Giovanni Savino ed il Tappeto di Iqbal

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Giovanni Savino del Tappeto di Iqbal

Ciao Giovanni, sono felice tu abbia accolto questa mia richiesta e curiosità di aprire un dialogo comune. Oramai ti seguo, anche se in maniera virtuale, da un paio di anni. Penso ci siano delle affinità tra il lavoro che conduce il Tappeto di Iqbal e Ultimo Teatro. Certo, non sono paragonabili, anche perché molte volte penso che nei paragoni, si scada nell’appiattimento delle diversità e dei diversi traguardi raggiunti o da raggiungere. Ultimo Teatro parla prevalentemente dei dimenticati e degli esclusi e, Il tappeto di Iqbal oltre a parlare di questo, utilizza, se così si può dire, quelle persone momentaneamente bloccate nello status quo del disagio e che molti vorrebbero farci passare, come una categoria sociale; ma, in realtà, rappresenta unicamente il risultato, di una società, che innalza l’abbrutimento e la vigliaccheria come una bandiera di democrazia, sempre meno “démos” (del popolo) e sempre più “cràtos” (del potere).

Prima di parlare nello specifico del gruppo, vorrei tu mi descrivessi il tuo percorso formativo ed umano ed il perché hai deciso di lavorare in questo modo.

Sono contento che tu mi ponga queste domande che trovo assolutamente interessanti tanto da chiedere anche a te di rispondere alle stesse per darmi l’opportunità di conoscere la tua/vostra esperienza.

Sono cresciuto tra peperoni e zucchine da tagliare per ore di pomeriggio durante le feste dell’unità che mio padre organizzava a Barra, piccolissimo con i miei fratelli più piccoli guardavo mio padre disegnare la grande salsiccia con cappello da cuoco e occhi giganteschi che raccontavano agli arrivati il menu del giorno. Avevo pochi anni quando, con mio padre, andavo ai comizi di Natta, ogni volta che guardavo Natta pensavo fosse Totò. Mio padre mi raccontava di un certo Guevara e mi teneva ore a guardare film forse un po’ troppo impegnativi per un bambino di otto anni. Era un po’ esagerato, uno di quelli che quando giocava Italia – URSS faceva il tifo per i sovietici, e del resto io cantavo l’Internazionale. Ma mio padre era l’eroe combattente che non si fermava di fronte a nulla e si incazzava con gente come Bassolino che veniva a fare il maestrino nella sezione del corso IV Novembre di Barra. Ricordo mia madre che, non vedendo mio padre arrivare alle due di notte faceva la cosa più stupida che potesse fare ovvero chiamare in sezione, ricordo mio padre quando arrivava e di come si incazzava per quella telefonata arrivata durante un suo intervento contro la dirigenza. Ricordo il racconto di mio padre che affronta Giorgio Napolitano dicendogli che non era un esempio come uomo in quanto lui giovane onesto infermiere mandava i suoi figli nelle scuole fatiscenti di una Barra presa dalla camorra mentre lui, il dirigente che ammiccava a Bettino Craxi, portava i suoi figli a studiare in Svizzera. Mio padre era un toro scatenato. Era lo stesso che, malgrado una parte veramente cretina che mi fu assegnata nella recita di fine anno alle scuole elementari ovvero uno stupidissimo polipo da un costume assolutamente ridicolo, mi teneva ore e ore ad imparare la parte e a farmi immedesimare in ogni virgola che avrei pronunciato quel giorno avanti a tutto il pubblico barrese. Fu un grande polipo. Io racchiuderei tutta la mia formazione in questa persona. Lo guardavo accudire mio nonno reduce dai campi di sterminio con quattro figli da crescere e malato ma l’orgoglio essere stato un partigiano che aveva fatto la resistenza con Tito e per questo insignito della medaglia al merito di guerra, medaglia che conserva e che un giorno sogno di tramandare al mio piccolo Martin in arrivo. Mio padre è cresciuto tra bandiere rosse e sogni di riscatto. Era giovanissimo, un bambino, quando salì su un palco dei fascisti a Barra e prese la parola sputandogli in faccia tutto quello che era stato il nazifascismo. Dovette fare il giro di tutta Barra per impedire che i fascisti lo seguissero fino a casa per poi prendersela con i miei nonni. Mio padre si iscrive alla FIGC, non la federazione gioco calcio ma Giovani Comunisti quando aveva appena 15 anni. Un toro scatenato mio padre. Lo è sempre stato e continua ad esserlo con le sue guerre personali, le battaglie sul posto di lavoro, contro ogni tipo di ingiustizia mettendosi avanti in prima persona, e ripeto, ancora oggi con i suoi 55 anni. Poi mio padre, quando Achille Occhetto decide di cancellare il P.C.I. , lascia per sempre la politica, quella fatta di passione e comincia a scoprire i D’Alema, i Bassolino, i Napolitano e decide per amore dei figli di lasciare. Ho sempre pensato che appena avessi avuto l’occasione avrei continuato io come una sorta di discendenza guerriera medievale.. Farà di tutto per frenare la mia indole ribelle, prova a farmi superare il concorso all’accademia di Modena, prova ad iscrivermi a Ingegneria. Io avrei voluto fare conservazione dei beni culturali e spaccare tutto. La prima cosa che mi spacco definitivamente sono le gambe o meglio tutte e due le ginocchia così la divisa di Modena va a quel paese e nel frattempo mi sposo a soli venti anni in quanto il padre della mia ex moglie usava violenze devastanti su lei. La porto via e decido di cedere e fare ingegneria. il tema fisso a casa mia era : “Cosa gli dai da mangiare ai tuoi figli? La rivoluzione? I quadri? L’arte? il teatro?”. Mio padre ha dato la vita per noi e per noi aveva smesso di sognare ma quella non era la mia strada, quello che oggi mi rende felice malgrado tutto. Avevo bisogno di lavorare perché volevo mantenere i miei studi e quelli di mia moglie in economia e così comincio a lavoricchiare ovunque. Avevo sempre fatto sport, altro pallino di mio padre oltre alla continua esigenza di insegnarmi tutto quello che poteva insegnarmi e a passarmi libri in quantità. Mia madre, per arrotondare a casa perché siamo stati spesso in difficoltà economica con tre figli da crescere e l’unico lavoro quello di mio padre come infermiere, decide di tornare a fare quello che anche lei sognava fare ovvero insegnare. Si, perché quando sono nato io mia madre ha lasciato l’università. Sono cresciuto con mia madre che credo abbia fatto ogni tentativo possibile per poter tornare ad insegnare ma con tre figli da crescere e senza aiuto da parte della sua famiglia, la mia di mamma era costretta sempre a rifiutare supplenze per stare con noi a casa visto che nessuno si offriva di tenerci. In un istituto di suore si libera un posto nella scuola asilo e così l’insegnante elementare di mio fratello, la maestra Gilda che mai dimenticheremo, conosceva la bravura di mia madre e siccome sua sorella lavorava in quell’istituto venne a sapere di questo posto vacante e chiese a mia madre di offrirsi. Mia madre accettò. Sono cresciuto così nella classe di mia madre di un asilo povero di Barra ovvero il Verolino, istituto francescano che confina con la villa dei boss Aprea, spietato clan di camorra del mio quartiere. Uscivo da scuola e raggiungevo mia madre e me ne stavo seduto in classe.

Quando mi sposo avevo bisogno di lavorare e si libera un posto come insegnante di ginnastica e la suora Madre Superiora chiede a mia madre se ero interessato a ricoprire quel ruolo. Divento il professore Giovanni, quello di ginnastica inizialmente, poi conosciuto come il Professore Giovanni di Barra quello del teatro. Li incontro storie di invisibili. Vivevo a Barra, odiavo la camorra e mai avrei pensato di incontrare i figli della camorra così piccoli. Decido da subito di fare un film contro la camorra con i figli di camorristi. L’idea di fare un film era geniale e incredibile per quei ragazzi. Li vado a prendere con il pulmino delle suore, chiedo a discoteche di aprire per fare riprese, li porto in giro, proviamo sul set, risate, ripetere le scene duecento volte sempre ridendo. Succede quello che non avrei mai pensato. Facciamo un film pulp sullo stile del poliziesco anni 70 italiano ovvero “3×2 Napoli in offerta”. Lo proietto avanti a tutti i familiari dei ragazzi. Se facevi la conta degli anni di carcere arrivavamo probabilmente agli Aragonesi. Nessun applauso alla fine del film e mi dissi “cazzo, ha fatto male! allora l’ho girato bene!”. Prendo il film e lo porto ad un partner di Giffoni Film Festival e la cosa ha successo tanto che vengono invitati, tra le scuole blasonate, i giovani ragazzini di barra come uditori nel Festival.

Faccio molte altre pazzie ma qui ci vorrebbe troppo tempo in ogni caso comincio a fare teatro con i giovanissimi di barra scrivendo testi miei ma proponendoli ai genitori per dare loro l’occasione di pensare e riflettere. L’incontro artistico con Michele Contegno è quello che da la svolta alla mia vita.

Michele Contegno entra nell’istituto di suore inviato dalla Fondazione Banco di Napoli per l’assistenza all’infanzia per progetti video. Io mi occupavo di montaggio video e cominciamo una relazione forte io e Michele. Michele è un grande cantautore leccese trapiantato a Napoli. Io mi occupo dei montaggi di tutti i suoi video e vado in scena con lui durante i suoi spettacoli occupandomi delle luci, delle proiezioni e video istallazioni. Comincio ad incontrare così il mondo dello spettacolo. Michele crede molto in me e fa di tutto per mettermi in scena. Io non ci pensavo minimamente. Volevo usare il teatro per i ragazzi. Organizza un bellissimo evento reading in una libreria e mi obbliga a mo’ di tranello ad andare in scena. Una sera era saltato l’appuntamento con un artista e non sapeva come coprire (l’avrebbe fatto benissimo lui) e mi chiede di preparare un reading spettacolo su un testo che lui amava “groppi d’amore nella boscaglia”. Prima di andare in scena, sarebbe stata la prima volta per me come autore-regista-attore , arriva la notizia che mio padre ha avuto un mezzo infarto. “Papà che faccio?” e lui “Vai in scena anche per me!”. Fu un successo. Poi Michele Contegno organizza una serie serate ovvero sette serate a tema sui “sette peccati capitali” e qui porto due poesie e un testo che avevo da poco scritto in quanto avevano ammazzato uno dei miei ragazzi “Proprio ora non lo posso fare”.

Cominciavo a farlo il teatro e mio padre cominciava a temere che abbandonassi ingegneria. Lo farò a pochi esami dalla fine e la tesi di laurea che non ho mai dato malgrado avessi completato il percorso in ingegneria al 95%. Non ero felice.

Nel 2009 entro come socio nel tappeto di iqbal. Mi ero mosso sempre da solo malgrado eventi abbastanza storici a barra organizzati da me, sempre nel segreto perché mio padre non sapesse che stavo continuando a sognare la rivoluzione. Qui, il secondo incontro importante della mia vita ovvero la mia compagna Monica Paolillo con la quale comincio a condividere alcuni settori del tappeto di iqbal. Lei è assistente sociale, teatroterapeuta e attrice formatasi prima al CAT di Castellammare e poi presso la scuola di Carlo Cerciello ovvero l’Elicantropo di Napoli, forse l’unico teatro resistente di Napoli che riconosco tale a tutti gli effetti. Mi illustra il teatro civile, qualcosa che avevo sempre fatto senza saperne nulla. Mi parla di Stanislawskij , Grotowski. La seguo nel suo ultimo anno di formazione all’Elicantropo e vado ai suoi saggi, ai suoi spettacoli. Comincia un ricerca personale così frequento quello che mi affascina, decido di non fare una scuola intera, sempre convinto che l’attore in verità non lo voglio fare. Frequento alcuni corsi clown attore con Giovanni Carli, Emannuelle Gallot Lavalle e vari seminari qui e li tra workshop di teatroterapia tenuti dalla F.I.T. federazione italiana teatroterapia di cui Monica e consigliere d’amministrazione e incontri con Tolomelli sul teatro dell’oppresso tenuti a Napoli durante i vari momenti di condivisione tra l’università di Bologna e quel che restava del progetto “chance”. Iniziano così studi personali su Freire, Boal, sul teatro civile e scopro cose che nemmeno sapevo esistessero come Peter Brook, e incontro Claudio La Camera tra gli ultimi rimasti di quella “Linea trasversale” che aveva tra i componenti Eugenio Barba. Poi decido di frequentare il primo anno della Scuola Internazionale di Clown di Roma. Poi frequento la scuola di Regia Teatrale di Carlo Cerciello e infine il primo anno presso l’Elicantropo. Incontro sulla mia strada Paolo Rossi, Dario Fo e comincio a vivere questo mondo teatrale studiandolo e cercando di vedere quante più cose possibili, tutte diverse. Decido, durante questo mio viaggio di formazione di abbandonare casa e io e la mia ex moglie ci lasciamo. Vado a vivere come vicino di Michele Contegno in un minuscolo appartamento nel centro di Napoli e comincio quella che ancora oggi è la relazione con Monica. Un litigio stupido vede me e Michele prendere due strade separate. Avevo continuato ad andare in scena con Michele, seguirlo nei suoi concerti e spettacoli, a fare reading ma non sopportavo quella vita artistica fatta di estremi, esagerazioni, notti brave. Volevo una vita artistica e non perdermi. Dopo qualche mese, tramite messaggi, io e Michele decidiamo che la prossima settimana ci saremo visti per un caffè. Io mancavo a Michele e Michele mancava nella mia vita che aveva assunto una deriva troppo artistica per procedere senza di lui. Quel caffè non arriverà mai perché due giorni dopo quel messaggio, Michele crolla in libreria a causa di ischemia celebrale, finirà in coma per poi morire il 6 Dicembre del 2011.

Quello è il mio primo anno da presidente del Tappeto di Iqbal. Io e Monica siamo gli unici del tappeto che restano nella compagine in quanto nel 2010 cambio in Regione e chiusura del progetto chance ovvero un progetto storico conosciuto in tutto il mondo cosa che porta al fallimento del tappeto di Iqbal. Tutti i soci lasciano il tappeto di Iqbal alla ricerca di un lavoro mentre io e Monica restiamo e chiediamo ai ragazzi che erano stati utenti del Tappeto di Iqbal di diventare soci. Inizio così a portare il teatro a questi giovani usandolo per creare la cooperativa. Uno dei pochi esempi credo al mondo dove non è stata la cooperativa a fare un progetto per ragazzi di teatro ma il teatro a costruire la cooperativa. Più aumentavano gli attori e più aumentavano i soci. Nei centri di aggregazione del progetto chance questi ragazzi imparavano la trampoleria. Così inizio due percorsi ovvero il Circo e il Teatro. Il Teatro mi serve per far viaggiare i ragazzi e perfezionare il loro cammino di trasformazione e di coscientizzazione che poteva avvenire solo attraverso l’incontro e la conoscenza di altri luoghi e altre persone e il circo come cosa assolutamente unica e innovativa con cui rilanciare la cooperativa.

Così è nato dopo quattro anni il gruppo che conosci del tappeto di iqbal.

Quando ho visto quello che facevi, mi hai subito ricordato mio zio, Sergio Lo Verde. Lui per trent’anni ha lavorato nei quartieri a rischio di Palermo, sia attraverso il teatro, sia attraverso le arti circensi, sia attraverso l’incontro e la coabitazione con le famiglie ed i figli della mafia. Non parlo di quella mafia fiabesca o televisiva, ma di quella mafia che si fa tutela e garanzia di una povertà che, non è mancante soltanto di soldi, ma anche di speranze, di vie di uscita, di scappatoie. “Se non ti affili, muori. Se non ti affili, non hai futuro. Se non ti affili, sarà la tua famiglia a pagarne le conseguenze.” Con lui ho mosso i mie primi passi nel Teatro Sociale e con lui ho visto concretamente, come questa nobile arte potesse scardinare ed invertire questo assurdo sistema dell’omertà e dello sfruttamento; uno sfruttamento che distrugge anche il sangue del proprio sangue. Il vostro è un modo reale, per ridonare vita a queste giovani vittime; vittime dei loro padri e delle loro madri, anch’essi castrati dalla crudeltà di un mondo indifferente.

Chi sono i ragazzi/e che ti affiancano e da dove vengono?

I ragazzi che oggi mi affiancano quotidianamente sono ragazzi con vissuti molto duri. Quando ho messo dentro i ragazzi del tappeto di Iqbal, ho cominciato con quattro ragazzi ovvero: Marco, Carlo, Ciro il grande e Ciro il piccolo. Oggi siamo in quindici, divisi in adulti che chiamiamo Ronin e adolescenti che chiamiamo “Simpatiche Canaglie”. Sono giovani che hanno passato la loro infanzia continuamente a colloquio in carcere, dove gli è stato negato il momento più importante della crescita. Trascorsi tra cocaina, strada, scippi, rapina, branchi e in famiglie o direttamente legate ai clan camorristici dal sangue o comunque sotto la mano nera dei clan dominanti.

Per il momento prendo spunto sempre da mio zio. Ricordo quando lo stesso, mi raccontava delle difficoltà istituzionali e nello specifico con le amministrazioni comunali e naturalmente con quella statale. Ricordo che furono costretti molto tempo fa, ad occupare uno stabile nel quartiere di tavola tonda, poi con il tempo, hanno aperto vari progetti, varie sedi (questa volta “legalmente”) e, oggi, gestiscono il Cento Culturale di Ciaculli; dove c’è stata una delle prime stragi e attacchi verso lo stato, proprio adiacente al bunker dove i capi di cosa nostra, si riunivano. So che anche tu e voi avete lo stesso problema, come ad esempio la mancanza di una sede, la quale, avrebbe potuto essere la ex scuola Salvemini del quartiere di Barra; quartiere e avamposto della Camorra.

Cosa potrebbe fare, chi ne ha il potere decisionale, per agevolare le realtà come la vostra, che dimostrano quotidianamente il proprio coraggio e la propria capacità di raggiungere gli obiettivi?

Potrebbero fare semplicemente il proprio lavoro con passione. Non si tratta di agevolare ma semplicemente di garantire il normale corso delle cose. In un paese impazzito come il nostro, questo, diventa anormale ed è nella condizione di “agevolare” che si crea questo assurdo e malato equilibrio mondiale, marcio, ovvero il debito. Agevolare, assume l’accezione di favorire. Invece ci si impegna proprio nel verso contrario e questo in ogni angolo, in ogni granello di polvere da ufficio, in ogni stampante, in ogni fax, in ogni computer. Rallentare, rallentare, rallentare fino a sfiancarli, prima o poi la smetteranno di rompere le scatole. Ecco, fino a che noi verremo percepiti come rompiscatole, beh, continueremo a romperle.

Una cosa che mi colpì molto è quando Sergio, mi disse – che le Istituzioni Pubbliche, li usavano per aprire le porte alla legge e al rispetto della legalità. Cioè l’arte, ed in specifico il teatro ed il circo utilizzate come mezzo per scardinare, quei blocchi fisici e mentali, che non si potrebbero ottenere neanche con una vera e propria guerra di armi e di eserciti. Appunto, prima si donano gli strumenti per attuare un vero cambiamento, aprendo dove è possibile i cuori, poi si “pretende il resto”.

Cosa impedisce, secondo la tua esperienza, che anche una realtà come la vostra venga “sfruttata” ufficialmente, a questo scopo?

Non conosco la storia di Sergio che da quanto leggo sembra assolutamente interessante e meravigliosa. Io ti rispondo considerando la nostra storia e il nostro vissuto e quindi, le nostre barbare istituzioni locali. Noi diamo fastidio. Non scendiamo a compromessi mai, nemmeno per una penna. Chiediamo di continuo: Perché? E ci rispondono “non fare domande, se vuoi, da domani ti diamo questo e quello ..” e noi chiediamo nuovamente “Perché?” E lì, si chiude la comunicazione. Nessuno è in grado di sfruttarci in quanto non siamo controllabili, in quanto siamo schegge impazzite, cani sciolti e si rischia solo con noi. Se fai un evento pubblico dove ci inviti, noi ti facciamo neri, scavando nei tuoi armadi. Nessuno può sfruttarci perché noi li togliamo sul serio i ragazzi dalla strada, sul serio gli diamo lavoro, sul serio parliamo con le famiglie, sul serio non abbiamo partiti politici, sul serio diciamo sempre quello che pensiamo, sul serio abbiamo creato un modello folle di autosufficienza, con l’aiuto dell’Italia. Non siamo acquistabili a buon mercato. Non abbiamo mai chiesto un finanziamento e ne partecipato a bandi comunali o regionali ed a Napoli siamo in assoluto, gli unici che in cinque anni non hanno mai chiesto soldi istituzionali per fare quello che facciamo. Non siamo ricattabili e quindi controllabili e, per questo difficilmente “sfruttabili”. Senza fargliene mai accorgere, siamo sempre noi che li usiamo come pedine, bamboline, siamo noi che li usiamo in ogni modo, anche, non propriamente corretto. Siamo in guerra e usiamo tutte le armi possibili, anche il fascino su staffiste del sindaco o segretarie. Abbiamo molte armi a nostro favore, tra cui, il fatto che la bellezza ci ha accarezzato tutti.

Parlando ancora del cancro corruzione e mafiosità, vedo che come noi conosci Libera e che come noi hai avuto il piacere di collaborare con alcuni presidi e di esser stato ospitato da loro. Anche se superficialmente, già in passato abbiamo avuto modo di scambiare qualche battuta. Allo stesso tempo, non voglio smuovere delle critiche, ma lasciare una traccia ed un segno di rigenerazione; penso che molte delle persone, non sicuramente tutte – quindi non ne voglio fare un luogo comune o farne di tutta un’erba un fascio, fanno di questa lotta che dovrebbe essere una lotta verso l’ingiustizia, un gioco di facciata e di apparenza. Un modo per compiacere il proprio ego. E penso allo stesso modo, che la cultura e nello specifico, il teatro, dovrebbero essere anche i loro mezzi per screditare i mafiosi ma anche per portare messaggi forti, sia nelle scuole, sia tra le persone comuni. Nella mia ingenuità o utopia, credo fermamente, che un determinato spettacolo, sia più utile ed efficace di molte conferenze.

Dove potrebbero aiutarci in questo e come?

Libera è un organismo assurdo. Io la vedo come una cupola. Esistono tante Libera. Libera delle grandi città, con un peso specifico rilevante come Napoli e la Campania e qui entri in un setta, una cupola, se non sei dei loro, non esisti, non serve a nulla quello che fai anzi se possono distruggerti, eliminarti, bloccarti e non appoggiarti lo fanno in maniera sudicia, subdola. Ho sempre rifiutato di aprire un presidio Libera Napoli Est, malgrado quasi mi abbiano implorato, in quanto, ho sempre detto “io già sono presidio anticamorra, a cosa serve crearne un altro?”. Poi esistono i presidi sparsi in Italia con cui collaboriamo, soprattutto quelli Veneti e ti assicuro che non il nazionale non se la passano bene, anzi sono assolutamente critici con il modus operandi da far venire a volte in mente, la massoneria o il medioevo oscurantista “ricordati che devi morire” , “ taci, il nemico ti ascolta” , “non toccare, non gustare, non inghiottire”. L’assurdo, è che quei presidi non hanno alcuna autonomia, nemmeno un conto corrente e una partita iva, cioè, non esistono realmente e questo, è ancora più assurdo. Però ci mettono l’anima e il cuore e sono straordinari. A volte ho la sensazione che si muovono dimenticandosi anche di essere Libera. Forse per questo fanno benissimo. Poi ‘è il Nazionale, su cui stendo un velo pietoso e poi, il meraviglioso Don Ciotti di cui siamo innamorati. Da anni chiedo a Libera di creare un settore Libera Arte o Libera Teatro, come Libera Sport e Libera Internazionale ma, non ne vogliono sentire parlare, oppure non ne vogliono sentire parlare da me.

Abbiamo un’altra questione in comune, anche se chiamarla questione è riduttivo. Diciamo che abbiamo la necessità di fare chiarezza sulle ingiustizie di questo mondo e di trovarne un rimedio ed un lieto fine. La Palestina è una di queste. Come tu sai, noi abbiamo uno spettacolo “Restiamo Umani” che non parla di Vittorio Arrigoni, anche se si ispira a lui, ma parla delle vittime di questo conflitto, che conflitto non è, perché è una vera e propria pulizia etnica. Parla dei bambini, delle donne e degli uomini che quotidianamente si ritrovano a fare da capro espiatorio ad una vera e propria super potenza mondiale, che con il contributo delle altre super potenze mondiali, cercano di portare la pace attraverso la guerra. Di trasformare i deserti in giardini, attraverso il sangue degli innocenti.

Basta conoscere le parole di Ben Gurion (uno degli storici leader sionisti) o quelle contrapposte di Primo Levi, per capire che le mie non sono affermazioni di parte, ma unicamente, una costatazione dei fatti e della storia.

Ho seguito con attenzione, il vostro progetto di Circo Sociale che ha un gemellaggio con Gaza. Mi piacerebbe tu me ne parlassi e che tu mi accennassi lo scambio di idee e le mancate risposte del Cirque Du Soleil. E soprattutto il tuo pensiero verso tutti quegli artisti e non, che in questi anni si sono resi complici di tutto questo, accettando collaborazioni, inviti e scambi con Israele.

Quando abbiamo partecipato al Circomondo Festival di Siena abbiamo conosciuto gli amici del Circo Palestinese con cui, ci sentiamo regolarmente. Il Circque Du Soleil ci ha inseriti nella sua mappatura mondiale del Cirque du Mondo. Nell’estate del 2012 il Cirque du Soleil organizza uno spettacolo in Israele. Chiedo a gran voce al Cirque du Soleil o di boicottare Israele o di andare anche in Palestina. Non ho risposta. Allora chiamo i circhi resistenti di mezzo mondo, dal Chapas all’Afghanistan e chiedo di aiutarmi a chiedere questa cosa al Cirque du Soleil. Ovviamente lo faccio con i miei modi “rompiscatole” ovvero gli intaso la casella mail e il fax. Nel 2015 ritorneranno in Israele e mi sto organizzando per esagerare. Scrivo una mail al Cirque du Soleil dicendogli che se vuole parlare o parla con noi direttamente e non tramite “Giocolieri e dintorni”, con cui non vogliamo avere nulla a che vedere, non condividendone ne metodologia e ne intenti “veri” e chiediamo una collaborazione fattiva. Riesco a prendere un appuntamento skype con la responsabile mondiale in Canada. Così ho l’occasione di attaccarla sulla questione Palestina. Il paradosso è che volevo strapparle un impegno a vedere il Cirque Du Soleil in Palestina, ma lei, comincia a minacciare di metterci fuori dal Cirque Du Mondo. Ovviamente il nostro “chi se ne frega!” fu immediato. Ma l’assurdo totale si raggiunge quando mi accorgo che non si azzarda nemmeno a nominare la parola Palestina. In rete c’è un video di quella telefonata dove a questa responsabile, le scappa la parola Palestina e io esulto, come un bambino che ha visto babbo natale in autoreggenti.

La funzione di questi dialoghi, non è soltanto quello di far conoscere le realtà o i singoli individui, ma è anche quella, di creare un ragionamento sul sistema oramai stantio del teatro, sulla circolazione degli spettacoli, sull’importanza dei critici che a mio avviso dovrebbero fare un lavoro di ricerca vero e proprio e non limitarsi nello scrivere su coloro che sono stati premiati o che hanno la fortuna di avere dei riconoscimenti, più o meno meritati. Dovrebbero fare delle vere e proprie indagini e, non limitarsi, così come dice Bergonzoni, a fare un servizio autoreferenziale “tra i visti ed i vedenti”.

Puoi descrivermi, ad uno ad uno e secondo la tua esperienza, le tre differenti situazioni? Il sistema, la circuitazione, la critica teatrale.

Noi usiamo il teatro per autofinanziarci e per attivare processi di trasformazione e coscientizzazione dei giovani coinvolti, delle famiglie e delle comunità che visitiamo. Non ho mai avuto quindi critiche teatrali, non venendo mai invitato in teatri, festival, rassegne. La critica teatrale forse nemmeno sa che esistiamo. Grave, perché abbiamo incontrato in due anni qualcosa come 30000 persone e incassato qualcosa come 100mila euro tra donazioni e biglietti in uscita. Per questo sono felice che la critica teatrale non si preoccupi mai di noi, anzi, più ci sta lontano e forse, più riusciamo a fare teatro. Spesso leggo critiche teatrali quando so che ci sono stretti rapporti di amicizia tra il critico e il criticato, oppure, di inimicizia, perché il criticato e nemico dell’amico del critico. Le solite cose che rendono tutto assolutamente un “club per idioti”. A volte se la critica è dura con uno spettacolo o un regista, beh .. corro a guardarlo. Figuriamoci, il sistema e la circuitazione. Con i nostri numeri e premi dovrebbero fare a gara a farci andare in scena. Fanno parte tutti dello stesso meccanismo perverso. Soldi, soldi, soldi, debito, debito, debito, chiedimelo, genuflettiti, prostrati. Preferisco continuare in parrocchie, garage, giardini, balconi, palestre. Ci interessa il nostro modello, quello dei teatri è da “eyes wide shut”. Ovviamente mi riferisco sempre alla mia città, dove si fa a gara ad urlare che tutti sono stupidi, inadeguati, non professionali passeggiando tra rivoluzionari con la puzza sotto il naso, in salotti in tinta rosé.

A cosa dovrebbe servire il Fus?

La cosa divertente che quando ho letto questa domanda, sono scappato su internet a cercare la parola FUS. Ho studiato. Posso rispondere. Dovrebbe servire a pagare docenti di teatro nelle scuole in maniera regolare e non a pof, pon, poc, pic e puc. Dovrebbe servire ad aprire teatri dove non esistono. Dovrebbe servire ad aprire una scuola superiore per ragazzi dai 14 ai 18 anni, in “arte e scienze per lo spettacolo” dal macchinista, allo scenografo, al tecnico luci, al tecnico audio, al costumista ed a tutte quelle professioni che se ti va bene, uno comincia ad incontrare a vent’anni, quando invece, una formazione potrebbe essere innovativa se fatta in quell’età; preparandoli così, al mondo del mercato e non per forza nazionale ma anche internazionale.

Napoli (ed il sud in generale) tradisce la propria tradizione di pulcinella e diventa un pagliaccio che piange .. perché?

La maschera di pulcinella non è mai stata una maschera che ride, anzi, è una maschera da sempre sofferente che patisce le pene della fame. Un clown è sempre triste e sono i clown tristi che riescono a far sorridere il pubblico. Non ho mai amato Pulcinella e l’idea di Napoli che rappresenta. L’ho sempre vista come un ruffiano del potere, un furbo, uno che, per raggiungere il proprio obiettivo, venderebbe l’anima al diavolo pur di mangiare. Ecco ,se pulcinella si trasforma in un clown ovvero colui che soffre per le sofferenze degli altri, colui che irride il potere, colui che ama al punto da sacrificare la sua vita per gli altri con Bim Bom, come Branko (di cui porto il nome), Chocolat e tanti altri, allora penso che questo clown, darà una scossa alla città di Napoli.

Si può fare teatro dappertutto, anche nei teatri. Chiunque può fare teatro, anche gli attori”, partendo da questa doppia frase ironica, ma non troppo, del maestro dell’oppresso Augusto Boal penso veramente che il teatro, quello vero, quello viscerale, quello che non nasce unicamente dal senso narcisistico di mostrarsi, ma quello che nasce principalmente dalla necessità di raccontare, di avere qualcosa di urgente da dire, possa essere fatto da tutti e soprattutto da coloro che attraverso i propri occhi hanno conosciuto sia la bellezza, sia lo scotto della vita. Certo, ci sono persone più dotate nella narrazione o nella rappresentazione, ma sono convinto, per esperienza, che questa dote possa essere raggiunta da tutti, attraverso un lavoro profondo di quello che si è e di quello che sono gli altri. Non bisogna per forza aver fatto delle scuole per salire su un palcoscenico, bisogna unicamente avere il coraggio e quell’attenzione profonda per il mondo e per chi ci vive. Basta attraversare le diversità con lo sguardo dell’anima.

E parlando di anima, di esperienze, di progetti teatrali, di persone che non hanno fatto scuole ma sono saliti su un palcoscenico a raccontare qualcosa di necessario ed urgente, vorrei che mi parlassi di “Figli di un la minore”.

Figli di un La minore” è il risultato di un percorso lungo quattro anni.

Nel 2010, quando divento presidente del tappeto di iqbal, vengo lasciato solo da tutta la compagine sociale che scappa, alla ricerca di un posto di lavoro. Il tappeto di Iqbal era fallito. Resta con me solo la mia compagna Monica Paolillo. Decido di chiedere ai ragazzi di strada, di entrare nella compagine sociale. Avevo bisogno di un “branko” per ricostruire la cooperativa e persone che avessero lo stesso dente avvelenato mio, che provenissero dalla strada e che sentissero forte l’esigenza del riscatto. Scrivo il primo spettacolo “Lui chi è?”. Quando scrivo questo spettacolo succede una delle cose più divertenti della nostra storia. Avevo stretto rapporti con il teatro Cantiere di Pisa e molti amici pisani per un film che avevamo girato contro la camorra “Voci dal Buio” e che avevo presentato con il protagonista Carlo, in tutta la provincia di Pisa. La Provincia di Pisa era il primo produttore e distributore. Racconto che facevamo teatro con i ragazzi e chiedo alla comunità Pisana e agli amici storici del tappeto di Iqbal come Francesco Sani di organizzarmi una serata per andare in scena. Non avevo scritto nemmeno un rigo. Nel frattempo facevo con Monica corsi di teatro civile con i ragazzi, lavorando sul Training attoriale e tutto il settore esperenziale e corporeo. Ricordo i primi ragazzi, ovvero quel Carlo e l’attuale vicepresidente Marco che non volevano nemmeno togliersi le scarpe. Tantissime resistenze. Marco e Carlo avevano anche un vissuto che li vedeva provenire dall’influenza di due clan di camorra rivali. La cosa più difficile fu gestire la loro relazione, in quanto Carlo era amico di Mariano Capasso, ammazzato nel 2007, uno dei ragazzi delle mie azioni, e Marco era amico di Francesco Celeste ammazzato anche lui. Tutti e due uccisi a causa della guerra tra i clan che influenzavano Carlo e Marco. Una sera portai un pezzo scritto per la morte del mio Mariano, ovvero, “Proprio ora non lo posso fare” e chiedo a Carlo di farlo, così se dovevamo prenderci a botte, era la volta buona che o risolvevamo la questione o chiudevamo il teatro. Chiedo a Carlo di interpretarla, essendo l’amico di Mariano, ma Marco ci interrompe e dice “quel ragazzo non è Mariano, ma potevo essere io o il ragazzo che non saprò ascoltare”, da allora Marco porta in scena il pezzo dedicato a Mariano. Ma Carlo e Marco si guardavano sempre a distanza. Avevo bisogno di un sistema per unirli così scrivo “Lui chi è?”, dando un pezzo di introduzione proprio a Marco e Carlo, da soli in scena, insieme. Quando andiamo in scena a Pisa nel Teatro Cantiere entrano e si trovano avanti 200 persone. Due contro tutti. O si alleavano o crollavano. Da allora diventeranno fratelli.

L’aneddoto divertente sulla scrittura di “Lui chi è?”, avviene cinque giorni prima di andare in scena. Oramai non ci speravamo più alla serata ed ero convinto che mai saremo riusciti ad organizzarla. Poi, mi chiama Francesco Sani, esultando che aveva organizzato tutto e che fra cinque giorni saremo andati in scena. Corro dai ragazzi e gli dico la cosa. Esultano perché per la prima volta potevano uscire da Barra e andare da protagonisti, fuori dal quartiere. Marco però mi fece notare una cosa “Gio, ma che cazzo facciamo in scena, non esiste un testo “. Cosi, vuoi la tensione, vuoi l’emozione, corro in bagno e mi accomodo rilassato. In un’ora scrivo lo spettacolo, corro giù, glielo faccio leggere e assegno le parti. In cinque giorni imparano e vanno in scena a Pisa. Da allora giriamo tutta la Toscana, partecipiamo al festival “teatro urbano” di Roma. Giriamo l’Italia. I ragazzi di Barra, conoscevano l’Italia, giravano e incontravano e si trasformavano raccontandosi e allo stesso tempo, guardandosi.

Poi, scrivo “Lui chi è? un anno dopo” cominciavamo con questo sistema ad autofinanziarci e incontravamo qualsiasi luogo, senza distinzione. All’inizio lo spettacolo era pieno di scenografie, di attori. Man mano aumentano gli attori ma si riducono le scene e diventa essenziale. Potevamo farlo ovunque. Raccontavamo la tragedia del Terzo settore sociale, degli operatori, dei giovani, e di quello che facevamo con i bambini, con le storie di tanti di loro. La Toscana comincia a non chiamarci più, ma con il Circo incontriamo Padova. Mi chiedono di sostituire da Napoli un gruppo che aveva dato forfait per l’inaugurazione del Presidio Silvia Ruotolo e ci chiedono, una performance di circo. Altra volta, chiusura in bagno (questa cosa diventerà il live motive dei miei spettacoli) e scrivo una performance sui trampoli, fuoco e parkour dal titolo “Cappotto di Legno” che racconta quel Saviano, da cui purtroppo successivamente prenderò le distanze. Successo e si apre il mondo Veneto.

Così, piano piano sparisce “Lui chi è?”. Trasporto alcuni pezzi nel nuovo spettacolo “Giudecca, storie di traditori e logiche conseguenze”. Lo spettacolo ora ha il clown come filone conduttore e il quartiere Barra, irridendo Amministratori, Sindaco e camorristi fino a Silvio Berlusconi. Avevo esigenza di fare utile, molto di più e di incontrare quante più persone, soprattutto giovani. Dovevo togliere ogni scenografia e pulire anche da computer e casse. Lo spettacolo doveva essere fatto ovunque. Il destino vuole che nella compagine entra Pietro Esposito, 16 anni, grande voce e chitarrista. Così con lui scrivo pezzi musicali, suonando a mia volta la chitarra. Questo spettacolo si poteva fare ovunque, senza luci, senza scene, senza amplificazioni. Io sono in scena per l’80% dello spettacolo, mentre i ragazzi intervengono con monologhi che nel frattempo scrivo. Arrivo così a fare anche quattro spettacoli al giorno. Spopoliamo nelle scuole, fino a raggiungere anche mille studenti tutti riuniti in una palestra. Le musiche , i pezzi e i testi sono molto belli. Così registriamo un disco in prossima uscita “Figli di un la minore”.

Il demo, arrivata la notizia dell’arrivo di mio figlio e considerando in che assurdo stato viviamo, viene distribuito con masterizzazioni fatte in casa, come “In Stato Interessante”, omaggiando la mia compagna Monica Paolillo e il suo pancione. Il processo di creazione durato quattro anni si conclude così con “Figli di un La minore”. All’interno, io e Pietro suoniamo dal vivo musiche bellissime da colonne sonore di Pulp Fiction al classico Napoletano, compriamo dimmer Luci, distribuendo ruoli tra i partecipanti. Creo così una drammaturgia, ovvero il risultato di questi anni che parla delle urla dei figli di Napoli. Mio padre mi aveva fatto vedere da piccolo un film a cui sono legato “Figli di un Dio Minore” e siccome questi ragazzi di Barra, subiscono continuamente la distrazione mediatica su Scampia, mentre di loro, nessuno Vuole parlare. Vivo uno stato “Minore” a 360°, ma sono il LA che intona e può dare inizio ad una nuova melodia. Così in questo ultimo tour la mattina incontriamo le scuole con “Giudecca”, con l’ingresso della nipote del boss di camorra di barra, sfatando l’ultimo tabù, ovvero, il riuscire a coinvolgere le ragazze e altri nipoti di boss e la sera, andiamo in scena con “Figli di un La minore”. Questo, grazie anche alla donazione di un pulmino dal Gruppone di Camposampiero che ci ha totalmente adottato e che ci tiene in vita, grazie ai continui tour che organizza in Veneto.

Il pubblico resta a bocca aperta. Non chiediamo mai il biglietto in ingresso e diciamo alla fine “se ci meritiamo il vostro biglietto fuori trovate una cassetta”. A fine di ogni spettacolo infatti dico che non saliamo a chiedere la carità a nessuno, perché qui, bisogna ristabilire la dignità.

Attraverso questo spettacolo i componenti, giovani dai 14 ai 22 anni si pagano libri scolastici, attività sportive, visite mediche, tasse scolastiche, aiutano le famiglie. Abbiamo sul groppone qualcosa come cento persone che vivono grazie ai nostri spettacoli. Stiamo ricostruendo una comunità. Se sono riuscito ad evitare che dieci giovani, non finissero in case famiglia o in carcere, in quattro anni ho fatto risparmiare all’intero paese 6 Milioni di euro, considerando che al giorno un detenuto minore costa 200 euro. Quindi sto lavorando per tutti.

Di questi spettacoli io non prendo mai un solo euro e questa cosa impedisce ai politici e agli infami di accusarmi di lucrare e la cosa, mi rende libero di urlare. Con uno spettacolo di grande qualità, i ragazzi del sud salgono al nord e fanno qualcosa per loro, se alla fine vorranno rispondere a questa donazione dei ragazzi del sud saremo pari, altrimenti per una volta, saremo stati noi del sud a fare qualcosa per loro. Abbiamo fatto anche incassi all’uscita di duemila euro. Sempre più persone ci seguono. In tutta Italia. Corrono a guardare i nostri spettacoli che a Napoli nessuno ci chiede di fare. Il popolo di Barra è fiero di questi ragazzi. Le famiglie sono fiere di questi ragazzi e stiamo favorendo una riconciliazione generazionale. E’ strepitoso vedere le mamme di questi ragazzi, firmarsi sui social network “mamme iqbaliane”.

Non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo” G.Rodari

Guardando il vostro sito ho visto molte attività: dalla trampoleria al parkour, dai nasi rossi alla giocoleria, dalle magliette di iqbal alle bomboniere solidali, dal circo sociale al turismo sociale, dai laboratori alle produzioni, dal teatro alla musica.

Qual’è il filo rosso che le collega? Quali sono le vostre aspettative? Quali i vostri risultati? E quali i vostri prossimi progetti?

Il filo rosso è “resistere, condividere, partecipare, prendere in carico”. La pedagogia del circo sociale nasce in Brasile e si diffonde in tutto il mondo. Attraverso il circo e il parkour arriviamo a centinaia di bambini, ma allo stesso tempo, restiamo in strada ricodificando la stessa, in senso positivo e resiliente. Il circo è il luogo delle possibilità per tutti, fatto in maniera povera, usando una cosa che non ha prezzo e che va curata, ovvero, semplicemente il proprio corpo.

Si interviene terapeuticamente come presa in carico ed anche fisicamente. Si gestiscono dinamiche di gruppo e si fa attività fisica, con traguardi da raggiungere e sfide da superare, senza competizione, ma insieme. Il circo sociale arriva in strada e offre il fantasmagorico e il meraviglioso a tutti, soprattutto al popolo povero che si sente protagonista di un evento sensazionale e unico. Si coinvolge il popolo, attivando quello che per me è lo step successivo al teatro dell’oppresso, ovvero “il circo popolare dell’oppresso”. I ragazzi vengono attratti dal rischio, ma qui diventa positivo e tornano in strada, ma belli. La bellezza è il tema conduttore soprattutto la sua difesa.

Attraverso gadget e oggetti si prova ad autosostenerci, ma il risultato non è mai stato rilevante, anzi ci abbiamo rinunciato con la prima stampa di magliette. Invece il turismo sociale è quello che ci ha permesso di vincere il premio, come miglior progetto di cittadinanza critica 2013 dalla Commissione Europea; con l’unico scambio internazionale che ha visto arrivare, nel dimenticato quartiere di barra, ben dieci giovani dalla Repubblica Ceca. L’incontro con il teatro dell’est e il nostro circo è stata una delle esperienze più importanti. Barra non solo girava e raccontava quando tornava, ma addirittura l’Europa era arrivata a Barra. Gli stranieri dicevano. Questi giovani in strada condividevano il coraggio dei miei giovani e facevano spettacoli per il popolo, che si sedeva in strada, con sedie prese da casa. Strepitoso. Avremo voluto dare seguito a questa esperienza nella Salvemini e adibirla, a luogo per accogliere altri giovani dall’Europa, ma anche, dall’Italia.

Poi, la distruzione della Salvemini, nemmeno troppo casuale. Abbiamo deciso di non arrenderci. Non ci siamo abbattuti. Abbiamo preso una minuscola casa dove Marco e Ciro si sono trasferiti a vivere, continuando il loro processo di cambiamento e dove, in un angolo, ho il mio pc. In cucina, una cucina due metri per due con tanto di fornelli e la mia scrivania da presidente, proviamo in 15 i nostri spettacoli per poi farli esplodere nei teatri. Non ci arrenderemo mai. Non ci piegheranno mai fino a che resteremo tutti uniti. Stiamo insieme, sette giorni su sette, per dieci ore al giorno. Nel frattempo, la camorra comincia ad indebolirsi, restando pericolosa per me. Nel frattempo, la pressione mediatica sulle istituzioni si fa forte, nel frattempo ho convinto Save the children a costruire due campetti di calcio nella zona di camorra, di Barra, nel frattempo torno a prendere spazio nelle scuole del territorio. Tutto in silenzio e nell’ombra.

Spero di riuscire nel mio sogno di riconquistare parte di Barra, non appena qualche boss verrà arrestato. Di riuscire a prendere un terreno, dove posizionare un tendone da circo e occupare spazi, che ho dovuto cedere indietreggiando come in guerra. Di riuscire a fare quello che volevo fare nella Salvemini, ovvero, attivare un luogo da far diventare “agenzia formativa” in teatroterapia e pedagogia non formale, di portare giovani svedesi a Barra in quanto non smetto di viaggiare e creare ponti. Di riuscire a fare un tour europeo, con un nuovo spettacolo e sto allacciando rapporti con comunità tedesche, francesi, belghe, svedesi e di prendere un terreno dove portare i giovani che prendo in carico volontariamente, a coltivare, producendo nostri prodotti da usare, nella nostra mensa per i bambini che gestisco con mio fratello Bruno Savino, mio primo compagno di lotta, dove daremo da mangiare a 30 bambini ogni giorno, prodotti coltivati da loro stessi. Proporremo catering e pacchetti turistici con il pulmino circense, sul vesuvio, con performance di teatrocirco sul cono vulcanico. Non ci arrenderemo. Prenderemo Barra. Ci lavoro ogni giorno, ogni notte, ogni minuto. Vorrei consegnare a mio figlio Martin dal nome di Martin Luter King, un luogo in cui vivere serenamente e per farlo, devo curare la classe dirigente che lo accompagnerà nel suo corso di vita. Io ho un sogno.

Il vero vincitore è il sognatore con smette mai di sognare”. In questa citazione di Mandela, probabilmente si racchiude anche il tuo segreto, soprattutto per la tua forte scelta, di dialogare quotidianamente con gli ultimi e con i figli della follia e della violenza. Il tuo è un modo per ribaltare un sistema che troppo spesso dimentica le sue funzioni, scaricando sugli altri le colpe e dimenticando le proprie responsabilità. Ogni volta che pubblichi qualcosa su i tuoi ragazzi/e, gioisco o fallisco a seconda di quello che scrivi. Sono sicuro, però, che persone come voi possano tracciare le vie giuste per un cambiamento reale, e non parlo di utopia, non parlo di retorica, ma parlo di concretezza, di fatti, di risultati. La vostra non è una semplice guerra, ma una vera e propria rivoluzione. E sono proprio le piccole ma grandi rivoluzioni, come la vostra, che dovrebbero smuovere anche il resto dell’Italia che oggi come oggi, non rischia soltanto il crollo economico e sociale, ma soprattutto quello culturale.

Se potessi parlare ad ognuno dei cittadini italiani, cosa chiederesti loro o cosa diresti loro, a proposito di rivoluzioni e di cambiamenti?

Vorrei che gli italiani riconoscessero il problema. Vorrei che gli italiani della passata generazione e della mia, ammettessero il fallimento, ma anche che oggi non è tardi ma è ancora possibile cambiare. Vorrei che gli italiani ricordassero che non è vero “fino a che non succede a me..” perché a te sta già succedendo. Vorrei che gli italiani spegnessero le televisioni, tornassero al villaggio, rifiutassero lo status quo e ricostruissero comunità.

Spegnete le televisioni, tornate all’agricoltura, alle cose semplici, alla vita, scappate dagli ospedali, uscite dalla paura, dal debito, dal terrore.

Vorrei che gli italiani aprissero tanto le loro menti e i loro cuori al punto da gioire visceralmente per la felicità del prossimo e a soffrire per le tristezze altrui. Vorrei che invadessero le scuole, che cominciassero ad incontrarsi. Vorrei che gli italiani vivessero come un “Day after”, chiudendo gli occhi e respirando col sole in faccia; tornando a giocare con i propri bambini e frenando la loro sete di stabilità, perché la stabilità è già un fatto, quando ogni giorno si aprono gli occhi e si respira. Respirare continuamente, prendendosi cura di se e degli altri. Sarò utopico ma la vita è una storia talmente semplice che passiamo la vita a complicarcela. Torniamo al villaggio e alle cose semplici e rifiutiamo il superfluo, spegniamo le televisioni e torniamo a vivere le strade e i luoghi.

Comincerei da qui poi il resto arriverà da se.

Chiudo questo nostro dialogo con questo mio pensiero – noi come operai “formicanti” siamo costretti a portarci le fabbriche in casa. Per sopravvivere .. per la dignità nostra e per quella altrui. Offriamo il teatro tra le nostre mura .. su commissione, su misura, spontaneamente .. per voi .. e per noi. Con il cuore in mano, sempre.

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