Giulio Bufo

Dialoghi Resistenti tra Ultimo Teatro Produzioni Incivili e Giulio Bufo

Ciao Giulio, ti ringrazio per la disponibilità, così, come ringrazio tutti coloro che seguiranno questo nostra richiesta di intraprendere, un percorso comune, capace, di raccontare quello che siamo e quello che stiamo facendo nella vita; quello che pensiamo sia giusto tenere e quello che pensiamo sia giusto gettare. Un percorso nell’anima, ma anche, un’analisi concreta per proporre dei cambiamenti sia nel teatro, sia nel modo di viverlo.

Come prima cosa, vorrei che tu mi dicessi di te in quattro frasi che possono essere riassunte nei concetti di “Concepimento”, di “Nascita”, di “Crescita” e di “Maturità”.

Sono stato concepito in un momento di profondo amore tra mio padre e mia madre, loro volevano una femminuccia dopo aver già avuto due maschietti, ma il 1 Febbraio 1971 nacqui io.

Sono cresciuto con un po’ di problemi di salute, in quanto asmatico (l’asma è la malattia dei rivoluzionari ce l’aveva Che Guevara ed Arafat, insomma sono in buona compagnia); da piccolo amavo giocare ad inventarmi storie, storielle, m’inventavo film di tutti i generi con i pupazzetti stile lego, playmobil o quelli degli ovetti kinder, ho giocato fino a 16 anni quando mi hanno obbligato a smettere dicendomi che ero grande per giocare, da quel momento ho iniziato a fare teatro, forse in quel momento inizia la mia maturità umana, politica e, forse, artistica.

La prima volta che ho incontrato il tuo volto è successo 5 o 6 anni fa, su un sito. La foto ti ritraeva durante lo spettacolo dedicato a Peppino Impastato, vittima della mafia ma anche combattente contro quel senso di oppressione e omertà che solo le regioni del sud Italia, hanno conosciuto veramente – pagandone così, uno scotto che ancora oggi ne porta il segno. Conosco impastato e la sua storia, conosco suo fratello e gli amici comuni che lo aiutano, conosco Radio Aut e Casa Badalamenti. Conoscono anche Cinisi. Ci sono cresciuto nelle vicinanze e, anche se in minor misura, anch’io ho assaggiato la mentalità del silenzio e della complicità. Ricordo ancora, quando qualche anno fa siamo scesi per fare spettacolo. Dopo qualche ora che eravamo lì, ci hanno chiesto di fare un laboratorio per bambini, sulle parole di Peppino, sulle parole di Vittorio Arrigoni. Siamo andati a cercarli quei bambini, per le strade di Cinisi. E una volta trovati, li abbiamo radunati e abbiamo iniziato a parlare con loro, a fargli leggere qualche libro, a cercare di capire chi fossero, quale fosse la loro storia. La prima cosa che hanno fatto, è farci un test. Ci hanno messo alla prova. Ci hanno portato a vedere le loro case, ci hanno portato a “rubare la frutta” (dopo che con un gesto fulmineo avevano già preso la scatoletta delle offerte nella dimora di impastato), ci hanno fatto vedere chi era il proprietario di quelle terre e chi lo straniero. Ed erano loro i capi, i futuri picciotti, i futuri uomini che avrebbero deciso il futuro di altri uomini, della loro terra, del sud del sud d’Europa. Piccole creature cresciute in una terra meravigliosa e violenta allo stesso tempo, piccole creature dal domani incerto, quel domani che gli viene fatto intravedere: La Mafia ed uno Stato Latitante. Come ti rapporti con questo binomio Stato Mafia e cosa ti ha spinto a costruire questo progetto?

In una città grande, ma di provincia come la mia non sono benvisto da tutti, spesso non capiscono se faccio politica o teatro, militanza o arte. Vivo da sempre a Molfetta una città che non è immune da fenomeni mafiosi anche se spesso si vuol far finta di non vedere. Negli anni ’90 a Molfetta ci sono stati circa 200 arresti in due differenti operazioni di polizia, nell’arco di un paio di settimane; in quel caso successe che molti dei figli degli arrestati furono lasciati allo sbando ed all’epoca io con una manciata di miei amici e compagni iniziammo a fare volontariato aiutandoli nei compiti scolastici e di questo loro sono grati ancora oggi, quando m’incontrano, mi salutano, mi abbracciano e se c’è bisogno mi aiutano anche.

Oggi, nel 2014, Molfetta è la città di uno dei politici più intoccabili a livello nazionale, il Senatore Azzollini, ex-sindaco di Molfetta, presidente della Commissione Bilancio di Camera e Senato, nelle cui intercettazioni telefoniche si parla del mega nuovo porto di Molfetta, dell’Expo e del Mose, si parla di tanti affari sporchi, intercettazioni che il Senato non ha voluto autorizzare alla procura che le aveva chieste.

Entrambe sono situazioni di “mafia” la seconda, a mio avviso, molto più grave della prima, nella prima c’era la disperazione che portava gente allo spaccio o al contrabbando, ma quelle che ci guadagnavano più di tutti erano le banche, all’epoca Molfetta si riempi di banche, ce n’era una ad ogni angolo di strada, il 90% chiusero dopo gli arresti.

Questo è il terreno da cui raccogliere la mia ispirazione e l’esigenza di fare teatro di un certo tipo.

A volte in città vengo considerato un “pazzo estremista”, ma in fondo questo mi avvicina alla personalità di Peppino Impastato, Peppino era chiamato “Sangue Pazzo”; se la capacità d’indignarsi vuol dire essere considerati pazzi estremisti ben venga tale definizione.

Tornando alla questione bambini e nuove generazioni, so che tu da molto tempo, fai dei laboratori con loro. Raccontami il lavoro che fai con loro e del perché di queste scelte?

A volte penso che per me niente è voluto, tutto è accaduto, con i bambini e gli adolescenti ho avuto sempre un rapporto di empatia, forse è il fanciullino che è ancora in me. Lavoro nelle scuole con laboratori teatrali ed in tal caso quando mi è permesso, in base al tema scelto dai docenti diventa anche un modo per parlare e riflettere con i ragazzi di cosa succede nel mondo, ma spesso, purtroppo, non è cosi.

Diversa la questione delle colonie estive, per me sono una droga, lo faccio ormai da circa 15 anni, all’inizio anche per due mesi continui ora per una quindicina di giorni massimo un mese.

Le colonie estive sono situazione di estraniamento dal mondo vivi 24 ore su 24 con i bambini o ragazzi, per 15 giorni (la durata dei turni di vacanza) diventi quasi il loro genitore, in ogni caso il loro punto di riferimento, è bello il confronto che puoi realizzare con loro, la possibilità di parlare con loro di tutto ed è bello che poi dopo anni me li ritrovo come pubblico ai miei spettacoli, mi commuove incontrarli e poi è emozionante quando vedi che molti di loro che all’epoca avevano 10-12 anni cresciuti si sono impegnati nel sociale, gestiscono associazioni o posti occupati, in quel caso mi viene da dire “mbeh in quei 15 giorni forse qualcosa l’ho lasciata”.

Si può dire che tu come noi, fai un Teatro Militante, un Teatro Politico un Teatro che non cerca di intrattenere, ma di scuotere, di riportare all’attenzione, attraverso la narrazione quelle tematiche a cui la gente comune e non, rifuggono quotidianamente. Perché lo fai ed a cosa pensi, quando studi un progetto?

Io credo che il teatro sia uno strumento. Saperlo usare è l’obiettivo di chi lo pratica, bisogna conoscere lo strumento principale del teatro che è l’attore ed il suo corpo fatto di sangue, muscoli, nervi, organi respiratori, organi vocali, diceva Grotowski che il teatro può fare a meno di tutto tranne che dell’attore, credo pienamente in questa definizione, rifuggo invece dalla ricerca teatrale fine a se stessa, non m’interessa il teatro per il teatro, come non m’interessa l’arte per l’arte, le ritengo speculazioni intellettualoidi e borghesizzanti, inutili in se.

La riflessione maggiore che mi pongo nel fare teatro è: “perché faccio teatro?”, credo che questa deve essere la domanda base di chiunque fa teatro, certo c’è chi fa teatro semplicemente per mettere in scena il suo ego, sentendosi appagato con gli applausi e di “bravo-bis”, aspettando che arrivino premi e riconoscimenti e pronti come delle macchine ad incarnarsi in qualsiasi ruolo, solo per accontentare il proprio ego narcisistico attoriale. Io ho voluto porre il mio ego-narcisistico-attoriale nel provocare discussione e porri in scena alcune questione che i mass-media mainstream volontariamente tacciono.

Diceva il maestro Pier Paolo Pasolini, nell’ultimo suo articolo: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi”.

Queste parole del maestro spiegano la mia scelta di usare il teatro come uno strumento per fare denuncia, per fare militanza, per essere sulla barricata, per lottare per un mondo migliore e forse è propria questa scelta che mi porta inevitabilmente a girare in alcuni circuiti e non ovunque, di questo sono contento e felice perché conosco compagni con cui condividere battaglie, anche se spesso mi piacerebbe portare il mio teatro a chi non sa, a chi non è predisposto per certi messaggi, chi ignora volontariamente certi argomenti, per questo preferisco quando i miei spettacoli vengono fatti in piazza in maniera organizzata o estemporanea (come il caso di Canto Dei Deportati fatto in Via D’Azeglio a Bologna all’inizio di Dicembre).

In questi anni, hai fatto molti spettacoli, molti dei quali terminati dopo dei lunghi tour altri eternamente “in progress”. Ed a proposito di quest’ultimi: chi è Colino?

Colino è il nomignolo di Nicola, personaggio clownesco. Simpatico nella sua povertà economica e nella sua ingenuità, un ingenuità da bambino mai cresciuto, quella ingenuità che gli permette di dire e fare quello che un adulto non direbbe mai per paura di compromettersi. E’ un personaggio comico, ironico, ma allo stesso tempo triste, povero, un po’ per scelta di vita e un po’ per isolamento dal mondo esterno, dove per poter vivere si disarticola tra mille lavoretti.

Nasce circa 7 anni fa, quando mi chiesero di partecipare ad una serie di iniziative per il Natale, nelle strade a Molfetta. Il pensiero andò ad un precario che trova a Natale la possibilità di guadagnarsi qualche soldo per vivere, “perché in fondo a Natale c’è sempre qualcosa da fare; da montare le luminarie a fare il personaggio nel presepe vivente” e cosi nacque il primo spettacolo di Colino: “Natale è il 24” titolo ispirato ad una canzone di Piero Ciampi (un altro precario per scelta di vita).

Successivamente il personaggio è tornato quando il Comitato Acqua Bene Comune Puglia mi chiese di fare uno spettacolo sul mancato rispetto dei referendum, fu allora che nacque “Colino fa acqua da tutte le parti”, in cui Colino si trovava l’acqua chiusa dall’acquedotto perché non poteva permettersi di pagare la bolletta, perché senza un soldo. Un caso che purtroppo non riguarda solamente la mia fantasia teatrale, ma che prende spunto dalla realtà. Molti si vedono sottratti, anche in Italia, il diritto all’acqua, diritto sancito dalla carta dei diritti dell’uomo, sottratto perché impossibilitati al pagamento.

A questo spettacolo è legato uno dei momenti più belli della mia attività teatrale, lo spettacolo fatto al centro di Molfetta, qualche giorno dopo che il Comune aveva sgomberato gli ambulanti. Durante lo spettacolo accenno a questo sgombero ed alla fine dello spettacolo uno degli ambulanti, presente fra gli spettatori, al momento del cappello inserisce 50euro. Non credevo ai miei occhi, dopo nel ringraziarlo mi ha detto: << l’ho fatto perché ci hai dato voce >>. Credo che questo valga più di qualsiasi altro premio o riconoscimento di critica teatrale.

Quest’anno è nato il nuovo spettacolo della serie di Colino, uno spettacolo che ritengo la maturità del personaggio, “Il Natale di Colino”, ispirato al “Canto di Natale di C. Dickens”; solo che è Colino a trovarsi a che fare con i tre fantasmi del passato, presente e futuro. Tre fantasmi molto particolari: Pertini, Papa Ciccio ed un infiltrato vestito da Black Block.

Sono molto legato al personaggio di Colino, forse anche perché rappresenta il fanciullino che è in me ed il mio modo di arrangiarmi e di conseguenza, di guadagnarmi da vivere.

Si, probabilmente questo personaggio è quello che più ti rappresenta. Vedo, quello che pubblichi e scrivi sopra i social network. Sull’Italia, sulla tua città – Molfetta. Per questo, voglio fermarmi un attimo ai movimenti.

Come sempre, parto dalla mia storia personale. Negli ultimi anni, come direttore e autore di compagnia, ho collaborato con diversi comitati e coordinamenti nazionali, anzi, per usare i termini giusti, ho collaborato con quei cittadini infastiditi da come viene condotta l’Italia e da come essa si ritrova, inevitabilmente, alla deriva. I progetti sono sempre stati condotti, attraverso laboratori ed in forma “collettiva”. Ho aperto bottega e come altri prima di me e nel bisogno, ho voluto mettere le mie peculiarità di artista e di pensatore in mano a chi, si sentiva a disagio, rispetto alle lacune della nostra democrazia. Vedi appunto, il referendum sull’acqua e sul nucleare, vedi la rinascita dei nuovi fascismi e delle forme plurime di razzismo, vedi la questione rifiuti ed ambiente, vedi la questione psichiatrica e quella sul carcere, vedi la lotta per i diritti umani e la follia di questa società, che ancora oggi, punta sulla schiavitù e sul tradimento, fondando il suo punto di forza e di conquista. Abbiamo portato i nostri risultati in strada e, ci siamo confrontati con la polis e con il giudizio dei passanti, degli ignari, di coloro che si trovavano, ma questa volta sotto forma di spettacolarizzazione, le tematiche che tutti rifuggono e che tutti vogliono dimenticare. Per un periodo abbastanza lungo, ho operato in strada, perché ne sentivo il bisogno, ma sopratutto perché penso che il teatro debba tornare alla gente, debba avere il coraggio del confronto e del cambiamento. Proprio perché esso è un mezzo, non un fine. E se il teatro, ha il compito di portare con se il bagaglio della memoria, gli esseri umani hanno il dovere di utilizzare la riflessione e le conseguenti azioni, per scardinare i vizi ed abbattere i falsi ideali.

Forse è questo senso di dolore profondo che vivo ogni giorno, a portarmi in luoghi che non sono la casa del teatro, ma sono quei luoghi dove i cittadini si riuniscono per cercare, dove è possibile, il cambiamento. Un senso di rivoluzione e di lotta contro coloro che cercano, con un certo successo, di manovrare le coscienze e distruggerle. E allora, perché non portare il teatro, all’interno di università, di centri sociali, luoghi occupati.

E a proposito di movimenti, quali sono i tuoi rapporti con loro? Come li vedi oggi? Quali sono il loro punti di forza e quali quelli deboli? Cosa trovi in essi, per preferire gli spazi liberati a quelli istituzionali? Perché porti proprio lì, il tuo teatro e la tua arte?

Per me il teatro e la militanza sono sempre andati di pari passo, mano nella mano. E dal 1991, quando ci fu la prima guerra del golfo ed io ero rappresentante distituto, che ho iniziato la militanza ed usare il teatro come strumento di sensibilizzazione socio-politica. Molto probabilmente devo ringraziare un mio amico che considero anche un maestro, lattore-performer Ninni Vernola. Lui è dagli anni 70 che fa spettacoli con finalità politiche e sociali.

I movimenti, ed il movimento, da allora li ho vissuti tutti. Durante il primo boom dei centri sociali dopo lo sgombero del primo storico, e secondo me unico, Leoncavallo a Milano, a Molfetta occupammo la Kolonia Liberata. Dopo ho iniziato a studiare al Dams a Bologna e mi sono trovato ad essere tra i primi occupanti del TPO di Via Irnerio. Poi a seguire il Social Forum, il Movimento contro la guerra, trainspotting. Ho vissuto anche il periodo di riflusso che cè stato alla metà del 2000, dopo le ignorate manifestazioni contro la guerra. Eravamo un milione e mezzo di persone a Roma ed il governo decise ugualmente di aderire alla missione di pace in Afghanistan. E poi il referendum sullacqua e sul nucleare e tanto altro.

Ho vissuto anche tanto associazionismo nella mia città e per me, è triste vedere come tanti dei compagni di strada, ora, si siano addormentati, addomesticati. Chi preso dalla famiglia, chi preso dal lavoro.

Nel frattempo continuavo la mia attività teatrale, in fondo anche E se mi diranno … Tenco, primo spettacolo che mi ha portato fuori dai confini regionali, era uno spettacolo politico. Molti, si aspettavano la classica storia di Tenco, il cantante depresso che si suicidò, invece, io portavo in scena il Tenco l’incazzato, il Tenco censurato perché diceva in tv, che i problemi in Italia erano la mafia ed il Vaticano”. Il Tenco che iniziò a scrivere canzoni quando vide i camalli del porto di Genova, picchiati dal governo Tambroni e questo fatto di Genova, della cariche della polizia mi portava teatralmente, con le giuste pause a parlare indirettamente, anche di Genova 2001.

Da parte mia non ho vissuto Genova 2001, direttamente, ero allestero per lavoro, ma ho vissuto ciò che lha anticipata Napoli 2001 ed in questo caso posso mettere nel mio curriculum, la mia prima manganellata da parte delle forze del disordine.

Oggi mi trovo a portare i miei spettacoli nei circuiti del movimento, da Ragusa alla Val di Susa. Questa è sicuramente una mia scelta, perché quello è da sempre il mio ambiente, il mio mondo, la mia appartenenza sociale e politica. Certo, mi piacerebbe portare i miei lavori anche tra la gente che non sa, oppure, che non vuole vedere. Di fronte a quel pubblico che pensa che Ricci Forte con il nudo e le orge in scena, oppure, la Raffaello Sanzio con la scena della disabilità sia la rivoluzione teatrale, ma la loro, è una ricerca estetica che potrebbe non dar fastidio a nessuno, visto che il nudo, le orge e la disabilità, sono la base spesso e volentieri anche dellaudience televisiva. Perché il pietismo fa share.

Per quanto riguarda i limiti ed i pregi del movimento, io credo che questo dipenda dalle caratteristiche specifiche dei territori in cui il movimento vive; il movimento NoTav è molto diverso da quello NoMuos, quello Sardo è diverso da quello Bolognese, ci sono storie che influenzano e popolazioni che creano movimento; in Val Di Susa cè stata la resistenza partigiana, in Sicilia un movimento che nel dopoguerra voleva annettere la Sicilia agli USA. In terra pugliese, la mia terra, se si escludono le lotte tarantine o quelle NoTap, si tenta di spingere, ma non si riesce. Qua cè una cultura popolare di destra, da un lato aperta, calorosa, accogliente, dall’altra molti pensano al proprio orticello. Quindi, credo che i limiti ed i pregi del movimento siano legati alle caratteristiche del territorio.

Comunque, vedo un grande fermento ad esempio la lotta al diritto allabitare fatta in una città come Bologna, grazie al SocialLog ed ai compagni del Crash. È forte ed in ascesa, come anche in Val di Susa, quando ci vai respiri aria di gente che ci tiene al proprio territorio, al punto, che nei bar trovi cartelli con scritto qui non si parla di politica” e questo indica che se ne parla ed anche tanto.

Sono stato a Niscemi lestate scorsa, il movimento NoMuos vive un periodo di riflusso dopo che la popolazione si è sentita ignorata, nonché repressa dal potere.

Il movimento non lo si crea via internet, ma lo si crea stando insieme, gomito a gomito, lo si crea con assemblee anche lunghe e stremanti, con scazzi e condivisioni e questo, lo si può creare solo stando insieme e vivendo il proprio spazio fisico, sociale, geografico e politico. Insomma, stando nel territorio.

Parlami di Villa Roth.

Villa Roth era un laboratorio politico, un laboratorio creativo, un luogo meticcio dove sincontrava gente proveniente da diverse parti del pianeta terra dallAfrica, dallEst Europa e dallItalia. Gente di diverse estrazioni sociali trovavano in quello spazio, la soddisfazione dei propri bisogni. Chi a fine abitativo, chi per solitudine o emarginazione sociale, chi per esigenze politiche, chi per esigenze culturali.

Villa Roth, per chi non lo sapesse, era una villa dell800 nel centro di Bari, quartiere San Pasquale, abbandonata da anni e che nel Novembre del 2012 dei compagni di Bari, decisero di occupare. Allinterno ci vivevamo una trentina di persone. Villa Roth per me era diventata casa.

Un giorno dopo aver partecipato all’iniziativa “Teatri Villani” decisi di restarci e lì, ci ho vissuto quasi fino allo sgombero avvenuto il 15 Gennaio 2014. Lo posso ricordare come uno dei periodi più belli della mia vita. La Villa, era un posto benvoluto e frequentato anche dal quartiere, i ragazzi del quartiere si erano auto-costruiti un campetto di calcetto, molti abitanti del quartiere gestivano un orto all’interno. Quando sono arrivate le forze dell’ordine per lo sgombero, molti dei vicini, si sono incazzati, dicevano ed a volte lo gridavano che ora sarebbe tornato il degrado, i topi, i tossici, tutto ciò che era scomparso da quando quella Villa era tornata a vivere. Ma nonostante le proteste, l’ottusità del potere ne ha determinato lo sgombero e la muratura. Ora sembra che vogliano destinarla a residenza per migranti e senza tetto, da parte mia, spero che questo avvenga e non sia solo il classico fumo negli occhi.

Comunque ogni volta che ci passo e la guardo mi vengono le lacrime, un ulteriore laboratorio socio-politico represso dal potere.

In un nostro scambio in chat, mi hai detto ironicamente che sei una sorta di “anarchico sgrammaticato”; naturalmente per quanto tu non sia un letterato, non penso tu sia un ignorante (o almeno non nel senso comune del suo utilizzo), altrimenti non avresti fatto quello che fai. Pensando però alla grammatica, alla disciplina e alla conoscenza mi viene subito in mente, non soltanto il teatro, ma soprattutto la scuola. Ed a proposito di teatro e di scuola, vorrei chiederti cosa hanno di simile uno con l’altra e quanto uno dovrebbe essere integrato con l’altra?

Per precisione non mi sono definito un anarchico sgrammaticato, ma un anarchico della grammatica, questo perché da un lato non mi definisco anarchico, ma marxista, in quanto ritengo le analisi politiche ed economiche di Marx ciò che di più attuale ci possa essere, e dall’altro lato perché sono consapevole che mi porto dietro delle lacune grammaticali che ormai in me sono inconsce, soprattutto per quanto riguarda la punteggiatura, lacune, dovute ad uno scarso studio nei primi e fondamentali anni di scuola, lacune che sono rimaste tali nonostante i vani tentativi di rimediare. Alla fine ho deciso di lasciarle vivere in me.

Mi chiedi del rapporto tra scuola e teatro, io penso che finché a livello scolastico il teatro lo si continua a confondere con la letteratura, il teatro in ambito scolastico non avrà mai lo spazio che si merita. Sono convinto che linsegnamento del teatro a scuola, dovrebbe essere obbligatorio, a volte provocando dico – che il Teatro dovrebbe sostituire Educazione Fisica.

Il teatro, oltre che è unarte, è una disciplina completa, il teatro fa incontrare la letteratura alle scienze motorie, lesercizio intellettuale a quello fisico, il teatro stimola la creatività insieme con i muscoli ed i nervi. Finché il teatro non avrà il degno riconoscimento che merita, il teatro a scuola non ci entrerà mai dalla porta principale e questo è un peccato.

A scuola dovrebbero studiare sia i testi teatrali, ma anche la biomeccanica di Mejerchol’d, le ricerche di Barba e di Grotowski.

In questi dialoghi, le domande di rito, oltre ai ringraziamenti o alla conoscenza delle singole soggettività, sono quelle legate strettamente all’ambiente teatrale ed ai suoi abitanti. Oggi come oggi, una delle preoccupazione di addetti ai lavori e di fruitori, o “di vedenti e di visti” come direbbe Bergonzoni, è quella che il teatro italiano rischi sempre più la sterilità, l’auto-referenzialità, la ghettizzazione, lo sforzo inutile di esistere tanto per esiste. Insomma, invece di essere un bene comune, rischia di divenire (come nel passato) un bene di pochi, una forma di controllo e di distrazione di massa.

Quindi: quali sono i tuoi rapporti con il circuito ufficiale e con i “tuoi colleghi”? Che ruolo dovrebbero avere i critici teatrali in questo sistema? Quali potrebbero essere le proposte di cambiamento effettivo, nell’attuale sistema teatrale? Cosa sono i finanziamenti e che ruolo gli dai? Hanno senso, nel tuo operato, i premi ed i riconoscimenti?

Qua, sarò “cattivo”, perché non capisco la maggioranza dei miei colleghi. Cè tanto individualismo, narcisismo, personalismo ed a qualcuno gli sputerei in faccia. Lo farei a quelli che fanno teatro civile o sociale e che poi, quando chiedi loro di schierarsi apertamente per una causa o di metterci la faccia, come persona umana prima che come teatrante – ti dicono che hanno da fare. Lo farei con coloro che fanno teatro civile e sociale solo per i soldi, ad esempio quelli che mettono su lo spettacolo sullantimafia o per la giornata della memoria o per ricorrenze o anniversari vari, solo perché cè un mercato, perché si possono vendere alle scuole e mi vergogno per loro, per la loro ipocrisia.

Ad esempio abbiamo fatto un iniziativa in piazza a Molfetta, abbiamo fatto appello a tutti i teatranti molfettesi, il 90% non si sono presentati e poi sono gli stessi di cui ti parlavo prima, quelli che fanno lo spettacolo e poi vanno via, quelli che li poni nellambito di una discussione o di un assemblea e sfuggono, perché spesso, non hanno argomentazioni che vadano oltre il loro spettacolo.

Se io ho scelto di fare teatro sociale, civile, politico o come lo si voglia chiamare, lo faccio perché abbraccio quella causa, altrimenti mi metterei a parlare della mortazza e come viene prodotta. Avrebbe più senso per farci i soldi, sarebbe più nobile danimo. Infatti, ammiro quei professionisti che non si abbassano a cose del genere ed invece portano avanti onestamente il proprio lavoro, creando una loro poetica.

Io nel circuito ufficiale non esisto, ma di ciò, forse, sono anche contento. Portare un mio lavoro a gente che va a teatro con abbonamento come se andasse, per tradizione la domenica a messa, magari tutti impellicciati, pronti prima di tutto ad essere il pubblico di loro stessi, per il pettegolezzo, pronti allapplauso finale per dire bravo .. bis”, sinceramente non minteressa. Preferisco trovarmi con un pubblico che poi so che incontrerò fuori a condividere battaglie sociali e politiche.

Il circuito ufficiale mi puzza di naftalina e di ambiente protetto, rispetto, ad un mondo esterno che non è tutt’altro. Mi puzza di gente che fa teatro solo perché ci sono tanti quattrini e poi quando i soldi finiscono, piangono e magari, come sta succedendo oggi, si riversano nei circuiti non ufficiali. In quei circuiti che gente come me o come voi frequenta da sempre. A questo punto, posso dire che – siamo noi lavanguardia.

Io credo che il teatro non lo facciano i teatri, ma le persone. Il teatro può essere fatto ovunque, limportante è che ci sia uno spazio dove potere agire. Il teatro dei circuiti ufficiali è l’eredità del teatro nato nel rinascimento grazie alle corti. Prima si allietavano gli aristocratici, oggi i borghesi. Nel rinascimento per me il vero teatro lo facevano i Comici Dell’Arte, quando andavano per strada e catturando con abilità il pubblico, finivano spesso, per essere censurati o arrestati proprio perché, sbeffeggiavano Re e Papi, ma, allo stesso tempo, facevano scuola a tal punto che Goldoni e Moliere li copiavano e Shakepeare, più nobile danimo, li omaggiava come in Amleto.

Per questo, penso, che il circuito ufficiale è il teatro di corte diventato borghese e per servirlo e riverirlo si sono inventati, la figura del critico teatrale. Ma chi è costui? Il critico teatrale è colui che ha la possibilità di dare il proprio parere di pubblico su un giornale, è solo uno spettatore con una penna in più per scrivere e con più tempo, e magari più soldi, per andare a teatro. Per me il primo critico è lo spettatore che mi abbraccia, alla fine dello spettacolo, che si commuove, che ride con me.

Spesso ho chiesto al pubblico di scrivere le recensioni, anche se devo ammettere, che quelle poche recensioni che ho avuto dai critici di professione, sono state positive. Del resto, quelle poche volte che mi sono affacciato al circuito ufficiale, mi è stato risposto che sono troppo politico, troppo schierato e che per lavorare al loro interno bisogna essere bipartisan. Una volta mi è stato chiesto di presentare un estratto dello spettacolo, ma non lintegrale, al che ho risposto, dicendo ma se chiedo di conoscere suo figlio, mi farebbe conoscere solo un braccio?

Per quanto riguarda i finanziamenti io credo che siano semplicemente un ritorno delle tasse che la comunità paga ed è giusto che ci siano, bisogna però capire che spesso e volentieri questi sono pilotati da scelte politiche ed ovviamente, uno spettacolo politicamente corretto è più facile che venga finanziato da uno politicamente “scorretto”. Sarebbe anche opportuno che chi fa teatro, abbia la coscienza di chiedere ciò che gli serve. Molti, in maniera indegna, prendono un finanziamento sostanzioso per fare uno spettacolo, ci fanno una decina di repliche e poi se ne stanno in panciolle, finché non gli arriva, il prossimo finanziamento. Io con 50-100mila euro mi potrei permettere di fare 60-120 spettacoli, ma a me, non li daranno mai, perché se dovessi dire che voglio fare un progetto sul Peppino Impastato comunista e rivoluzionario mi verranno a dire vabbeh .. ma così è troppo schierato. Personalmente, ho avuto finanziamenti come per il Festival Resistenza e Resistenze, dove anche voi avete partecipato, ma essendo anche in quel caso troppo schierato, ci sono stati politici di palazzo che hanno detto che la Palestina o i NoTav, non avevano nulla a che fare con la resistenza, e questanno la sua realizzazione è in forse.

Per quanto riguarda i premi ricordo la frase dei Wu Ming quando vinsero il premio Strega, alla domanda cosa ne pensavano loro risposero “beh, ci possiamo pagare l’affitto per un anno”. A cosa servono i premi? A sentirmi dire che sono “bravo”, ma a me non interessa che mi si dica che sono “bravo”, a me interessa sentirmi dire “minchia sei un rompicoglioni”. Io non sono un cortigiano, io sono un comico dell’arte.

Dico sempre che ad un premio preferisco una denuncia, o una querela, e addirittura la censura, anche se queste cose, ormai, non ci sono quasi più, proprio perché preferiscono isolarti. Ma questo tipo di provvedimento mi fa capire di aver colpito l’obiettivo, mi ricorda del perché faccio teatro e spesso penso, che sono più inseguito dalla Digos che dai critici teatrali.

Certo, anche io condivido quello che tu dici, anche se non sono così estremo nei miei giudizi. Penso che il teatro, in quanto istituzione, vada riformato e ripulito dalle sue corruzioni. Non mi basta lavorare in periferia e restarne fuori. Non mi interessa accollare le colpe ai critici, o ai direttori, o ai gestori. Mi interessa creare un ragionamento, che in un certo senso e con una certa virulenza riesca a scardinare, certi meccanismi clientelari e di facciata. Proprio perché il teatro, deve avere il coraggio di accogliere tutti, soprattutto gli esclusi.

I finanziamenti dovrebbero essere ripartiti ed in alcuni casi, tolti definitivamente, proprio perché alcuni generi teatrali, già di per sé economicamente vincenti, non hanno bisogno di supporti economici. E questo non vale unicamente per le compagnie o i singoli artisti, ma anche per le accademie e per i teatri, che siano essi stabili, che siano essi privati, che siano essi pubblici. La critica, dovrebbe, come detto altre volte, fare ricerca, indagare nel substrato teatrale e scoprire, non limitarsi alla recensione ma aprire un dialogo forte su teatro, teatranti, senso, significazioni, scopi, filosofie, pluralità, passioni, storie personali. Il critico, dovrebbe essere anch’esso poeta e scienziato e non semplicemente “scribacchino”. Per quanto riguarda i colleghi, non riesco a farmi un idea discriminante o discriminatoria nei loro confronti, non è nei miei talenti questo tipo di giudizio. Qualsiasi sia, la qualità o la differenza tra noi, penso ci sia una mancanza di fondo che rende il teatro e l’operare al suo interno, un qualcosa di malsano, che per essere risanato, ha bisogno della collaborazione di tutti. Non alzo muri e per educazione non indico, ma allo stesso modo, non accetto l’indifferenza e l’escludersi o l’escludere. Per questo, ho aperto questi dialoghi, per questo continuerò, proprio perché nella maggior parte di noi c’è una mancanza comune, di cui ne siamo vittime ma allo stesso tempo carnefici. E Viva Iddio il Teatro e i suoi prodotti (gli spettacoli), sono multiformi e tutti in egual misura mi affascinano e mi legano ad esso.

Adesso però, non voglio soffermarmi su questo argomento, che avrebbe bisogno di più tempo, anche perché la mia domanda generica e generalizzante, ed in quanto tale, mal posta, era solo per sondare il tuo pensiero e capirne i meccanismi. E viste le affinità tra noi, vorrei che chiudessimo con una tua definizione sintetica di Cambiamento?

Ci sono tanti tipi di cambiamento, può essere voluto oppure costretto. Comunque sia, il cambiamento per me, è chiudere una porta e lasciarvi dietro il passato.

Un abbraccio a te che hai percorso questo breve percorso personale sulle tue e sulle nostre esperienze, dedicando a noi questo mio scritto: << 23 anni fa ero lì, come d’altronde quasi tutte le mie estati dei miei 40 anni scarsi. Ero piccolo allora. Non avevo ben chiaro di cosa si trattasse. In fondo, anche sé nato nella terra dei Ventimiglia ero cresciuto in Toscana io. In quella splendida e rossa Toscana. Sapevo solo, che in quei periodi erano molti i morti che si trovavano nelle campagne. Anche nelle nostre se ne trovavano. Lassù, nella terra dei falchi e delle Madonne. E di queste morti violente, ne ricordo una in particolare. E ricordo la nostra curiosità macabra, e come, anche se a distanza, passavano a sbirciare prima che fosse portato via tutto. Prima che tutto fosse messo nuovamente a tacere. In fondo fa caldo nell’entroterra siciliano e le cose vanno sempre a rilento. Anche i somari hanno un passo fiacco. Si ha sempre il tempo di ascoltare e di osservare tutto nel crepitio assordante delle cicale, anche sé a volte, sarebbe meglio non guardare, non ascoltare, non parlare.

E ricordo ancora gli amici della mia età che scherzavano con la parola mafia: “Lo sai chi mi ha dato questo orologio?”, “Lo sai come ho trovato lavoro?!”, “Lo sai che a scuola?”, “Lo sai perché va sempre a Palermo?”, “Lo sai perché un giorno sì e un giorno no, parte un incendio”?; “Lo sai che per entrare nella forestale, bisogna?”, “Lo sai che se non ci fossero loro?”, “Lo sai chi è quello?”, “Lo sai di chi sono amico?”, “Lo sai? .. Lo sai? .. Lo saiiii?”. Ma io non sapevo niente, come probabilmente non so niente tutt’oggi.

Io, so solo che molti di loro con il crescere finirono sotto il caporalato, a quei tempi non c’erano tutti i disperati dell’altro mondo che ci sono oggi; a quei tempi si sfruttavano i propri figli, i figli degli altri, i figli di nessuno. Ed era normale! Molti invece, dopo anni di vuoto trovarono la forza di andare al nord in cerca di fortuna, altri in Germania, altri in Inghilterra, altri chissà dove. Qualcuno, tentò di realizzare qualcosa in quella montagna e molti, si indebitarono. Oggi però, alcuni sono ancora là senza far niente, decrepiti più di me, vecchi dentro e fuori, rassegnati. Altri hanno vinto con quella fuga ed in certo senso si sono salvati. Altri con il dolore di tutti noi, sono morti: nelle loro macchine, o suicidati, o per overdose, o di noia, o in silenzio, nell’abitudine. Altri invece, sono l’orgoglio di quel sud che resiste o di quello che fugge, perché hanno trovato la fortuna e la capacità di rinascere, tornado o restando da vincitori.

E in tutti questi ricordi dimenticati, c’è qualcosa che si ripete e che come un cancro si diffonde, dal nord al sud. E in quella Toscana che non è più rossa, o in quel nord, che sembrava essere stato salvato dalla buona gente, non vi sono prospettive diverse. Anzi, anche la mafia, figlia della migrazione e capo stipite di essa ha fatto i suoi bagagli ed ha viaggiato, ha studiato, si è vestita bene ed ha fatto affari con tutti viaggiando in prima classe. E oggi, in quel ricordo forzato che tutti noi ci ostiniamo a sventagliare, c’è qualcosa di orrifico che ci accomuna. Un festeggiamento ed una commemorazione che ci rende complici, viziosi ed eternamente corrompibili. Proprio per quell’incapacità di alzare la testa e denunciare, non quando siamo in migliaia, non per le ricorrenze a cui è giusto appellarsi, ma quando siamo soli, nella nostra quotidianità, di fronte alle frodi che ogni giorno viviamo, subiamo o vediamo.

Perché, la mafia, non uccide soltanto d’estate e non ha smesso di farlo, e non basta parlarne, come non è una montagna di merda, ma al contrario è un fiore molto affascinante, anche se velenoso. Per questo, molti lo annusano ed in molti ci muoiono. Senza ricordo, senza bandiere, senza festeggiamenti. Lontano dal mondo civile, ma sotto agli occhi di tutti. Inerti ad osservare nel brusio di un tram, chiamato desiderio. >>

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