Massimo Zaccaria

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Massimo Zaccaria

Ciao Massimo, ti ho conosciuto qualche tempo fa a Pistoia quando ti invitammo durante i nostri Act (stagioni di teatro sommerso), nel centro sociale, di cui noi come UltimoTeatro, facevamo parte. In quella occasione, portasti “La Cisterna” spettacolo Teatrale che parla della strage del Truck Center di Molfetta. Parlavi della tragicità di una morte simile, ma soprattutto parlavi della vita di Pinuccio, unico sopravvissuto, ma anche l’unico testimone a doversi confrontare con la città e con i suoi fantasmi. Un contrasto tra morte e vita, ma anche un peso nella coscienza. Questo mi ricorda anche tutti coloro che sono sopravvissuti a stragi, si genocidi, alle mattanze. Qual’è il messaggio che porta questo “personaggio”? Qual’è il messaggio che lascia in te e che stra-borda dalla tua fisicità, dal tuo modo di parlare, dal tuo modo di non darti pace?

L’essere diversi, l’essere ai margini della società, l’essere anti-eroici. In questo tipo di teatro si da voce alla gente dimenticata, esclusa, emarginata. Ecco, forse è questo, Dare Voce a chi non l’hai mai avuta. E noi col teatro ci concediamo il lusso di dare spazio ai personaggi come Pinuccio. Per questo dentro di me, ogni volta si muovono emozioni forti. Le sento scuotersi, agitarsi. Questa, è la bellezza del teatro.

Tu usi spesso il dialetto, che funzione gli dai?

Quella di rispettare il luogo in cui si ambienta la storia, il personaggio appunto, comunicare col mondo intero anche usando i diversi linguaggi, per farne capire di più il senso.

L’ultimo tuo lavoro che ho visto è “Il Ritorno”, così come il primo qua menzionato, anch’esso scritto da Salvatore Arena, autore e attore con un forte carattere evocativo. Come più volte hai espresso, il tuo, nei suoi confronti è un vero e proprio amore. Questo, in un certo senso, è quello che accomuna anche me e Nina (compagnia di vita e di mestiere) e penso che siano rapporti forti e di stima reciproca, a dare, una forza carnale ad uno spettacolo. E a proposito di rapporti, quali sono se ci sono, i rapporti con i tuoi colleghi? E qual’è la differenza tra te che auto-produci i tuoi progetti e scegli cosa mettere in scena e, coloro che lavorano per altri registi?

Negli ultimi, gli attori, c’è solo pochissima stima reciproca. È un continuo scontrarsi e mandarsi a quel paese. Ma non è detto che mi scontri “sempre” con tutti. Ho un bel rapporto con alcuni attori e con alcuni registi, ma finisce lì, non collaboriamo. Coloro che lavorano per gli altri è perché fanno delle scelte e si adattano a tutto. Anche io nel cinema, quando mi capita, mi adatto sempre a tutto. Ma vorrei trovare un giorno una mia indipendenza e fare del cinema che voglio, seguendo i miei ideali. E quando le cose combaciano, allora ci ripenso e decido di fare progetti a più teste. Di recente, ho collaborato con un mio amico Mattia Sabatino su un documentario di prossima uscita (nel 2015), in questo caso posso dire che vent’anni di amicizia non sono stati buttati via così; quindi agli attori non posso dire nulla, perché ci sono passato anch’io, per un certo periodo. Ognuno fa le proprie scelte.

Spesso i miei scontri con attori e pseudo attori arriva proprio per questo e domando: << Per quale motivo si decide di fare teatro? Cosa ci spinge a diventare attori? Qual è il bisogno e la necessità che ci spinge a raccontare quella storia? >>.

Dopo molti progetti falliti, perché me ne sono capitati molti di pseudo registi che, non avevano una chiarezza di cosa significasse dirigere. E allora ho detto basta. Qui in Puglia, nella mia esperienza, ci sono molti mercanti di vacche, arroganti, presuntuosi nel loro modo di fare. Quindi ho deciso per il momento di collaborare solo con Salvo Arena. Non c’è bisogno che aggiunga altro. Si percepisce il grande rapporto umano che ho con lui. Portiamo avanti i nostri lavori con tutte le fatiche e gli sforzi che ne concernono. Ed è proprio con i nostri lavori “La Cisterna” e “Il Ritorno” che ho maturato la mia coscienza, e ho detto: << Faccio teatro perché ho una responsabilità. Faccio teatro perché ho un messaggio comune da comunicare >>.

La tua necessità di mettere in scena qualcosa di importante e che lasci una traccia o che dia la possibilità di aprire uno spiraglio per il migliore dei mondi possibili, mi piace e penso esca fuori da quello che fai. Se posso, vorrei racchiuderti momentaneamente in una sorta di teca che ti vede scenicamente, come colui che vive le tragedie del mondo e le racconta attraverso il rapporto diretto della testimonianza. Come pensi che il teatro possa cambiare la società che ti circonda?

La società potrà cambiare, solo se l’arte “fatta in una certa maniera”, spingerà le masse a far riflettere ed a modificare l’atteggiamento comune. Solo così, si potrà arrivare ad un cambiamento. Ma se l’arte continuerà a manifestarsi, come si sta manifestando adesso, piatta, narcisista, fine a se stessa, nella noia più assoluta di chi la fa e di chi la fruisce (basti vedere i molti cartelloni teatrali, per capire), non credo che una Rivoluzione, anche se minima, potrà arrivare.

Per adesso il cambiamento delle persone lo vedo solamente in questa pratica ossessiva, di attaccarsi alle tecnologie. Ed in questo rintronamento generale, le leggi e l’economia porteranno sempre di più i detrattori della libertà a vincere, tirando sempre più l’acqua al proprio mulino e lasciando gli altri, il “popolo”, a bocca asciutta. Per questo di contrappunto, insisto con il Teatro ed il Cinema. Perché sono i mezzi di comunicazioni, giusti, per ottenere quello che dico. Perché penso che facendoli in una certa maniera, spinti, crudeli, estremi, il pubblico potrà arrivare ad una catarsi. Magari l’arte riuscirà a scuotere qualcosa che hanno dentro loro. Magari usciranno dal teatro o dal cinema e già dal giorno dopo se non da subito, prenderanno coscienza e faranno qualcosa, sogneranno e perché no metteranno in pratica “la rivoluzione”.

Certo, questo è utopico, lo so. Un mio desiderio, ma penso ce ne sia bisogno. Dobbiamo stravolgere il sistema. Non se ne può più di questo appiattimento, di questo cinismo, di questa mancanza di sentimento. Io porterò avanti questa idea di Teatro e di Cinema, perché per me l’arte deve essere Utile e ribadisco, non fine a se stessa.

Penso anche io che alcuni lavori dovrebbero essere inseriti all’interno dei circuiti teatrali ufficiali, così, come penso che dovremmo togliere l’etichetta del “Teatro Civile” da ogni presentazione o da ogni recensione di settore. Non dovremmo aver bisogno di questa definizione perché in essa di cela un’eccezionalità che aliena la questione e invece di rendere questo “tipo” di teatro una cosa normale, lo trasformano, in qualcosa di elitario – ma non è così, perché esso è all’uomo comune che vuole parlare. Certo quando si descrivono le programmazioni teatrali, non si può dire che siano tutte scarse di qualità, però, in Italia la norma è quella formata da spettacoli di botteghino, dove i personaggi famosi, riportano in scena quello che poi passa anche in televisione – la leggerezza in quanto superficialità e la distrazione che piacciono tanto al Ministero, alle amministrazioni ed al pubblico degli abbonati.

Questo però mi fa riflettere sulla necessità di quello che facciamo e soprattutto sul dove lo facciamo. In fondo, noi portiamo il teatro all’interno di quei luoghi dove la maggior parte delle volte chi lo fruisce, ne è estraneo. Quindi è un occasione per divulgare e far incontrare alle persone quello che noi raccontiamo. E parlando di questo, cosa pensi dei teatri occupati e dei centri sociali? A che punto sono arrivati con la convinzione che il teatro possa aiutare quella rivoluzione che tu prima descrivevi? E quali sono, se ci sono, le differenze tra essi?

Girando molto ho constatato che molte delle realtà che mi hanno ospitano, mettono tutto l’impegno possibile, ma non è sempre facile educare il pubblico, ci vuole tempo, costanza, pazienza. Ma avere la certezza che queste stesse realtà rispettino il tuo progetto, mi sembra molto interessante; sono molte quelle che ammiro in Italia e mi auguro che vadano avanti così. Con la voglia di creare e costruire. Da parte mia, c’è semplicemente ammirazione per quello che fanno.

Rispetto ai teatri occupati? Preferisco parlare delle realtà siciliane: del Pinelli, del Coppola, del Mediterraneo e anche del Marinoni di Venezia. Con queste quattro, ho instaurato un rapporto di stima, di fiducia e di rispetto. Una voglia di continuare, costruire e di progettare insieme. Mi sento soddisfatto, perché finalmente riesco a capire con che gente opero, Infatti, con molti si è creato un bel legame.

In questo periodo storico, dove gli ambienti teatrali sono frequentati da persone che gareggiano l’uno contro l’altra. Dove la bravura è inversamente proporzionale al marketing che riesci a fare di te stesso. Dove l’essere partecipi, vuol dire operare di furbizia ed arrivismo, non penso si possa praticare l’arte.

Tu in passato, sei stato tra i finalisti del premio scenario, cosa ti aspettavi da questa “ufficializzazione” o riconoscimento del tuo lavoro? Cosa pensi di tutti questi premi che cercano di creare una sorta di entourage, da far passare solo alcune realtà (attori, registi, compagnie) come il meglio della nostra produzione nazionale?

Ho partecipato al bando perché ho voluto rispettare la decisione di Salvatore Arena. Per lui era una possibilità. Ma la possibilità dopo non c’è stata. Anzi, mi sono anche meravigliato di essere arrivato in finale. Certo, per un attimo abbiamo sperato, ma dopo, abbiamo visto che tutto era chiuso, claustrofobico, stantio. Ormai ho cancellato quell’esperienza. Non posso sicuramente negare che non siano delle possibilità, ma se ci rifletti: Qual’è la possibilità? La possibilità di un guadagno? La possibilità di incontrare un critico che ti può fare una recensione? La possibilità di ricevere un premio? Ma, chi mi dice che uno spettacolo fatto in un centro sociale, con poco cachet, senza critico o senza ufficiosità, non sia più valido di quello premiato? Oggi continuo sempre ad insistere e mi chiedo: Perché tutta questa auto-declamazione? Chi mi dice che un attore che non ha mai ricevuto un premio, non sia più bravo di quello premiato? Io non la capisco! Per me è soltanto il sistema che ci impone l’idea di avere un titolo, non la qualità effettiva dei talenti. Dobbiamo trovare la forza di non farci frustrare da questo Misero Meccanismo. Dobbiamo capire che le vie sono infinite.

Se oggi hanno inventato il termine di teatro politico o di teatro civile, la colpa, è sempre dei critici.

Ho visto che ti è piaciuta la mia frase << Era bello quando Critici e Teatranti si scrivevano le lettere e magari successivamente, da esse, ci nascevano i libri >>. Questo impulso è nato proprio dai social network quando ho iniziato a leggere un po di scambi tra attori, autori e critici e ho notato in essi, una certa incongruenza e molte incomprensioni. Certo è che questi mezzi, finalmente sono riusciti ad avvicinare (più di prima) queste categorie, ma così, come succede a quasi tutti quelli che lo utilizzano, i rapporti e gli scambi di idee diventano affrettati e pregiudizievoli. Il fallimento di questo comunicare obbligato o di incidenza, sta impoverendo anche quello che noi riusciamo a scambiare con gli altri.

Parlando sempre di questo rapporto, cosa pensi dei critici teatrali e cosa pensi che dovrebbero fare per migliorare la situazione del teatro e dei suoi lavoratori?

I critici devono uscire fuori dal loro ghetto. Ci sono certi che ti snobbano. Ma, quei certi, dovrebbero stare più attenti a ciò che si muove, ricercare negli abissi del fare teatro e non accontentarsi di quelli conosciuti attraverso i meccanismi, prima raccontati. Un giorno potrebbero fare la fila per recensire gli spettacoli, di tutti coloro che fino a quel giorno, hanno snobbano. La vita è fatta di energie e se le utilizzi bene, prima o poi, a tutto c’è un ritorno.

Cosa pensi del Fus, dei finanziamenti e di come dovrebbero essere ripartiti i soldi e, secondo quali regole?

Se oggi c’è una crisi, per quanto mi riguarda, i Fus vanno tutti tagliati.

Fammi tre nomi, di coloro che in questo secolo hanno ucciso la cultura e tre nomi di coloro che secondo te hanno fatto in modo che la cultura fosse un bene comune per diffondere le conoscenze?

I nomi di quelli che hanno ucciso la cultura in Italia, sono tutti coloro che hanno fatto parte delle avanguardie. Quelli che hanno contribuito, sono più di tre: Gustavo Modena, Volontè, Elio Petri , Carmelo Bene, F. Rosi, G. Montaldo e tanti altri ancora.

Cos’è significa per te scardinare il sistema?

La potenza della parola e dell’emozione.

Molte volte, penso che per persone come noi, diffondere la speranza di fronte alle ingiustizie del mondo, sia, una necessità di vita o di morte. Perché è proprio da queste forme di repulsione sociale che noi prendiamo la forza.

Partendo, da quello che tu mi hai appena risposto, vorrei che mi raccontassi un aneddoto di azione teatrale e di conseguente azione politica.

Era il maggio del 2012. L’anno in cui, il nostro paese era governato dal Primo Governo non eletto dal popolo. Il così detto “Governo tecnico”, con al capo Mario Monti. Un governo studiato e messo lì, per distruggere ancora di più la nostra popolazione. Abbiamo assorbito, purtroppo, i mali di questa gestione fallimentare e, ancora oggi ne paghiamo conseguenze catastrofiche. Era l’anno in cui Equitalia prese il sopravvento e molti italiani si toglievano la vita. Ogni giorno si sentiva parlare di un suicidi per motivi economici. Equitalia e il suicidio del cittadino, erano diventati i riferimenti di una pessima politica italiana.

Venni invitato dagli occupanti di Villa Roth di Bari, a fare un intervento davanti alla sede di Equitalia a Bari. Quello fu un gesto estremo da parte nostra: coprire il marciapiedi davanti alla sede, con le lapidi dei morti. Ogni qualvolta che attaccavamo una lapide, che era una specie di manifesto funebre con i nomi di chi si era suicidato, gridavamo il nome della vittima. Li, c’era la Polizia a sorvegliare. Ad un tratto ci siamo avvicinati, e l’ingresso fu bloccato da una schiera di celerini e ispettori della Digos. Volevamo entrare ed esprimere il nostro dissenso davanti a quello scempio che stavano compiendo. Provavamo molto schifo e molta rabbia. Qualche giorno prima proposi di entrare dentro e di leggere delle poesie di Brecht da “Breviario tedesco”. Tra una contestazione e l’altra, per farci accedere negli uffici, l’ispettore chiese i nostri documenti. Io detti il mio per leggere Brecht, e fui scortato da due ispettori fino a dentro. Per me in quel momento era una questione di Principio, far sentire quelle parole << Piccolo uomo, firma il tuo testamento. Sul muro c’era scritto col gesso: vogliono la guerra. Chi l’ha scritto è già caduto >>.

Era il momento giusto, perché c’era il potere da una parte ed il popolo dall’altra. Avendo gli ispettori alle calcagna e gente che pagava davanti agli sportelli, chiesi un minuto di attenzione, perché dopo la lettura, l’ispettore doveva accompagnarmi fuori dalla sede, i patti erano quelli. E’ chiaro che per recitare Brecht, in un luogo in cui non è un teatro ma ben altro, occorre molta coscienza politica.

La mia militanza era finita nel 2008 con Sinistra Critica. Cortei, manifestazioni, ecc. Sono stato per anni un militante prima di Rifondazione Comunista, e sono rimasto molto Deluso, credimi. La sinistra in Italia è morta. Oggi ci sono solo i movimenti come quello dei No Muos e dei No Tav.

Adesso, tu mi chiedi perché Brecht? Per me è uno dei punti di riferimento del teatro novecentesco, qui parliamo del vero teatro politico, di un autore esiliato, processato dagli Stati Uniti, di un autore che ha scritto veramente contro il regime nazista, di un autore che ha usato il teatro come militanza. Non dimentichiamoci, così diceva il buon Sciascia, che l’autore deve molestare il potere, lo deve stuzzicare, provocare. Ecco, il perché di Brecht. Per la verità, io, Brecht in scena non l’ho mai portato, mi piacerebbe, ma l’ho sempre utilizzato per i miei interventi politici. L’ho utilizzato quando fu incendiato il Cartella a Reggio Calabria, l’ho utilizzato allo sgombero del Villa Roth, l’ho utilizzato trascrivendo sue poesie ai quattro ragazzi No Tav che ai tempi erano in carcere, con l’accusa di terrorismo.

Ecco, dove trovo l’utilità di Brecht – in una contestazione politica.

Ringraziandoti ancora per le tue parole, ti lascio con una scritto di Nina, la mia compagna di vita e di teatro: << Eravamo cosi!

Eravamo così attenti a vivere solo noi,

solo i vent’anni … ma poi a vent’anni cosa vuoi?

Era caldo ed era tutto pronto, era pronto per riprenderci tutto, anche i nostri vent’anni. Ma poi a vent’anni cosa vuoi?

Siamo partiti col camper. Un camper sgangherato. Cantando. Inneggiando inni, che noi non conoscevamo più. Ascoltando reggae. Ubriachi di gioventù. Una gioventù bella, goduta, senza tanti pensieri, un po’ borghese. Anzi, fin troppo borghese. Perché in fondo a vent’anni cosa vuoi?

Genova ci aspettava, lì. Buttata, lì. Al pasto di iene e sciacalli. Con la stessa ferocia di quando si aspettava una preda da scannare.

Era calda Genova. Calda, solare, devota, silenziosa. Un silenzio strano, ma pronto ad accogliere striscioni, cortei, slogan, studenti, sognatori. Si, sognatori, come eravamo noi, prima di tutto, prima di quell’estate, prima di Genova, prima dei nostri vent’anni. Ma poi a vent’anni cosa vuoi? Nulla.

A vent’anni vuoi tutto o nulla e noi a Genova non avevamo scelta. Ci dettero il nulla. Esattamente come il nulla che ti rimane addosso negli anni. Anni, dopo i vent’anni. Il nulla del vuoto intorno a te, quando cerchi risposte, verità. Quando ti fai domande, quando ti fai quella domanda: Perché? Perché a noi, che abbiamo solo vent’anni?

Il nulla del buio, quando ti arrivano le prime botte, anche perché quelle dopo non le senti più. Cazzotti! Calci! Caschi! Scudi! Anfibi! Bava! Scarponi! Bava! Cazzotti! Caschi! Manganelli! Caschi! Scudi! Cazzotti! Calci! Anfibi! Bava! Si, La Bava che usciva dalle loro bocche. Bocche di ventenni addestrati a scordarseli quegli anni. Ma poi a vent’anni cosa vuoi? Nulla.

Non esiste poesia, qui. Esiste solo budella. Budella, dello stomaco schiacciato. Un ventre a vent’anni che deve ancora donare vite, creare terreno fertile per i semi del futuro. Eppure, te lo senti vuoto, dolente, compresso, spappolato, fa male. Non poesia, ma dolore. Un male che non esiste a casa tua, ma solo cranio sotto un anfibio. Un cranio schiacciato ancor prima di lasciarlo libero di pensare, di capire, di reagire. Un cranio di ventenni ancora coscienti. E non esiste poesia qui, ma solo male. Un male che non è mal di testa, ma male di ossa fracassate da grosse scarpe. Non puoi credere che sta succedendo a te che hai vent’anni. Che sei bella, con i rasta fatti da poco. Perché a Genova ci sei venuta perché ti piaceva l’amico dell’amico e sotto sotto ci credevi davvero a quello che urlavi.

No, non può schiantarti il cranio così alla parete. Non può fartelo lui che ha la tua stessa età. Appoggiata a terra, con la testa rotta e il sangue che scivola. L’avrà mai sentito il caldo del sangue lui, che mi sta chiamando puttana? Lo stesso sangue caldo che esce dalle gambe di nostra madre, lo porta solo ad essere ancora più bestia. Si sente salire la sua voglia di fare male e ci riesce. A vent’anni ci riesci, sei tutto o nulla. Non a metà. E lui ha rotto tutto. Si, tutto.

Il nulla è arrivato dopo. Il nulla del silenzio dopo la tempesta. Una bufera sulla pelle che brucia, che sanguina, che pulsa ancora. La saliva è sparita perché tutto sia asciugato col dolore. Pure le lacrime. E le lacrime a vent’anni dovrebbero essere di sogni, di felicità, di canzoni urlate al vento. perché a vent’anni cosa vuoi? A vent’anni vuoi solo vivere. >>

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