Ultimo Teatro Produzioni Incivili

Dialoghi Resistenti tra Angelo Maddalena e Ultimo Teatro Produzioni Incivili

Ciao Luca, ciao Nina vi scrivo per porvi alcune domande. Vorrei creare uno sguardo incrociato con vari artisti che ho contattato in questi mie anni di peregrinaggio teatrale. Questo non solo per confrontarmi con loro, ma per realizzare un libretto che ne documenti il dialogo, l’esperienza e le riflessioni.

Voi portate in diverse città d’italia tre vostri spettacoli, per quanto ne so quasi sempre in spazi non istituzionali e men che meno supportati economicamente da Istituzioni. Io per esempio, pur facendo un lavoro simile al vostro vi invidio perché vedo che trovate molte realtà e di questo sono contento, la cosa mi incoraggia e mi colpisce la vostra condivisione degli spazi. A me avete dato spesso contatti e questo a volte non è così diffuso tra artisti che o non comunicano o non collaborano affatto. Penso che lavoriate molto, questo è sicuro, magari anche dallo stimolo di dover sfamare i vostri due bambini. Ma come trovate i contatti in una circuitazione sempre più ristretta e d’élite? Come vi muovete?

Noi scriviamo, noi mettiamo in scena, noi facciamo i manager ed i procacciatori di piazze, noi facciamo tutto ma a volte non serve a niente, soprattutto in un mondo indifferente che del teatro ne farebbe anche a meno. Ma non ci scoraggiamo, anzi dalle sconfitte, più che dai successi, prendiamo la nostra forza, altrimenti non ci chiameremmo Ultimo Teatro Produzioni Incivili, proprio perché parliamo degli ultimi, proprio perché parliamo dei risultati della nostra società. E questo nostro essere ai margini ci permette di decidere di cosa parlare e di come parlarne, senza sottostare alle regole dei finanziatori e dei sui mercati. E poi chi è che decide dove si deve fare teatro? Chi decide se un luogo è più adatto di un altro? Chi decide che il teatro vada fatto esclusivamente nei teatri? Chi decide di cosa debba parlare uno spettacolo e di come lo si debba fare? Nella nostra ingenuità pensiamo che sia necessario uscire dai luoghi canonici adibiti agli “artigiani della scena”, per incontrare il pubblico nei loro ambienti, nei luoghi imprevisti o per meglio dire in tutti quei luoghi sia indispensabile raccontare delle storie. 

Ritrovare le agorà e viverle attraverso i nostri occhi e le nostre esperienze dirette. Se poi ci invitano in un teatro (cosa che comunque succede) a noi non fa differenza è alle persone che dobbiamo parlare, non alle mura.

Certo questo è molto impegnativo perché ci sottrae tempo alla famiglia, all’elaborazione di nuovi progetti, alla vita, ma allo stesso modo, penso che siamo fortunati proprio perché facciamo un mestiere straordinario. Ci sono persone costrette a lavorare unicamente per i soldi o peggio ancora per i debiti. Noi no, lo facciamo si perché dopo tutti questi anni non sapremo fare altro, ma soprattutto perché nel nostro piccolo mondo vorremo cambiare come l’essere umano si rapporta in esso. Quindi, non possiamo farne a meno.

Per la nostra circuitazione posso dire di avere un pc come protesi dei miei arti e Nina con molta pazienza mi supporta e mi sopporta, perché non ho orari regolari, molte volte sembro autistico a causa delle immersioni forzate che mi impongo, molte volte sono nervoso perché il pensiero del domani, del come guadagneremo e di cosa riusciremo a dare ai nostri figli mi terrorizza. Oltre alla ricerca quotidiana di realtà che potrebbero offrirci ospitalità e compensi, abbiamo una newsletter (che ora come ora racchiude circa 30.000 indirizzi nazionali), dove noi possiamo aggiornare automaticamente gli iscritti sia sulle nostre repliche, sia su i nostri spostamenti, sia sulle nostre priorità. Come succede a tutti coloro che si muovono nella produzione indipendente, gli spazi che frequentiamo sono vari: dai centri sociali, ai circoli, alle scuole, ai teatri, agli hotel, alla strada, alle Ong, alle librerie, alle associazioni, ai comitati, alle realtà popolari.

Come già detto non è importante il luogo dove facciamo teatro ma le tracce che lasciamo in esso e quanto riusciamo a diffondere le tematiche da noi affrontate.

Molte volte mi capita di incotrare circoli o comunque realtà affini che non prevedono pagamenti o che pagano somme irrisorie. Con le realtà che non si possono permettere i cachè come vi comportate?

Solitamente facciamo cappello quando chi ci ospita non raggiunge le quote da noi richieste, oppure, perché capiamo le difficoltà di neo organizzatori o di organizzatori dissociati, optando così per la consapevolezza del pubblico, come è giusto che sia. Lasciamo a loro la possibilità di quantificare una cifra e lasciarci un offerta in libertà. Ma più andiamo avanti e più vogliamo essere sicuri che chi ci invita sia veramente interessato a quello che facciamo e non sia, anche lui, esposto alla quantificazione di un programma. Per fare questo, non possiamo permetterci di far parte di uno dei tanti luoghi, dove si fanno tante cose, ma dove la maggior parte delle volte il pubblico si misura in una mano. 

Per l’appunto una volta, venendovi a vedere, alla fine di un vostro spettacolo ti ho visto fare cappello e mi ha colpito che hai detto poche parole e molto concrete, ed il cappello è andato bene. Io spesso mi arrabatto e raggiungo risultati simili con molte più parole. Mi è sembrato quella volta che tu lo abbia fatto con sufficienza.

Quando alla fine dello spettacolo faccio cappello non dico molte cose e perché dovrei farlo? Non mi sento in colpa! Non chiedo l’elemosina e non ho debiti con nessuno se non con chi mi ha messo al mondo. Anzi, penso a loro quando lo faccio. Per me è un lavoro, non una possibilità per esprimermi. Per esprimermi ho la mia vita privata e la mia famiglia. Chi vuole lascia chi non vuole non lascia, noi gli vogliamo bene lo stesso. Non faranno loro la nostra ricchezza, come non faranno loro la nostra povertà al massimo Contribuiranno alla nostra sopravvivenza in cambio di quello che noi in precedenza, abbiamo offerto loro.

Qual’è il vostro rapporto con il teatro e come ci siete arrivati o come vi siete formati?

Il mio rapporto con il teatro è legato prettamente agli studi che ho fatto, all’Istituto d’Arte (dove ho anche insegnato), all’Accademia di Belle Arti (dove ne sono uscito con una tesi finale sugli happening di massa che creavo in quei periodi), a mio padre artigiano ed a mio zio (cuntista, regista ed educatore) ai suoi racconti di vita con Grotowsky, Barba, Cuticchio, Turi Ferro ed a quello che affrontava facendo teatro nei quartieri malfamati di Palermo. Non ho mai fatto corsi come non li ha fatti Nina, anche se lei ogni tanto vorrebbe, ma io immediatamente gli sfato tutti i sogni e la riporto con i piedi per terra. “Non possiamo permettercelo. Non possiamo perdere tempo con queste cose. Noi lo facciamo per cercare un dialogo reale con la gente e non per essere degli attori tecnicamente impeccabili. L’esperienza e la forza si conquistano lavorando. Quella non è roba per noi”. Insomma tutte queste minchiate qua.

Anche se, << tutti possono fare teatro, anche gli attori .. si può fare teatro dappertutto, anche nei teatri >>, così diceva Augusto Boal e l’ho preso sul serio, seguendolo alla lettera.

Molte volte quando ho replicato dove c’erano altri artisti ho incontrato difficoltà relazionali ed umane con molti di essi, alcuni episodi hanno cambiato il mio punto di vista. Uno di questi luoghi è appunto il Festival di Santarcangelo. Come vi rapportate con essi e con chi vi partecipa?

Il nostro rapporto con i Festival, così come può essere quello di Santarcangelo (o altri della sua caratura) sono pressoché nulli, inesistenti, assenti, se non quelli via mail essendo essi inseriti nei nostri indirizzari e noi nei loro. Così come penso sia assente la ricerca che fanno le direzioni artistiche nelle loro programmazioni, visto che molte volte si accede ad essi attraverso bandi più o meno pubblici, oppure attraverso mezzi a noi sconosciuti. Quindi in molti casi, non sono loro che girano in lungo ed in largo per scovare nuovi artisti o nuovi autori, ma aspettano che essi si presentino a loro con la sottoscrizione di moduli o di progetti. 

Molte volte l’unico sforzo di ricerca che fanno è quello di contattare direttamente ed in alcuni casi commissionare chi è già conosciuto a livello nazionale. Ma invece di discutere sulla conoscenza o per meglio dire sul riconoscimento di certe compagnie o singoli attori/autori/registi si dovrebbe parlare dei finanziamenti, dei concorsi, dei premi e della critica teatrale che rendono alcune persone meritevoli (a loro dire) ed altre no.

Dovremmo parlare di FUS, di Fondazioni, di Regioni e di quant’altro smuova i soldi per la cultura e di chi ci sguazza dentro. Del perché ci siano dislivelli economici abissali. Che ne so Il Piccolo di Milano prende solo dal Ministero 3.268.000 di euro (e già stiamo parlando di una realtà che ha fatto la storia del teatro di ricerca italiano), ma ha ancora lo stesso senso di quando c’era Strehler o vive di rendita? Dobbiamo pagare le programmazioni, la ricerca o la formazione? E anche se si trattasse di ricerca, di produzione di nuovi spettacoli, di scuole di formazione, questi soldi rientrano o sono unicamente a fondo perduto? Eppure le scuole hanno un costo, il teatro ed i suoi surrogati hanno un mercato. Noi personalmente non potremmo mai produrre un progetto in cui andiamo in rimessa (e con questo, non ci sto paragonando a lo stesso livello, ci mancherebbe altro), però è fuori da ogni nostra logica anche se ce lo potessimo permettere. E mi chiedo cos’è questa, la cultura dello spreco, la cultura dell’abbondanza? Cos’è il teatro di fronte ad intere famiglie che si ritrovano per strada, ai suicidi causati dalla mancanza di lavoro e di danaro, a tutte le disgrazie del mondo dove noi come cultura dominante ne creiamo dissesto con una certa sadicità aberrante?

E come questa e con meno valore artistico, etico ed intellettuale ce ne sono a decine, se non a centinaia tra teatri pubblici (più o meno stabili), tra teatri privati (più o meno stabili), tra enti (privati e pubblici) e compagnie. Certo non tutti prendono i milioni di euro anzi qualcuno prende veramente poco o come noi non prende niente, però la domanda retorica e anche stupida in quanto tale è – se noi come Stato (o chi per lui) riuscissimo a finanziare equamente le nuove e vecchie generazioni, cercando di livellare almeno la parte economica con quella meritocratica (parola poi di cui non ne capiamo il senso) e con persone che scelgano le realtà da finanziare con un criterio meno clientelare, potremmo veramente rivoltare il sistema teatro e crearne uno più reale e meno becero e corrotto? Potremmo veramente smettere di dire che il teatro rischia la totale morte e chiusura, partendo da chi lo promuove o da chi lo fa? 

Con questo sistema si passa il messaggio e non solo che la cultura ed il teatro siano unicamente una zavorra per la società e per lo stato. 

Noi non siamo distanti da i Quotidiana.com e dai loro annunci-discussione sul “Teatro Assente” o dalla tematica affrontata dai Frosini-Timpano nel loro ultimo spettacolo “Zombitudine”, ma allo stesso tempo, non siamo distanti da Morganti e dai suoi incontri “per un’arte clandestina”, ovvero, della priorità di parlare di teatro senza dover per forza parlare delle condizioni in cui versa.

Non mi hai detto però dei vostri rapporti con i colleghi, se così posso chiamarli.

Solitamente non frequentiamo altri teatranti, non ci interessa, come non ci interessano gli addetti ai lavori o le chiacchiere ed i confronti “sterili” con altri colleghi. Non siamo avvezzi ai complimenti ed agli elogi, o al loro contrario. Come succede ai molti, penso che l’unico rapporto di confronto che debba avere un artista della scena sia quello con il pubblico che affronta, sia esso un pubblico esperto e abituale al teatro, sia esso un pubblico alle prime armi o che addirittura non abbia mai visto uno spettacolo. Dovrebbe bastare l’energia o l’alchimia che si crea durante quell’ora di messa in scena, ma nonostante tutto non ci esoneriamo dall’ascoltare quello che a volte qualcuno ci dice a fine di essi, anche se a sproposito o con mancanza di tatto. 

Certamente non si può dire che tutti coloro che fanno teatro o che comunque sono vicini all’arte, qualsiasi essa sia, siano tutte persone vuote o superficiali, come potrebbe esserlo, ma per restare a galla nei circuiti ufficiali devi avere un certo senso di strafottenza e di meschinità. Devi saperti muovere, ma soprattutto devi essere fortunato e piacere a coloro che ne detengono il diritto di scelta e di appartenenza. Molti per complesso o per un alta stima di sé, cose non molto distanti tra loro, discriminano o sminuiscono l’altro per sentirsi più accettati in una tribù di escludenti e di auto-esclusi. E se noi non siamo ruffiani con il pubblico come potremmo esserlo con chi decide la definizione di teatro o di anti-teatro?

So che mi muovete anche in strada, come avviene o come è avvenuto?

Per quanto riguarda il teatro “di” strada, non si può dire che noi ne abbiamo mai fatto parte. Personalmente posso dire di aver fatto del teatro “in” strada, così come succede a coloro che circuitano durante i periodi estivi, ma non di più. Nel mio percorso di autore per quattro anni ho portato avanti un progetto similare, formando un gruppo chiamato LabAct Incursioni Urbane, sempre come forma di denuncia sociale, anzi come le chiamavo allora “campagne di sensibilizzazione popolare”, però, con tecniche legate più ad un teatro fisico ed interattivo che ad un teatro di parola o di narrazione. In quel breve periodo ho operato con circa un centinaio di persone, tutte inesperte, tanto che molti di loro non conoscevano niente del teatro. 

In fondo noi figli della televisione e della cultura standardizzata, non dovremmo neanche stupirci più di tanto. Vedevo in questi giorni un intervista video di un campione di giovani napoletani, presi a caso nella folla, risultava che non sapessero neanche chi fosse Edoardo De Filippo, solo una giovane ragazza cinese sapeva di cosa si stava parlando. Ed il plauso, così come avviene da molti anni alla nostra memoria storica arriva soprattutto dagli stranieri. Come possiamo pretendere che se ne glorifichi il presente? Oramai le nuove genarazioni sono addestrate alla perdita di memoria, così come addestra e si addestra, con un certo interesse, chi ci governa. Si cerca di cambiare la costituzione, ci serca di annullare le scuole e gli insegnanti, si cerca di abolire i diritti dei lavoratori, si cerca di fossilizzare il futuro del nostro paese, di creare debito di creare nuove povertà. E anche se tutto questo sembra lontano dalle problematiche del teatro o del fare teatro, non sono così distanti, perché esse sono tutte collegate tra loro. L’abbrutimento culturale ed umano.

Insomma, attraverso laboratori intensivi di 3-4 mesi, all’interno di un centro sociale e solo una volta coinvolgendo per poche ore un intero istituto superiore (circa 500 ragazzi/e), insieme ai partecipanti abbiamo tirato su sette spettacoli e che con pazienza e caparbietà li ho fatti girare un po in tutta Italia, durante: festival, manifestazioni ed intrusioni nei centri storici, nei mercati, nei negozi (e altri luoghi) e tutto senza farne ne pubblicità o dirlo a nessuno, se non ai diretti interessati che scendevano in strada con me, anzi, molte volte neanche loro sapevano qual’era il tragitto da fare.

Ogni spettacolo-laboratorio ha avuto un percorso mentale e fisico diverso, per farne un esempio banale: durante la costruzione di Crack (progetto sulle reclusioni e sulle dipendenze) oltre ad averli tartassati di documentari, o aver letto le documentazioni di Informa Carcere e di Carmelo Musumeci, o di aver fatto parlare alcuni di loro sulle loro esperienze di tossico dipendenza e dei vari arresti, li ho portati a lavorare attraverso esercizi e training nell’ex cittadella manicomiale di Pistoia. La cosa che più mi ha stimolato è che ogni laboratorio serviva esclusivamente per creare una performance itinerante con un determinato tema e non per formare nuovi attori, caso mai per formare nuove coscienze, nuove umanità. Ho sempre sconsigliato a tutti di intraprendere questo mestiere che mestiere non è. 

La possibilità di poter andare in quei luoghi non adibiti all’esibizione, se non a quella narcisistica che noi tutti (più o meno coscientemente o incoscientemente) portiamo nella nostra quotidianità, mi ha permesso di poter vedere le reazioni delle persone. In strada non ci sono maschere preconcette o di settore come si possono trovare a teatro, caso mai ci sono le maschere che noi tutti usiamo per schermarci dal mondo, per proteggerci da qualcosa che non conosciamo o che ne abbiamo paura. In strada, soprattutto con le incursioni, nessuno del pubblico è preparato a quello che avverrà e se sarà chiamato ad interagire all’interno di essa lo farà senza troppi filtri. Ho visto persone insultarci, ho visto persone prendere le nostre difese, ho visto persone piangere, ho visto persone meravigliarsi delle proprie scelte e delle proprie azioni, ho visto persone fuggire, ho visto persone seguirci per tutto l’itinerario, ho visto persone infilarsi all’interno dell’incursione senza che fosse previsto, ho visto persone scattarci le foto, riprenderci, interromperci, chiamare le forze dell’ordine, oppure essere scortati dai vigili o dalla polizia come qualcosa da proteggere. La strada è veramente una scuola e se hai il coraggio di viverla attraverso la tua arte puoi veramente imparare cose che nessuno saprà insegnarti.

Dal 2011 assistiamo al fenomeno dei Teatri Occupati o Liberati: dal Valle, al Coppola di Catania, al Garibaldi di Palermo, al Pinelli di Messina, al Marinoni di Venezia, al Filangieri di Napoli, al Teatro Rossi di Pisa. Per esperienza personale, anche se a molti di loro non ho nemmeno scritto, non ho trovato apertura immediata né semplicità burocratica per accedervi. Al riguardo cosa potreste dirmi?

Tra i vari luoghi dove abbiamo fatto spettacolo ci sono anche i teatri occupati. E come quasi tutte le realtà più stimolanti ed interessanti sono prevalentemente al sud, una terra più umana, più propensa all’incontro, più accogliente ma allo stesso modo più spietata, amara, distrutta. Per noi, come già detto precedentemente non fa molta differenza sul dove facciamo spettacolo, certo è che in tutti i luoghi dove si fa teatro e dove ci sono i teatranti è facile incorrere nelle esclusività e nelle idiozie umane, ma non me la sento di condannare questi luoghi ne chi li frequenta ne chi li gestisce. Penso siano esperienze necessarie e che nascano appunto da una mancanza istituzionale, incapace di contenere le diversità ed i suoi risultati. 

Questo è vero, ma molte volte anche in questi casi, nonostante all’interno ci siano persone addette ai lavori e come noi nella stessa condizione economica si parla di lavoro gratuito o mal retribuito. 

La circolazione delle idee molte volte non viene riconosciuta con il giusto compenso economico, ma quali sono i luoghi che lo fanno? Per esperienza e attitudine alla sopravvivenza ho imparato a seminare ovunque e so bene che in alcuni luoghi bisogna farlo per una causa comune, nata per l’appunto da una mancanza e capendo le motivazioni della loro nascita ed in altri, sempre mantenendo la stessa prospettiva, farlo anche perché ti pagano bene, perché è un mestiere che può darti da vivere, ma allo stesso tempo è un mestiere da disperati che nasce ed ha motivo di esistere nella disperazione. Probabilmente quando un giorno, il mondo sarà un mondo migliore, non avremo più bisogno di fare quello che facciamo e allora inizieremo a vivere con disinteresse e amore.

Non vorrei però che si confondesse le motivazioni di quello che ti ho chiesto, con un accusa gratuita nei loro confronti. Io voglio solo capire, anzi vorrei dare un segno forte portandoli ad una riflessione, vorrei (ma forse mi sbaglio o forse no) che le cose fossero diverse. Penso che fino a quando si adotteranno metodi “burocratici” simili a quelli degli stabili le cose difficilmente potranno cambiare.

http://ultimoteatro.wordpress.com/

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