Alessandro Garzella

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili Alessandro Garzella

Ciao Alessandro, sono felice tu abbia accettato la mia proposta di aprire un dialogo comune. Scelgo sempre i miei interlocutori con attenzione, scelgo prima di tutto persone, al di là della carriera o dell’anzianità o dell’esperienza. Li scelgo per quello che fanno e per le tracce che lasciano in me, pensando nella mia ingenuità, di avere qualcosa in comune con loro. E ti ringrazio per questo.

Come accade in ogni inizio, vorrei, per quanto ti è possibile, che tu mi raccontassi chi è Alessandro Garzella, da dove viene, qual’è la sua storia.

Grazie al cielo, nonostante gli anni e anni e anni, ancora non lo so. Ho qualche indizio. Ad esempio sono uno a cui piace tanto quando le tracce lasciano aloni, specie se impresse su sentieri scomodi. Un po’ saccente e un po’ incosciente, forse ho scalato rocce credendole colline. Così favorito dalla sorte che anche la rogna m’è parsa una fortuna. Ligure e capricorno, di quei piccoli selvaggi che non li sposta neanche una marea. Alle differenziali avevo una maestra così brava che la classe di obbrobri a volte diventava una fioriera. Pochi amici e tante emozioni sconosciute. Una diversità serena, perfino con l’orgoglio d’un corpo strampalato.

Appena nato avevo la sicurezza che la vita va inventata, sia nella concretezza del reale sia nel sogno sognato. Ho scoperto ben presto che diversità e identità sono la stessa cosa. Poi il sessantotto, all’improvviso, mi mette l’eschimo addosso e qualche pietra in mano, tirata quasi con gioia, sempre per via della fortuna che non mi fa sbagliare quasi mai obiettivo. Che culo! L’entusiasmo d’un gruppo d’amici e gli amori. E poi il teatro. Fin da ragazzo. Con la testardaggine d’andarsi a cercare maestrie, portandomi dietro solo le paradossalità della mia vita. La miseria nera della mia famiglia. La fame popolare. L’odore dei pavimenti strusciati per progettare le mosse delle braccia che fa uno sciancato. Sentire quella specie di tristezza che emana agli altri la mia allegria. Ed anche la consolazione che procura la sofferenza d’un becco incaprettato. Però sempre con quel sorriso ligure ostinato, fortunato, forse perfino destinato. Questo portavo in teatro.

La disoccupazione di mio padre, estromesso da qualunque lavoro per le frequentazioni d’un fascismo eroico e buono, che faceva a cazzotti con la storia del mio sessantotto indiavolato. Il boom e la televisione regalata da una caritatevole colletta scolastica, promossa dal solito amico stronzo “col grande cuore della seconda B”. Ovviamente con tanto di foto in cronaca sul giornale e la vergogna mischiata alla superbia della povertà. Tanti maestri. Dario Fo, il teatro politico, la comune, la nascita dell’animazione, il circo, l’Odin, il terzo teatro. Kantor. I maestri d’allora. Ratataplan su furgoncino colorato, zeppo di mascheroni e draghi, mangiafuoco, trampoliere, pagliaccio d’un gruppo di Pulci teatrali saltellanti in ogni dove: specie nelle feste dell’Unità, a procurare provocazioni con qualche poesia di troppo. Una volta quelli dei sindacati, alla Piaggio di Pontedera, ci volevano incendiare il palchetto che avevamo costruito con gran cura.

Talmente bello – il teatro – che ho voluto diventasse professionale.

E con la testardaggine di sempre l’ho inventato così tanto bene che, pian piano, quasi senza accorgermene, son diventato un regista della mutua. Uno di quelli che gli spettacoli li curano con le medicine del prontuario: sciroppo per la tosse, supposte contro la febbre, punture per i dolori muscolari. E il teatro lo curano così bene che quasi sembra guarito. In quattro e quattr’otto faccio regie liriche e spettacoli ben pettinati. Divento direttore e poi m’invento Sipario – La Città del teatro, occupando uno spazio che a Cascina doveva diventare un supermercato. Qui la mia storia professionale diventa lunga .. e anche un po’ noiosa. Per vent’anni ho fatto il direttore artistico di un teatro stabile d’innovazione. Una periferia è diventata una capitale d’identità: c’è un libro che elenca tutti gli artisti che abbiamo ospitato. Una bella avventura che, man mano, diventa una prigionia culturale. Ogni quattro anni il mio contratto scadeva e mi veniva rinnovato, con la grancassa d’una politica che s’intestava il fermento culturale che rappresentavamo per quel piccolo territorio. Vent’anni in cui attorno (in me non so, né potrei dirlo a me stesso neanche se fosse vero) il battimano dei compagni d’avventura s’incassava stipendi a tempo indeterminato e pensionamenti mentali. Un altro amico stronzo che fa coppia col primo. Forse me li vado a cercare. Oppure è il teatro che te li mette lì. Finchè, grazie alla mia solita fortuna, in qualche modo mi sgroviglio e scappo via .. ben aiutato da una poderosa pedata in culo, spavaldamente data da un gladiatore della politica locale. Ovviamente coadiuvato dai rimasugli d’un gruppo di ex artisti narcotizzato dall’opportunismo e dall’eutanasia della sua storia. Quando sono uscito/cacciato non mi sono portato via nulla, né un pezzettino di Fus (che il nostro gruppo aveva consegnato alla pubblica utilità locale) e neanche il mitico Tfr che nessuno mi aveva riservato. (tanto meno me stesso). Neanche un proiettore o una parrucca, nonostante che la “mia” compagnia, a suo tempo, avesse donato il suo contributo statale al Comune. Mi son portato via solo l’orgoglio d’un percorso, gli errori, e anche gli orrori professionali d’un ruolo professionale e umano che m’ha sfregiato.

Racconto volentieri questo pezzetto di cronaca personale perché mi pare abbia tanti riflessi che, nel bene e nel male, non riguardano solo la mia persona.

In questa sorta di epistole aperta alle sensibilità di questo stivale in avaria, abbiamo coinvolto non soltanto attori, drammaturghi e registi, ma abbiamo avuto la fortuna di incontrare qualche intellettuale, qualcuno che del pensiero ne volesse fare, non un atto di distinzione, ma un atto di cambiamento. Un concatenarsi di relazioni e di scambi, che sta aprendo non soltanto una riflessione sul teatro e sul fare teatro, ma qualcosa di più importante e soprattutto di più urgente. Una critica all’uomo, alla società, al catastrofismo ed al delirio di onnipotenza che esso ha creato e continua a portare avanti, imperterrito e senza sosta.

E anche se mi incuriosisce conoscere la tua opinione, non è adesso il momento per affrontare l’argomento, anche se in un certo senso, così come succede nella vita, niente può essere scisso totalmente dall’altro, ma tutto è unito in unico viaggio comune. Dialogando con alcuni degli intervenuti siamo arrivati molte volte al senso della follia nel teatro, nella civiltà, nella memoria, nell’identità. E soffermandomi su queste quattro cose, penso abbiano affinità con te ed il tuo cammino.

Tu in questi anni insieme ad altre persone, hai aperto un progetto che si chiama “Animali Celesti – teatro d’arte civile”. Di cosa si tratta?

In realtà a Sipario non facevo soltanto il regista della mutua e il direttore dei casini: mi ero anche costruito un pezzettino d’amore sconfinato. Un laboratorio coi matti, nato quasi per caso e diventato man mano il centro della mia ricerca umana e professionale: esplorare l’espressione della malattia mentale, rispettando la sofferenza e nello stesso tempo imparando ad ascoltare. Alla conclusione del mio rapporto con Cascina questo laboratorio ha dato vita alla mia nuova compagnia: cinque artisti profondamente coinvolti in questa ricerca, un piccolo gruppo di educatori formati nella docenza universitaria, che è nata da questa esperienza e alcuni utenti psichiatrici, due dei quali divenuti così bravi da poter essere considerati attori. Nel nostro manifesto costitutivo diciamo che …

Animali Celesti / teatro d’arte civile è: .. un laboratorio di ricerca artistica sulla devianza, sull’espressione delle pulsioni e degli istinti, sulla natura dell’irrazionale e del difforme, intesi sia come manifestazioni di sofferenza e degrado sociale che come emergenze interiori, legate ai bisogni e ai misteri della nostra esistenza .. il progetto di una compagnia che aggrega altre compagnie e artisti che vogliono condividere, in modi, luoghi e periodi differenti, le azioni creative di un’esperienza professionale molto specifica, di produzione, di militanza e di specializzazione espressiva sulle forme di alterità, a partire dai disturbi del comportamento e della devianza mentale .. una bottega di formazione per giovani attori e studenti universitari, luogo di perfezionamento disciplinare e umano che valorizza le fisionomie individuali e la cultura della diversità attraverso l’apprendimento della metodologia del gioco del sintomo, applicando tecniche d’ascolto e d’espressione .. un’azione politica di radicamento territoriale volta all’integrazione delle identità, alla valorizzazione di testimonianze di vita alternative ai canoni dell’omologazione .. un’idea di teatro politico, visionario e metafisico, in bilico tra squilibrio e armonia, tra narrazione e astrazione, tra l’espressione dei simboli dell’immaginario collettivo e l’utopia.

Per me far nascere questa compagnia è stato come scoprire, quasi da vecchio, l’altra faccia della luna. Sulla mia pelle ho finalmente scoperto l’ingiustizia del sistema che io stesso avevo avvalorato. La cosa più sorprendente è stato scoprire che, dall’altra parte della luna, proprio non vedi ciò che è. Forse ti copri gli occhi con le mani, oppure qualcosa li chiude per te.

Essere una piccola compagnia che non ha contributi pubblici significa scegliere la propria vita professionale giorno su giorno. Paradossalmente scopri spazi di libertà sconfinati senza avere neanche mezzo strumento per poterli frequentare come vorresti. E allora, se vuoi, puoi inventarti un altro modo, forse ancora più rispondente alle tue necessità. Insomma, raddoppiano le energie e le possibilità. Ovviamente la prigione da dorata diventa una gabbia puzzolente e guardiani ti appaiono finalmente per quel che sono: infami.

Sul piano puramente informativo l’associazione, composta da artisti, educatori e utenti psichiatrici, ha raccolto la ricerca svolta sul rapporto tra teatro e follia, proseguendo la sperimentazione della metodologia del gioco del sintomo in contesti di marginalità e disagio. Collaboriamo con ASL 5 di Pisa, con la Clinica Psichiatrica dell’Università di Pisa, con il Comune di Pisa e con la Società della Salute pisana, radicando il nostro progetto anche a Capannori (Lucca), con il Cantiere delle differenze e in Lombardia, dove ha sede una residenza continuativa presso il Teatro Stalla nella comunità terapeutica Il Germoglio gestita dalla Fondazione Emilia Bosis di Bergamo. Questo è il nostro nuovo territorio nomade e la nostra nuova stabilità.

Tra i titoli dei vostri spettacoli, leggo: “Nel segno di Caino”, “Biodiversi”, “Vangeli di Strada”, “Vangeli Storti”, “Re Nudo”, “Pornodramma”.

Qual’è o quali sono i lavori a cui sei più legato? E cosa rappresentano per te? Di cosa parlano? Come ci hai lavorato?

Difficile rispondere. Vado un po’ a caso. Pescando dalle sensazioni di questo momento. Re Nudo ha concluso la fase della direzione artistica di Sipario. E’ un’opera di cui sono ancora innamorato perché lo considero uno spettacolo “forte”, scomodo, in molti sensi, anche nel senso dell’insopportabile, specie per un amministratore pubblico. Parla d’inganno e di auto inganno, della manipolazione del pensiero, della corruzione morale e politica di cui ciascuno di noi è responsabile, con maggiore o minore consapevolezza. Re Nudo è una favola teatrale sulle patologie dei nostri tempi. Un popolo e un re sono imprigionati nell’arena mediatica di un varietà che ridicolizza gli ideali del novecento, divenuti simboli delle perversioni sociali dell’umanità del terzo millennio, sola e paradossale. Ci divertivamo a mescolare immagini di Stalin e Hitler in una maniera così provocatoria che molti spettatori si irrigidivano, oppure si incazzavano quando chiedevamo di alzarsi in piedi sull’inno nazionale, percependo la derisione retorica. Insomma, secondo noi e anche in base all’esito che abbiamo percepito specie sugli spettatori più giovani, un’opera di sovversione poetica, la raffigurazione di una civiltà sottoposta al condizionamento degli immaginari, alla rottamazione delle vecchie utopie (allora non era di moda, imperando il caimano), sostituite da fascinazioni nuove: la società dello spettacolo, la realtà percepita, la semplificazione del pensiero, l’apparire della simulazione e dell’inganno.

La favola si ispira a “1984” di Orwell, a “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Andersen e ad alcune esperienze di vita particolarmente oppresse, accostando, per analogia, frammenti di queste fonti, come fossero numeri di un varietà onirico che vuole provocare domande per astrazioni e somiglianze, sollecitando similitudini, corrispondenze percettive che, nella confusione dei nostri tempi, lasciano agli spettatori il compito sempre più arduo di una ricomposizione emotiva e di una visione critica personale. Durante questo monologo, in parte registrato con effetti riproduttivi particolarmente studiati, sugli schermi gli spettatori venivano massacrati da un blog di immagini di stragi, frammenti da Uccellacci uccellini con Totò e Ninetto .. il volto di Pasolini .. e la figura di un intellettuale di merda pontificava:

<< io non so i nomi dei Sindaci che portano una fascia insanguinata non so se nelle amministrazioni del territorio si sono infiltrati criminali gente che sta dietro i falsi incarichi della democrazia che inquina la catena alimentare commercializza cancri / non so se i loro mandanti hanno aggiornato i modi in cui si organizzano i colpi di stato non conosco i nomi dei Sindaci che portano una fascia insanguinata non so se nelle amministrazioni del territorio si sono infiltrati i criminali gente che commercializza i cancri inquina la catena alimentare io sono un intellettuale che nonostante il suo opportunismo è disprezzato dalla nomenclatura che attraverso le fondazioni bancarie governa le città avvelena l’urbanistica con le tangenti dei costruttori io cerco di favorire il potere in tutti i modi ma sono accusato di presunzione perché proteggo la cultura non procuro svago e non diverto le facce di culo di questi servi delle caste di partito agisco in mezzo a questa melma come una banderuola (in registrazione) da opportunista da opportunista (in diretta) un infame come tutti i giornalisti a libro paga pronti a difendere i padroni dalla magistratura (in registrazione) un infame (in diretta) un ipocrita che non fa i nomi degli stronzi come me presenti in questa sala (in registrazione) gli stronzi come me presenti in questa sala (estrae il quaderno e lo alza come fosse il libretto rosso di Mao, calmo, Regina intanto si ferma e le immagini in diretta scompaiono,) non guardo / non ascolto / non dico / un voltagabbana / che imbroglia per diletto / per menefreghismo / per utilità l’opportunismo intellettuale / è il rombo del motore fascista / l’esibizione di sciocchezze / impedisce di pensare / il trasformismo è una malattia dell’anima / che spinge lo sguardo all’umor vitreo / della ruffianità >>.

Insomma un buon modo per terminare il mio rapporto con le istituzioni teatrali pubbliche. Dopo meno di un anno, infatti, mi hanno cacciato via. Non solo per questo, ovviamente, ma questo vessillo sventolato con orgoglio ha sicuramente infastidito i nostri eroi. E poi ricordo la forma, i due schermi di tulle, che separavano due gruppi di spettatori bombardati da un massacro di immagini, con lo spazio scenico in mezzo, come una gabbia, intravisto appena, come se la realtà fosse schiacciata in mezzo alle pellicole di un film e noi bestie in arena, impazzite dalla parte scura del dolore. Era uno spettacolo in cui le tecnologie erano necessarie, strumenti di cui oggi non posso più disporre e che ho sostituito con immagini, figure, animali, quadri umani. Accorgendomi ancor più di sempre che il teatro è essenzialmente la presenza dell’attore nello spazio. Due attori di quell’opera venivano dalla malattia mentale, Marco e Ivano, sono ancora con me. “Re Nudo” segna un confine, un distacco da una parte importante della mia vita artistica e professionale, una specie di morire nella profezia di qualcosa che si rinnova sempre, attorno a te, fuori di te, e, se ne sei capace, anche in te. Specie se alla nostalgia si affianca la bellezza del presente che c’è.

L’ultima creazione, “Nel Segno Di Caino” infatti credo sia molto più forte, nitida e bella. Si può vedere a Verdello, nel Teatro Stalla dove tra qualche mese la ripresenteremo ancora. In scena, oltre a noi cinque animali umani che pretendono di essere celesti, ci sono una trentina di animali veri, oche, cavalli, pecore, un lama, daini, rapaci, cani. E poi una decina di utenti psichiatrici, che sono i veri protagonisti della scrittura scenica, e alcuni educatori e addestratori di animali. Un’opera ispirata alla comunità terapeutica che ci ospita in residenza di una settimana al mese da alcuni anni. Andrea Porcheddu ha scritto un libro sull’esperienza del Teatro Stalla, scrivendo anche di questa nostra avventura.

Le opere nascono da un lavoro di scrittura scenica basato sull’amore che abbiamo nei confronti della follia, sulla bravura di quattro attrici che seguono da anni la mia ricerca – Giulia Benetti, Francesca Mainetti, Chiara Pistoia e Anna Teotti – e da un nucleo di persone che vivono in comunità. Ci vuole molto tempo perché l’opera prenda una forma. Noi pensiamo che la forma sia il contenuto. In quest’ultima esperienza abbiamo inserito in scena anche molti animali, escludendo qualsiasi relazione circense .. la relazione con gli animali è bellissima ed anche lo studio della loro presenza scenica.

Un’altra cosa che ci piace tanto sono le azioni teatrali in strada. “Vangeli di Strada” è nato dall’idea di far apparire, in un paesino di periferia, all’improvviso, senza nessuna promozione e senza alcun significato apparente, una carovana di teatranti, con carrozze, animali e figure sceniche. Presenze che passano, poi si fermano, guardano in alto, raccontano, magari silenziosamente, con gli occhi e la mani di mondi meravigliosi che stanno per venire .. una specie di epifania .. anche per noi .. una processione laica .. in marzo lo rifaremo a Brescia, nel festival Metamorfosi. Ogni volta nasce una sensazione nuova. Se cerchi il bilico tra teatro e vita a volte accade che si fa sottile e a me, a volte, piace perdermi in questa prospettiva. Mi dà coraggio e poesia.

Nella presentazione dell’associazione e prendendo alla lettera da una delle tante cose che trovo scritte, si legge: << .. un laboratorio di ricerca artistica sulla devianza, sull’espressione delle pulsioni e degli istinti, sulla natura dell’irrazionale e del difforme, intesi sia come manifestazioni di sofferenza e degrado sociale che come emergenze interiori, legate ai bisogni e ai misteri della nostra esistenza .. >>.

Riflettendo su queste parole, vorrei sapere: cosa ti ha spinto a dedicarti ad un lavoro come questo? Cosa è per te la devianza e cosa è la devianza nella società? E quali sono, se ci sono, i rimedi per salvare l’uomo e la comunità da questa idea malata: di disagio, di handicap, di errore?

Francamente non lo so. Giuliano Scabia dice alcune cose su questa mia scelta. Ovviamente lo ascolto con gratitudine e stima, ma non so se le cose stanno proprio così. Sicuramente stanno così, ma forse c’è anche altro.

Portiamo per strada Marco Cavallo. Bambini e ragazzi accorrono, salgono sul cavallo, adulti stupiti, corteo di tutti i partecipanti al convegno dei Teatri delle diversità, andiamo verso il Teatro Bramante. In testa, elettrizzato, allegro, nella sua carrozzella (spinge lui le ruote) c’è Alessandro Garzella. Il cavallo è beato. Anche Alessandro è diventato cavallo. Guida tu il corteo, gli dico. Giochiamo. Alessandro ha, fin da bambino, il suo problema. Il suo disagio/diversità. E ha deciso, malgrado tutto, di fare teatro. Dirige uno dei più importanti centri di ricerca teatrale italiani. E a un certo punto ha deciso di partire totalmente da se stesso (l’ho visto al lavoro, diversi anni fa) – dal suo stigma – dal suo sintomo: mettendolo, anche crudelmente, in gioco. Conosci te stesso. Cura te stesso. Chi può capire meglio lo star male (del corpo, della mente) di coloro che stanno male? E allora Garzella ha detto: partiamo dal sintomo. Dal mio sintomo. Io metto in gioco (in teatro) il mio sintomo. E tu, che sei qui a giocare con me, metti in gioco il tuo. Senza ipocrisie. A volte con crudeltà. Chi miglior (medico) psichiatra di chi il male lo prova? E quando Franco Basaglia dice: metto da parte la malattia (ma non la nego) perché voglio parlare con la persona, a me sembra che dica, all’incontrario, la stessa cosa di Garzella: sì, in quanto persona, in quanto libero, decido io cosa fare del mio sintomo. Partiamo da ciò che sono, da ciò che sento. Gioco del sintomo, teatro del sintomo. Grazie Alessandro.

C’è quello che dice Giuliano ma anche qualcos’altro, credo. Intanto c’è la noia di vent’anni di teatro in gran parte spesi male: ho diretto attori dello star system, opere liriche, spettacoli importanti e stronzate. Come si fa? E’ solo narcisismo, una prospettiva auto referenziale che, quando va bene, ha qualche sapienza tecnica, innocua e spesso venduta alla volgarità. Il resto ha una ragione puramente commerciale, consumismo culturale, mercato delle vacche. Conosco direttori artistici e attori di una incapacità morale cosmica. Come si fa? Poi magari li vedi giocherellare con le tragedie pirandelliane, con Shakespeare, con la contemporaneità più radicale e sofisticata. Fanno gli strani, gli impegnati e poi siamo delle merde. Spesso venduti al piccolo potere dei partiti. Insomma il nulla da cui fuggire.

E poi ancora c’è la bellezza del dolore, la sua prospettiva rivoluzionaria, l’aspirazione alla felicità, la spinta eversiva, la poesia delle differenze, la necessità di trovare un’armonia naturale tra energie e condizioni di vita. Il disagio è trasparente, non c’è inganno e la sua narrazione scenica ti mette in una prospettiva di sincerità. Non solo rispetto alla lealtà di ciò che dici, ma soprattutto a perché, come e con chi lo dici. Il fatto di avere forse sperimentato sulla mia pelle qualche dolore può avermi aiutato a fiutare una strada, ma poi il resto l’ha fatto il cammino, cercando di viaggiare nel mistero. Se metti un matto accanto ad un attore di teatro che fa l’attore non si possono vedere. Non stanno assieme. Uno troppo vero e l’altro troppo falso (o finto, se va bene). Se c’è amore, curiosità e ricerca l’uno dell’altro, allora accade, con la disciplina, il tempo e forse anche qualche sapienza, che il luogo comune si ribalta. Non è più il teatro che si fa strumento per una presunta finalità riabilitativa, è la follia che cura il teatro. Il teatro scopre di averne bisogno, di farne parte. Lo scopre l’attore, che accoglie un pezzo d’irrazionalità, d’inconsapevolezza, d’inutilità e lo scopre il matto, che a volte s’incuriosisce di nuovo alle bellezze della vita.

Tra attori e matti, talvolta, alla lunga, scopri segni di reciproco contagio. E’ il massimo, per me.

Credo infine ci sia, nell’ambiguità dell’espressione artistica che proviene da una forte stimolazione “civile”, una inarrestabile ricerca dell’altro. L’ambiguità del contatto, cioè la doppiezza del sé/altro, il binomio, bene/male, bello/brutto, la complementarietà dell’esistenza umana. Il mistero. Provo a esprimerla con un pensiero di Kandell:

<< .. quando un artista produce un’immagine potente dalle proprie esperienze di vita e conflitti, questa immagine è quasi sempre intrinsecamente ambigua. L’ambiguità dell’immagine suscita un processo di riconoscimento, sia cosciente sia inconscio, nello spettatore, che risponde emotivamente ed empaticamente all’immagine nei termini dei propri conflitti e delle proprie esperienze di vita. Come l’artista crea un’opera d’arte, così lo spettatore la ricrea rispondendo alla sua intrinseca ambiguità. L’entità del contributo dello spettatore dipende dal grado di ambiguità dell’opera d’arte .. l’ambiguità permette allo spettatore di leggere la scelta estetica, o il conflitto, presente nella mente dell’artista .. >> (da “L’età dell’inconscio” di Eric Kandel)

Perché il teatro non viene inserito nelle materie di studio delle scuole dell’obbligo? Quale potrebbero essere i risultati o gli effetti di questa operazione?

Ho dei pregiudizi su questo aspetto. Il teatro non può essere una materia scolastica. Guarda la fine che hanno fatto la maggior parte delle compagnie che fanno teatro per ragazzi. Forse è una funzione nobile ma cosa c’entra col teatro? Certo, quando coi bambini nasce il teatro c’è una forza veramente esplosiva, c’è Dioniso che gioca, demoni e dei .. Ma quando accade? In quale cartellone di teatro ragazzi può avere diritto di cittadinanza questa prospettiva? In quale scuola? Dell’obbligo, per giunta. Il teatro dovrebbe invadere la scuola, sovvertirla, come un evento irripetibile che la stravolge.

Altra cosa è lo studio di una disciplina artistica, di un linguaggio. Dare diritto di cittadinanza alla corporeità, all’intelligenza emotiva, alla sensibilità. Questa si che sarebbe un’altra scuola. Fare scuola di creatività partendo dall’azione e non dal pensiero. Ce la vedi te un’ora di questa roba nella scuola dell’obbligo italiana? Magari riformata stile scout da Renzi. Può essere il teatro (non inteso come scout d’animazione) la materia di un’ora di questa scuola? Magari con l’esame finale.

Marx m’ha insegnato che la sovrastruttura dipende dalla struttura. Figurati se in questo contesto il teatro può vincere sulla scuola. Sicuramente si svuota e diventa un orpello di bambocci. E’ l’idea di scuola, secondo me, che potrebbe – dovrebbe andare in una nuova direzione. Oggi l’educazione è repressione, figurati se ci fosse l’insegnante di teatro. Mi vengono i brividi, come quando vedo veline e deficienti in miniatura manipolati da teatranti insegnanti falliti o da insegnanti teatranti falliti. E’ un pregiudizio, l’ho detto prima, però difficile da estirpare, in me. Credo che il teatro insegua la scuola più come terreno di mercato che come contesto di creatività. E la scuola, quando lo fa, accondiscende a un teatro d’intrattenimento, magari anche a sfondo finto sociale, che utilizza lo stesso stile della soap televisiva. No, grazie! A meno che non sia il teatro a fare scuola .. magari la scuola di Barbiana.

Leggendo quello che pubblichi sopra i social-network, penso tu sia una persona scomoda, proprio per la tua schiettezza ed onestà. Raramente ti vedo scrivere di teatro e questo, in un certo senso, mi da sollievo. Non travisarmi, non faccio degli intellettualismi, penso però che un artigiano della scena, un “anima sensibile”, oggi come ieri o forse, oggi più di ieri, sia chiamato a guardare e parlare di altro: di società, di politica, di economia, di scienza, di medicina, di cultura, di filosofia, di guerra, di biodiversità, di conoscenza, di trasmissione, di condivisione, di d-istruzione. Non cerco la figura del tuttologo, né quella dell’opinionista, ma un interessato all’umanità con lo stesso interesse che potrebbe avere un bambino. Un essere con un energia fanciulla che tutto osserva e tutto assorbe.

Intorno a me, vedo un perdersi generale, un omologarsi nella superficialità, nell’ignoranza, nella paura del diverso ed in molti casi, nella semplice e morbosa paura dell’altro, anche se questo altro è simile a noi.

Dove vedi l’orrore in ciò che siamo e cosa pensi dovrebbe fare, il singolo individuo, per cambiare ciò che lo circonda?

Caro Luca, facciamo del nostro meglio, ma non ci riusciamo come vorremmo. Uscire dal sistema non si può. Solo in parte, solo un po’ .. quello che dovremmo fare è una scelta radicale, di vita, di spazi, di lavoro. Uscire dal consumo, dalle utilità dell’idiota che asseconda il sistema. E’ troppo violento, io non ci riesco, come vorrei. Alcuni lo stanno facendo. Ne cito due per farmi capire. Gino Strada lo sta facendo, Erri De Luca. Pagare di persona. Uscire dal sistema, completamene. Non vedo un teatrante che riesca a farlo veramente. Non mi pare ci sia. E’ per questo, penso, che gran parte dei teatranti “regolari” scrivono solo di teatro. Parlare della propria merda non fa fine e non giustifica i vitalizi. Né la spocchia che occorre per non essere divorati.

Dio è stato ucciso, gli ideali sono stati soppiantati dalla merce, tutto è stato rimpiazzato dalla delega ad uno Stato che non assolve ai propri doveri, anzi è dedito alla corruzione ed al fallimento. Tutta la bellezza dell’umanità rischia di essere schiacciata da un immagine di ricchezza, che non dona i suoi frutti come fa un alberi, ma al contrario, toglie quel poco che rimane ai più umili, agli indifesi, ai deboli, ai poveri.

Dov’è finito Marx? Che senso ha avuto Brecht? Perché è morto Nietzsche, Pasolini, Einstein, Jarry? Dove sono i loro successori? E perché invece di scacciare l’afasia continuiamo ad aspettare Godot?

E’ una brutta epoca. Temo sia l’epoca dei testimoni. E’ già successo, alla fine dell’altro millennio. “Di noi scriveranno mezza pagina di storia, con una bella medaglia, troie e maiali .. alla memoria” scrivo in “Nel Segno di Caino”. Però, qua e là, delle scintille, per me, ci sono. Bisogna andarsele a cercare. Nella ricerca artistica, in alcune traiettorie che ancora non danno esiti visibili (figuriamoci se hanno indizi politici). L’arte è la cura. Secondo me esplorare l’inconscio, ravvicinare l’uomo agli animali, la natura alla scienza, la tecnologia agli artigianati, i simboli antichi agli ammennicoli della modernità. I nomi degli eroi non sono scritti, sono tutti quelli che hanno smesso di aspettare Godot, di giocare col post moderno, con la sinistra di governo, con l’esclusione bancaria dell’utopia. Sono coloro che in teatro sanno che per “curare” (oltre a curarsi) occorre l’arte. Se il teatro sociale non produce segni d’arte è un teatro inutile. L’insieme di scoperte conquistate a fatica, individualmente o assieme a qualche piccola tribù: la disciplina dello studiare senza compensi, il sapere che (come dice Peter Brook) per trovare il teatro devi andare il più lontano possibile da lui, per fare politica devi fuggire dai partiti, per “governare” questa esigenza interiore devi sventolare forte il vessillo minoritario dell’anarchia.

I segni dei successori dei grandi del novecento non ce ne sono, visibili, però le orme, secondo me, per trovarne qualche traccia vanno in questa direzione. Di presenze reali pochissime. Dobbiamo anche tenere conto che i media le uccidono, ignorandole, diffamandole .. Per cui .. lo so che è un’idea post romantica del cazzo, però .. c’è anche gioia, in questa prospettiva ..

Ho freddo mio caro amico. Ho freddo in questa umanità che riversa la propria ostentazione sull’essere stolti, così, come può essere stolto un palo stradale senza la sua segnaletica, senza più cognizione di causa, senza principi, senza fondamenti. Ed è lì, questa umanità, ritta e senza scopo, senza senso e si mostra nella sua vanità. Evanescente, inutile, impercorribile.

Forse, sono impazzito o forse semplicemente torvo, e scusami se ti chiamo caro amico, so di non averne diritto, ma penso che tu lo sia veramente. E come molti altri, credo che tu incorra ogni giorno in questa mentalità dell’oggi, che dell’ipocrisia ne ha fatto bandiera, un raggiungimento collettivo, un orgoglio da gettare in faccia a tutti. C’è dello stantio in tutto questo, c’è del perverso. Come stantie e perverse sono le programmazioni di molti teatri, dei molti spettatori mancati, dei fondi pubblici, della stragrande maggioranza delle scelte autoriali o attoriali. Ma non sono io che voglio dare una risposta, né il mio vuole essere un giudizio indelebile o solenne, questo è solamente il risultato di quello che vivo, di quello che leggo, di quello che ascolto. Ed è a te che voglio chiedere, è da te che voglio conoscere.

Cosa pensi dovrebbe cambiare nella scelta di un direttore artistico, di una compagnia, di un’amministrazione e della gente comune, per ridare nuova luce al teatro, per ridonare al teatro il giusto posto, la giusta importanza, il giusto ruolo?

Dovremmo cambiare noi, essere più bravi, più radicali e onesti. Riuscire a mostrare concretamente le bellezze che vogliamo. Risorgere in continuazione .. ignorando il sistema. Una tribù in una riserva indiana .. con un po’ di tecnologia e qualche strumento di difesa.

Rispetto al teatro istituzionale, poi, quello che dovrebbe cambiare è l’assistenza dello Stato. Abolire il Fus, come mercato delle vacche e raddoppiare gli stanziamenti a favore dell’occupazione artistica e tecnica (abolizione di tasse, oneri previdenziali, fiscali ecc.), costruzione di spazi liberi, capaci di ospitare, con foresterie, addetti alla promozione. Insomma, l’esatto contrario di quello che sta accadendo.

Per non parlare dello scempio dei bandi. Specie di quelli rivolti ai “giovani”. Ma si può essere più stupidi di così? In quale società, se non barbarica, in quale mestiere, il rinnovamento si fa in questo modo? Finiranno per mettere a bando anche i matrimoni.

Qual’è l’atto politico che un teatrante dovrebbe compiere ogni giorno?

Dieci ore di lavoro al giorno: due di studio, tre di allenamento fisico, tre di relazioni sociali e due di improvvisazione o composizione scenica.

Una settimana al mese dovremmo realizzare interventi d’arte sui territori, con un repertorio in cui si alternano a) l’opera prodotta b) il training aperto, che in sé dovrebbe esprimere un’idea di “scuola” c) esercizi di composizione scenica coinvolgendo gruppi e persone del territorio.

In questi anni, non sono molti coloro che si sono spinti fuori dalla mediocrità e dalla rassegnazione ed in questo deflagrarsi del livello culturale italiano, una cosa è evidente, sia tra gli addetti ai lavori che tra coloro che né osservano la caduta da lontano, l’immagine grottesca che esso crea. Nelle mie precedenti riflessioni penso di aver sintetizzato quello che provo, ma non me ne sottraggo dall’aver anch’io delle colpe. Proprio perché vivo una quotidianità, come tutti, che mi porta fuori dal paradiso della scatola scenica, con gli stessi problemi che tutti, o quasi, hanno: i figli, la famiglia, la luce, il gas, le spese scolastiche, le tasse, il cibo ecc.. Molte volte costretto dalla sopravvivenza propongo i miei progetti ovunque ed è proprio in questa mia e nostra disperazione, che riusciamo a portare il nostro teatro fuori dai teatri, tra le persone che probabilmente non ne usufruiranno mai. Certo, sono un fortunato, un privilegiato, ma periodicamente tutto questo mi crea una forte frustrazione che non è sicuramente irrimediabile. Riesco a vivere lo stesso, proprio per la contraddizione che si vive: in Italia si ha ancora fame di teatro!

Ed è proprio in questa fame ed in questa voglia di cambiare lo status quo, che ti chiedo del Teatro Irregolare. Cosa è avvenuto nel suo breve periodo di vita? Quali sono le cose comuni che hai riscontrato in coloro che vi hanno partecipato? Quali sono i suoi traguardi, i suoi raggiungimenti, i suoi fallimenti?

Purtroppo l’idea non è decollata. Il gruppo, in realtà, è poco più di una pagina facebook, peraltro divenuta più vetrina d’informazione che luogo di scambio culturale. Stare fuori dal mercato è durissimo, come tu dici e per farlo, secondo me, occorre condividere in profondità degli obiettivi. Animali Celesti ha una sua rete di riferimenti umani e progettuali, si è costituita senza atti formali, per affinità. Ne fanno parte sensibilità artistiche molto diverse, accomunate però da una sincera stima. Ci piacerebbe condividere un marchio di qualità (che non vuol dire spocchie di eccellenze presunte ma il tentativo di identificare un disegno di appartenenze condiviso). E’ difficile, tutto va in un’altra direzione e remare controvento stanca. Però a volte è questo che ti dà anche l’energia. Mi piacerebbe organizzare un incontro tra tutti coloro che si sentono irregolari. Spero che prima o poi accada. Però bisognerebbe definire prima le regole e le finalità.

Sempre più spesso sento parlare di professionisti dello spettacolo, penso però sia un ossimoro, una risposta goffa alla paura dell’incertezza. Qual’è per te la differenza tra la precedente definizione e la definizione di artista?

Intanto c’è una differenza enorme, anche a livello etimologico, tra spettacolo e teatro. A volte mi scappa usare il termine spettacolo ma non mi piace. L’artista è un artigiano, esplora dentro uno stile, delle forme, colori, spazi vuoti, esprime. Sta nello spazio della presenza, nel qui e ora del rapporto con uno spettatore. Spesso cerca i suoi spettatori ed anche se ha una sua comunità di riferimento, senza volerlo, gli capita quasi sempre di dividerla. A volte capovolge il rapporto attore – spettatore, cercando di rompere i canoni del linguaggio. Ma ciascun artista lo fa a modo suo. Cerca continuamente e rinnova ciò che sa e che non sa. Impara per insegnare. Il suo fine è la ricerca.

Il professionista dello spettacolo è figlio dei nostri tempi, un mercenario. Ripete. La copia della copia. Confeziona un prodotto di consumo utile a qualche scaffale dell’intrattenimento: far piangere, far ridere, educare, promuovere qualunque cosa sia funzionale al mercato. Il suo fine è il successo.

Nel ringraziarti ancora per la tua sensibilità e per la tua pazienza, ti lascio il testo di un nostro vecchio spettacolo che facevamo in strada “Crack – l’uomo fatto a pezzi”. Probabilmente, anche se in forma lunga, riassume quello che avrei voluto dirti attraverso le mie domande ed i miei ragionamenti.

<< Tutti siamo giudicati malati in questa società di malattie, tutti siamo giudicati patologici in questa società di patologie, tutti siamo giudicati dementi in questa società di demenza. E ce n’è per tutti i gusti e ce n’è per tutti i colori, per tutte le età, per tutte le razze. Senza troppe distinzioni. Nessuno è escluso. Anzi, sembra che in questi tempi di modernità siano le persone normali ad aver bisogno di aiuto, ad aver bisogno di una cura, ad aver bisogno di una dovuta prescrizione psichiatrica.

In quest’oblio senza fine siamo come coloro che degenerano con velocità e narcisismo. Senza capire e senza volontà. Senza destino e senza diritto. Solo privazione e derisione del più debole. Solo masochismo e onnipotenza. Solo menzogne e crudeltà. Solo distorsione e catastrofe. Solo miserabili e truffatori.

Avevamo trovato il principio con la nascita e lo abbiamo distrutto. Abbiamo continuato a violentare questo corpo rendendolo sterile, togliendo l’inizio e la fine. Abbiamo creduto alla salvezza divina disseminando di paura ciò che ci circondava. Abbiamo sradicato il senso di sanità e di giustizia e abbiamo controllato il giusto comportamento, il giusto status quo, il giusto essere, il giusto non essere. Ci siamo liberati finalmente dell’incomprensibile umanità e della sua variabile complessità, attraverso la pulizia, la coscienza, la corruzione, il guadagno, la psicosi. Ci siamo finalmente allontanati dal senso di evoluzione e di conquista.

Oramai, siamo come esseri morti che camminano con una volontà lobotomizzata, rassegnati alla perversione di questo non ritorno. Perché tutto è curabile. Perché tutto va curato.

Forse, abbiamo bisogno di più suicidi. Forse, abbiamo bisogno che qualcuno calpesti la dignità e la vita. Forse, abbiamo bisogno del buio totale per ritrovare quella piccola luce che ci rende eterni. Anche l’amore, oggi, sembra aver perso la strada. Solo scienza, solo denaro, solo dogmi, solo potere. Sembriamo il preannuncio di una naturale degenerazione, in questa ipocrisia del disgusto. Pensavamo che il senso del rispetto per l’altrui sensibilità esistesse .. ma non è mai esistito e non esisterà mai. Oramai siamo tutti zoppi in questa società senza gambe.

La miseria si accompagna alla miseria, l’inutilità degli altri alla nostra inutilità. Ed in questo mondo dove la tortura è diventata buongusto si ride delle disgrazie altrui e non si lascia speranza agli ultimi. Ed è proprio in questa libertà ossessiva che si perde il senso. È proprio in questa uguaglianza camuffata dalla democrazia che tutto diventa vanità, qualunquismo, ignoranza. Oggi solo negazione e dissenso. Oggi solo fuga ed alterazione. Oggi solo odio e aberrazione senza senso.

In questi tempi di malessere generale l’unico percorso perseguito è quello della disperazione che ci introduce nell’eterno baratro del dolore, nel vigliacco possedere le vite future, le vite presenti, le vite altrui. Solo alla fine capiremo, prima rinchiusi nelle nostre celle e poi in silenzio. Separati uno dall’altra e Negati dal tutto. Completamente distrutti. >>

http://www.animalicelestiteatrodartecivile.it/it/home

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