Biagio Accardi

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Biagio Accardi

Ciao Biagio, con te ci siamo conosciuti questa estate durante il tour estivo, dove per abitudine, portiamo con noi anche i nostri figli. Noi veniamo spesso in Calabria e come potrebbe essere diversamente, il sud, ancora oggi e per fortuna, resta l’ultimo baluardo della semplicità e della bellezza.

Chi è Biagio Accardi? Parlami del tuo lavoro in generale e del perché hai scelto di incarnare la figura di cantastorie. Quali sono le tue origini?

Sin da bimbo sono stato attratto dall’arte, crescendo, la forma artistica che più mi ha affascinato è stata la musica. L‘amore per la mia terra e la cultura del sud Italia mi ha portato ad intraprendere una ricerca sui canti e i racconti della tradizione. Ho iniziato dapprima suonando in varie formazioni di musica popolare come “I Shjiusjiaruoli” (1999), “La Fajidda” (2000), i “Nagrù” (2006 al 2010), e poi lavorando in varie produzioni teatrali come “La Bella Dormiente” Regia: Lisa Ferlazzo Natoli, “Amleto” Regia di Maximiliam Mazzota, “Smettila di correre” di Silvio Stellato, Cento R.AT- Teatro dell’Acquario-Cosenza, finché mi sono imbattuto nella figura del cantastorie. Folgorante è stato l’incontro con il cantastorie Nino Racco con cui ho svolto vari laboratori e seminari. Racco ha messo insieme le tecniche cantastoriali con quelle teatrali della commedia dell’arte. Cosa che mi affascinò molto al punto di prendere spunto dal suo lavoro. Con il mio nuovo spettacolo Kairos ho trovato una dimensione personale e il mio modo di intendere il lavoro del cantastorie si è evoluto. Ho iniziato ad interrogarmi sulla funzione della figura del cantastorie odierno. La risposta è stata elaborare un testo che trattasse delle problematiche attuali, senza riproporre testi classici della tradizione. Un cantastorie meno anacronistico insomma!

Al sud la tradizione del cuntista è secolare. Nasco in una Sicilia, dove questa tecnica, insieme ad altre, come quella dei pupari, si va perdendo. Ci sono alcune rare umanità, come può essere la tua, che stanno recuperando questa tradizione, cercando così, di tenerla viva. Una memoria culturale di notevole importanza, proprio perché nasce dalla voce del popolo, nasce da quella tradizione orale, che oggi svanisce, per essere soppiantata dalla nuova era dell’immagine e della spettacolarizzazione. Quanto penso al canto ed al cuntu, mi vengono in mente anche le veglie toscane, dove gli artigiani o gli anziani, trasmettevano le loro esperienze o quelle altrui, durante il lavoro. Penso ai Griot Africani, dove la tradizione orale è più forte e si riportata, da padre in figlio. Un collegamento generazionale, che riesce a tenere vivi ed a evocare, i saperi e le conoscenze.

Potresti spiegarmi del perché hai deciso di intraprendere il percorso del cantastorie e soprattutto, quali sono le vere motivazioni che ti spingono a continuare un viaggio antropologico, all’interno della tua terra e delle sue tradizioni?

Per cinque anni ho partecipato ad un laboratorio musicale “aperto”, negli spazi occupati del polifunzionale dell’Università di Cosenza. La ricerca ruotava attorno alle forme di musica e racconti della tradizione del sud Italia, poi nel tempo iniziò ad allargare gli orizzonti alle sonorità del panorama etnico – mediterraneo, così si fece avanti sempre di più il concetto di Calabria come centro del mediterraneo. Lavorando a questa idea mi sono imbattuto nella figura dell’aedo e nei racconti della mitologia Greca che sono i pilastri della nostra cultura e da dove, volontariamente o involontariamente, si attingono la maggior parte delle espressioni artistiche contemporanee .

E’ da qui che ho capito che il cantastorie era ed è il personaggio della tradizione orale del passato che più si avvicinava alle mie attitudini artistiche. Inoltre era anche il modo più diretto per esprimere dei concetti e fare informazione e controinformazione.

A luglio, mentre ero in ufficio per pianificare le varie tappe, incontro su internet il tuo progetto “Viaggio Lento”. Un festival itinerante dove tu sei riuscito a coadiuvare l’antica arte dei cantastorie a quella più moderna e anch’essa necessaria, del turismo consapevole. Un viaggio a ridosso di un tempo che non esiste più, un viaggio nella memoria ma anche un viaggio all’insegna dell’incontro. Mi ha affascinato, questa tua operazione di coinvolgere quelle singole persone e quelle comunità che utilizzano ancora oggi gli asini, o come forma di trasporto, o come aiuto nei lavori, o come forma terapeutica. Mi ha affascinato questo vostro viaggiare all’interno della splendida riserva del Pollino, per incontrare, nei vari passaggi e nei vari paesi, i vari abitanti. Questo entrare lentamente nei piccoli centri per radunare nella piazza “i paesani” e raccontare loro, la memoria di questa umanità, sempre più soggetta alla corsa e alla perdita di ogni identità storica.

Cos’è per te il Viaggio Lento? Cosa ha ottenuto fino ad oggi? Cosa vuole diventare domani? Qual’è la sua aspirazione? E cosa rappresenta l’asino?

Viaggiolento è una passeggiata che faccio rigorosamente a piedi con la mia asina Cometa Libera. Nasce con l’esigenza di recuperare la figura del cantastorie e farlo rivivere nel modo più autentico possibile; a piedi di paese in paese per raccontare fatti, cunti e leggende. Con il tempo Viaggiolento è diventato un contenitore dove anche altri artisti e forme d’arte si possono esprimere liberamente. L’aspirazione è quella di mettere in connessione realtà del territorio che amano la natura e l’arte, per riflettere sul concetto di lentezza con l’auspicio di tornare a ritmi più umani e naturali. L’asino in tutto questo è l’emblema della ruralità e quindi di un mondo perduto.

Gli artisti che hai invitato in questi anni, cosa ne pensano di questo possibile modus vivendi e cosa riportano a casa? Qual’è l’esperienza che più li colpisce?

Sinceramente questa è una domanda alla quale faccio fatica a rispondere, andrebbe fatta a chi ha vissuto in prima persona l’iniziativa. Viaggio lento è un’esperienza extra quotidiana. Credo che sia servita, per chi ha partecipato, nel corso degli anni, da stimolo per una profonda riflessione sulle “gabbie” create dalla società odierna.

Anche se sono cresciuto in Toscana, ho un ricordo nitido della mia infanzia, quando scendevo nel mio paese natale per ritrovare i miei nonni ed i miei parenti. Noi migranti abbiamo una forte tendenza a ritornare alle nostre origini, le portiamo sempre con noi, forse per sentirci meno stranieri in una terra che non ci appartiene. Ricordo ancora le mie fughe notturne, quando i pastori transumavano con le greggi, attraversando così il paese e, quello scampanio e quel rumore frenetico di zoccoli, erano un forte richiamo per me. Un attrazione ancestrale che mi metteva di fronte, anche se in maniera inconscia, una parte mancante. Ricordo mio nonno, quando mi portava – ddà sutta – nei campi, o quando un giorno mi descrisse la differenza tra maschio e femmina, utilizzando appunto le pecore ed i montoni. Ricordo le storie dei miei genitori e del loro passaggio dalla civiltà contadina del sud a quella industrializzata del nord. Ricordo – ‘u zzu Ciccu – quando mi portava nelle campagne con i cavalli, gli odori, la luce accecante del sole, i bambini che giocavano in strada, scalzi, ancora felici nella loro essenzialità dello stare insieme.

Tu, che viaggi molto, così come tutti coloro che fanno questo mestiere, quali sono le differenze sostanziali che trovi in questo confine nord-sud che è ancora evidente? In cosa si differenziano e quale peso si da alla cultura?

Ormai la modernità, e soprattutto la tecnologia, ha appiattito tutto, troviamo mediocrità sia al nord come al sud, solo con valori diversi; come si possono trovare anime profonde e attente al territorio sia in Val Di Susa che tra la gente che abita nei pressi dell’area dove hanno progettato i piloni del ponte tra Reggio e Messina.

Tu mi parli di realtà resistenti. Di quelle realtà territoriali formate da “comuni” cittadini, da comitati, da realtà antagoniste che lottano quotidianamente contro le speculazioni, contro le ingiustizie, contro questo sistema sociale ed economico che tutto ingloba e che tutto distrugge. E posso affermare che è grazie a loro se alcune aberrazioni, non sono riuscite a prendere il sopravvento su determinati territori.

Io però sono convinto, da viaggiatore, che ci siano ancora delle differenze nette tra nord e sud, che si perdono naturalmente nel tempo e nella storia. Il sud composto da popoli che per estrazione geografica son stati dominati e conquistati da tutti; basta soffermarsi alle contaminazioni dialettali e architettoniche, ed un nord, da sempre colonizzatore ed incentrato sull’industrializzazione ed in progresso, nel senso moderno del termine. Le differenze umane, in percentuale ed in possibilità di incontri e di scambi è maggiore nel meridione. Si ha una maggiore radicalizzazione delle tradizioni e della memoria popolare. Non nego però che il fenomeno della globalizzazione, del mercato unico, della tecnologia e della mala gestione politica e mafiogena stiano unificando una volta per sempre, le due parti – omologandole e stereotipando i modelli culturali. Finalmente, il sogno successivo avuto dopo l’unificazione dell’Italia si sta avverando e, gli italiani sono stati fatti, grazie anche a quell’amalgama delle parti peggiori che l’essere umano e le sue conoscenze possono offrire.

Uscendo però, dalle comunità resistenti e dalle origini di ognuno di noi e dalle questioni antropologiche, cosa pensi dovrebbero fare i singoli cittadini, per fermare questa corsa sfrenata all’auto distruzione e alla perdita dei saperi?

Bisogna assolutamente rallentare, ricercare la sobrietà, prendere coscienza della realtà che ci sta intorno. Riavvicinarsi a madre natura e aumentare il livello di coscienza attraverso la propria storia e larte tutta. Inebriarsi dinanzi al bello.

Qual’è per te un atto rivoluzionario?

(A)utodeterminazione: autogestione, autogoverno dei propri territori e delle proprie risorse.

Ho visto che stai girando con un nuovo lavoro “Kairos”, se non ho capito male è una vera e propria critica alla società. Puoi parlarmene?

Questo spettacolo racconta dell’inganno del lavoro e del falso benessere, dei recinti costruiti per tenerci a bada, delle politiche delle multinazionali che decidono della nostra vita, della ricerca di uno stile di vita rispettoso dell’ambiente insieme al rifiuto dei vecchi e logori schemi politici, economici, sociali e religiosi che ormai hanno fatto il loro tempo rivelando la propria insostenibilità.

Kairos” era uno dei modi con il quale gli antichi greci si riferivano al tempo. Era il tempo propizio in cui agire, in cui si doveva cogliere un’occasione al balzo, senza esitare. Un biglietto di sola andata per un’opportunità. Un’opportunità di cambiamento. Così questo spettacolo vuole essere un’opportunità, per chi vi assiste, per poter riflettere attraverso musica e racconti sui paradossi e contraddizioni dei tempi moderni, per i riflettere sui nostri stili di vita e danzare verso il futuro che vorremmo.

Probabilmente questa tua scelta, dimostra la tua volontà di cambiamento, la presa di una posizione netta, un atto di coraggio. Parlando però del sistema teatrale, penso che oggi come oggi, la circuitazione ufficiale e chi esiste in essa, siano entrambe ferme. Stiamo vivendo da molti anni una sorta di regressione funzionale e progettuale.

Cosa pensi si potrebbe fare per far sì, che progetti come i tuoi, o come quelli di altri, abbiano una maggior fruizione anche nei teatri e nelle scuole?

Non credo nei circuiti ufficiali di promozione culturale e artistica, credo più che altro che ognuno di noi, attraverso la proposizione diretta del nostro operato crei spazi e occasioni dincontro e confronto. Autorganizzarsi per promuovere in rete le proprie proposte.

Cos’è per te l’amore, la famiglia?

L’amore è un porto sicuro, cremagliera per gli affanni, sorriso contagioso di un bambino, filo di vento in una giornata calda d’estate, sorgente d’acqua fresca, occhi vigili di madre che guarda il suo bambino, liquido amniotico, piccola mollica di pane dopo giorni di digiuno.

Per la famiglia, bisogna distinguere tra la famiglia istituzionale e quella che indica condivisione e cooperazione amorevole tra individui! La prima è il mattone su cui poggia la struttura chiamata ‘ndrangheta – indicando così tutte quelle strutture che si reggono sul malaffare e il clientelismo. La seconda è la differenza!

Ringraziandoti ancora della tua disponibilità, ti lascio con questo scritto di Nina, mia compagna di vita e di mestiere.

<< Nella nostra famiglia ci sono stati maghi e streghe, impiccati e schizofrenici, depressi e malinconici, ma una cosa ci accomunava: l’amore per gli umili, l’amore per i semplici, per la campagna, per le case di pietra che ci hanno rubato e strappato col terrore, l’odore delle cantine di vino, della lavanda nei cesti di vimini, del grano, dell’odore dei mandarini. 

E non abbiamo mai sopportato i falsi formalismi, come i saluti discreti, senza enfasi. Li abbiamo sempre trovati come la glassa che si squaqquera al sole e dentro non c’è nulla, vuoti. Come non abbiamo mai sopportato le strette di mano mosce, chi ti toglie lo sguardo per parlarti, magari guardandoti le scarpe o la bocca, chi non sa comunicare le verità, nascondendosi dietro bugie, chi si vanta e si fa dare titoli senza ragion prevista. 

Poi, non abbiamo mai gradito, chi con la furbizia e l’astuzia calcolatrice, pensa solo a se stesso, ai propri interessi, chi non si sbilancia mai, chi non si espone, chi preferisce il silenzio perché non si vuol mostrare, chi ricatta, chi mette paura, chi ti fa notare i difetti per non mostrarti i suoi, chi ben si riguarda a darti una mano se non torna indietro qualcosa anche a lui, a chi non vede gli altri, a chi non ascolta gli altri, a chi ha solo paura e con questa ti ucciderebbe, chi ti mette sempre il punto alla fine del discorso perché vuol dimostrarti che è lui a comandare.

Abbiamo sempre amato invece chi ti parla anche arrabbiato ma con schiettezza. I franchi, i veri, chi soffre sul serio, chi ti stringe le mani con energia, per farti scorrere nelle vene della mano la sua tenera e tenacia forza nella vita … i colorati, i passionali, i vestiti strambi e le macchine scarcassate.

Abbiamo amato l’odore della fatica, del lavoro intenso nei campi, per questo mal sopportiamo chi si lamenta sempre e non è contento del proprio lavoro. Nella nostra famiglia ci sono state persone qualunque, persone di tutti i giorni … niente di speciale, per questo sapevano amare >>.

http://cattivoteatro.jimdo.com/

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