Quotidiana Com

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Quotidiana Com

Ciao Roberto, ciao Paola, nel mandarvi un ennesimo abbraccio fraterno vi ringrazio nuovamente per esservi uniti, in questa che sembra essere una vera e propria “lotta” di testimonianze, dove tutti coloro, chi più e chi meno, hanno lasciato una traccia di loro e del loro essere, sia sul teatro che sul fare teatro nell’Italia delle tecnocrazie e del qualunquismo. Come prima cosa vorrei chiedervi chi siete, da dove venite, qual’è la vostra storia umana ed artistica.

Ciao Luca. Risponde Roberto, un nevrotico con problemi di controllo della rabbia. Un uomo, che per equilibrare questa non luminosa caratteristica obbliga una parte del suo cervello, quella preposta al linguaggio, a produrre effetti di ironica ilarità (non sempre efficaci, alle volte anche questa azione rivela la sua rauca vacuità). Proviene dall’estrema periferia torinese, quella delle fabbriche. Il mio processo umano e evolutivo si è contraddistinto per la sua natura intermittente, fasi di slancio generose, contrapposte a fasi di paura, di apatia e di dolore. Diciamo che la mia storia umana, intendo come storia lo svolgersi di ogni giorno, è incessantemente rivolta alla ricerca del miracolo, dell’evento straordinario a livello delle leggi di natura. Sono un’improbabile taumaturgo dilettante e disordinato. Un solipsista corrivo. Ho incominciato per caso a frequentare il teatro, la paura della desolazione di quelle periferie, del vuoto, spesso riempito da esiziali frustazioni, ha spinto me e un amico a iscriverci ad una scuola di teatro con sede nel centro della città. Mi hanno sempre incuriosito gli artisti, quelli della cosiddetta arte contemporanea, sono sempre attratto dalla possibilità di creare un manufatto, non industriale, né commerciale, che possa riscontrare l’interesse della gente e sono attratto dal successo. Poi, stupidamente, mi piaceva guardare gli artisti affermati in figura intera su una di quelle riviste d’arte. Ma la cosa che mi attrae, è la costante tensione all’immaginazione creativa (non sto affermando di avere un’inventiva prodigiosa). All’improvviso il cervello ti suggerisce una connessione che ti dà gioia, ossitocina. Ma mi sono ritrovato attore. Sono del segno del leone, un egocentrico a cui piace stare al centro dell’attenzione, ma per un tempo limitato, al massimo un atto.

L’astrologo e poeta Marco Pesatori, attraverso la lettura degli astri potrebbe fare di me un bel ritrattino. Disgustato da me stesso e dall’essere usato come burattino nelle compagnie di prosa, paga bassa, ultimo camerino, (mia mamma sosteneva che era un bravo attore, ma quanto sono attendibili le mamme quando parlano di un figlio?) dopo una lunga pausa dal teatro, ho deciso con Paola di aprire un’associazione e riprendere l’attività di bottega: il Teatro d’Autore. Decidiamo che saremmo dovuti essere noi gli scriba dell’agorà che avremmo abitato. E così è stato. In quanto ai manufatti, all’“opera d’arte”, raccolgo durante le mie passeggiate oggetti abbandonati con l’idea di costruire un museo semiotico che titolerò: ”Qualcosa che rinvia a qual cos’altro” oppure: “Semaforo rosso”. Per ora ho raccolto: un ramo portato dal mare che sembra una falce, vorrei abbinarlo al ramo martello, e poi un bel pezzo di corteccia di olmo che sembra la muta di un serpente, nidi d’uccello caduti dal ramo e nidi d’ape o di vespe.

Sfogliando il vostro sito e vedendo i vostri spettacoli, quello che risalta immediatamente all’occhio sono i titoli dei vostri progetti, che nascondono una pungente ironia, ma anche un forte senso critico della società e dell’uomo: “La stanza dell’esigenza”, “Carcasse – il mondo è pieno di significati abbandonati”, “MeDeo – meglio essere una pecora nera che una pecora e basta”, Tragedia tutta esteriore”, “Sembra ma non soffro”, “Grattati e vinci” “Opere di omissione”, “C’è vita nella mente?”, “L’anarchico non è fotogenico”.

Quando ci siamo incontrati, qualche mese fa a Rimini, durante il nostro spettacolo “Restiamo Umani” che probabilmente è il più politico, nel senso stretto del termine, tu, Roberto mi hai detto che una volta anche voi facevate un lavoro simile, nel senso che avevate l’abitudine di mirare i vari soggetti, colpendoli direttamente e ripetutamente, poi, è successo qualcosa e quei soggetti sono cambiati. Adesso, “prendete in giro voi stessi”. Cosa significa e quali sono state le motivazioni di questo che sembra uno stravolgimento, ma che in realtà non lo è?

La realtà è sorprendente. È stata la crisi a farci cambiare approccio. L’aspra critica a un nostro precedente lavoro ci ha permesso di metterci in fase di riflessione e successivamente di replica che ci hanno permesso di generare un cambiamento. È determinante vivere la crisi, intesa come incrinatura, messa in discussione, sconvolgimento di un assetto. Se si supera l’irritazione e la suscettibilità, essere criticati è stimolante e tonificante. Non siamo avvezzi a essere giudicati, non lo accettiamo e così perdiamo una possibilità, l’eventualità di una concezione altra. Il coraggio della verità e la pratica politica in Italia sono due cose inconciliabili sosteneva Pasolini, ecco, prendere in giro noi stessi significa rendere pubblico in qualche modo il nostro pensiero privato, attraverso un gesto di verità, una scelta politica precisa, come a voler contraddire il pensiero di Pasolini. Sì, Pasolini si riferiva alla politica dei partiti, delle istituzioni, io mi riferisco alla politica dell’individuo, al coraggio della sua verità, che può essere un miracolo specifico, ma anche pubblico. Qualcuno sostiene che il nostro è un’ostinato rimprovero al mondo circostante, un’affermazione che mi sento di condividere. Cèline, mia estasi e mia rovina, affermava: “C’è sempre qualche motivo di odio che mi manca, sono sicuro che esiste”. L’artista ha sempre una coscienza infelice, c’è più sostanza nei nostri rancori che nel nostro “amore”.

Sono curioso di conoscere questa vostra ultima trilogia, che è ancora in divenire ma che inizia a dare i suoi primi frutti. Vorrei che me ne parlaste.

L’azione è condotta in 3 capitoli, che si sviluppano dal nucleo centrale “Tutto è bene quel che finisce”. L’opera shakespeariana a cui fa riferimento il titolo, attraverso un’elusione ci dà la possibilità di affermare una nuova prospettiva rispetto al concetto di fine.

I 3 capitoli saranno concepiti sia come performance autonome, della durata ancora da definire, sia come un’unica partitura. La temperatura in cui sperimenteremo questa reazione, rispetto a quella che ha segnato la cifra della “Trilogia dell’inesistente”, si presenterà alterata, febbricitante ma non febbrile, tormentata dagli attacchi del buon senso e del luogo comune. Un percorso che si svolgerà in forma di dialogo e di monologo, utilizzando e contraddicendo le convenzioni del linguaggio teatrale, provocandosi limitazioni entro cui ripensarsi. Riferire l’avventura del reale che nel presente si compie, e come un filtro al contrario, trattenere le particelle invisibili che rischiano di disperdersi, di svaporare nell’inutilità.

Cos’è per voi un atto politico?

Un atto politico è il coraggio di dire la verità, sempre. La lotta alla perifrasi. L’atto politico non prescinde da onestà intellettuale e da una costante tensione alla sincerità. Un atto politico è l’eversione di un assetto sociale o relazionale iniquo, che esaspera lo stato di sottomissione e impotenza. L’atto politico è il rigore logico della verità che si contrappone all’errore. E la verità, è il disvelamento del nascondimento, ma non tutto ciò che è vero è dimostrabile, e il tempo politico in cui viviamo si pasce di tane linguistiche strategiche. Se oggi il compito del politico è occultare mistificando, il mio compito è quello di essere responsabile, di valutare e respingere l’inattendibilità di atti osceni, ciò che avviene oggi sotto i nostri occhi.

Ultimamente ho visto, la pubblicità, sempre che così si possa definire, del vostro progetto laboratoriale con il Centro di Salute Mentale di Santarcangelo dal titolo “come non passa il tempo”. Di seguito, riporto uno dei testi di Michele: << Non mi sento completamente felice / ho qualche parte di me che è depressa / o forse sono gli altri che sono maleducati / o sono io che non mi faccio vedere / o è il tempo che è brutto / o è la politica che è incomprensibile / o è la delinquenza che è aumentata / o sono gli altri che stanno peggio di me / o è mia nonna che non ho mai conosciuto / o è mia zia che è cretina / o sono io che sono cretino / o è Gesù che è invecchiato >>.

Penso che questo breve scritto, possa far invidia a quelli che oggi, in Italia, vengono definiti il fior fiore della nuova drammaturgia contemporanea. Ma adesso, anche se ne ho la tentazione, non voglio parlare di loro ma voglio parlare della così detta Sanità Mentale, che tanto si paventa nella nostra società, del suo senso e della sua appartenenza.

Conosco la schizofrenia, sia per un interesse di studio, sia perché in casa ne abbiamo delle presenze reali, non metaforiche. Penso sia utile alla società che persone di un “certo tipo”, reputate malate, siano a stretto contatto con coloro che si definiscono “sani”. E allora vorrei chiedervi – qual’è la vostra definizione di malattia e quale la vostra definizione di sanità? E perché avete scelto il teatro come luogo di incontro tra esse?

Lascio le prime due risposte a Michele: La malattia è una manciata di persone serene che si divertono a fare i bastardi con quelli che hanno problemi e che sognano di metterlo nel culo a tutti.

Ascolta uomo di buona volontà e perché no, di buon gusto. Le soddisfazioni nella vita sono tre. Bere, mangiare, sesso. Io devo perfezionarmi sulla terza. Il teatro è uno strumento di incontro dove le persone possono trovare complicità. Il sofferente può trovare barlumi di sollievo, il meno sofferente condurlo verso quel bagliore.

Personalmente sono interessato ad avvicinarmi alle desolazioni mentali, come la loro, come la mia, fuori da ogni codice, formalità o regola, dove l’affetto autentico e un po’ di conoscenza possono farci differire dall’angoscia. Il teatro allenta la morsa tenace della paura.

Chi è Michele?

È un poeta sconosciuto figlio di un poeta famoso.

Parlando sempre di santità e di malattia, parto descrivendo quello che ho vissuto qualche tempo fa in uno progetto collettivo dal titolo “riapriteci il manicomio” (nel collegamento ipertestuale ne potrete trovare qualche notizia). Il progetto in questione, parte proprio dalla necessità di dare voce ad una memoria ed a uno stato mentale, che oggi come oggi, continua ad essere recluso e definito appunto “malattia, mancanza, difetto, deviazione”. Un atto concreto e di coraggio per uscire fuori dalle righe, delle regole e del normale essere.

A Pistoia, la vicina città dove abito, proprio su una delle colline adiacenti che apre le strade verso l’appennino, esiste una cittadella manicomiale chiamata Ville Sbertoli. Noi, per un paio di anni, abbiamo invitato: artisti, professori, universitari, dottori, ex infermieri, criminologi, comitati ed attivisti – per interagire fisicamente attraverso le loro ricerche ed il loro studi. Una sorta di rilettura dei fatti storici e antropologici, questo, semplicemente per stendere dei progetti concreti, in grado di rivalutare lo splendido quartiere immerso nel verde, togliendolo così al suo destino di morte e di futura speculazione. Abbiamo ipotizzato così, l’idea “malsana” di restituirlo alla città ed ai suoi abitanti. Un tentativo di far nascere al suo interno, altri centri operativi che vedessero appunto le professionalità e le varie sensibilità in simbiosi tra loro. Ma questo naturalmente non è avvenuto, perché la Asl, di contrappunto e come risposta, visto la forte eco che riscosse l’iniziativa, in quello stesso periodo iniziò a chiudere e cantierizzare tutta l’area. Anche qui, non voglio perdermi nelle descrizioni e nelle dinamiche, ma voglio utilizzare questo mio breve straccio di ricordo per aprire un punto che secondo me, è fondamentale, nella vita del teatro e dei teatranti. La restituzione e la trasparenza, al suo interno del teatro e dei suoi scopi politici e sociali.

Nonostante, sia sempre più evidente la cancrena mentale e fisica, tra le teorie ipotizzate dai molti e le buone pratiche percorse dai pochi, vedo nella progettazione e nella circuitazione degli spettacoli, molta disgregazione e divisione tra le varie compagnie ed i vari direttori di teatro.

Partendo proprio dal detto popolare: << sai quel che lasci, ma non sai quel che trovi >>, vi chiedo: perché ogni volta che nasce lo spunto per un cambiamento che tutti vorrebbero, c’è sempre una sorta di auto censura e di blocco coatto? Cosa pensate che non funzioni in questi due “elementi” (teatranti e direttori) e cosa pensate che dovrebbero fare i singoli per aprire e aprirsi alla coabitazione delle varie diversità estetiche, filosofiche, politiche, intellettuali ed umane? Cosa pensate sia necessario raggiungere, per evitare che i bisogni concreti di un rinnovamento del sistema teatrale, non si dimostrino dei fallimenti utopici?

Siamo immersi nel fallimento evolutivo o se preferisci riformatore. Ceronetti afferma: L’irriformabilità di questo paese è calco statutario. Implacabile e realista.

Nessuno ha tempo di ribellarsi contro l’eccesso di privilegio, nessuno ha tempo se non per se stesso e i propri essenziali progetti. Ho creduto alla possibilità di unità e rivoluzione, mi sono sbagliato, ma non arreso. Il tempo presente è distopico, ognuno pensa a salvare se stesso, al proprio campo, alla propria sussistenza. È una condizione umana secolare. Non intravedo soluzione per cambiare il sistema reazionario odierno, non si può certo credere di formare un “esercito” di teatranti con i quali realizzare una rivoluzione. Noi del ceto medio ci accordiamo, servili, alle comodità. Un fremito da verginelle ci percorre al pensiero del rivolgimento, ma la fiammella subito si spegne al primo alito ipotetico dell’esser vittime di ritorsioni e rimetterci un’unghia di epidermide ci angustia. Preferiamo esser cortigiani che combattenti. Vestiamo con naturalezza l’abito della festa, l’alabarda e lo scudo ci spossano al solo pensiero. E pensare che i tempi sarebbero maturi, il sistema del FUS foraggia da decenni numerose posizioni dominanti, uno fra i tanti Il teatro degli Incamminati di Franco Branciaroli, su questa “compagnia di giro” piovono danari da tempo immemore, come sulla Compagnia Lombardi-Tiezzi, quella di Paolo Poli, di Glauco Mauri … tutti a godere della paghetta di uno Stato “filantropico”. Da tempo, a società e personaggi che non avrebbero più alcun diritto dei denari dei contribuenti, il regime nazionale elargisce moneta sonante. Le riforme di Franceschini sono palliativi, una pallida rinfrescata: alzata una soglia d’ingresso qua e abbassato un massimale là per continuare a maturare il dindino del Ministero.

Cos’è per voi il coraggio?

Il coraggio è un’idea precisa, non passatista, anti-nostalgica. Il coraggio è mostrarsi contrariati dalla propria biografia, il coraggio è fare lo sberleffo al potere, alla retorica ammuffita, è riaccendere nell’umano l’idea di possibilità, è la capacità di dare un nome a percezioni elementari. Il coraggio è Cuor di dubbio, è passione civile e condanna delle diseguaglianze. Il coraggio è non voltare la testa dall’altra parte, contrapporsi al pensiero dominante e fare della propria paura un alleato. Oggi ci si dimostra alteri e ci si vergogna di indignarsi, il contrario di essere coraggiosi. Alle volte mi sento sconfitto per essere stato onesto e ciò mi può rendere acrimonioso, senza però indurmi alla disonestà.

La prima volta che vi ho incontrato virtualmente, è stato attraverso il vostro annuncio sul Teatro Assente, voi conoscete il mio pensiero a riguardo o almeno in parte, ed è anche questo uno dei motivi perché vi ho coinvolti, in questo ennesimo tentativo di dare una svolta o per lo meno, di tracciare dei percorsi in grado di creare una riflessione e perché no, un atto concreto e “rivoluzionario”, capovolgendo così il Sistema Teatrale ed i suoi abitanti.

Probabilmente, non c’è bisogno di ribadire o riprendere quello che ci siamo detti di recente, lascio però, il link che riporta alla sua pubblicazione, per dare così la possibilità di rileggere la nostra breve epistole.

Insieme a questo, cioè il Teatro Assente, che sembra essere un manifesto di intenti, voi avete proposto delle vere e proprie modifiche burocratiche sul come si dovrebbero trasformare i finanziamenti ed i suoi destinatari. Vorrei, per quanto possibile, che voi me ne parlasse.

Ognuno di noi può documentarsi sul sito del Mibact alla voce spettacolodalvivo, nella sezione Archivio beneficiari FUS.

http://www.spettacolodalvivo.beniculturali.it/index.php/archivio-beneficiari-prova

Un esempio bizzarro:Teatro evento (Vignola) soc. coop. Percepisce 21.000,00 euro come esercizio teatrale:

http://www.svol.beniculturali.it/contributi/joomla_esec_contributi.asp?anno_domanda=2014&settore=1&id_articolo=417

Euro 100.000,00 come impresa di teatro di innovazione :

http://www.svol.beniculturali.it/contributi/joomla_esec_contributi.asp?anno_domanda=2014&settore=1&id_articolo=412

Sul loro sito potete valutare il valore della loro “innovazione”

http://www.teatroevento.20m.com/index.html

Ma le rendite di posizione cospique ultradecennali sono qua (T.Stabili iniziativa privata: http://www.svol.beniculturali.it/contributi/joomla_esec_contributi.asp?anno_domanda=2014&settore=1&id_articolo=411

Qui (sito in aggiornamento) T. Stabili iniziativa pubblica. http://www.svol.beniculturali.it/contributi/joomla_contributi.asp?anno_domanda=2014&settore=1&id_articolo=19

T. Stabili innovazione e ricerca. (Sito in aggiornamento) http://www.svol.beniculturali.it/contributi/joomla_esec_contributi.asp?anno_domanda=2014&settore=1&id_articolo=424

Provate a fare un’indagine sulle realtà che trovate a questi link, fatevi delle domande. Potremmo domandarci: “Perché soldi pubblici a vita a società con attori e registi consacrati dal grande pubblico che potrebbero sopravvivere degli incassi del botteghino e dei cachet a replica eseguita che riscuotono dai teatri? Perché i Teatri Stabili sono da tempo macchine organizzative con dipendenti e amministrativi a tempo indeterminato? (I denari dovrebbero andare ai teatranti, e in minima parte ai burocrati…) Perché soldi pubblici a teatri a iniziativa privata? Perché denari pubblici a società d’impresa di produzione soprattutto romane che non denunciano neppure un sito? E soprattutto, perché ancora tanti soldi dei contribuenti a un teatro di regia, di produzione ormai superato ma che gode ancora di buona salute? Mi fermo qui, ho lasciato troppo corso alle briglie. Sarebbe necessario informarsi, indagare, reagire per modificare un sistema di cui continuano a goderne i privilegi i soliti noti.

Adesso non vorrei rivangare le cose creandomi dei nemici, ne crearli a voi, però ho visto il consiglio da voi lanciato ad Andrea Cosentino sulla critica del sistema televisivo e su quello che esso mette in scena. Andrea è un artista e una persona che io stimo e conosco. Ho avuto il piacere di ospitarlo, durante le stagioni di teatro illegale che organizzavo qualche anno fa, nel centro sociale in cui operavo. Anche io penso, che non soltanto lui, ma molti altri, potrebbero accrescere il loro lavoro prendendo più spunti da quello che oggi si vive e ponendo delle critiche reali, dei punti di rottura, dei crack mediatici – dove la visione del sensibile si incrocia con quella cinica della società dell’immagine.

Secondo voi, cosa dovrebbero fare gli “artisti” per aiutare quella riflessione costruttiva, all’interno della nostra società?

Gli artisti dovrebbero smetterla di plagiare se stessi o peggio gli altri. Smetterla di voler credere all’illusione della produzione, dell’allestimento, della tournée e calarsi con più audacia nella carne putrida del presente. Una società che agonizza senza indignarsi e senza denunciare verrà divorata dai pasciuti Mackie Messer, l’immortale criminale. Gli artisti dovrebbero desistere dal sentimento, dalla nostalgia, dal solipsismo naif, dalla farsetta o dalla commediola noir. Abbandonare il teatro di narrazione, utile a celebrare festeggiando solennemente la ricorrenza. Ma soprattutto smettere di alimentare un ego velleitario e porre un freno alla propria vocazione da burattinaio. Ma se proprio non ne possiamo fare a meno, continuiamo a far strillare gli implumi e i più maturi di fronte agli accidenti di Pulcinella. C’è necessità oggi di voci potenti, di pensieri scomodi, difficili, ogni tempo li reclama. Mettersi in una dimensione d’arte monacale mi sembra un controsenso. Oggi si tiene il culo al caldo e si firmano le petizioni in rete, oggi si è militanti su fb!

Parlando di premi e di Ubu, cosa sono oggi per voi e cosa dovrebbero diventare?

Il grande e piccolo teatro di regia continua ad esser la parte terminale della locuzione: The winner is … Condivido poche scelte tra coloro che vengono premiati. Gli Ubu seguitano a emanare una malia, con molti dei giurati non più attendibili, assenteisti e arcigni arbitri del gusto. Non ho da suggerire formule per un potenziale cambiamento, non esistono dinamiche per confortare gli esclusi. Una cosa però la posso dire, nei premi Ubu si è consolidata nel tempo un’abitudine, alcuni artisti hanno vinto e vinceranno più di una volta il trofeo, a mio avviso non sempre meritandolo, mi sembra, invece, che il Nobèl puoi vincerlo una sola volta, (o mi sbaglio?) non sarebbe una cattiva novità inserire questa norma, se poi un artista produce più capolavori si può sempre allestire su due piedi un premio speciale. Suggerisco un’ulteriore novità: se un giurato non ha assistito durante l’anno ad almeno 274 spettacoli, come un esimio membro degli Ubu afferma di aver fatto, perde ogni diritto di seduta, quindi di voto nel Senato di Venceslao. Nell’ultimo anno i quotidiana sono passati da Milano in tre differenti sedi di spettacolo ma non hanno incontrato nessun giurato dei premi (a parte l’abnegazione di Renato Palazzi), l’offerta teatrale a Milano è ampia, probabilmente avevano in agenda altri appuntamenti! L’Emma Dante alla sede del Piccolo.

Parlando invece di giudici e di giudizi ed in specifico di critica e critici, chi sono queste figure ed a cosa servono? E chi dovrebbero essere i critici ed a cosa dovrebbero servire?

Forse sono dei letterati, dei docenti, degli sportivi, dei poeti, degli impiegati, dei meccanici, degli autisti, degli scienziati, dei politici, dei manager mancati. Con i loro scritti ci tengono al corrente del lavoro dei nostri colleghi e se scrivono di noi alle volte ci lusingano altre volte ci biasimano.

Dovrebbero essere dei letterati, dei docenti, degli sportivi, dei poeti, degli impiegati. Dovrebbero essere degli incendiari che sanno distinguere e smuovere, dovrebbero essere degli agitatori di pensieri  e scardinatori di consuetudini e certezze, e dovrebbero cessare di illanguidirsi sulle sfumature, e sullo strofineggiare gli aggettivi e alle volte dovrebbero impedirsi di frenetizzare l’insignificante. Dovrebbero servire a far fare passi avanti, cicaleggiando meno e ruggendo di più. 

Sembra che oggi, più che mai, tutti siano attaccati alle loro piccole posizioni ed alle loro piccole conquiste. Sembra che oggi tutti abbiano paura di esporsi. Ed in questa che sembra una banalità, vorrei soffermarmi un attimo, sulla funzione dei critici nel sistema teatro. Nel mio intimo sento una mancanza profonda. Ho sempre visto questa categoria professionale e di addetti ai lavori, si, come dei giornalisti specializzati nella stesura di un giudizio, ma soprattutto, come coloro che dovrebbero fare una ricerca, nel vero senso del termine, sia nel substrato di coloro che oggi come oggi fanno e praticano il teatro, sia nel senso e nel significato del teatro nella società del contemporaneo. Oltre a collegare i vari autori attori registi, dovrebbero scrivere libri e saggi su di loro e su quello che oggi il teatro ha raggiunto o a perso. Ma non è così.

Come vedete il loro ruolo all’interno del teatro e della società? Cosa pensate sia cambiato il loro modus operandi? Cosa dovrebbero cambiare nel loro modo di rapportarsi con i teatranti e cosa dovrebbero raggiungere insieme ad essi, per far tornare a nuova vita il teatro?

Condivido la tua affermazione, siamo tutti attaccati alle nostre piccole posizioni e alle nostre modeste conquiste. Vita è dibattito, confronto, scontro. Vedo il ruolo del teatro nella società assolutamente residuale, privo di tensione intellettuale e ideale. Ognuno di noi cerca di fondare, senza far affondare, la propria autonomia. I critici, gli osservatori, costruiscono redazioni in rete, i teatranti costituiscono (illegali, sic!) associazioni, tra queste due polarità si è forse instaurata una tacita complicità. Penso che queste due figure dovrebbero incessantemente s-confrontarsi allo scopo di edificare progetti di mutazione. Purtroppo il dialogo è chimera, più spesso ci si odia senza un vero motivo che alimenti questo intrepido sentimento. Evitare di esporsi è precetto politico venerabile e molto di moda, engagé. Nelle relazioni siamo perbenisti, gentili, ognuno vanga e coltiva le sue simpatie, e lascia incolto ciò che non gli corrisponde. Il nostro è un sistema disgregato, privato di una coesione, scompaginato, così la nostra esistenza artistica si smembra ed è al limite del dissolvimento. Stanno molto meglio, da tempo, gli iscritti al registro delle imprese del FUS (sempre i soliti lenoni), aggregati, compatti, cementati, lontani dall’evanescenza.

Molto tempo fa, lavoravo come danzattore nella Compagnia Xe, di Jiulie Ann Anzilotti, a sua volta ex danzatrice/performer dei Magazzini Criminali e attuale moglie di Alfonso Santagata. Con quest’ultimo, molte volte, mi sono trovato a parlare della differenza tra teatro, cioè quell’atto magico del tutto ingestibile che avviene nella sua unicità e del tutto irripetibile e, il prodotto meno nobile, ma derivante da esso, che è lo spettacolo teatrale. A molti questa suddivisione sembra, un assurdità, ma in realtà non è così, in essa si cela la vera faccia della vita ed il suo artificio. Naturalmente lui, non è il teorizzatore di questo, ne è solo uno dei tanti sostenitori, che prima di lui e con lui e dopo di lui, si sono trovati a rifletterci sopra.

Per voi in cosa si differenzia il Teatro dallo Spettacolo Teatrale?

Con spettacolo si intende, in generale, una rappresentazione artistica che avviene a beneficio di un pubblico e che può essere di diversa natura. C’è lo spettacolo musicale, televisivo, teatrale, cinematografico, circense, televisivo. Credo che il teatro sia luogo ontologico, una dimensione metafisica, intesa come filosofia prima, non astrusa. È come se queste due branche antitetiche della filosofia, l’ontologia e la metafisica, tentassero un dialogo, un avvicinamento. Il teatro è un discorso sull’essere, dove l’esercizio del pensiero si occupa degli aspetti più autentici e fondamentali della realtà. Perché l’essere piuttosto che il nulla? Il teatro è l’ente posto in quel nulla. Il teatro ha radici presocratiche, continua a porsi questioni sull’individuo, come fece Parmenide. Il teatro ha in eredità quello che è considerato il problema per eccellenza: il problema dell’esistenza nella sua estensione e problematicità. Poi c’è lo spettacolo che è tutto ciò che può intrattenerci e distrarci, che riempie il vuoto di oblio e illusione. La tabella predisposta da Claudio Morganti ben evidenzia le differenze tra Teatro e Spettacolo.

Cos’è per voi, un atto rivoluzionario?

Non è possibile tornare alla gogna? Magari modificando minimamente i massimali.

Dare se stessi per quello in cui si crede, in un socialismo puro. C’è da rimanere stupiti e scandalizzati di fronte a frasi così apodittiche e definitive! Alcuni poeti sono rivoluzionari, Sai cosa un giorno solo può restare di questa atroce, sconnessa civiltà? Il silenzio di chi ha amato, il pudore di chi ha compreso e ha sentito pietà. Alcuni liberi pensatori sono rivoluzionari, Ci si crede fatti fessi di un centimetro, invece lo si è già di parecchi metri. Anche certi polemisti lo sono, Quando mi troveranno morto inutile aver l’aria di far finta di cercare. Smetterla di patire è una rivoluzione riuscita.

L’intelligenza che si disinteressa del proprio tornaconto è rivoluzionaria.

Grazie Roberto, per esserti fermato con te e come me in questo nostro incontro, penso tu abbia detto quello che si doveva dire, così, come penso che tu e Paola siate tra le persone coraggiose e rivoluzionarie di questo sterile paese. So che sarà difficile, ma non sarà sicuramente più complesso di quello che fino ad oggi abbiamo vissuto. Antonin Artaud, dal canto suo ha già insegnato molto in questo senso, a causa nell’altrui impedimento alle intenzioni ed alla persona, fallendo così, anche se indirettamente, il suo non poter mettere in pratica le sue teorie. Ti lascio calorosamente con questa citazione di Aldo Braibanti, tratta da un libro che tutti dovrebbero leggere “Impresa dei prolegomeni acratici”. Aldo in vita è stato condannato per plagio ed escluso dal futuro del teatro, proprio per il suo coraggio: << L’arte è dunque in sostanza il canto, insieme gioioso e sofferto, del mutante che scopre la propria mutazione. Parlo qui dell’uomo come di un mutante, ma non mutante unico e definito. L’uomo come una sintesi di molti processi evolutivi, ma non come la sintesi della vita. L’arte umana è lo specchio di queste affermazioni, proprio nella sua continua, e in apparenza contraddittoria, miscellanea dell’orgoglio, del pregiudizio e paura, da una parte, e di costante riscatto dell’orgoglio, del pregiudizio e della paura nel desiderio, nella speranza e nel coraggio. Ogni artista è uomo quando è teso, quando cioè è protagonista, e, emergendo da un’immersione informativa, agisce in prima persona. Ma la tensione libidica di cui parlo è l’opposto della passione rinunciataria e repressiva, che ricade nella violenza quando perde di vista la necessità basilari della sopravvivenza, quando cioè l’ambiguità propria della vita decade nel torbido equivoco delle finalità miopi ed egoistiche >>.

http://www.quotidianacom.it/

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