essere qualsiasi altra cosa.

R.F.: Una cosa compulsiva ..

G.L.: (sgrana gli occhi) Nel mito .. è un imperativo categorico (dimenando le mani al cielo) .. direbbe Kant, alcuni anni più tardi. Questo imperativo categorico è l’azione delle azioni. Quella che fa sì che tu sei .. un essere .. Amleto, la …

R.F.: La mette da parte.

G.L.: E perché? Perché scopre che l’unico modo di essere in assoluto (mimando con le mani un enorme cartello) è non essere qualche cosa. Se uno è qualcosa .. è un intervistatore, un attore, uno scorreggione (gesto di chiusura come se non facesse una piega) ma è qualcosa .. non è tutto (altro gesto cartellonistico). Il non agire, quindi non essere è l’essere assoluto. (cartello) Allora .. devo essere un vendicatore o devo essere tutte le possibilità dell’uomo? (smorfia)

R.F.: Eh è un bella parola.

G.L.: Essere tutte le possibilità dell’uomo, vuol dire, il non agire. Il non fare nulla. Non esistere, in qualche modo. (movimento ripetuto della mano come ad estrarre l’anima da qualcosa) Esistenza .. ex .. sistere .. tirare fuori dallo stato di possibilità le cose, per metterle nello stato della realtà. Ora (guardando in camera) essere .. vuol dire rimanere allo stato di tutte le possibilità possibili. (compiaciuto, illuminato).

R.F.: Ora ci sto arrivando .. piano piano. (Lavia sempre più compiaciuto e con uno sguardo indescrivibile)

G.L.: Ecco.

R.F.: Però .. perché si parlava di corpo comunque, di esseri ..

G.L.: E quindi di non essere qualcosa. Se sei un vendicatore (con occhi da vendicatore) se il vendicatore .. ma, purtroppo non si riesce (tornando in camera), infatti Amleto, trascinato anche lui dentro la tragedia di vendetta .. e alla fine anche se oramai morto, perché avvelenato, colpito a morte .. lui fa quello che uccide (come se avesse una spada) il padre (mima una guerra) ammazza quello (duella) Laerte .. tutti .. come una banale tragedia Elisabettiana di vendetta. (sospira) La grandezza è questa sospensione dell’azione che fa entrare il personaggio dentro (cartello) il non essere. Quindi il non essere, se vogliamo, (felice) è già la fine della metafisica. (con una mano a cupola, sorretta in alto) .. cioè se l’azione, in questo caso la grande vendetta, la grande storia (con un gesto violento) decade .. è il grande valore. Per questo Shakespeare è il più grande di tutti, perché in tutte le tragedie si limita a parlare del problema dell’essere e del non essere. (contando con le dita) Amleto l’essere ed il non essere. Macbeth, l’incertezza dell’essere. Otello, l’illusione dell’essere. Re Lear, il declino .. la rinuncia dell’essere. Re Lear rinuncia ad essere re, ma poi vorrebbe esserlo. (occhi sgranati, lucidi) Eh .. e come mai? (si chiede) Perché hai rinunciato all’essere e quindi non sei più! Nel mondo .. quindi entri nel mondo della pazzia .. perché devi pur essere qualcosa. (appoggia il mento alla mano) Nelle commedie invece, Shakespeare affronta il problema della verità. (si leva un pelo dalla lingua) E la verità è intesa come senso greco, per svelatezza, per svelamento (poggia nuovamente il mento). Ehhh .. in greco si dice Aleteia .. svelare. Togliere il velo. (bussano nuovamente, Lavia chiede a Raffaele di aprire .. una terza voce, svela che sono le otto e venti e non vorrebbe disturbare ma .. Lavia continua) Credo che oramai abbiamo parlato.

R.F.: Mi si è aperto il cuore .. avrei voluto dire qualcosa di mio personale nei suoi confronti .. ma sono complimenti (Lavia sorride) o cose del genere .. se posso un minuto (Lavia comincia a mostrare l’urgenza di doversi preparare per lo spettacolo, l’impazienza lo assale .. espressioni da maestro) perché mi interfaccio con la gente, ma realmente, perché non sono un giornalista .. per vie fortuite posso fare questa cosa per la televisione .. perché io sono nella testa degli ignoranti, di quelli che vanno nei centri commerciali .. anche tra il pubblico si trovano molti ignoranti. Però non è di questo che voglio parlare. Io ho 37 anni ed ero piccolo .. però tutti hanno l’immagine di questo Lavia giovanissimo incuteva anche paura .. no? (Lavia annuisce divertito) in un certo senso ancora oggi fa questo timore, però era un ragazzino, ora è un pochino più grande ..

G.L.: Ehhh Vecchio (guarda in camera).

R.F.: È un film dove questo ragazzetto, tra l’altro anche musicista molto bravo, angustiato da una situazione che si scopre dopo .. la mamma .. folle realmente, delirante, bipolare .. e tutta questa cattiveria ribolle nel corpo di questo giovane (vedendo il volto di Lavia la follia lo assale) che al prologo di tutto sembra uno fuori di testa .. ma alla fine si scopre incastrato dentro questa macchina (Lavia annuisce) .. io non dico il nome, perché tutti sanno quale film è .. e Lavia che si ubriaca di continuo, mi colpì tanto .. e venendo qua stavo proprio pensando a questa associazione di idee, in Lavia conosciuto da tutti, in profondo rosso .. non so se era perché faceva l’attore o era un Lavia musicista che .. (Lavia ridacchia) .. o era un personaggio anche questo .. mi tornano però tante cose, dietro a questo .. mi torna l’Edipo (annuisce compiaciuto) .. è una cosa mia, è uno sfogo mio che forse non necessita neanche di una risposta, perché non è una domanda questa.

G.L.: In quel periodo, la sera giravo profondo rosso e la mattina giravo un altra cosa.

R.F.: Quindi c’era questo contrasto forte.

G.L.: Dovevo prendere delle pillole per non dormire. (sorride)

R.F.: Quindi c’era un interpret …

G.L.: Ero drogato! (ride)

R.F.: Ma non era colpa della droga, quella bravura!

G.L.: Eh non lo so. Ero stanco. Forse perché ero stanco .. (si alza, guardando in camera) Devo salutarti.

R.F.: Vi ringrazio (rivolto anche al terzo personaggio che nel fra tempo ha aperto la porta).

G.L.: Ciao, ciao.

R.F.: Grazie ancora. (mentre Raffaele a camera accesa esce dal camerino)

G.L.: Prendi il tuo libro di Carmelo Bene.

R.F.: Ah .. grazie! (intanto una quarta voce, annuncia la Rai)

G.L.: No la Rai no. Come faccio?

Ringraziando ancora Raffaele per questo dono e sperando che il maestro non me ne voglia, dedico a lui, visto che comunque non c’è stato veramente il tempo di poter affrontare gli argomenti proposti, questa citazione da CB << Se qualcuno ha potuto definire la phonè una dialettica del pensiero, nego di aver qualcosa a che fare con la phonè. Io cerco il vuoto, che è la fine di ogni arte, di ogni storia, di ogni mondo. [68] >>.

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