Teatro Cantiere

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Teatro Cantiere

Ciao Hengel, ciao Sara sono entusiasta della vostra partecipazione a Dialoghi Resistenti e sono felice che persone come voi, abbiamo voglia e soprattutto interesse di trasmettermi, il proprio pensiero e la propria esperienza. Ho conosciuto il vostro lavoro molti anni fa, questo, perché ho sempre un occhio attento a ciò che si muove nel territorio, che sia esso regionale, che sia esso nazionale e poi nella mia ingenuità, penso che le affinità prima o poi si incontrino e ne traggano una dall’altra, una sorta di scambio e di abbraccio fraterno. Mi avete sempre incuriosito, sia per le scelte artistiche da voi intraprese, sia per gli studi che avete fatto e condotto. Vorrei, in questa prima fase, una sorta di vostra presentazione umana. Chi siete? Da dove venite? Qual’è la vostra formazione teatrale? A cosa aspirate? Cosa vi aspettate dal fare Teatro?

Ciao Luca, intanto vogliamo dirti che siamo onorati nel partecipare a Dialoghi Resistenti. Inutile sottolineare che ci sembra un’iniziativa assolutamente interessante e necessaria, un modo per trovarsi e per capirsi, cosa spesso rara tra i teatranti.

Proveremo a rispondere alle tue tantissime domande in modo informale e giocoso, sincero e chiaro, come vuole il nostro stile.

Sara ed io (Hengel) siamo liguri, lo si può ancora indovinare dal nostro accento seppur si viva a Pisa da un bel po’, ma soprattutto lo si può indovinare da certi nostri modi un po’ grezzi e bruschi, da quella scorza dura che sembra avvolgerci il cuore, ma che se la sai rompere …

Quasi venti anni fa ci siamo fidanzati (si dice ancora?) umanamente ed artisticamente. Eravamo ragazzi, ci accomunavano uno strano senso di insoddisfazione e la consapevolezza di essere un poco fuori posto in un mondo che sembrava non assomigliarci. E non erano rigurgiti tardo adolescenziali, ma una condizione umana che ci ha portato a sentire la necessità di esprimerci, di cercare quel qualcosa che ci mancava nell’arte, nel gioco, nella gioia.

Il teatro non ci è mai piaciuto più di tanto. Avevamo una band. Eravamo così assurdi nel contesto Ligure-Montano e Basso piemontese che qualcuno ancora si ricorda e ride sotto i baffi. Ci chiamavamo Alzheimer. In luoghi dove la senilità della popolazione è altissima quel nome faceva uno strano effetto. In molti ci dissero che non faceva ridere nessuno. Infatti non doveva, era il nostro grido. Disperato.

Il teatro ci sembrava noioso, lo conoscevamo poco a dire il vero: quello classico ci è sempre apparso ridondante e falso, quello sperimentale pretenzioso e intellettualistico. Ci si fermava lì. Poi il caso volle che la mia passione per la Danimarca mi abbia fatto seguire un corso di danese all’Università (nonostante facessi Lettere Moderne) e mi venne offerta la possibilità di fare la Tesi sull’Odin Teatret con tanto di borsa di studio. Sara mi seguì anche lei con una borsa di studio. Facendola breve conoscemmo l’Odin e questo ci fece comprendere senza ombra di dubbio quale fosse la nostra strada: il Teatro. Ma non quello dei clichés e degli attori tromboni: un teatro vivo e pieno di umanità, un teatro che cerca l’altro, il contatto, l’amore. Ecco. Folgorati sulla via dello Jutland.

Tornati a Pisa, ancora con le valigie da disfare ci siamo guardati intorno e abbiamo trovato un luogo, il Cantiere Sanbernardo. Ci è stata data ospitalità e vi abbiamo creato un laboratorio permanente, per fare ricerca teatrale, per capire fin dove si potesse andare. Era il 2002 e di tempo ne è passato un bel po’. Anche le aspirazioni sono cambiate. Di sicuro possiamo dirti che facciamo teatro non certo per diventare famosi (oggi come oggi sarebbe quasi un paradosso), ci muove piuttosto la necessità di svelarci, di trovare noi e l’altro, di pensare le relazioni umane in modo diverso, più sottile. Vediamo il teatro come una possibilità di interazione fra gli uomini che trascende le normali relazioni, che rompe i muri. In generale abbiamo scoperto che non ci muove la necessità di mostrarci, di andare sul palco, di fare spettacolo, piuttosto troviamo molto nostro tutto il lavoro che sta prima, quel percorso lungo e tortuoso che prepara. Lo spettacolo in fondo è quasi un effetto collaterale. E queste come vedi sono tutte aspirazioni e necessità legate ad un discorso più umano che commerciale.

Eppure tra le nostre aspirazioni è fortissima quella di poter vivere ed avere un minimo di certezza economica attraverso il teatro, anche se a dire la verità non sappiamo bene come fare. Questo perché ci vogliamo tenere lontani da certi circuiti che trattano il teatro come merce (e loro, presumiamo, vogliono tener lontani noi), non abbiamo più voglia di partecipare a Bandi dove le compagnie si sbranano per ottenere briciole, non possiamo girare continuamente con uno spettacolo perché la maggior parte del nostro lavoro si concentra sulla ricerca e la pedagogia e questo richiede moltissimo tempo.

Insomma, una delle nostre caratteristiche è proprio quella di cercare nuove possibilità e di credere nel Sogno, per questo proprio in questo periodo, stiamo sondando strade alternative per poter vivere di e con il teatro. Ovviamente si tratta di una via che include interazioni umane ed amore. Non diremo altro se non che pensiamo, come affermavi tu prima, “che le affinità prima o poi si incontrino e ne traggano una dall’altra, una sorta di scambio e di abbraccio fraterno”. Da qui forse può cominciare un modo nuovo di vivere e pensare il Teatro.

Circa quattro o cinque anni fa, vi invitai a Pistoia durante una delle tre giorni che a quei tempi, con fervore e convinzione, organizzavamo nello spazio liberato e, dove per un lungo periodo ho operato; alla fine però, per svariati motivi, il nostro primo incontro reale, fu rimandato. Il progetto era “I vostri bambini” ispirato alla vita e alle vicende di Charles Manson. Mi ha sempre fatto sorridere, nel senso buono della definizione e del sentimento, l’inizio della scheda tecnica. Dopo la prima domanda, sul perché della vostra scelta di dare voce a questo oscuro personaggio, avete risposto << perché Shakespeare lo fanno tutti >>. Tralasciando l’ironia della frase, probabilmente il movente cela una critica reale, al senso del racconto ed al cosa sia giusto portare in scena. Anche a me, in questo caso, come è successo a voi, si sono illuminate “le antennine”, proprio perché, nel mio percorso teatrale preferisco parlare di qualcosa di attuale, legato al nostro contemporaneo, al nostro vivere oggi, con codici, storie e linguaggi, legati a quello che viviamo quotidianamente. Certo, la tipologia e le tecniche del nostro fare, è diversa, ma la svolta da voi presa, quasi inesorabilmente, nel sostituire la fiaba di “Alice nel paese delle meraviglie”, con una storia reale << dove il lieto fine è una mera illusione >>, mi è sembrata una cosa più utile e funzionale nella necessità di continuare a fare teatro, in questa società dell’immagine che spettacolarizza ogni tragedia ed ogni comportamento.

Il vostro è una forma di teatro rituale, fisico, evocativo. La vostra aurea energetica raggiunge qualcosa di ancestrale; in essa affiora il primordiale, un esplosione simile al Big Bang, alla nascita della vita attraverso la morte. Per come la vedo io, riuscite a superare i cliché di rappresentazione e di stesura drammaturgica, attraverso, un lungo lavoro di laboratorio e di ricerca, che parte appunto, da un luogo ben definito per arrivare ad un altro da definire.

Parlando di glossolalia, di canto, di corpo e di parola che funzioni date ad ognuno di esse e come affrontate la fase progettuale e laboratoriale?

Qui apriamo un mondo. Come ti accennavamo prima, la nostra ricerca si concentra, in particolar modo, sull’uomo, sull’attore, sulle sue possibilità interiori e fisiche. Ricercare se stessi. O piuttosto svelare se stessi, senza paure, senza auto-giustificazioni. Attraverso l’uso della glossolalia ad esempio abbiamo scoperto di come si possano mettere a nudo certe sensazioni nascoste, certe emozioni celate. Lo stesso vale per il canto: può portare a galla cose impensate se praticato con le giuste modalità e con sincerità; può emettere un’energia enorme. Spesso lavoriamo così: aiutiamo gli attori a togliere i muri, a svelare la propria intima verità. E lo facciamo facendo loro riscoprire il proprio corpo, facendo loro riconoscere ed accettare i propri impulsi vitali ed emotivi. Può sembrare banale, poetico, ma in realtà è un lavoro duro, a volte impietoso, ma che può dare molta soddisfazione. Cerchiamo un nucleo, qualcosa di veramente basilare che può affiorare da un canto, da un modo specifico di usare la glossolalia o più semplicemente da una piccola azione fisica. Qualcosa di vivo. Da lì può nascere un intero spettacolo, trasformando quel canto, quell’azione, quella glossolalia in una forza centripeta e creatrice. Nel nostro lavoro ci concentriamo in sostanza su questo: un contatto con l’altro, ma vero, umano e un contatto con se stessi, ma puro, sincero e non banale.

Quella sincerità e quella voglia di trovarsi e fondersi nell’altro sta alla base del nostro teatro. E l’altro è sia il compagno di lavoro sia, poi, il pubblico. Ci piace fare ricerca teatrale ‘nell’oscurità’ proprio per questo, in fondo forse il nostro più importante spettacolo è quello del contatto che si crea con chi lavora con noi mentre “il Pubblico”, per certi versi, viene dopo.

Riguardo Charles Manson devi sapere che sono un grande appassionato della sua storia e del personaggio, possiedo i suoi dischi, lettere, foto. E’ qualcosa di inquietante ma estremamente stimolante. Nel tempo abbiamo sentito la necessità di dire la nostra a riguardo e abbiamo portato in scena “I vostri bambini”. In generale però col nostro teatro non raccontiamo storie. Almeno non nel modo canonico. Preferiamo concentrarci su un percorso emotivo, che parli al cuore e non alla mente. E lo facciamo proprio col linguaggio del cuore, per cui spesso la lingua intelligibile è bandita e si comunica attraverso altre fonti.

Qual’è il vostro rapporto con l’Odin e con il Workcenter di Pontedera?

La nostra è una relazione complicata, difficile da spiegare. Entrambi hanno una caratteristica per noi importante: fanno quello che dicono. Niente promesse, ideologismi o parole al vento, ma rigore, serietà, professionalità unite a grandissima umanità. Questo ha fatto sì che, dopo un primo approccio, il nostro legame rimanesse saldo. I due casi sono però molto diversi. Quelli dell’Odin sono i nostri padri, quasi nonni (Eugenio Barba sembra un ragazzino ma ha ottant’anni). Ci hanno accolto giovanissimi ed ignari nel 2002 illuminandoci su un mondo teatrale che non avevamo idea esistesse e che per certi versi è diventato poi il nostro mondo ed anche ragione di vita. Negli anni, direttamente ed indirettamente li abbiamo sempre seguiti. Il nostro lavoro parte da lì, parte da loro e da quello che ci hanno trasmesso. Recentemente abbiamo avuto l’onore di assistere e partecipare al lavoro di regia di Barba per lo spettacolo Ave Maria con Julia Varley, grazie al progetto “Ave Maria. Eugenio Barba Directs” e ancora una volta siamo rimasti folgorati dalla loro energia e passione, per non parlare della loro infinita bravura. Poi, l’anno scorso abbiamo ricevuto l’invito per partecipare alla loro festa di compleanno (cinquant’anni! E ripetiamo: cinquanta!), è stato davvero commovente. Essere loro ospiti significa finire in un turbinio di esperienze, incontri, cose da fare, situazioni da sgarbugliare, persone di ogni parte del mondo da gestire. Non c’è niente di più stimolante, è come entrare in un altro mondo pieno di impegni che ti piacciono e di gente stupefacente. E quando ci sei non vorresti più uscirne.

Altra storia con il Workcenter. Abbiamo conosciuto il lavoro di Grotowski attraverso Eugenio Barba in un periodo in cui la nostra fiammante passione per il teatro era già forte. Le parole di Grotowski ci hanno però aperto un universo, ci siamo resi conto che lì c’era qualcosa di grande. Ci siamo perciò avvicinati al Workcenter ed i loro spettacoli ci hanno illuminati. Ammiriamo immensamente il loro lavoro, pensiamo non ci sia niente di paragonabile, almeno in Occidente.

Fatto sta che abbiamo cercato di trovare un contatto con loro, e col tempo siamo diventati amici. Il nostro forte interesse per quello che fanno e per come lo fanno deve averli in qualche modo colpiti, per questo diverse volte ci è stata data la possibilità di seguire le loro prove, di assistere ai loro spettacoli prima ancora che venissero resi pubblici. Ci hanno dato questa incredibile opportunità, sia Thomas Richards che Mario Biagini. Gliene siamo sempre grati. E’ stato estremamente formativo e umanamente fortissimo. Thomas Richards, in particolare: l’anno scorso è venuto ad assistere alle nostre prove con tutto il suo Team, in un momento in cui Teatro Cantiere si trovava ad una svolta decisiva e critica per il suo futuro. Ad un cero punto s’è tolto di fretta la giacca e le scarpe e s’è messo a lavorare con noi, spingendoci a tirare fuori il massimo e dopo pochi minuti ci siam ritrovati in un turbine di azioni e suoni. Questo, e poi le sue parole oneste, forti, ed in un italiano traballante hanno dato una spinta al nostro lavoro mai vista. Et voilà: ecco il nostro rapporto col Workcenter … a volte è strano, non sappiamo bene dove vogliano arrivare con noi e probabilmente anche noi non sappiamo bene dove si voglia arrivare con loro … Ma così è. Per ora ci accontentiamo di nutrirci dell’energia dei loro spettacoli e dei loro canti, di assistere al loro lavoro dietro le quinte quando possibile e di offrir loro stima e rispetto incondizionati.

Restando sempre ai laboratori, ho visto che in questo periodo ne avete finito uno, con un gruppo di piccole creature. E come avete ben descritto in uno dei vostri articoli, penso anche io che i bambini siano privi di maschere e che attraverso la loro osservazione, un osservazione silenziosa e meravigliata, si possa trarre tutto ciò che crescendo si perde, ciò che crescendo viene ricoperto da stereotipi e vizi comportamentali. Insomma, una magia. Una magia che crea straniamento. Uno straniamento, per definizione, che ci porta all’alienazione. E siamo proprio noi, quegli alieni, anzi, quelli alienati che specchiandoci in un immagine distorta del nostro essere, ci troviamo spiazzati, regrediamo, tocchiamo l’estasi attraverso la loro semplicità e la loro “stranezza”. Una stranezza che definiamo tale, proprio per il furto che ci offre la vita, nell’età più adulta.

In passato ho condotto anch’io molti laboratori per bambini. Naturalmente nelle scuole, in quelle strutture che dovrebbero fornire i primi rudimenti alla conoscenza e sulla comprensione del mondo. Ma con il tempo, ho scoperto che la gratificazione che doveva essere restituita ai genitori e alla scolarizzazione, sotto forma di spettacolo, rubava tempo allo scopo principale di tali attività, fino a quando questo tempo, per natura sfuggente ed ingestibile, non è stato circoscritto a tal punto da essere ridicolizzato e ridicolizzante. Lo scambio e la crescita reciproca, attraverso il dono, il dono di sé e del proprio essere era stato ristretto a tal punto, da sembrare un effimera illusione, una cosa inutile, qualcosa di superfluo. Ma il teatro, cioè quel rituale magico che ci sveste delle nostre inutilità, vive del tempo e nel tempo si moltiplica e si divulga.

Qual’è la vostra esperienza a questo proposito? Perché il vostro sperimentarvi anche con i futuri adulti del domani? Che ruolo dovrebbe avere il teatro, secondo la vostra esperienza (anche non scolastica), all’interno dell’istruzione?

Ah ah ah! Le piccole creature di cui parli sono in realtà adulti fatti e vaccinati. Probabilmente ti confondi perché noi vediamo i partecipanti dei laboratori un po’ come i nostri bimbi e spesso ci diverte descriverli come tali … Probabilmente hai letto qualcosa sul nostro sito … pardon! Attualmente abbiamo un nuovo gruppo di ragazzi con cui lavoriamo, sono cinque più alcuni nuovissimi che si stanno timidamente avvicinando, e per noi teatralmente sono bambini, umanamente sono belli adulti. Diciamo che ogni volta che qualcuno si avvicina al nostro lavoro sembra rinascere ad una nuova vita: reimpara a camminare, a parlare, cantare, glossolaliare, interagire, relazionarsi, e così via, proprio come fa un bambino nella sua crescita verso l’età adulta.

Raramente lavoriamo con bambini veri, preferiamo quelli un po’ cresciuti, almeno per ora. I bambini sono però per noi saggissimi maestri, la loro spontanea vitalità e il loro corpo senza censure fa un baffo a tutto il nostro lavoro. I bambini avranno i cancelli spalancati per i Regno dei Cieli, aveva ragione quello là. La Verità sta lì. Però no, non si lavora coi piccoli perché per ora la nostra ricerca si muove su altre strade. In ogni caso ti diremo che il teatro può avere un ruolo fondante nella formazione di un bambino. Rafforzare la consapevolezza del proprio corpo, giocare coi suoni e con la voce, creare relazioni, sono esperienze che oggi come oggi sono rare per molti bimbi e il teatro darebbe un aiuto fondamentale. Almeno col teatro potrebbero riuscire a mantenere un nucleo di vita vera che spesso viene schiacciata in un angolino e poi, col tempo, persa di vista. D’altronde il nostro lavoro consiste proprio nel far riaffiorare una certa vitalità spontanea già presente in tutti noi.

Ho sempre invidiato la vostra sede, o per meglio dire il luogo dove operate e dove risiede il vostro teatro, cioè un ex chiesa. Penso “siate stati fortunati” ad incontrare questo luogo, così come penso sia una cosa straordinaria reinvestire negli edifici sconsacrati e sradicati da ogni forma di rito religioso. Uno spazio fisico dove il rito spirituale ed umano può offrire all’arte ed a ogni sua forma di riminiscenza, una rinascita.

Questa immagine mi riporta alla mia infanzia, quando insieme a miei coetanei ed a quelli più grandi, giravamo i luoghi dove sono cresciuto, scoprendo così edifici e ruderi, oramai dimenticati e lasciati a se; tra alberi e cespugli che spuntavano in ogni dove e che con il passare dei giorni, riprendevano ciò che era stato strappato loro, restituivano tutto alla natura. Ed in questa natura prepotente e selvaggia ho viaggiato, ho fatto le mie prime esperienze sensoriali, condivise, “pioneristiche”, insomma, le mie prime avventure trascendentali. Tra questi edifici, per l’appunto, c’era una chiesa, non molto lontana da casa mia. Ricordo ancora le lapidi sulla parete, che mi raccontavano per la prima volta le morti delle stragi fasciste; ricordo le scale che finivano nel sotterraneo e che non abbiamo mai valicato, a causa di un educazione dottrinale che troppo spesso ha fondato i suoi moniti ed i suoi insegnamenti, utilizzando le paure inconsce e retrograde; ricordo le finestre degli alloggi, con le tende e le finestre rotte; ricordo l’altare, la sagoma di polvere lasciata dal crocifisso, il tetto crollato, il verde quasi lussureggiante che ben si inseriva tra tutta quella desolazione e quell’abbandono. Crescendo, ho sognato che divenisse altro, che tornasse alla vita grazie all’arte, che qualcuno o che addirittura l’amministrazione comunale riuscisse a trovare dei finanziamenti e le forze per farla rivivere. Nei momenti disperati, ho desiderato persino che uno speculatore edile, ci costruisse su un loft, per non fare morire quella memoria, che lasciata così sembrava scomparire per sempre. Nell’indifferenza e sotto gli occhi di tutti, compresi i fedeli.

In Italia per fortuna, altre chiese hanno avuto il passaggio del Cantiere San Bernardo e allora, vi chiedo: cosa pensate potrebbe accadere, se lo Stato, o le banche o chi comunque ne detiene il potere economico, “sfruttasse” i viventi (cioè gli artisti di oggi) e non i morenti (gli artisti di ieri), per aprire vere e proprie case della cultura e della diversità, facendole gestire direttamente al cittadino? Cosa pensate potrebbe cambiare nella nostra società, se si fornisse gli strumenti giusti alle nuove generazioni, facendoli così maturare in vere e proprie botteghe d’arte, dove l’importanza del confronto e la rispettiva crescita fossero accompagnate, dal contatto diretto con il pubblico e con le persone comuni? Cosa pensate potrebbe cambiare, nella fruizione del teatro, se chi lo gestisce o chi lo finanzia o chi lo fa, smettessero di trasformarlo continuamente in un luogo del lusso, o in un luogo della noia e dell’incompreso? Cosa pensate manchi, oggi, agli attori, ai registi ed ai drammaturghi per rendere più fruibile il teatro e coinvolgere al suo interno un maggior numero di persone?

Il Cantiere Sanbernardo è stato per noi fondamentale. Ci ha ospitato ormai tredici anni fa ed è grazie a questo spazio e alle persone che lo gestiscono che Teatro Cantiere ha trovato nascita, identità e accoglienza. Il problema di spazi come questi sono sempre i soldi e la precarietà, come puoi immaginare. Negli anni il Cantiere ha imparato ad usare pochissimo denaro e a basare la propria attività su scambi e idee alternative. Questo però non basta ed infatti tutti noi organizzatori siamo volontari e non vediamo il becco di un quattrino. Dall’altro lato non abbiamo una situazione stabile, nel senso che le istituzioni in generale preferiscono voltare la faccia, non affrontare, non vedere che queste situazioni per loro politicamente “spinose” sono in realtà la vita stessa dell’arte e della cultura reale, attuale, vivente, fermentante. In questi spazi sta la cultura viva e non nei musei. Si dice che il museo sia il cimitero dell’arte e i curatori i becchini, no?! Però solo pochi sembrano crederci veramente. Non sappiamo che dirti. Quello che stiamo tentando di fare con Teatro Cantiere è proprio provare a ridurre all’osso il giro di danaro e tentare altre vie, sembra non bastare anche qui, ma non ci arrendiamo.

Forse le cose devono nascere dal basso e farsi forza e spalleggiarsi stringendo i denti. Certo se lo Stato cominciasse a comprendere cosa sia la Cultura Vivente. Se lasciasse spazio alla libera organizzazione dei cittadini sovvenzionandoli o anche solo lasciandoli fare alla luce. Non sappiamo se questo accadrà mai, ma di certo noi sentiamo una necessità quasi assillante di chiamarci fuori da certe regole e trovare reti e mondi disposti a muoversi verso una vita diversa. Questo manca al teatro oggi: si tiene ancorato ad un vecchio sistema, le compagnie anziché creare circuiti umani si sputazzano addosso per accaparrarsi una data. Davvero. E’ questo il teatro? Noi ci immaginiamo una comunità vivente e collaborativa, sana, vera … ed invece cosa ci si trova davanti? Per coinvolgere più persone nel teatro bisogna in primis amarle. E non è retorica. Noi stiamo provando a fare il primo passo, e anche voi di Ultimo Teatro a quanto pare.

La prima volta che vi ho incontrato fisicamente è stato in una delle riunioni che il Teatro Metastasio, sotto la direzione di Magelli, stavano attuando, per far conoscere tra loro le varie compagnie toscane ed instaurare “con loro e per loro” un rapporto che creasse una sorta di circuito, per mettere in pratica le teorie raggiunte durante queste dolci e candide discussioni curriculari. Sé come inizio, poteva avere un intento nobile, visto la premessa di paragone e di raggiungere alcune fasi del Teatro Europeo, dove c’è una maggior fruizione e scambio tra le varie realtà, quello che si è rivelato nel tempo è stato un vero e proprio fallimento d’ego magistralis. Innanzi tutto, colgo l’occasione per ringraziare Hengel, per essere intervenuto (con grande mia felicità) in uno di questi incontri, scuotendo così, tutti coloro che stavano presenziando, per cercare di intrufolare i propri “talenti” all’interno di un posticino ben scaldato, di un posticino ben pagato, di un posticino ben istituzionalizzato – insomma una vera e propria fiera dell’ato. In secondo luogo, vorrei smuovervi una serie di domande che pongo a tutti, proprio perché esse nascono da un bisogno comune e da una mancanza collettiva, di analizzare e cercare di buttar giù, delle proposte in grado di cambiare l’attuale sistema.

Cosa pensate dei circuiti teatrali? Che ruolo dovrebbero avere i critici? Cosa sono per voi i premi ed i concorsi? A cosa dovrebbero servire i finanziamenti come ad esempio quello del Fus?

Non siamo molto informati sulla situazione teatrale attuale a dire il vero, noi ci si muove nell’ombra. I circuiti teatrali potrebbero diventare una cosa interessante, ma come dicevamo prima dovrebbero essere qualcosa di più che un semplice “far girare le compagnie”. Un circuito funziona se è vero, se è fatto di persone che interagiscono, altrimenti è solo una parola di moda. La nostra sensazione è che il teatro abbia perduto il suo lato più importante: quello umano. Per far posto alle solite leggi di mercato. Lo stesso vale per premi e concorsi … dovrebbero essere sani momenti di condivisione e crescita … e invece.

Riguardo ai critici ti diremmo che attualmente è tutto uno scambio di favori perlopiù. Pensiamo che ognuno dovrebbe essere critico, tutto lì. E poi non ci sono mai piaciuti gli intellettuali che osservano, giudicano e non si sporcano mai le mani. È una cosa ridicola e per certi versi grottesca vedere che certi personaggi privi di Vita, col “cervello fino” e le mani morbide e lisce siano i giudici di quell’arena fatta di carne, sangue, fango e sogni che è il Teatro. Ci vengono in mente certe “Considerazioni Inattuali” di Nietzche, ma per non risultare, appunto, intellettualoidi citeremo invece il discorso del peone Juan in Giù la Testa, che forse sembra non c’entrare, ma c’entra: << C’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto” […] Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione … E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente … tutto torna come prima! >>.

Mamma mia, e i finanziamenti! Sul serio ci vorrebbe una rivoluzione. Dai, Luca lo sappiamo … davvero … vengono finanziate con bei soldi le solite realtà ed istituzioni morte e mangiadenari. E’ mostruoso. Dovrebbe essere rivisto tutto, alle radici.

La seconda volta che vi ho visto e questa volta con più tempo per scambiare due parole, un cenno di stima e la possibilità di vedere un vostro lavoro dal vivo è stato due anni fa, in estate, nello splendido Parco degli Jalari a Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia. Ecco, questo a proposito di luoghi sacri e di luoghi dove i viventi hanno la possibilità di lavorare, confrontarsi e crescere con l’ausilio della natura, della tradizione e dell’incontro, ne è l’eccellenza. Non è un luogo dello stato, ma un luogo dove lo stato delle cose, si modifica e si evolve seguendo un progetto lucido e ben preciso, che affonda la sua forza e le sue radici nell’unione delle diversità. Un luogo che tutti dovrebbero visitare e vivere. Quest’anno invece, sempre in estate, abbiamo incontrato Davide nella sua città natale, ad Alcamo, durante un nostro tour. Ci piace Davide, come ci piacete voi. Si percepisce subito il vostro legame e la vostra affinità. E parlando di affinità, di legami e di modi per aprire le porte al pubblico, ho visto il progetto di pubblicazione Web “Grand Quignol” all’interno del sito http://www.paginaq.it/ . Vorrei che me lo descriveste un po e mi spiegaste cosa vi ha spinto a comunicare sotto questa forma, delicata ed ironica.

Davide è il terzo elemento fondante di Teatro Cantiere. Ha cominciato a seguirci fin dall’inizio e tra i tanti è l’unico rimasto ad affrontare con noi la dolce tempesta della vita teatrale. Il suo lavoro è incredibile. Comunque … Teatro Cantiere ama comunicare e dialogare in ogni modo e con diversi mezzi e la nostra rubrica “Grand Quignol!” è proprio nata da questa necessità, parlare alla gente in modo semplice e diretto, dire loro di come il teatro sia molto vicino, legato alla vita, all’esistenza. Trovare modi di raccontare il teatro in modo diverso, che potesse far sorridere e al contempo parlare di noi, delle nostre esperienze che poi sono in fondo esperienze di tutti. Si pensa spesso al teatro come a qualcosa di noioso, con questi articoli vogliamo incuriosire le persone, avvicinarle ad un mondo che è molto più complesso ed interessante di quanto sembri. Così.

Conosciamo da tempo i ragazzi di PaginaQ e la collaborazione è nata spontanea.

Tornando a Davide e alla voglia di Teatro Cantiere di aprirsi, di cercare e creare contatti e reti, dobbiamo dirti che il ragazzo sta lavorando da tempo ad un Social Network dedicato agli artisti, agli Spazi, al Pubblico e alle Arti, un modo innovativo per trovarsi e iniziare collaborazioni. Si chiama CircYouity ed è già online nella sua versione beta su www.circyouity.com. E’ un progetto enorme, che vuole cambiare le regole … ti consigliamo di darci un’occhiata.

Qual’è per voi una altra forma di teatro fuori dal teatro, dai teatranti e dalla teatralità nel senso classico?

Ah ah ah, grazie Luca, ci hai fatto sorridere una seconda volta. E’ bella questa domanda. Il teatro è ovunque, almeno se la vedi come noi. Avrai certo visto diverse processioni religiose … e l’allenamento dei monaci Shaolin non è forse qualcosa di estremamente teatrale?

Ma per citarti un esempio preciso ti diremmo che le classiche Messe sono la cosa più sconvolgente, perché racchiudono diversi tipi di teatralità, tutte interessanti. C’è il Prete col suo rito (o si dovrebbe dire recita?) pomposo e teatrale … come un attore consapevole calcola i tempi, pesa i gesti. Poi ci sono i finti credenti, che recitano compassione e comprensione, che recitano gioia e afflizioni alla parola di Dio. Poi ci sono i rari credenti veri, quelli che teatralmente preferiamo, la cui recita, stupenda, è al contempo Verità e Vita. Che, di fatto, è la via che percorriamo con Teatro Cantiere. Mmmmm, mah .. forse ora ti appariremo troppo mistici … Ma ci conosci, Luca. Sai che siamo semplicemente matti.

Non credo siate matti, non scherziamo. Come dice un mio grande amico e non solo lui “la follia è una cosa seria .. ci vogliono anni di studio per raggiungerla”. Come non voglio fermarmi qua, per fare una recensione sul vostro lavoro, non è il luogo, non è nelle mie capacità, ed in un certo senso i vostri racconti sono molto più efficaci di qualsiasi réclame. E poi non voglio convincere i nostri lettori, su cosa sia giusto e cosa non sia giusto, dare priorità e diffusione. Vi lascio però questo mio scritto, per chiedervi un ultima cosa.

<< La mediocrità ed il cinismo non hanno bisogno di essere rafforzati, né attraverso le affermazioni, né attraverso discorsi inutili, né attraverso troppe parole, né attraverso la sua rappresentazione .. esse sono già forti e ben stabili per natura. Hanno una loro identità ed un loro motivo d’essere. Esistono infatti nella mancanza di coraggio, nell’assoluta perdita del senso della vita e nella più becera vigliaccheria.

Ed è in questa nostra cultura contemporanea che hanno iniziano a sviluppare radici profonde, persistendo nei membri flosci e sterili degli stolti, dei loro padroni, nel nostro essere schiavi. Più passa il tempo e più noto persone che tendono a trascinare con sé il resto del mondo, nell’oblio nel niente e non considerano la diversità come evoluzione di questo “homo” che resta animale, bestia, marciume putrescente, ma la utilizzano per creare dissidio, rottura, annientamento, discriminazione.

Per questo è nel pensiero che risiede la vera forza. Il pensiero e solo esso può elevarsi e rendersi eterno, e quando diventa castrazione, festeggiamento dell’ovvio, masturbazione o voyeurismo, il flusso del cosmo si inceppa, cade, diventa catastrofe. Ed è proprio in questa catastrofe del liquido seminale che implode l’esausta sorte, cade inutilmente su di un pezzo di carta, sulla tavolozza del bagno, su un tavolino pieno di cibo, dentro ad un bicchiere vuoto, sulla pelle dell’amante, nella rosa spina, al vento, tra la bufera. In questo defecare continuamente e dalla parte sbagliata, si sviluppa l’animo sensibile dell’Italia che succube del proprio passato, sembra passeggiare, pregare e riprodursi come se fosse in uno sciatto spettacolo, senza speranza e soprattutto, senza pubblico.

Ecco, è proprio nel teatro e nella funzionalità sociale che si dà ad esso, che se ne riflette il suo vero valore ed il valore di chi ci vive intorno, nella polis che lo accoglie e nello status quo che esso mantiene >>.

Partendo da questa mio pensiero, quale dovrebbe essere il ruolo del teatro nella nostra società e qual’è per voi un atto rivoluzionario?

La mediocrità e il cinismo … Comprendiamo lo scatafascio che vedi. Sì è orribile. Ma da tempo abbiamo deciso di non scaraventare la nostra rabbia lì, di non incolpare troppo ciò che consideriamo mediocre, di non instradare le nostre energie per combattere in maniera diretta questo “sciatto spettacolo”. No, non vogliamo nasconderci, ma pensiamo che per certi versi il cinismo, la furberia, la mediocrità si nutrano dell’attenzione che diamo loro. Scagliandoci loro addosso finiamo per dar loro una giustificazione, un motivo di esistenza. Preferiamo tentare di prendere totalmente un’altra strada: creiamo mondi, reti, situazioni sempre più forti e coese che sovvertono semplicemente facendo. Perché in fondo la resistenza c’è, piccola, flebile, sotterranea, individuale e collettiva. Del resto tanti vedono lo sfacelo (tanti no, indubbiamente), magari stanno semplicemente a guadare, incapaci di agire per primi, di essere “diversi”, perché come dici anche tu il diverso è sempre mal accettato, sintomo di qualcosa che va spurgato. È qui che per noi si inserisce il teatro, che si ciba e nutre avidamente di diversità, primitivismo, di uomini selvaggi che sanno di sudore, fango e terra. Forse per noi il teatro non è sui palchi lindi e con attori profumati, ma è nell’uomo vero, senza deodorante, che prende a sé tutti i mali del mondo, quelli che tutti vedono, sentono, sanno, vivono e te li rivive lì davanti in un atto espiatorio e purificante per tutti.

In ogni caso è naturale ed umano scagliarsi e combattere in modo diretto ciò che ci sembra non andare … e noi usiamo soprattutto gli articoli del Grand-Quignol! su PaginaQ a questo scopo; lì usiamo le parole, i ragionamenti, l’intelletto … col teatro, come già detto, preferiamo usare altri mezzi.

Ma ora proveremo a rispondere meglio alla tua domanda, e lo faremo iniziando a dire quale sarebbe il ruolo del teatro in un’altra società, in una società giusta e piena d’amore. Bene, in quella società il teatro sarebbe il centro di tutto … perché è nel raccontare storie, nel cantare, nel danzare, nel riunirsi per condividere se stessi che si nasconde la natura più bella dell’uomo. E l’altra società lo saprebbe. Ed educherebbe alla gioia, all’espressione, alla libertà proprio attraverso il teatro.

La società in cui viviamo invece ha il teatro che si merita, che le assomiglia, che ha il ruolo che dovrebbe avere, cioè nullo, la morte.

Naturalmente possiamo chiederci: che ruolo dovrebbe avere il teatro per cambiare lo status quo? E qui non sapremmo davvero come risponderti. Possiamo solo dirti che il teatro ha questa grande capacità di creare comunità, unione ed in Italia e nel mondo si stanno formando piccole comunità ai margini, gente che ritorna alle campagne, a un’esistenza semplice, che ridisegna la propria vita tagliando i ponti con tutto quel mondo “virtuale” che è stato costruito intorno a noi. Lì il teatro potrebbe ritrovare di nuovo il suo ruolo e i suoi motivi di vita. E quello è di per sé un atto rivoluzionario.

E’ divertente pensare che oggi come oggi un atto rivoluzionario possa essere non avere un profilo Facebook, o vivere senza telefonino … per quanto mi riguarda (Hengel), penso che il più grande atto rivoluzionario sia togliersi di dosso i vestiti e cominciare a vivere nudi. Già, forse ti sembrerà strano, ma credo che nessuna rivoluzione andrà mai a buon fine in una società dove ci si deve vergognare del proprio corpo. E’ così assurdo. Da un lato la carne nuda intesa come richiamo sessuale viene usata per vendere prodotti, per attirare gli allocchi, dall’altro lato si può venire arrestati e anche giudicati pazzi se si cammina per strada senza vestiti. La cosa mi ha sempre inquietato … Realizzare che la vista del mio pene possa scioccare le persone, metterle in crisi morale … Ce l’ho grosso, ma insomma … Pensare che chi si mostra in pubblico senza veli sia un criminale, solo perché è un umano, mentre tutti gli altri animali, sereni, possono mostrar le chiappe al vento … ti sembra giusto? Perché loro sì e noi no? Ecché forse noi siamo meglio?

Ma al di là dell’ironia da bettola, il problema è che non siamo liberi neppure della cosa più naturale dell’universo, la nudità. Ci creiamo delle prigioni mentali e in questo modo rinneghiamo la Vita e la Natura. Ci rifugiamo dentro a dei gusci, ci vergogniamo di noi stessi e vogliamo che anche gli altri si vergognino di loro. Ripeto: in un contesto come questo, quale rivoluzione potrebbe attuarsi con profitto? Finché rimarranno così tante barriere morali il dolore sarà sempre lì, dietro l’angolo e la guerra anche.

Io (Sara) aggiungerei ancora una cosa. Abbiamo descritto in un articolo di Grand-Quignol! (La cosa più semplice del mondo) un altro semplice atto rivoluzionario, molto da teatranti se vuoi, ed è danzare. Si, danzare per la vita fino allo stremo e ridere e cantare. E poi cantare ancora, parlare meno, discutere meno e cantare, cantare sempre: per strada, mentre si lavano i piatti, per far dormire i bambini, per il gusto di levare la propria voce sulla Terra. Qualcosa potrebbe cambiare. O almeno così ci piace credere.

Sperando che questo ennesimo estratto che condivido con voi, da una poesia di Antonin Artaud, non resti lì a decidere le sorti del domani, ma provochi quello sdegno necessario per dare vita ad un nuovo senso critico di tutti, sia per i teatranti sia per il pubblico. Vi ringrazio immensamente per esservi fermati a parlare con noi, ci vedremo sicuramente, attraverso i nostri corpi, unica ancora di salvezza, in questo mondo di anime dissolte tra etere e supermercati.

<< Marea palpitante, marea piena di corpi, / di ossa mormoranti, di sangue, di polvere squamose, / di luci frantumate, di conchiglie stellari, / santa marea che raduni i corpi. // Marea profonda, astri girevoli, / schiuma, carne, specchi dove si riflettono gli angeli, / fiumi, fiumi dalle volute strane / dove trascorrono specchi di orizzonti erranti. // Marea magica, marea dolce, / marea che pensi, marea nel cielo, / angelica marea, marea essenziale, / marea grondante, marea saggia / che ci rendi il santo e il mago. // Marea sorda, marea che scompigli il cielo, / marea che covi, marea gonfia di tempeste, / o polvere magica, marea plasmata d’angeli, / marea spirituale, marea intessuta di carne. // Marea disegnata come una nuvola, / che da sotto si illumina, / mondo, sfera, astro, luce, / grani di polvere, diamanti, / marea potente, marea vasta. // Marea come una nuvola rotonda / che raduni gli orizzonti. // Ricomponi tra noi la dispersione dei corpi, / marea vivente, o tu che la cenere incomparabile / dei mondi passati attraversa con le sue favole, / formicolante di mondi rinascenti senza sosta. // Riplasma con le tue mani la sabbia friabile, / trafiggici con le tue criniere di sangue. >>

http://www.teatrocantiere.it/

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